Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze,

aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin

qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il

trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'_Apologia dei Cappucci_, pag.

368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri

corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello

di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data

commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio,

non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in

campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla

fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire

la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè

con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto

agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore

dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra

in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per

due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la

medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il

re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti

raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla

fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono

elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in

giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes

oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa.

Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e

traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi

difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini

dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX

dell'_Arch. Stor. Ital._, pag. 473. L'oratore racconta come avessero

dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a

chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire

ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di

partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi

per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso,

si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di

aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo

sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere stato

_mirabilmente sbigottito_ per la impresa di Firenze pensando alla

fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della

tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il

detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba

fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa,

travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per

fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci

era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe

i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila

scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo

partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva

aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che

di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose:

essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche

quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne

aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che

l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era

onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni

non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto

il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali

non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo,

gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non

essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi

cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la

Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto

a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose

che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io

consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di

Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere

ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini

che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare

innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto

servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a

composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per

modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che

dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva

sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine

e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la

tirannide.

[296] Ecco come lo descrive Filippo Sassetti nella sua Vita in

fine: «Uomo di alta statura, di faccia lunga, naso aquilino, occhi

lacrimanti, colore vivo, lieto nello aspetto, scarso nelle membra,

veloce nel moto, destro e sofferente della fatica, insieme severo e di

grande spirito, animoso, modesto e piacevole; ardeva nella collera e

tantosto tornava in potestà di sè stesso.»

[297] Guicciardini, _Stor._; Magri e Santelli, _Cronache di Livorno_.

[298] Tit. Liv., _Histor._, l. 30.

[299] Del Frangsperg è proposito nei capitoli antecedenti.

[300] Specialmente in quella di Ferrara.

[301] Iacopo Nardi ci conservò questa preziosa particolarità, il

disegno, cioè del Ferruccio di portare la guerra a Roma. _Stor._, l. 2.

[302] Varchi, _Stor._, c. X.

[303] Dante, _Purg._

[304] Varchi, _Storia_, 1.

[305] Dal principio della guerra in qua ebbi sempre avuto a pensare di

combattere con gli nemici e di provvedere il danaro straordinariamente

per pagare le genti: che mi ha dato più fastidio questo che se io

avessi avuto altrettante più oppressioni dalli nemici. Lettere del

Ferruccio ai Dieci. — Lettera del 10 luglio 1530, CXIX. Nelle medesime

lettere occorre come sovente togliesse danari in presto per le paghe

dei soldati.

[306] Giannotti, _Vita di Francesco Ferrucci_.

[307] Malispini, _Stor._, p. 207.

[308] Si narra che quando l'arcivescovo Ruggieri benedisse i Pisani

pronti ad imbarcarsi sulle galere contro i Genovesi, il Cristo che

stava sopra il grande stendardo cadde; per lo che alcuni prendendolo

in sinistro augurio sclamarono: Sia pur Cristo coi Genovesi, e con noi

il vento, — A denotare il gran numero dei prigioni fatti dai Genovesi

nella battaglia della Meloria correva in quei tempi il detto, che chi

voleva veder Pisa andasse a Genova. — Pignotti. _Stor._, l. 3, c. VI.

[309] Nel 1836 era così; poi furono aperti, e gli eruditi ci hanno

frugato: adesso aspettansi storiografi e poeti che si avvantaggino dei

materiali per edificare.

[310] Varchi, _Stor._, l. 11.

[311] Varchi, _Stor._, l. 11.

[312] _Lettere_, p. 178.

[313] Busini, _Lettere_; Varchi, _Stor._

[314] Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano 13 agosto 1530.

[315] Varchi, _Stor._, l. 11.

[316] Nardi, _Stor._, l. 9.

[317] Varchi, _Stor._, lib. 11.

[318] Busini, _Lettere_, pag. 178.

[319] Ezech., c. XXXII.

[320] Visitando il castello della Gavinana, domandai se si trovassero

armi antiche. Mi risposero affermativamente e mi condussero in

certa casetta a canto a quella dove fu trucidato il Ferruccio.

Il proprietario della casa ci menò entro una stanza terrena dove

conservava molte armi di varie forme, lance lunghe oltre un braccio

foggiate a foglia di canne, alabarde e picche. Ne presi una nelle

mani e proposi acquistarla offrendone in prezzo un napoleone d'oro.

Il montanaro ricusò, dicendo ch'ella era povera cosa nè meritava

tanto; io dubitando all'opposto che egli rifiutasse per la pochezza

della offerta, promisi raddoppiarla, e il montanaro rifiutava di nuovo

— venendo dalle città, dove io vedevo comprarsi a contanti — senza

eccezione — tutto, aumentai il danaro per ottenerla ad ogni costo; —

sperava a un punto e temeva si piegasse il dabbene uomo; sperava di

possedere l'arme, temeva incontrare un mercante nel severo montanaro:

alfine questi vedendo dalla mia insistenza che non comprendeva la

causa del rifiuto, non senza alterezza, mi favellò le seguenti parole:

«Queste armi il mio nonno ha lasciate a mio padre, e queste io devo

lasciare ai miei figliuoli.» — A Firenze sono due magazzini dove i

rigattieri rivendono armi antiche comprate, com'egli mi disse, dalle

principali famiglie del paese.

[321] La statua di Memnone, comunque degradata dal tempo, occorre

tuttavia nel deserto dove fu Tebe, distante una lega dalla sponda

del Nilo. La tradizione, che, al comparire del sole, mandasse un

suono, come di corde di lira che si rompano, non è favolosa. Secondo

le ricerche dei fisici, ciò risultava dalla umidità di cui il masso

s'impregnava durante la notte, la quale sviluppandosi ai primi calori

del sole produceva, dilatando le molecole della pietra naturalmente

sonora, un crepito che ripercotendosi su tutta la superficie, vi

cagionava una vibrazione generale. Il medesimo fenomeno fu osservato

dall'Humboldt nelle rocce granitiche dell'Orenoco.

[322] Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_, pag. 524.

[323] _Apologia dei Cappucci_, p. 369.

[324] Lettera 124.

[325] F. Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_, p. 526.

[326] Lettera de' commissari di Pisa ai Dieci, 23 luglio, ore 10,

lettera CXXIII.

[327] MS. del cap. Domenico Cini che si conserva nella comune di San

Marcello. Mentre con tanta religiosa diligenza si vanno raccogliendo

reliquie di poca importanza intorno al Ferruccio, io veramente non so

come non abbiano fatto capitale del ms. del cap. Cini.

[328] Edizione di Prato del 1835.

[329] Gio. Villani, _Stor. fiorent._

[330] Macchiavelli, _Modo da praticarsi co' popoli della Valdichiana._

[331] MS. del cap. Cini.

[332] MS. medes.

[333] «Eo modo quiescenti supervenit cursu citato fessus sacerdos qui

dicebat adesse Ferruccium, eumque Sancti Marcelli oppidum intrasse,

direptumque incendisse, unde ipse vix effugerit.» Giovio, _Stor._, l.

29; Ammirato, _Stor._; Cini.

[334] Stando al computo dei nemici, Ferrante Gonzaga il 4 agosto

scriveva al marchese di Mantova suo fratello, Allegato 1, _Documenti

dell'Assedio di Fire_nze, p. 318: «Questa è per darvi avviso della

fazione fatta per il Ferruccio contro al principe di Oranges, Fabrizio

Maramaldo ed Alessandro Vitelli e tutta la fazione panciatica, cioè

il plano e la montagna di Pistoia, in numero di 7 od 8 mila fanti,

1550 cavalli; e quelli del Ferruccio non giungevano a 3000 fanti e 400

cavalli.» Ma il pro' Francesco in vero non ne aveva che 2000.

[335] MS. Cini.

[336] MS. Cini.

[337] Sassetti, _Vita del Ferruccio_, p. 532.

[338] La casa del Mezzalancia passò in seguito nei Ciampalanti.

Un discendente di questa famiglia in memoria del fatto, pose su la

facciata della casa la seguente scrizione cronogrammatica

BELLI CONSILIO DUX HIC FERRUCCIUS ACTO

PER CITA IN ORANGEM OCIUS ARMA CIET.

NEC PROCUL HINC MORITUR CENTUM PER VULNERA, QUARTO

AUGUSTI NONAS, VERSIBUS ANNUS INEST.

PEREGRINUS CIAMPALANTES POSUIT.

[339] La tromba di fuoco fu un cannone di legno o di metallo lungo da

3 fino a 9 piedi empito di polvere e di altre materie accendibili,

il quale innestavasi su la punta della picca onde scagliarlo contro

i nemici. Il Biringoccio dice potersi adoperare e caricare a modo di

artiglieria con palle di pietra ed altri proietti da cavarne miglior

costrutto che non dal solo fuoco. Grassi, _Diz. Militare._

[340] Nel ms. del Cini s'incontra la nota seguente posta in margine:

— L'armatura dell'Orange si vede anche di presente nella prima stanza

della Galleria di Firenze, dove sono conservate diverse rarità di armi

antiche, collocata a man sinistra, essendo fregiata di oro, e tiene

attaccata una tela tessuta di oro e di argento dalla parte inferiore.

Nel bracciale sinistro di essa armatura vi si vede una impressione

di palla d'archibuso, lo che indicherebbe avere ricevuti tre e non

due colpi, come riporta anche Lorenzo Selva, al l. 3, p. 213 delle

_Metamorf. riconosciute._

[341] MS. Cini.

[342] _Riccardo_ di Shakspeare.

[343] Nell'allegato 1 alla lettera di Ferrante Gonzaga al marchese

di Mantova suo fratello del 5 agosto 1530 si legge: «Il Ferruccio

giunto lì gagliardamente si affrontò smontando a piè con l'arme bianca

indosso e una _stradiotta_ in mano. Il vocabolo _stradiotta_ manca nel

Vocabolario della Crusca e nel Grassi, _Diz. militare._

[344] MS. Cini.

[345] MS. Cini, Ammirato, Varchi.

[346] Nel giorno 10 ottobre 1847, soffiando il vento della libertà

italica, Giudei e Samaritani si congregarono a Gavinana per

abbracciarsi, parlare, udir parlare, giurare e gittare campanili

all'aria — Io non andai pago di avere, come Dio mi aveva concesso,

narrato del Ferruccio undici anni prima mentre mi si teneva stretto

nelle elbane carceri, e nessuno ricordava il Ferruccio. Disse mirabilia

un Pietro Odaldi, sopratutto su la sacra necessità d'impugnare le

armi pel conquisto della indipendenza nazionale: più tardi si colorì

moderato, usurpando nome bellissimo a ingenerosi concetti; per ultimo

moriva commissario dell'ospedale di Santa Maria Nuova, restaurato il

reggimento assoluto mercè le armi imperiali. Molti, dal 1848 in qua gli

epitafi dettati per onorare non già Francesco Mariotto Ferrucci eroe,

bensì chi li dettava; degni tutti di oblio, togline uno, di Pietro

Contrucci, che dice:

SUL PISTOIESE APPENNINO

PER TRADIMENTO DI MALATESTA

INFELICE NELLO ARDITO CONFLITTO

SCANNATO VILMENTE DA MARAMALDO

DA FORTE E GLORIOSO PERIVA

FRANCESCO FERRUCCIO

E SECO LA FIORENTINA REPUBBLICA

O TU

CHE VISITI LUOGO DI TANTA MEMORIA

NON GIUDICARE L'UOMO DALLA FORTUNA.

[347] Così chiamano il luogo ove i contadini pongono a seccare le

castagne.

[348] Altri narra diversamente la morte di Vico di Nicolò Machiavelli:

accordano che uscisse di Firenze col Ferruccio. — Il Ferruccio stesso

ne parla nella lettera del 26 ottobre 1529 ai Dieci, 25 — come caduto

prigione in mano agl'imperiali lo aveva riscattato con le armi alla

mano. Finalmente affermano che nel 1530 morisse gloriosamente in una

sortita tenendo stretto la insegna della sua compagnia. Che che ne sia,

questo è sicuro, che i figli di Nicolò Machiavelli furono educati a

spargere il sangue in benefizio della patria e della libertà.

[349] BASINI, _Lettere_, pag. 157. — Carlo Cappello, _Lettere_, pag.

210.

[350] Così chiamavasi in Firenze il luogo dove si seppellivano i

cadaveri delle bestie.

[351] Varchi, _Stor._, l. 11.

[352] Varchi, _Stor._, l. 11.

[353] Giova rammentare che la _impresa_ dei Castiglioni _porta_ tre

cani bianchi in campo rosso.

[354] Il capitano degli Olandesi, conquistata Malacca nel 1614 contro

i Portoghesi, domandava al generale dei vinti: «E quando tornerete?

— Quando, gli rispose il Portoghese, — i vostri peccati saranno più

grandi dei nostri.» — Raynal, _Histoire philosoph._, l. 2.

[355] Il testamento di David, _il re santo_, mette paura. Re III, c. 2,

v. 5. «Oltre a ciò tu sai quello che mi ha fatto Joab figlio di Sarvi.

— 6 Non lasciare scendere la sua canutezza in pace dentro il sepolcro.

— 8 Ecco oltre a ciò appo te Semei, figliuolo di Gera, il quale mi

maledisse; io giurai per lo Signore non lo fare morire con la spada;

— 9 ma ora non lasciarlo impunito; — fa scendere la sua canutezza nel

sepolcro per morte sanguinosa.» — Ecco il legato di David, santo re.

[356] Samuel. 2, cap. 6.

[357] Fra' Ughi dice 2000, e aggiunge di un bel vedere. L'annotatore si

scandalizza; ma il frate, a parer mio, la pensava più giusto: Italiani

venuti a combattere contro la libertà più detestabili assai erano

degli stranieri, e il padre degli oppressi poteva e doveva esultare nel

vederli di mala morte morire.

[358] Il Nardi, l. 9 delle _Storie_, «aggiunse: si disse poi che, vivo

o morto, ebbe in sepoltura il fiume Tevere.»

[359] Machiavelli, _Il principe_.

[360] _Stor._, l. 12.

[361] _Discorso del sublime di Michelangiolo._

[362] Un umile uomo, sagrestano di San Niccolò, i premi promessi e le

pene minacciate disprezzando del pari, salvò Michelangiolo. La storia

ne tacque il nome. Francesco Guicciardini conte lo cercava a morte, e

va famoso per le bocche dei posteri; ma chi alla celebrità di costui

non anteporrebbe l'oblio del povero sagrestano? Ancora i lettori

pensino a questo: un conte vuol morto il Buonarroti e non riesce; un

popolano lo vuol vivo e lo salva.

[363] S'è vera, apparirà singolare ai dì nostri la cagione della

benevolenza di don Ferrante Gonzaga per Raffaello Girolami. Dicono

dunque che, avendo don Ferrante infermo un suo figliuolo, Raffaello gli

mandasse l'anello di San Zanobi; dal tocco del quale essendo rimasto

guarito, il padre consolato gli professasse gratitudine eterna. —

Narrasi eziandio che Lorenzo dei Medici spedisse al re di Francia,

Luigi XI l'anello miracoloso, il quale mostrando la consueta virtù

rese la salute al Cristianissimo; in guiderdone di che, Luigi rimandò

l'anello dentro preziosissima cassetta, che, venduta dal Girolami, ne

cavarono danaro bastevole a fondare un canonicato in duomo.

[364] Cuoco, _Saggio sulla rivoluzione di Napoli del 1789._

[365] Giacomo Molay, capo dei Templari, condannato al fuoco nel 1305

dal papa Clemente V e dal re Filippo il Bello, li citò a comparire

dentro l'anno al giudizio di Dio; ed è fama che ambedue nel termine

assegnato morissero.

[366] Bruto, sul punto di uccidersi, disperato gridava: «O virtù, tu

sei una vile schiava della fortuna!» (PLUTARCO.)

[367] _Stor._, 12.

[368]

Se mai continga ch'il poema sacro

Al quale ha posto mano e cielo e terra,

Sì che mi ha fatto per più anni macro.

. . . . . . . . . . . . . . . .

(DANTE).

[369] Samuel, l. 1, c. 4.

[370] Pirro, re di Epiro, ecc.

[371] Lucio II.

[372] Tanto calcolano essere a un dipresso il numero delle creature

umane nel mondo.

[373] «Cominciati i nuovi fiorini a spargersi per lo mondo, ne furono

portati a Tunisi in Barberia e recati dinanzi al re di Tunisi, che

era valente e savio uomo; sì gli piacque molto, e fecene far saggio,

e trovolli di finissimo oro, e molto li commendò... e veggendo che era

moneta di cristiani, mandò per gli mercanti pisani, che allora erano là

franchi, e molto innanzi al re, ed eziandio i Fiorentini si spacciavano

per Pisani in Tunisi; e domandògli che città fosse tra i cristiani

quella Fiorenza che faceva i detti fiorini. Risposero i Pisani

dispettosamente e per invidia dicendo: Sono i nostri Arabi fra terra;

che tanto viene a dire i nostri montanari. Rispose saviamente il re:

Non pare moneta di Arabi; o voi Pisani, qual moneta d'oro è la vostra?

Allora furono confusi e non seppono che rispondere; e domandando se

v'era alcun fiorentino mercatante, trovovvisi uno d'oltrarno, che aveva

nome Pela Balducci, uomo discreto e savio. Lo re domandò dell'essere

e dello stato di Firenze, cui i Pisani facevano loro Arabi. Lo quale

saviamente rispose mostrando la potenza e magnificenza di Firenze e

come Pisa, per comparazione, non era di potere nè di gente la metà di

Firenze, che non aveano moneta d'oro, e che il fiorino era guadagnato

per li Fiorentini sopra loro, per le molte vittorie avute.» Villani.

_Stor._, libro VI, cap. LV.

[374] Il medico Petti del Casentino spese più d'ogni altro il tempo e

l'esperienze per giungere a capo di simile trovato, ch'egli reputava

infallibile.

[375] _Æneid._, l. 6

[376] Con tutto che si fosse perdonato a ognuno, Malatesta aveva

ritenuto Benedetto da' Foiano, teologo e predicatore unico, e fra'

Zaccheria, ambedue dell'ordine di san Domenico, osservanti della

congregazione di Toscana; il che aveva fatto per far cosa grata al

papa, per essere stati acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con

l'esortazioni e predicazioni loro del governo popolare; e Malatesta

aveva già incominciato a tormentare fra' Benedetto. — Frammento di

Lettera anonima attribuita all'oratore veneziano. _Documenti su_

_l'assedio di Firenze_, pag. 324.

[377] Nel 1839 in Perugia fu pubblicato un libro di Giovambattista

Vermiglioli professore, col titolo di: _Vita e imprese militari di

Malatesta IV Baglioni_; nel quale per bene tre volte si lacera il mio

nome e l'opera mia perchè ripetei quello che nessuno nega, e tutti,

così antichi come moderni, confessano il tradimento del Malatesta:

anzi neppure il Vermiglioli lo nega; se non che sostiene che a fin

di conto ei lo fece per vantaggio di Firenze, ond'è giusto che gliene

debba venire piuttosto lode che biasimo. Giova trascrivere in proposito

quanto gravemente dichiara l'Alberi in fine della corrispondenza

dell'oratore veneziano Carlo Cappello intorno l'_Assedio di Firenze_:

«che dove pur fosse vero quello ch'è ad esuberanza provato, che cioè i

Fiorentini non avessero potuto venire a capo di quella impresa l'obligo

strettissimo dell'uomo che aveva giurato di dare _non che le sostanze

la vita_ per quella causa era di morire combattendo o dimettersi da

quel comando. Ma il convenire e dargli lode di avere parteggiato co'

nemici e trattenuto i Fiorentini dal venire a battaglia anche quando

egli, il Malatesta, credeva che avrebbero potuto uscirne vittoriosi

(pag. 115-116), e ciò per lo specioso titolo che quel popolo fosse poi

per cadere nei pericoli delle discordie intestine, è tale spregio per

la virtù che volentieri mi persuado non essersi dallo scrittore intesa

la importanza delle sue proprie parole.» Ma vi è di più; neppure _parto

di furibonda fantasia_ possono dirsi gli ultimi momenti della vita del

Malatesta quali vennero da me descritti; imperciocchè nelle _Cronache_

del padre Giuliano Ughi minore osservante si legga quanto segue: «Partì

Malatesta da Firenze e portonne seco molte bocche di artiglierie dei

Fiorentini con grande quantità di danari, e pigliando la via verso

Siena, fece peggio a San Casciano, a Poggibonsi e a Staggia che non

havevano fatto i nemici Spagnuoli e Lanzi. Giunto a Perugia, incominciò

un superbo et egregio palazzo al quale pose nome Firenzuola perchè

lo faceva dei danari rubati alla Signoria et alli poveri soldati di

Firenze; ma la divina giustizia non glielo lasciò vedere finito, perchè

poco dopo un anno s'infermò di crudelissima malattia della quale morì

come disperato: perchè appresso alla morte gli scoppiò un occhio con

tanto strepito che si udì a più di 30 braccia lontano; e poco dopo gli

scoppiò l'altro. Così rendè l'anima al diavolo (come si crede) andando

a stare con Giuda e gli altri traditori. — Morì a Betona il 24 dicembre

1531 la vigilia di Natale, che cascò in domenica.»

Nè mancarono commozioni della natura le quali nella mente dei popoli

confermarono l'opinione della grande ira di Dio che provocò sopra il

suo capo cotesto scellerato; imperciocchè certo cronista perugino

racconta come nella notte in cui passò il Malatesta «Vinero vente

grandissime, cioè piovose, che non solo demustrò, che scoprì e tette

e quante case se dimustraro verso el ditto vento, et portava le

persone da locho allo altro, talchè come fu cessato, per le strade

non si potia porre piè en terra, che non se calcasse el copertimo

e rotto, et en quella notte venne pioggia, grandina e molte altre

signale.» A cui piacesse avere un saggio della dettatura del professore

Vermiglioli volentieri io gli porrò qui sotto una sua nota, affinchè si

soddisfaccia: «Chi si sentisse voglia di grandemente adirarsi legga la

relazione della ultima infermità e della morte di Malatesta nel romanzo

di D. Guerrazzi. Egli la coniò a suo modo nella pazzesca e furibonda

fantasia con la quale coniò l'opera stessa dell'_Assedio di Firenze._

Imperciocchè anche in quella narrazione la menzogna, l'audacia, il mal

talento e la più sfrontata insolenza prendono il luogo della verità

e vanno riunite a più modi volgari e triviali di espressioni e modi

più acconci a narrare le vergognose crapule delle più vili taverne che

la morte di un illustre capitano il di cui valore e militare scienza

si celebrarono da tutti gli storici italiani!» Così i professori

nel 1859, nè io credo troppo diversi adesso; ma la specie scema e,

a Dio piacendo, cesserà del tutto, sicchè di tale maniera libri si

conserveranno nelle librerie per maraviglia come nei musei, le ossa

fossili delle bestie antediluviane.

[378] _Iliade_, lib. 9.

[379] _Apoc._, XIV, v. 15.

[380] Sant'Ulfrido svedese chiamò intorno al cerchio degli scudi che

gli facevano attorno i suoi prodi i tre bardi che lo seguitavano e

disse loro: «Qui state e vedete quanto opererò di glorioso, onde,

cantandolo, non abbiate bisogno udirlo dalla bocca altrui.»

[381] _Apoc._, cap. XX.

[382] _Vixere fortes ante Agamemnona multi_ (Hor., lib. IV, od. 8).

L'assedio di Firenze · 第 80 / 81 段