allorchè il perfido uccisore si accosta insidiando col mantello rosso
al re della mandra — e glielo para davanti agli occhi, — e lo induce
a piegare il collo per cacciargli tra le vertebre la spada, — gemei e
dissi: Così la Speranza!
Siede intera la umanità al convito di Tantalo, — lei la sete tormentano
e la fame tra sorgenti di dolci acque che rifuggono dalle labbra
inaridite, e tra frutti che si allontanano dalla mano bramosa. — Te
salutai, Speranza, come il più tristo dei pensieri che nacque in mente
a Lucifero — quando col cuore pieno di rabbia precipitava dal cielo
all'inferno.
In cielo, in terra, in mare, tra uomini e tra belve, quanto mi occorse
di perfidamente iniquo osai di assomigliartelo, o Speranza.
Io ti calunniava.
Figlia alata del desiderio, secondo che tuo padre ti genera turpe o
generosa, tu ritorni a rallegrare la mente donde sei uscita, come la
colomba dell'arca con l'olivo in bocca in segno di più felice avvenire,
o, come il corvo, ti svii a divorare i cadaveri.
Tu nasci dal fuoco, però che il desiderio sia una fiamma, — e s'egli
arda fosco e colpevole, tu ti diffondi per l'orizzonte della vita
come fumo di bitume che i venti disperdono, e gli uomini maledicono;
— se invece sieno sacre le fiamme che ti partoriscono, te accoglie il
firmamento candidissima nuvola che la luce ama tingere nei colori della
conca marina, e gli aliti della sera ondulare soavi, quasi perla sul
seno della vergine che palpita. — Gli uomini desiosi tengono dietro
al tuo volo perchè tu rassomigli lo spirito eletto che muove alle
dimore celesti, — il voto del cuore generoso, — la preghiera di anima
innamorata, — e appresso te sospirano, perocchè pensino che quel gemito
a te affidato possa toccare le soglie del paradiso.
Tu, dea, conosci se i miei desiderii furono per me, — se spuntarono
dalla mia testa truci, quali i serpenti da quella della Gorgone, — o
se piuttosto, a mo' di raggi degni di splendere intorno alle chiome
dei santi; — tu sai che io ho mai desiderato salire per le tre scale —
della ipocrisia, — dell'abiezione, — e della infamia alla reggia del
vituperio; — se mai mi talentò staccare dalla massa di ferro che si
aggrava sul petto degli oppressi una verga onde batterne a mia posta
il capo al mio fratello per fargli sapere che vivo; — se mai mi prese
vaghezza stendere il cavo delle mani ebbre di cupidigia allo strettoio
ove si spremono monete e sangue ai popoli — la vendemmia dei re!
Il mio desiderio si volse a tutte le nuvole pregne del fuoco celeste
onde lanciassero il fulmine sul capo, — a tutte le pietre perchè si
scoppiassero sotto ai piedi degli oppressori; — avrei voluto che
il mare sopra ogni flutto apportasse loro una maladizione, — una
maladizione cadesse sopra di loro da ogni stilla di rugiada che emana
dalle foglie, — che l'universo avesse una voce di obbrobrio per quelli
che fanno piangere. — O Cristo! non troverai un'altra piscina entro la
quale sanare la umanità dalla lebbra dei tiranni?
Io ti chiamo in testimonio, o Speranza, se in mezzo alla più atroce
delle sventure che mai possa aggravarsi sopra un cuore superbo, — la
miseria, con la quale tentarono avvilirmi, — io mai abbia pensato a
cosa che fosse turpe, — o se il mutamento della mia condizione abbia
preposto a quello della mia patria.
Nel mio povero tetto educai un cipresso per tesserne ghirlande alla
maestosa defunta, — e venni quotidianamente inaffiandolo col pianto dei
popoli; ma poichè mi avanzava copia di umore — (non ho io avvertito
ch'egli era pianto di popolo?) — spensierato vi piantai accanto un
alloro, — e nello inacquarne le radici, spesso, quasi mio malgrado,
diceva: Forse... chi sa?...
Ora accadde che la terra degl'incliti trapassati è stata potente ad
alimentare ancora l'alloro. — Egli crebbe glorioso accanto il cipresso.
La immagine della morte e la immagine della vita si confondono insieme,
— i rami loro s'intrecciano, — e le frondi susurrano, quasi due
amici che si ricambino misteriosi colloquii; — forse l'uno confida
all'altro il segreto per cui vediamo che un Dio e un popolo non possono
lungamente tenersi chiusi dentro il sepolcro.
La fenice è una favola, ma un popolo che rinasce dalle sue ceneri può
essere verità...
O Speranza, — quando, votata la coppa dell'ira di Dio, ti contemplai
nel fondo — io volli quinci rimoverti come la più amara di tutte le
fecce, — ma tu mi parlasti dicendo: A che mi getteresti? Io sola posso
riempire questa coppa della linfa di vita, — dell'acqua che scorre
dalle fontane celesti, destinata al battesimo delle generazioni che
rinascono.
Più pietosa assai delle preghiere che Omero cantò[378], per rifiuto nè
per oltraggio tu ti sdegnasti; — voce mutata e sembianza, non salisti
al cielo ad imprecare vendetta sopra lo inospitale, — ma sotto rigido
aere, per notti procellose, ti sei posta senza lagnarti a piè della
porta, pure aspettando che ti venissero aperti i domestici penetrali.
Chiusa ch'ebbi la lapide di granito sopra la tomba della patria, — io
vidi la Speranza dall'altra parte del tumulo sorridente e serena. Poi
levò la mano e descrisse col dito teso nei cieli l'iride dell'alleanza;
— poco dopo, agitando le sue bellissime ale di farfalla, ne scosse una
polvere splendida quanto il raggio della prima stella che scintillò
sopra la terra, e — «Se vuoi un segno», — ella disse, — «volgiti alla
terra e guarda il segno.»
Ed io declinai lo sguardo, e sul granito era cresciuta una messe
degna di lui; — aveva lo stelo di acciaro forbito, la spiga a guisa
d'impugnatura di spada.
«Un angiolo», riprese, «uscirà tra poco dal tempio e griderà con gran
voce: — Mettete dentro la vostra falce, imperciocchè l'ora del mietere
sia venuta, e il ricolto rimasto sopra terra si secca[379].»
A che dunque l'angiolo indugia? La raccolta non pure è matura, ma la
terra è stanca di sopportarla.
Quasi turbine di polvere cacciato dal vento, miriadi di giorni al
soffio del tempo passarono sopra la faccia del mondo, — però quel
giorno non cadrà immemore di mano al secolo dentro l'abisso; schiuse
appena le palpebre, la eternità gli porgerà alimento con le mamelle
di bronzo, — i sette giorni della creazione al suo primo apparire
lo saluteranno dicendo: Quantunque nato a distruggere, tu non ci sei
meno fratello; — benchè tardi venuto, ti sentiamo più grande di noi; —
noi sospendemmo alle volte dell'empireo il sole, la luna e gli altri
luminari, — ma ci dimentichiamo dell'astro senza del quale il sole
non iscalda, non rallegra la luna; campo di morte è la terra, e che tu
vieni adesso per porvi — l'astro della libertà.
Oh quanto tarda questo giorno!
Seduto sopra il colle, come i bardi di sant'Ulfrido[380], vedrò
la battaglia, — l'ultima che combatteranno gli uomini tra loro, e
celebrerò la vittoria, — la sola forse che il poeta potrà cantare senza
calarsi la ghirlanda sul volto per nascondere il rossore.
Certo allora il mio sangue mi scorrerà languido nelle vene, ma un
raggio di quel sole lo renderà più vivido che mai fosse nei tempi
della giovanezza, — le sfere si curveranno al mio orecchio, e l'armonia
dei cieli mi sarà rivelata, — lo spirito dei profeti scenderà sul mio
capo, — gli avelli stessi degli antichi defunti manderanno un suono
per rispondere al cantico nuovo, — all'inno della resurrezione e delle
glorie di Dio.
E quando il cantico sarà cessato, — l'ultimo tocco delle corde e
l'ultimo palpito del mio cuore spireranno insieme, — la mia anima
volerà sopra l'estrema vibrazione armoniosa al principio di tutta
armonia.
O figli miei, — io ho molto patito per voi; io merito un premio.
Non vi chiedo lacrime, — perchè non dovete più piangere.
Non vi chiedo sepolcro di marmo; — egli occuperebbe alcuni passi di
terreno che voi adopererete meglio seminandolo di frumento; — e poi
a me piace la tomba dove ogni anno la primavera rinnuova la verdura,
— e fino d'ora parmi che non morrò intero se sopra il mio capo farà
germogliare la natura erbe odorose e bei fiori.
E nè anche io vi chiedo la fama; — perchè v'ingombrereste lo
intelletto con la ricordanza delle cose che furono? Gittate la storia
nell'inferno, come il dragone dell'Apolicasse, e suggellatelo con
sette sigilli sopra di lui[381]. Che cosa mai presumereste impararvi?
V'imparereste come la colpa generi la vendetta, e la vendetta la colpa,
come il serpe si morda la coda, ed è cerchio infame di misfatti e
di errori. Abbia il tempo i suoi diritti, continuando il privilegio
di Saturno di divorare i suoi figliuoli; — un giorno anch'egli sarà
divorato a vicenda da sua madre; — il minuto semina l'ora e raccoglie
la giornata; — la giornata semina l'anno e raccoglie il secolo; —
l'eternità semina il tempo e raccoglie la morte, — e morte sia: —
perchè mi dorrebbe la morte del mio nome dopo quella del mio corpo? —
Il lenzuolo funerario non si consuma egli dentro il sepolcro? Perchè
non si dovrebbe logorare anche la fama, ch'è il sudario funebre
dell'anime?
Tutto parla di morte quaggiù. Mentre guardi il cielo, ti si apre sotto
ai piedi una fossa; — mentre vagheggi un fiore sopra la terra, nel
firmamento impallidisce una stella; — e se il tuo capo riposi sul seno
dell'amata tua donna pensando inebbriarli di voluttà, — ecco, ecco, —
bada a questo: le stesse pulsazioni del suo cuore ti misurano la vita
che manca e il tempo in cui ti avvicini al sepolcro.
Dove sono o come si chiamarono gli uomini che lottarono con le mani
ignude contro ai lioni e rimandarono senza denti la tigre al deserto?
In qual modo si distrussero i giganti, — la razza dei feroci cacciatori
al cospetto di Dio? Dove giacciono i ruderi dei loro enormi monumenti?
Chi visse in Palmira e chi regnò in Persepoli? Chi cantò prima di Lino
e d'Orfeo? Chi combattè prima di Agamennone[382]? — Anche il firmamento
rimase vedovato dei suoi splendori, — le Pleiadi disparvero, — e non
pertanto quali occhi piansero perduti que' bei raggi del cielo? Chi di
noi può vantarsi più forte dell'elefante — più bello del destriero, più
maestoso del cedro del Libano? — Eppure chi si curò rammentarci quando
l'alligatore divorò l'elefante, — il cavaliere straziò degli sproni
i fianchi al buon cavallo, — e la scure rapì alla foresta il suo più
nobile figlio?
E chi dunque sono io perchè mi debba increscere la dimenticanza?
Io però merito un premio, e ve lo domando. Deh! fate che prima di
chiudersi nel sonno della morte questi miei occhi possano vedervi
liberi e felici sopra la terra dei vostri padri.
E questo è il premio ch'io domando da voi.
* * * * *
E veramente parve che questo premio avrei potuto avere correndo gli
anni di Cristo Redentore 1848, ma noi Italiani uomini mancammo alla
fortuna, non la fortuna a noi. Adesso vecchi ed affranti, fummo
condannati al martirio di Sisifo: non importa; amici antichi siamo
la sventura e noi, sicchè prima andrà sbrizzato il sasso che cessi
il talento e l'opera di rotolarlo. Questo imparammo dai nostri padri,
questo insegnammo ai nostri figliuoli. Nell'ora in cui scrivo, la mia
anima va ingombra di molta amarezza, dacchè consideri starci il mondo
intero nemico e la Francia peggio degli altri; ella non ha neanco
parole per noi, o le ha stolte, qualche volta maligne; non importa: noi
vogliamo essere liberi dalla oppressione straniera[383].
FINE
INDICE
A N. G. A. pag. VII
Introduzione » IX
I. Nicolò Machiavelli » 1
II. La ritirata d'Arezzo » 35
III. Il papa e l'imperatore » 59
IV. La incoronazione » 87
V. Papa Clemente VII » 121
VI. Lucrezia Mazzanti » 143
VII. La pratica » 165
VIII. Giovanni Bandino » 197
IX. Michelangiolo Buonarroti » 227
X. Fra' Benedetto da Foiano » 249
XI. Il profeta Pieruccio » 265
XII. Maria dei Ricci » 289
XIII. L'assalto notturno » 311
XIV. Il Morticino degli Antinori » 327
XV. Andrea del Sarto » 353
XVI. La vendetta » 383
XVII. Le baldracche » 403
XVIII. Amore » 423
XIX. La sfida » 437
XX. Il guanto » 449
XXI. La separazione » 463
XXII. Il duello » 473
XXIII. La morte » 503
XXIV. Il sacco di Prato » 517
XXV. Volterra » 543
XXVI. Il traditore » 583
XXVII. Il calcio » 615
XXVIII. Finis Florentiæ » 645
XXIX. La battaglia della Gavinana » 673
XXX. La vendetta degli uomini e
il castigo di Dio » 715
NOTE:
[1] «Pater meus cecidit vos flagellis, ego autem cædam vos
scorpionibus» _Reg._, lib. III, cap. 12, v. 11.
[2] Lord Byron.
[3] «Hæc dicit Dominus: Maledictus homo qui confidit in homine.»
_Jerem._, cap. XVII, v. 5.
[4] «Non fuit antea nec postea tam longa dies, obediente Domino voci
hominis et pugnante pro eo.» _Josue_, cap. X, v. 14.
[5] Et dixi: «Usque huc venies, et non procedes amplius, et hic
confriges tumentes fluctus tuos.» _Job_, cap. XXXVIII, v. 11.
[6]
«Pejoraque sæcula ferri:
Temporibus quorum sceleri non invanit ipsa
Nomen, et a nullo posuit natura metallo.»
JUVEN., Sat. 13.
[7] Brantome, tomo X.
[8] Parini, a Silvia, _Ode sul vestire alla guillotina._ Però fu ai
tempi di Francesco I che cominciò in Francia l'andazzo dei capelli
corti e della barba lunga, imperciocchè cotesto re giocando il dì di
Epifania a Romoralin col conte di Sanpolo con le palle di neve, rimase
ferito nel capo, ond'ebbe a mozzarsi i capelli per farsi curare, ed
indi in poi non se li fece più crescere secondo la foggia che usavano
i soldati svizzeri e italiani. — Ad. Thiers, _Histoire des perruques_,
pag. 23.
[9] «Pænituit eum quod hominem fecissit in terra.» _Genesi_, cap. VI.
6. — «Delebo hominem... pænitet enim me fecisse eos.» _Ibid._, cap. VI,
7.
[10] «Samaritanus misericordia motus est. Et approprians alligavit
vulnera ejus, infundes oleum et vinum.» _Ev. sec. Luc._, cap. X, 33.
[11] Soph. in _Œdip._
[12] Jul. Capitol. _Pertinax imperator._, in fine. «Signa interitus hæc
fuerent: ipse, ante triduum quam occideretur, in piscina sibi visus est
videre hominem cum gladio infestantem.»
[13] «Ecce populus ut leæna consurgens, et quasi leo erigitur: non
accubabit donec devoret prædam et occisorum sanguinem bibat.» _Num._,
cap. XXIII, v. 24.
[14] In codesta occasione si rammenta che una pietra cadendo ruppe il
braccio sinistro del _Davidde_ di Michelangiolo. Varchi, _Storie_, tom.
I.
[15] Tali erano i moderati antichi, che arieggiano ai moderni come
gocciola a gocciola.
[16]
Ma non sia alcun di sì poco cervello
Che creda, se la sua casa rovina,
Che Dio la salvi senz'altro puntello:
Perchè e' morrà sotto quella rovina.
_Asino d'oro_, cap. V.
[17] Busini, _Lettere_.
[18] _Storie fiorentine_, lib. III.
[19] _Della natura dei Francesi._
[20] _Principe_, cap. III. «E di questa materia parlai a Nantes
col Roano, quando il Valentino, che così era chiamato Cesare Borgia
figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna, perchè, dicendomi
il cardinal Roano che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io
gli risposi che i _Francesi non s'intendevano dello stato, perchè,
intendendosene, non lascerebbero venire la Chiesa in tanta grandezza_.»
[21] Busini, _Lett. II_.
[22] Machiavelli, _Dialogo sulla lingua_.
[23] Machiavelli, _Principe_, cap. XV.
[24] _Disc._, lib. I, cap. 55.
[25] _Discorso per la riforma dello stato di Firenze a Leone X._
[26] _Disc._, lib. 9, cap. I.
[27] _Disc._, lib. I, cap. 10.
[28] _Principe_, cap. XVII.
[29] A maggior prova di questo si narra che Giulio II mandasse Pietro
Oviedo, spagnuolo, al governatore di Cesena, che lo teneva pel duca,
con uno scritto del Valentino, col quale gli si ordinava cederla.
Il governatore rispose non potere obbedire agli ordini di un signore
prigione, e meritare gastigo chi veniva pel suo disonore; per la qual
cosa fece gettare l'Oviedo giù dalle mura. TOMMASI, _Vita di Cesare
Borgia._
[30] _Principe_, cap. VII; Tommasi, _Vita di Cesare Borgia._
[31] _Principe_, cap. VII.
[32] _Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare
Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo (Baglioni) e
il duca di Gravina Orsini._
[33] _Principe_, Cap. VIII.
[34] Varchi, _Storie_, Tomo I.
[35] Tommasi, _Vita di Cesare Borgia._
[36] _Principe_, cap. II.
[37] Guicciardini, _Storia d'Italia._
[38] Varchi, _Storie_, tomo I.
[39] Lord Nassau Clavering, conte Cowper e il cavaliere Alberto
Rimbotti promossero ancora il monumento del Machiavelli in Santa Croce.
Antonio Spinazzi scolpiva; il dottore Ferroni componeva la iscrizione
famosa: _Tanto nomini nullum par elogium._ Merita di essere consultata
sulla vita e gli scritti del Segretario l'opera recentissima del
signore Artaud intitolata _Machiavel_, tomo II, presso Didot, Parigi,
1833. Quantunque io non partecipi affatto le sue idee intorno al mio
eroe, riporto con piacere le sue parole, tomo II, pag. 494, dove, dopo
di avere esaminato i diversi ritratti del Machiavelli e dimostrato
come spesso lo abbiano confuso con quello di Lorenzo il Magnifico e più
spesso con l'altro di Cosimo I, errore in cui cadde Morghen, e nel 1831
il Passigli nella sua edizione delle opere del Machiavelli in un solo
volume, dice avere ristabilito il vero in testa del suo libro mercè
il raro Ingegno del sig. Ruhierre, il quale espressa nell'incisione:
«lo splendore _igneo_ dello sguardo del nostro Fiorentino e quella
specie di solenne impassibilità con la quale par che domandi ai
secoli presenti che cosa aspettino da lui e per qual ragione tra tanti
autori antichi e moderni sia stato scelto il suo nome, poi vilipeso
e condannato a diventare una ingiuria plebea, un insulto spietato.»
Alcuni fatti discorsi in questo capitolo dal Machiavelli avvennero
qualche tempo dopo la sua morte.
[40] Canzone citata nell'_Alhambra_ di Washington Irving.
[41] Filiberto fu ultimo germe maschio della famiglia degli Chalons; i
suoi beni e i suoi titoli passarono alla sua sorella Claudia moglie di
Renato conte di Nassau. Robertson, _Vita di Carlo V_, lib. V.
[42] _Modo da praticarsi contro i popoli ribellati della Val di Chiana._
[43] Giannetto Donati, _Vita di Francesco Ferrucci._
[44] Si chiamava Marzocco il lione coronato, insegna del Comune di
Fiorenza. Varchi, _Storie._
[45] _Purg._, canto XIV.
[46] Vedi c. 1. _Modo tenuto dal duca Valentino per ammazzare
Vitellozzo Vitelli_, ecc.
[47] Vedi opera sopra citata.
[48] Ammirato, _Famiglie fiorentine_; Machiavelli, _Storie_.
[49] Busini, lettera XII. _Parallelo fra Malatesta Baglioni e Francesco
Ferruccio capitani dei Fiorentini._ — Scrittura del tempo. — Codice
Riccardiano. — 1826, pag. 2.
[50] Busini, lettera XII.
[51] Nerli, _Stor._, lib. XII.
[52] Nell'opera intitolata — _Assedio di Firenze_, illustrata con
inediti documenti, occorre un passo della lettera 51 di Carlo Cappello,
ambasciatore veneto presso la Repubblica di Firenze il quale annunzia
come le genti di Arezzo sarieno state la sera del 19 settembre 1529
a Firenze, però che avessero deliberato di lasciarlo, onde non tenere
troppi presidii e trovarsi meno forti. Sul quale proposito l'Annotatore
dottissimo osserva che per queste parole andrà meno odiosa ai posteri
la fama dell'Albizzi; imperciocchè il modo di questo annunzio e il
silenzio dello spavento che alla notizia si dice scombuiasse Firenze
porgono testimonianza cotesto abbandono essere stato prescritto, non
già volontario; la quale opinione gli viene confermata da non vedere
ricordato Arezzo tra i luoghi che voleva leggere la Signoria nella
lettera 58 del medesimo oratore. La memoria dei defunti è cosa sacra
nè va tocca con leggerezza da cui sente la religione della storia; ma
nè per le allegazioni delle lettere del Cappello nè per l'avvertimento
del signore Albèri parmi deva punto alterarsi il giudizio da solenni
storici contemporanei portato sopra il turpe fatto di Antonfrancesco.
Esaminando diligentemente la corrispondenza intera, trovo che, essendo
riuscito ai Fiorentini di tenere ferma la rôcca di Arezzo, quivi quanto
più poterono si ressero (lett. 52); per la qual cosa viene fatto di
domandare: se cessero la città, perchè serbarono la rôcca, che pure
distraeva dall'esercito 300 fanti dei buoni? Ancora dalla lettera
53 e seguenti si cava che i Fiorentini urgevano i Veneziani affinchè
movessero le loro genti da Urbino, le quali, unite a 4000 fanti mandati
da Firenze, facessero prova di ricuperarlo; e se i Veneziani non si
volevano muovere, la Signoria, come disposta a riavere Arezzo, spediva
Andreolo Zati commissario in Casentino a levare gente e tentare la
impresa. Ora, perchè tanto affanno a ricuperare quasi subito quello che
si era abbandonato poco anzi spontanei? Arrogi che le prime notizie,
per ordinario, non esperimentiamo le meglio sicure; nè il Cappello
in tutto e per tutto concorda col Varchi, informatissimo narratore e
pacato: di più, l'altro documento estratto dalla Riccardiana, messo
dal medesimo signor Albèri in fondo del volume, dichiara: «Accordossi
adunque il Malatesta con gl'imperiali e venne con le genti fiorentine
verso Arezzo: la quale terra desiderando i nostri che fosse difesa
per rompere la strada ai nemici, mostrò egli al Commissario tante
difficoltà in tal cosa ch'egli deliberò abbandonarla, e così tutti
vennero alla volta di Firenze; ma arrivati che furono a San Giovanni,
ebbero commissione dai Dieci di mettere tanta gente in Arezzo che la
difendesse.» Per ultimo, ella è arte consueta dei governi dissimulare
o diminuire la fama delle cose infortunatamente successe: di ciò
frequenti esempi nelle storie e in quella romana durante la seconda
guerra punica preclari. Antonfrancesco Albizzi fu ottimate codardo di
codesti tempi, che vale quanto _moderato_ ai dì nostri: e con la sua
infamia rimanga.
[53] Arme del comune di Arezzo.
[54] Varchi, _Storie_, an. 1529; Busini, lettera XII.
[55] Armando Duplessis, cardinale di Richelieu, ministro di Francia
sotto Luigi XIII, diceva che le donne e i preti non dovevano perdonare,
perchè ciò in altri sarebbesi attribuito a virtù, in loro poi a
debolezza.
[56] Dante, _Parad._, c. XVI.
[57] Però i brevi pontificii si dicono suggellati _sub annulo
piscatoris_.
[58] Filippo il Bello, mercè l'opera e i consigli di Musciatto
Francesi cavaliere fiorentino e di Sciarra Colonna barone romano,
prese Bonifazio VIII papa in Alagna. Invano questo pontefice vestì gli
abiti sacerdotali, si pose maestosamente a sedere sul trono; ch'ebbe a
soffrire i più crudeli oltraggi. Sciarra con la mano coperta dal guanto
di ferro lo percosse sul volto. — Onde l'Alighieri esponendo quel caso
scriveva:
Perchè men paia il mal futuro e il fatto,
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
E nel Vicario suo Cristo esser catto.
Veggiolo un'altra volta esser deriso,
Veggio rinnovellar l'aceto e il fiele,
E tra vivi ladroni esser anciso.
_Purg._, canto XX.
Il popolo di Alagna, che prima aveva tenuto mano alla sua cattività,
lo liberò il terzo giorno: nondimeno fu tanto lo sdegno concepito
che fra brevi giorni morì come arrabbiato, e fu adempita la profezia
di Celestino, il quale disse ch'egli entrerebbe nel pontificato come
una volpe, vivrebbe come un lione e morrebbe come un cane. VILLANI,
_Stor._, c. 8.
[59] Filippo padre di Carlo V nacque dell'imperatore Massimiliano e da
Maria di Borgogna, unica figlia di Carlo _il Temerario_.
[60] La corona di ferro, che si conserva a Monza, di fuori è composta
d'oro e di gemme, dentro poi la circonda una lamina di ferro; dicono
essere un chiodo di Cristo.
[61] Robertson, _Vita di Carlo V_, lib. I.
[62] Robertson, _Vita di Carlo V_, lib. XII.
[63] Detto, loco citato.
[64] Don Ferdinando di Alarcon ebbe in custodia Francesco I dopo la
battaglia di Pavia e Clemente VII dopo il sacco di Roma.
[65] Giorgio Frandesperg, luterano, scese in Italia nel 1526, con
15,000 fanti tedeschi ed una moltitudine di cavalieri; egli portava in
seno un laccio d'oro per impiccare il papa, ed altri di seta cremesina
all'arcione per impiccare i cardinali. Varchi, _Stor._
[66] Sismondi, _Storia delle Repubbliche italiane_, cap. CXV;
Guicciardini, _Stor._, lib. XVI.
[67] Nardi, Stor., lib. VI.