Lorenzo duca d'Urbino e della moglie di un vetturale nativa di Colle
Vecchio, serva nata in casa dei Medici: aggiunge che Alessandro la fece
avvelenare perchè i fuorusciti disegnavano torla da casa, dove lavorava
la terra, per menarla a Napoli e mostrarla all'imperatore, onde vedesse
da chi fosse nato colui il quale ei comportava che comandasse Fiorenza
(vedi _Apologia di Lorenzino de' Medici_). Scipione Ammirato, Stor.,
lib, X, dice di avere ricavato da Cosimo I che Alessandro era figlio
di Clemente VII e di una schiava africana. — Il suo colore oscuro,
aggiunge il Boscone nella _Vita di Lorenzo il Magnifico_, tomo IV, i
capelli ricciuti, le labbra tumide accrescono probabilità al racconto
per parte della madre; e per quella del padre la predilezione che
questi (cioè papa Clemente) gli ebbe sopra il cardinale Ippolito.
[69] Luigi XI con lettere patenti del 1465, concede _a son amé et fêal
conseiller Pierre de Mèdicis_ di portare nella sua arma i fiordalisi in
Francia. — Comines, _Stor._, tomo II, pag. 565.
[70] Questa lega fu formata qualche tempo dopo.
[71] Robertson, _Vita di Carlo V_, lib v, § 50, 51, ecc.
[72] Giovanni d'Austria. Vedi Schiller, _Guglielmo Tell_.
[73] _Filippo II_, Schiller e Alfieri.
[74] Ciò avvenne nel 1526, all'epoca della lega santa. Robertson, lib.
IV, § 58.
[75] Carlo V fu il primo sovrano che assumesse nell'orgoglio del suo
cuore il titolo di _Maestà_: fino a quel tempo i monarchi d'Europa
avevano tolto quello di _Altezza_, o di _Grazia_.
[76] Cap. XXIII.
[77] Robertson, Sismondi, ec.
[78] Cornelio Agrippa, _De duplici incoronatione_, in fine;
Guicciardini.
[79] Agrippa teneva sempre seco un cane nero a cui aveva imposto il
nome di figliuolo. Alcuni sostenevano fosse il suo demonio famigliare.
Alla fine dell'opuscolo _De duplici incoronatione_, scritto da Cornelio
Agrippa, e da cui abbiamo tratto molti particolari intorno alla
incoronazione di Carlo V, si leggono epigrammi ed epitafi composti da
varii autori in lode di questo cane.
[80] L'_Estravagante unica_ di Giovanni XII riduce gli ufficii della
campana a questi, contenuti nei seguenti versi barbari:
_Laudo Deum verum, plebem voco, congrego clerum:_
_Defunctos ploro, pestem fugo, festa decoro._
[81] «L'histoire des trois gros diamans pris à Granson Mérite d'être
rapportée, et la renommée qu'ils ont eue, l'espèce de vanité attachée a
leur possession, témoigneront quelle était la splendeur de ces princes
de Bourgogne, dont les dépouilles se sont distribuées entre les rois,
qui se les sont enviées et disputées a prix d'or. — Le plus beau, celui
qui fut ramassé sous un chariot, fu revendux par le curé de Montagne à
un homme de Berne au prix de _trois_ ecus: plus tard un autre Bernois,
nommé Barthélemi May, riche marchand qui faisait le commerce avec
l'Italie, offrit a Guillaume de Diesbac un présent de _quatre cents_
ducats en reconnaissance de ce qu'il lui avait fait acheter ce diamant
pour _cinq mille_ ducats. En 1482, les Gènois l'achetèrent _sept mille_
ducats et le vendirent le _double_ à Louis Sforce le More, duc de
Milan. Après la chute de la maison de Sforce le diamant passa en la
possession du papa Jules II pour _vingt mille_ ducats. La grosseur est
égale à la moitié d'une noix. Il orne la tiare du pape, etc.» (BARANTE,
_Storia dei Duchi di Borgogna_, tomo XXI.) Egli erra: — quel diamante
orna il bottone del piviale del papa. Vedi _Vita di Benvenuto Cellini._
[82] Varchi, _Storia_, lib. ultimo.
[83] _Marrano_, parola spagnuola rimasta nella nostra lingua, significa
in origine un ebreo che ostentava in palese di essersi convertito al
cristianesimo ed esercitava in segreto l'antica religione.
[84] Varchi, _Storia_, lib. XII.
[85] Nella processione del venerdì santo il primo rabbino accompagnato
da altri Ebrei aspettava il papa presso l'arco di Costantino, se
non erro, dove piegava il collo sotto il piede pontificio. Adesso
non si costuma più; anzi a mano a mano si accosta la probabilità del
contrario, dacchè Rotschild da un punto all'altro può espropriare il
pontefice del suo stato e farselo _aggiudicare allo incanto_: però nel
secolo passato mi assicurano che si praticava.
[86] Washington Irving, _Storia di Cristoforo Colombo_, lib. V.
[87] «Leggesi che a Parigi fu uno maestro che si chiamava ser Lò, il
quale insegnava loica e filosofia, e avea molti scolari. Intervenne
che uno de' suoi scolari, tra gli altri arguto e sottile in disputare,
ma superbo e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il
maestro levato di notte allo studio, questo scolaro morto gli apparì:
il quale il maestro riconoscendo, non senza paura domandò quello che di
lui era. Rispuose che era dannato. E domandandolo il maestro se le pene
dello inferno erano gravi come si dicea, rispuose che infinitamente
maggiori, e che colla lingua non si potrebbono contare; ma ch'egli
gliene mostrerebbe alcuno saggio. Vedi tu, diss'egli, questa cappa
piena di sofismi, della quale io paio vestito? questa mi grava e pesa
più che se io avessi la maggior torre di Parigi, o la maggiore montagna
del mondo in su le spalle, e mai non la potrò porre giù. E questa
pena m'è data dalla divina giustizia per la vanagloria ch'i' ebbi del
parermi sapere più che gli altri e spezialmente di sapere fare sottili
sofismi, cioè argomenti di sapere vincere altrui disputando. E però
questa cappa della mia pena n'è tutta piena: perocchè sempre mi stanno
davanti agli occhi a mia confusione. — E levando alto la cappa, che
era aperta dinanzi, disse: Vedi tu il fodero di questa cappa? tutto è
bracia e fiamma d'ardente fuoco penace, il quale senza veruna lena mi
divampa e arde. E questa pena m'è data per lo peccato disonesto della
carne, del quale fui nella vita mia viziato, e continuailo infino
alla morte sanza pentimento o proponimento di rimanermene. Onde,
conciossiacosachè io perseverassi nel peccato sanza termine e sanza
fine, e avrei voluto più vivere per più potere peccare, degnamente la
divina giustizia m'ha dannato, e tormentando mi punisce sanza termine
e sanza fine. E o me lasso! che ora intendo quello che occupato
nel piacere del peccato e inteso a' sottili sofismi della loica non
intesi mentrechè vivetti nella carne: per che ragione si dea dalla
divina giustizia la pena dello inferno sanza fine all'uomo per lo
peccato mortale. E acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile
e ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che
desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro. — La quale il maestro
porgendo, lo scolaro scosse il dito della sua mano che ardea in su
la palma del maestro, dove cadde una piccola goccia di sudore e forò
la mano dall'uno lato all'altro con molto duolo e pena, come fosse
stata una saetta focosa e aguta. — Ora hai il saggio delle pene dello
inferno, disse lo scolaro; e urlando con dolorosi guai sparì. Il
maestro rimase con grande afflizione e tormento per la mano forata et
arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla
morte rimase così forata: donde molti presono utile ammaestramento di
correzione. E il maestro, compunto tra per la paurosa visione e per
lo duolo, temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali
aveva il saggio, diliberò d'abbandonare la scuola e il mondo. Onde in
questo pensiero fece due versi, i quali, entrando la mattina vegnente
in iscuola, davanti a' suoi scuolari, dicendo la visione e mostrando la
mano forata e arsa, rispuose e disse:
Linquo coax ranis, cra corvis, vanaque vanis.
Ad loycam pergo quæ mortis non timet ergo.
Io lascio alle rane il gracidare e ai corvi il crocitare, le cose
vane del mondo agli uomini vani: e io me ne vado a tal loica che non
teme la conclusione della morte, cioè alla santa religione. — E così,
abbandonando ogni cosa, si fece religioso, santamente vivendo infino
alla morte.» PASSAVANTI, _Specchio della vera penitenza_, Distinz. III,
cap. 2.
[88] E gli fu fatto in piazza per pubblico editto una statua di marmo
con questa iscrizione
ANDREI . AURÆ . CIVI . OPTIMO . FELICISSIMO
VINDICI . ATQUE . AUCTORI . PUBLICÆ
LIBERTATIS . S. P. L. I. POSUERE.
Segni, _Storie_, lib. II.
[89] «Le discordie tra la plebe ed i nobili danno agio ad alcuna
famiglia d'innalzarsi: le fazioni Fregose e Adorne spente: i Francesi
scacciati da Savona; Doria liberatore: ma cotesta libertà è ridicola;
cambiando capo, la costituzione rimane la stessa; nobili dovrebbero
essere uguali davanti la legge, le distinzioni al merito ed alla virtù.
Doria renda le navi, con le quali la salvò, e con le quali può ridurla
serva.» — Foglietta, _Della Repubblica di Genova_, lib. I, pag. 60.
[90] La statua del Doria era abbattuta nel 1797 dai repubblicani: la
rialzò Napoleone. Carlo Botta, al lib. XXII della _Storia d'Italia_,
declama: «Comandò si restituisse la statua di Andrea Doria: questo
affronto mancava ad Andrea, atterrato dai Giacobini, rinnalzato da
Napoleone I» Il popolo comprese per avventura il Doria meglio di questo
storico.
[91] Luigi Alamanni, nella satira 12, cantando di Venezia, diceva:
Se non cangi pensiero, un anno solo
Non conterà sopra il millesim'anno
Tua libertà che va fuggendo a volo.
La fortuna verificò la profezia: la elezione del primo doge fu fatta
nel 797... Venezia cessò d'esser libera nel 1796, cioè un anno prima
che la predizione del poeta spirasse.
[92] «Prego don Giovanni di Luna, castellano, che mandi a tôrre del
mio sangue dopo la morte e ne faccia fare un migliaccio, mandandolo a
Cibo cardinale affine che si sazii in morte di quello che saziare non
si è potuto in vita, perchè altro grado non gli manca per arrivare al
ponteficato, al che esso tanto disonestamente aspira.» — _Testamento di
Filippo Strozzi._
[93] Varchi, _Storia_, lib. XII. «Clemente comandò che fosse messo in
una buia e disagiosa prigione in Castello Santo Angiolo, dove, ancorchè
il castellano, il quale era messere Guido dei Medici vescovo di Centa,
avendone compassione, lo accarezzasse da prima e s'ingegnasse di
mitigare la iracondia del Papa, nondimeno dopo più e più mesi, stando
nella inopia di tutte le cose necessarie, ed essendogli ogni giorno
per commessione di Clemente stremato quel poco di pane e di acqua
conceduti, non meno di sporcizia e di disagio, che di fame e di sete
miserabilmente morì.» Di frate Benedetto fu traditore il Malatesta, che
lo dette per giunta al tradimento di Firenze. La lettera dell'oratore
Cappello tratta dalla Magliabechiana e stampata nell'_Assedio di
Firenze_ dall'Albèri a pagina 321 dichiara: «Con tutto che si fosse
perdonato ad ognuno, Malatesta aveva ritenuto Benedetto da Fojano
teologo e predicatore unico, e fra Zaccheria, ambedue dell'ordine
di san Domenico, osservanti della congregazione della Toscana; il
che aveva fatto per fare cosa grata al papa, per essere stati questi
acerrimi nemici di Sua Santità e difensori con le predicazioni ed
esortazioni del governo popolare di Firenze; e Malatesta aveva già
cominciato a tormentare fra Benedetto.» Questo ho voluto notare,
perchè la inverecondia pretesca, gettata giù buffa ai dì nostri, nega
il paiolo in capo; e avvertasi che il povero fra Benedetto non fu
mica eretico; tutto altro, zelantissimo cattolico ed «uomo, aggiunge
il Varchi, oltre la grandezza e venustà del corpo, di molta dottrina
e di singolare eloquenza, posto a tale croce unicamente per essersi
mostrato figliuolo pietoso alla patria, quella appunto che il Papa e si
scuopriva empio e crudele.»
[94] In quel secolo credevano ai veleni capaci a produrre la pazzia. —
Eustach. Rud., lib. 4, _De morb. occult._, cap. VI et seq.
[95] «Papa Clemente, trovandosi senza danaro e senza reputazione, si
partì tutto malcontento agli trentuno e lasciò i Bolognesi non troppo
bene soddisfatti per un taglione che aveva loro posto; i quali però
avendo in tanta frequenza di principi e di prelati vendute carissime
eziandio quelle cose le quali erano soliti in altri tempi, non che dare
a buona derrata, gettar via, avevano oltre il solito ripieno la loro
città di contanti.» — Varchi, _Storia_, lib. XI.
[96] Accrescitivo di _avventare._ Il Davanzali nelle postille al
volgarizzamento di Tacito chiosando la voce _lanciare_ scrive: «Avrei
detto _scaraventatevi_; ma cappita! Il Muzio ci «grida.» Io però, che
le intemerate del Muzio non temo, e parmi questa gagliarda parola,
l'adopero bravamente senza scrupolo di coscienza.
[97] Guicciardini, _Storia_, lib. XII. «Era Giulio, benchè nato di
natali non legittimi, stato promosso da Lione nei primi mesi del
pontificato al cardinalato, seguitando lo esempio di Alessandro VI
nello effetto, ma non nel modo. Perchè Alessandro quando creò Cesare
Borgia suo _figliuolo_ fece provare per testimoni (che deposero la
verità) che la madre al tempo della sua procreazione aveva marito;
inferendone che secondo la presunzione delle leggi si aveva a giudicare
che il figliuolo fosse più presto nato dal marito che dall'adulterio;
in Giulio i testimoni preposero la grazia umana alla verità, perchè
provarono che la madre della quale (fanciulla e non maritata) era
stato generato, innanzi che ammettesse agli abbracciamenti suoi il
padre Giuliano, aveva avuto da lui segreto consentimento di essere sua
moglie.»
[98] Guicciardini, _Storia_, lib. XV. «Il quale (il cardinale dei
Medici) per una cedola di mano propria segretissimamente gli promesse
l'uffizio della Vice-Cancelleria, che risiedeva in persona sua, ed il
palazzo sontuosissimo il quale edificato già dal cardinale San Giorgio
era stato conceduto a lui da papa Lione: donde acceso tanto più il
cardinale Colonna indusse nella sua sentenza il cardinale Cornaro e
due altri. La inclinazione dei quali come fu nota, cominciarono molti
degli altri, _tirati, come spesso interviene nei conclavi, da viltà o
da ambizione_, fare a gara di non essere ultimi a favorirlo.»
[99] Varchi, _Storia_, lib. XII. «Papa Clemente temeva il concilio, sì
perchè egli era _illegitimamente nato_, sì perchè era stato eletto con
_manifesta simonia_, e sì ancora perchè, quando gli eserciti imperiale
ed ecclesiastico erano sotto Firenze, aveva fatto bandire per tutto
il mondo che egli non aveva mosso guerra alla sua carissima patria
ad altro fine che per volervi introdurre, in luogo di _uno scandaloso
governo e tirannico stato_» (allora non correva l'andazzo delle parole
_demagogo, anarchico, mazzinista_, ec.), «un pacifico e civilissimo
governo» (la parola civile aveva corso anco a cotesti tempi); — «di
poi veggendosi per gli effetti tutto il contrario, ed avendo usato una
_grande inumanità nel vendicarsi e non avere mantenuto i patti_, stava
con grande e ragionevole sospetto di non dovere essere, celebrandosi un
legittimo concilio, rimosso dal papato.»
Questo accadeva trecentoventisei anni fa: ma da cotesti tempi a oggi
quanta enorme disparità negl'intenti, nella fede, nei costumi, nel
reggimento, nella misericordia dei pontefici!
[100] Egli ebbe la testa mozza da Cosimo I. Vedi _passim_.
[101] Le genti di Coluzzone offersero un solenne ringraziamento
alla Madonna per la guarigione del Malatesta, tornato a casa ferito
nel 1512. Una tavola esprime il fatto di presente conservata dai
signori conti Baglioni. Malatesta sta in letto adagiato: dirimpetto
è la Vergine fra le nuvole, Gesù in grembo circondato da serafini,
cherubini, ecc., prostrato a terra un coro di ventiquattro donne in
atto di pregare. Inoltre vi si legge questa epigrafe:
COLUZONIS. INCOLÆ. DIVÆ. MARIÆ. CONSOLATRICI, OB, MALATESTAM. BALIONUM.
PRINCIPEM. BENEMERITUM. E. MEDIA. MORTE. RESTITUTUM. AD. VITAM. DUM.
VULNERA. LAUDEM. PERPETUAM. PARITURA. TULIT.
[102] Modo basso che significa morire.
[103] Dante, _Inferno._
[104] «Qua sono venuti certi da Milano e da Cremona che hanno fatto
tale relazione degl'imperiali, così spagnuoli come tedeschi, che non ci
è nessuno che non volesse piuttosto il diavolo che loro.» _Lettera di
Francesco Vettori a Nicolò Machiavelli._
[105] «Liberate diuturna cura Italiam, extirpate has immanes belluas
quæ hominis, præter faciem et vocem, nihil habent.» — _Lettera di
Nicolò Machiavelli_, parlando degl'imperiali.
[106] «Vettorio di Buonaccorso Ghiberti nepote di Lorenzo di
Bortoluccio, il quale lavorò le porte di bronzo di San Giovanni,
dipinse nella facciata della casa Medici in via Larga papa Clemente in
abito pontificale e col triregno in testa su la scala delle forche;
Nicolò della Magna a guisa di giustiziere gli dava la pinta, Iacopo
Salviati a uso di battuto gli teneva la tavoluccia sugli occhi, e
l'imperatore a sedere con una spada ignuda in mano che in sulla punta
aveva scritto queste parole: _Amice, ad quid venisti_?» — Varchi,
_Storia_, tomo III, pag 281.
[107] Questo insetto è di Cuba e si chiama _Nigua_. Un frate, per farlo
conoscere in Ispagna, se lo inoculava, se non che prima di giungere
a Cadice tanto s'ingrossò che aveva quasi divorato il frate. Però
convenne gittarli in mare ambedue. — _Requiescant in pace. — Viaggio
all'isola di Cuba_ di Eugenio Nev.
[108] Varchi, _Storia_, lib. X. Vedi la bellissima orazione di Lamberto
Cambi in proposito.
[109] Segni, _Storia_, lib. III.
[110] Pietro Aretino era amico strettissimo di Giovanni dalle Bande
Nere: cotesto uomo, comunque brutto di mille vizj, sappiamo avere avuto
anima capace di amare e di sentire amicizia. — Vedasi nella _Revue
des deux mondes_ una sua biografia, degna di essere consultata anche
dagl'Italiani.
[111] Pubblicata ch'io ebbi quest'opera, si ridestò fra miei un'alba
di amore per le cose patrie. Indi in vari scritti poi furono visti
comparire intorno ai fatti toccati in questa _Iliade di un popolo
oggimai scomparso dal mondo_: fra gli altri ricordo un opuscolo breve
di mole sopra il caso della Lucrezia Mazzanti, dove mi si movevano
parole piuttosto acerbe per essermi dilungato soverchiamente dalla
storia; e non è vero: la storia fu alquanto resa più vaga per cagione
della estetica persuasa in opere di siffatta maniera; ad ogni modo,
uso per natura e per consiglio a lasciare correre i giudizi sopra di
me e le cose mie, non ispenderò altre parole, soddisfatto da questo,
che il mio libro valse a fare viva la memoria di magnanimi defunti
ormai cascata in dimenticanza, ed opera che, vergognando dell'obblio,
ponessero a Lucrezia Mazzanti, una lapide commemorativa sul ponte della
Incisa. Troppo più l'anima mia sarebbe stata paga, se con la memoria
dei nomi avessi potuto suscitare la virtù necessaria ad imitare i
fortissimi esempi dei padri nostri. Ahimè! tanto non possono i libri,
o non lo possono soli. La iscrizione posta sul ponte alla Incisa dice
così:
MDXXIX — Lucrezia de' Mazzanti — Donna d'alto cuore — Plebea — Dagli
amplessi aborrendo — Di soldato alla patria nemico — Inviolata
— Annegossi — Nè a lei — Maggiore dell'altra Lucrezia — I tempi
consentirono un Bruto — E la Repubblica Fiorentina — Periva — Questa
memoria — Dopo CCCXIX anni — Antonio Brucalassi poneva.
Pietro Contrucci ne fece un'altra men bella, a parere mio, ed è questa:
Lucrezia Mazzanti — Anzichè da brutale soldato nemico — Patire
vituperio — Si annegava nell'Arno — O fortunata! — Che a Dio rendesti
— Pura l'anima, intemerato il corpo — E lasciando sì alto esempio alle
femmine — Sfuggisti ai mali — Che disertarono la tua Fiorenza.
Peggiore di tutte quella di Benedetto Varchi dettata in latino, nella
quale, dopo avere narrato che Lucrezia venuta a galla tre volte,
tre volte si ricacciò sotto, conclude che la Lucrezia romana rimase
svergognata e morì una volta, mentre l'etrusca morì tre volte e scampò
la vergogna. — Grullerie manifeste!
[112] Vedi il _Prometeo_ di Eschilo.
[113] Boccat., _De genealogia deorum_, l. 5.
[114] _De sapientia veterum_, pag. 310, § 26.
[115] _Evang._ Math., C. 5.
[116] Job. c. 13.
[117] _Hypercalypsis_ Didymi Cler., c. 13.
[118] _Ecclesiastes_, c. 3.
[119] _Evang._ secundum Joan., c. 18.
[120] Segni, _Storie_, lib. III.
[121] Statua mirabilissima di Donatello, situata nel campanile del
Duomo di Firenze: così venne chiamata perchè del tutto calva. Vasari,
_Vita di Donatelli_.
[122] Gli è questo un proverbio antico di Firenze, nato da questo,
che, per essere la chiesa di ser Umido in quartiere povero, quando
vi ricorreva il perdono, copia di popolo si accalcava a baciare la
reliquia, ma non lasciava quattrini.
[123] Questo fatto con altri è riportato dal Nardi; uno simile ne
racconta il Varchi.
[124] Nerli, cap. 4.
[125] Che frate Girolamo, comunque innocente, sia stato impiccato ed
arso a istigazione di papa Alessandro VI, OGNI UOMO SA: che trovato
senza colpa intendevano assolverlo, ma il commissario pontificio gli
ponesse il capestro al collo dicendo: _Un frataccio di più o uno di
meno, importa poco: vadano pur tutti e tre_, SANNO MENO; che fino alla
metà del secolo passato nel dì 23 maggio, anniversario della sua morte,
si trovasse nella piazza della Signoria, al luogo dov'ebbe supplizio,
la fiorita, o fiori diversi sparsi per la terra, NESSUNO SA. Nuovo
segno di progredimento del secolo nei costumi servilmente civili e
frivolmente politi. _Vita e opere_ del Savonarola, edizione di Pisa.
[126] Varchi, lib. X. Agli esempi antichi i casi recenti della patria
nostra vengono ad aggiungerne altri funestissimi e forse del pari per
la esperienza perduti, attesa la prosuntuosa ed ignorante avventatezza
di coloro ch'io non so se mi abbia a chiamare amici o piuttosto nemici
della libertà.
[127] _Discorso sulla forma del governo di Firenze._
[128] L'Ulloa, lib. II _Vita di Carlo V_, afferma che parlassero con
Cesare; — lo nega il Varchi. Il secondo come testimonio oculare, doveva
essere meglio informato del primo.
[129] _Buffoni_, uomini di corte. — _Perchè fu_ UOMO DI CORTE,
_cioè_ BUFFONE. — _Vita di Cola di Rienzo_, tomo I, pag. 69. — Beata
l'antichità! almeno allora le cose si chiamavano dai propri loro nomi,
e si diceva al pane pane, al sasso sasso: oggi è diverso, gli uomini
di corte non si chiamano più buffoni, ma ciambellani, maggiordomi, ec.
ec.: la parola ha cessato di essere dimostrativa.
[130] Varchi, lib. X.
[131] Vedi Boccaccio, _Novella del frate Cipolla_.
[132] Modo volgare che significa da mandare in galera.
[133] Modo volgare che significa forca.
[134] Morbo pediculare, per cui tra i molti perirono Silla Felice e
Filippo II di Spagna.
[135] Anco secondario il predetto Cola ammoniò i rettori e 'l popolo
a lo ben fare per una similitudine la quale fece pignere nel palazzo
di Campidoglio nanti 'l mercato, ne lo parete fuora, sopra la camera;
pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo mare,
le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava una nave
poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa nave, la
quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita di nero,
cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto, scapigliati
li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata, incrociava le
mani piegate al petto per pietade, in forma di pregare che suo pericolo
non fosse: lo soprascritto dicea: _Questa è Roma._ Attorno questa
nave, da la parte di sotto nell'acqua, stavano quattro navi affondate,
le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li timoni. In ciascuna
stava una femmina affogata e morta. La prima avea nome _Babilonia_,
la seconda _Cartagine_, la terza _Troia_, la quarta _Gerusalemme._
Lo soprascritto diceva: _Queste cittadi per la ingiustizia pericolaro
e vennero meno._ Una lettera esciva fuora fra queste morte femmine e
diceva così:
Sopra ogni signoria fosti in altura,
Ora aspettiamo qua la tua rottura.
Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina
che sedea vergognosa, e diceva la lettera: _Questa è Italia_; favellava
questa e diceva così:
Tollesti la balía ad ogni terra,
E sola me tenesti per sorella.
Nell'altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li
ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:
D'ogni virtude fosti accompagnata,
Ora per mare vai abbandonata.
Queste erano quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia,
Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava un'isoletta, e in questa
isoletta stava una femmina inginocchiata: la mano distendeva al cielo
come orasse; vestita era di bianco, nome aveva _Fede Cristiana_: lo suo
verso dicea così:
O sommo patre, duca e signor mio,
Se Roma pêre, dove starò io?