«Clemente! Clemente! Se le mie colpe saranno gravi sulla bilancia

dell'Eterno, quanto mai vi peseranno le tue! Comecchè io fossi degno

di avvilimento e di peggio, non per questo mi sei meno spergiuro. Tu

hai falsato meco tutti i tuoi giuramenti...; solo mi gittasti davanti

un brano di popolo ond'io mi v'insanguinassi le labbra, — e potere dir

poi: Vedete, anch'egli è della famiglia dei lupi...

«A che mi valse il tuo consiglio, Cencio? — I miei bravi percorsero

tutte le corti d'Italia, mandarono cartelli a chiunque osasse chiamarmi

traditore. Sono stati derisi, e gli hanno rimandati dicendo: Non fa

mestieri duello, — chi dubita essere stato traditore Malatesta?

«Clemente ha preposto al governo di Perugia Ippolito cardinale suo

nepote: questi ogni giorno appresta insidie alla mia vita; — mi dolgo

al papa, ed egli risponde non essere atto a fare stare a segno un

cervello così eteroclito e balzano, volendo per questo modo significare

che mi concede in preda al mio nemico, tanto crudele più — quanto

la sua ira non nasce da passione, ma da disegno. — Odia costui la

tirannide perchè non fu promosso tiranno, — ora ostenta modi ed affetti

repubblicani, blandisce i fuorusciti, accarezza Dante da Castiglione,

aizza contro di me i Perugini; — queste misere reliquie della mia vita

contende alla infermità e desidera spingermi per morte sanguinosa

dentro il sepolcro. — Ahi stolto! se tu indovinassi quali giorni io

tragga, tu manderesti pel fisico più famoso del mondo onde cercasse

allungarmi la vita. Qual supplizio presumi inventare più tormentoso

della mia coscienza?»

E Cencio, che pochi giorni innanzi era stato preso a sassi dalla

famiglia del cardinale, ed uno dei fanti aveva ardito perfino levargli

la spada, romperglierla a mezzo, e quindi dargli dei tronconi nel viso,

con voci di sospiro lo interrogava:

«Ma qual pensiero, quale ostinazione è questa vostra? Perchè volete

rimanervi qui a farci ammazzare tutti come paterini? Avete munito di

anni e di ogni sorta di provvisioni il vostro buon castello di Bettona,

nè sarà facil cosa al cardinale superarne i ripari.»

«I miei capelli, comunque crescano sopra testa maladetta, sono

numerati; non dubitare, Cencio, neppure uno di essi cadrà, se lo

impedisce il Signore; e se per lo contrario al cardinale fu commesso

dalla provvidenza di trucidarmi, le salde mura di Bettona si romperanno

come vetro al suo urto; — il frutto quando è maturo bisogna che caschi.

— Nessuno, Cencio, più di noi può rendere testimonio che Dio esiste...

— noi sentiamo la sua esistenza come un chiodo nel cuore...»

«Ahimè! finisce il mondo, Malatesta sermoneggia», interrompe Cencio

sforzandosi, comecchè inutilmente, riprendere l'antica gaiezza;

«mettiamoci in salvo. Che dice il proverbio? Aiutati con due mani, e

Dio ti aiuterà con una...»

«Cencio», gridò Malatesta, «non bestemmiare, vedi, o ch'io ti faccio

gettare giù dai balconi...»

E alzò irato il volto per aggiungere alle parole la minaccia degli

occhi.

Cencio, o sia a cagione del suo spirito abbattuto pur troppo, o sia che

veramente la voce del Baglione gli sonasse più severa che mai l'avesse

udita per lo tempo innanzi, levò il viso a sua posta.

E i loro occhi s'incontrarono.

La fiamma ora nascondendosi sotto i tizzoni spariva, ora scaturendo a

modo di lingua di fuoco avventava un getto improvviso di luce sopra

gli oggetti circostanti. E quel subito splendore gli sformava e li

travolgeva in aspetti bizzarri: le cose inanimate parevano scontorcersi

sotto il tormento d'inconsueti dolori. Le sembianze dei nostri

personaggi disfatte e terribili davano idea del come debbano agitarsi

nell'inferno le anime dei dannati. L'uno l'altro guardando, Cencio e il

Baglione proruppero in un grido e al punto stesso esclamarono:

«Voi avete...»

«Tu hai...»

«Una faccia di demonio.»

E quando quella loro paura fu del tutto quieta, si celarono gli occhi

con le mani, profondamene avviliti, ed esclamarono:

«A che mai siamo ridotti!»

All'improvviso il silenzio che lungo si manteneva in cotesta sala

viene rotto da un alto schiamazzo, da un cozzare di ferri, da minacce;

da bestemmie e grida dolorose, e poi un romore di persone qua e

là accorrenti, un chiudere di porte, e quindi ancora a mano a mano

appressarsi il calpestio.

Malatesta si alza tremante. — ma non per paura; però con le mani

non abbandona i bracciuoli della sedia, in questo modo sostenendo

l'infermo suo fianco. Allorchè il rumore sempre più appressandosi sta

per prorompere nella sala, la sua destra con moto spontaneo ricorre

al manco lato per cercarvi la spada; le gambe indebolite non bastano a

sorreggerlo in piedi, e vacillando trabocca sopra la sedia; — sorrise

e si acconciò nell'atto che gli parve più dignitoso per aspettarvi la

morte.

Si spalancano le imposte, e una turba di uomini e di donne inonda la

sala. Alcuni dei sopravvenuti portavano torcie di bitume, sicchè la

nuova scena andava illuminata da quel sinistro splendore. Non si sapeva

la cagione vera del trambusto, — urlavano tutti, e più di tutti una

donna, che disperatamente si abbandona sopra un ferito trasportato

dai suoi compagni; — chi quell'uomo e quella donna si fossero non

si distingueva, tanto erano contaminati dal sangue che copiosamente

sgorgava da una profonda ferita fatta all'uomo nella gola. In mezzo a

tanti gridi il Baglioni giunse a capire che poc'anzi a bello studio era

passata prossima alla sua casa una masnada di bravi della famiglia del

cardinale e che, avendo rinvenuto poc'oltre un suo paggio, lo avevano

preso a malmenare, — ch'egli si era rifuggito a stento dentro la porta,

ma che cotesti scherani, mal sopportando fosse loro scappato di mano,

avevano atteso a rompere gli usci e violare il domicilio di messere

conte: — che allora essi, seguendo lo esempio di messere Ridolfo figlio

di messere Malatesta, avevano aperto le porte e respinto la forza

con la forza; — esserne nata una molto terribile mischia, — due della

famiglia del cardinale rimasti morti sopra la strada, — il maggiordomo

di casa avere tocco una ferita mortale nella gola, sicchè, come poteva

vedere, più poco gli rimaneva di vita; — in breve si aspettasse a

sostenere più duro assalto, perocchè i famigli del cardinale, partendo,

avevano promesso sarebbero tornati in forza, per lo più tardi, tra

un'ora.

Malatesta udiva il racconto impassibile come se a lui non concernesse.

Intanto gli occhi del moribondo natanti nella morte lo cercavano

per raccomandargli con l'ultimo fiato della sua vita la moglie e i

figliuoli; — favellare ad alta voce non poteva; — con lo spirito pronto

a partirsi un argomento per richiamare l'attenzione di lui cercava,

e non gli occorreva; — sentendosi avvicinare il diaccio della morte

sul cuore, raccolse nel cavo del pugno alquanto di sangue e glie lo

gettò sul viso. Malatesta si riscosse, e vedendosi cosparso da quella

terribile pioggia, girò attorno lo sguardo e s'incontrò in quello del

maggiordomo, il quale con estremo conato mormorò:

«La mia famiglia...»

«È morto!» urlò la moglie; e i figli con eco straziante rispondevano:

«È morto! — è morto!»

«Fuggiamo, messere Malatesta», insta Cencio Guercio tremante.

«Mettetevi in salvo, signore», supplicano a mani giunte i vassalli,

«tra pochi minuti non saremo più in tempo.

«Anch'io ho figli... che mi abbandonano... e che io non posso

abbandonare», favella Malatesta immemore di quello che avveniva intorno

a sè.

«Io non vi abbandono», susurrò Ridolfo Leone, che gli si era posto al

fianco per ricoprirlo del suo corpo; «finchè il mio braccio basterà a

sostenere la spada, voi vivrete, signore.»

«Ed io non ardiva abbracciarvi, riprende la sua figlia, — per paura di

affliggere il vostro corpo già intormentito. — Monaldesca vostra non

sa ferire, ma pregherà Dio per voi... e riceverà nel suo seno il colpo

diretto al vostro cuore.»

«Ahi, figli miei! Venite qui appresso a me.» E così favellando solleva

le mani, come per imporgliele sul capo, se non che, di subito mutato

consiglio, lascia caderle abbandonate. I suoi occhi tentano piangere,

ma non rinvengono lacrime, — invece per lo sforzo s'infiammano e par

che versino sangue. «Benedirvi! No, figli miei; la mia benedizione

scenderebbe veleno sopra di voi e v'inaridirebbe la testa... Figli

miei, io vi domando perdono...»

«Silenzio!» gl'impose severamente Ridolfo Leone, — «non mi fate

vergognare al cospetto de' miei vassalli, — le vostre colpe stieno tra

voi e Dio... i vostri figliuoli non devono saperle.»

* * * * *

Il giorno appresso Malatesta era chiuso nel suo castello di Bettona, ma

per morirvi.

Le troppe commozioni e troppo violente durate nel precedente giorno,

— il corpo ormai rifinito, — l'animo fieramente turbato, — il disagio

della via che così infermo aveva dovuto percorrere a cavallo — e il

rigore di una notte di decembre passata a cielo aperto, — tutte queste

cose gli avevano messo una febbre intensissima unita a delirio e a

spasimi che lo facevano voltolare come forsennato nel letto.

Chiamato il fisico, poichè questi l'ebbe lungamente esaminato, dichiarò

quello essere l'ultimo giorno di Malatesta Baglioni.

Venne il confessore, — ma le sue parole non erano intese si pose

accanto al letto recitando sue preci, pure aspettando che un istante

d'intelligenza gli desse abilità ad esercitare il suo ufficio.

Cotesto istante fu atteso invano: — il delirio crebbe e con esso la

smania. Calato il sole, la malattia prese a inferocire più terribile;

molti degli astanti non poterono sostenere gli urli dell'infermo e

lo abbandonarono. — Certo era pur truce la visione con la quale Dio

giudice spaventava quel tristo.

[Illustrazione: ... i suoi occhi si posano sopra la corona di

conte... _Cap. XXX, pag. 783._]

E' gli pareva trovarsi dentro ad un immenso anfiteatro, migliaia e

migliaia di volte più vasto del Colosseo. Tutte le generazioni della

terra stavano sedute sopra i gradini in sembianza di statue scolpite

nel granito. Occupavano i più prossimi, uomini del suo tempo, la

maggiore parte a lui noti, gli altari di forme sconosciute, e quanto

meglio i gradini s'innalzavano, le forme apparivano più gigantesche

e più strane; orridi ceffi, appena umani, che tenevano in grembo o

sotto il braccio tigri, leoni e grifoni, come i damigelli del medio

evo portavano in pugno sparvieri; la estremità dell'anfiteatro andava

ingombra da simulacri di più immane grandezza, — dalle razze ciclopiche

che scrissero la loro storia nelle montagne... che maneggiarono

l'intero abete aguzzato al cratere del vulcano per arnese di guerra...

cavalcarono il mastodonte come caval di battaglia... e una caligine

misteriosa le ravvolgeva a mezzo dentro di sè.

Malatesta, scorgendosi solo nell'arena, notando che gli occhi di tutti

stavano fitti contro di lui come archi tesi, s'ingegnava stringersi,

impiccolirsi, celarsi nelle viscere della terra, — ma la terra era di

granito anch'ella impenetrabile e liscio.

Il piano di granito stava inclinato, e dalla parte ove giungeva

il massimo declivio usciva un frastuono di mare in tempesta e urla

disperate di naufragio, — e divampava un fuoco vermiglio ad ora ad ora

rotto da fulmini, e tra i fulmini appariva un quadrante con una sola

lancetta, — e un'ora sola, — l'ora della eternità.

Di sotto al quadrante, una catena infiammata pendeva nell'abisso.

Le viscere del mondo si commossero, — un terremoto empì della sua romba

il firmamento; — le colonne e gli obelischi dell'anfiteatro piegarono

come cime di alberi al soffio della bufera, — le statue furono

trabalzate dai loro seggi, — i grifoni e le tigri, comunque di pietra,

sembrarono lanciarsi nell'arena atterrite dal pericolo.

Le labbra delle stirpi vissute nel mondo si aprirono, — voci diverse

e orribili favelle, che nonpertanto la giustizia di Dio volle che in

cotesta ora fossero rivelate all'intelletto del Malatesta, gridarono:

«Perchè si tarda? — La eternità è poca al supplizio del traditore.»

Di repente ecco una forza irresistibile strascina Malatesta; gli trema

sotto la terra, egli vacilla com'ebbro, tenta appigliarsi alle pareti

dell'anfiteatro, — ma non trova luogo dove introdurre le dita; — erano

perfettamente liscie e commesse, come se fossero state non di pietra,

bensì di metallo fuso; — ei fu costretto a cadere, e appena caduto,

quantunque agli occhi il pavimento rimanesse fermo, assunse egli pure

l'impeto del torrente e travolse il Malatesta con forza irresistibile.

Allora cominciò una lotta miserabile a vedersi. Il Baglioni s'ingegna

trovare un qualche rialzamento dove attenersi e ritardare la caduta;

— il suolo si stende disperatamente unito. Forte abbranca colle mani

la pietra per imprimervi le unghie, — la pietra non si graffia, ma le

unghie gli si arricciano dolorose verso la radice.

Mentre palpitante si affanna in siffatto travaglio, un vento infiammato

investe l'arena e mena in giro nuvole di terribile mole, — e tra le

nuvole appariscono i fantasmi di tutti coloro che egli aveva menato a

morte a cagione del suo tradimento.

Prima degli altri gli si mostra lo spettro di frate Benedetto da

Foiano, — scheletro affatto, — meno che negli occhi, i quali stavangli

incassati sotto le ciglia ossute, come palle di vetro: — «Dannati,

traditore!» gli disse dandogli una spinta e passò[376].

Segue Rafaello Girolami con le labbra nere e lacerate dall'acqua

tofana, la pelle del colore di piante imputridite, chiazzata di macchie

livide, e, — «Dannati! traditore! — anch'egli gli gridava, — e datagli

la spinta, passò.

Poi venne Francesco Carduccio in sembianza severa, quale lo aveva

sempre veduto mentre che visse, se non che intorno al collo gli

ricorreva un nastro vermiglio, quasi muliebre ornamento. Allorquando

egli volle curvarsi, la testa gli si staccò dalle spalle, ma non per

questo gli disse meno: — «Dánnati!» — e lo cacciò con una spinta verso

l'abisso.

Larve infinite lo tormentano, e tutte godono a fargli oltraggio, a

precipitarlo nel vortice dell'eterno pianto; ma sopra le altre uno

spettro gli sta attaccato alla vita con l'ardore del vampiro che sugge

il sangue alla vittima, — e lo tira, — e vi adopera mani e piedi e

denti e tutto, — e questo spettro è il Pieruccio.

Traendo dolorosi guai, il Malatesta precipita, quando, sul punto che

meno se lo aspettava, occorre in certo oggetto al quale si raccomanda

tenace; — sovvenuto da simile sostegno giunge a rilevarsi sopra i

ginocchi. Assettatosi in questa posizione, alza la faccia e conosce

essere il corpo a cui si attiene un colosso di bronzo. Egli era

addobbato del manto pontificale, — portava in capo il triregno, — la

destra teneva in atto di benedire; — guardando meglio, ravvisa in quel

simulacro la immagine di papa Clemente.

Allora, delirante di speranze, trasse con violenza a sè i lembi del

piviale, supplicando tutto dimesso:

«Beatissimo Padre, per voi servire, questo c'incoglie; salvateci in

nome di Dio dalla eterna dannazione.»

Gli occhi della statua coruscarono fuoco, — apersero le labbra e

divamparono fiamme, e dopo le fiamme ne uscì una voce che disse:

«Dilettissimo figlio, noi vi abbiamo pagato, — noi non possiamo altro

che darvi la nostra apostolica benedizione.»

E stese la mano verso la fronte del Malatesta; — la pelle riarse a quel

tocco abbrustolita, e fra una traccia di fiamma verdastra v'incise un

T. Non potendo tollerare il Baglione la immensa angoscia, portò ambe

le mani verso la testa. Quando gli fu quieto di alcun poco il dolore,

egli volle di nuovo afferrare il piviale del pontefice, ma si accorse

esserne trasportato lontano; già le sue gambe si agitavano nel vano, —

più che mezzo era immerso nella voragine, tenta — gravitando le costole

sull'orlo dell'abisso — rimanervi sospeso; — gli torna ogni conato

indarno, — non lo reggono i gomiti, — gli sfugge dalle mani la terra;

— allora rabbioso immagina mordere l'estremo margine del pozzo.

Ma invece del margine del pozzo si morde miseramente la lingua,

il sangue nero gli goccia giù in copia dagli angoli delle labbra e

gl'insordida la barba.

Improvvido di consiglio, si volge attorno esterrefatto, ed altra via di

salute non gli si offre, tranne la catena rovente.

Vi si aggrappa con le mani e co' piedi; — la catena si distende con

orribile cigolio; — la lancetta del quadrante divora lo spazio che

la separa dall'ora con la velocità del cavallo sfrenato, — la squilla

suona.

Si aperse la terra, — l'anfiteatro cadde disfatto, — le statue l'una

sopra l'altra rovesciaronsi, precipitarono le stelle dal firmamento, —

ogni cosa creata si sformò, e un gemito lungo si diffuse per la natura

moribonda che diceva: — «È arrivata l'eternità.»

Malatesta si drizzò sul letto e urlò disperato:

«La eterna dannazione incomincia!»

E poi ricadde sfinito, — gli venne meno l'anelito, — prostese le

braccia — e con un roco singulto declinò la testa.

Il frate confessore gli pose una mano sul petto e favellò sommesso:

«È passato.»

I circostanti, compresi da ribrezzo, abbandonarono la stanza. Non

avvertito vi rimase Cencio Guercio.

Accovacciato come un cane, egli stette assai tempo immemore di sè,

profondamente avvilito sotto il peso della paura e del rimorso. Alfine

rinvenne e pensò al miserabile suo stato: se si fermava, lo avrebbe

manomesso Ridolfo Leone che gli portava mal di morte, riputandolo

istigatore dei misfatti paterni; se invece usciva dal castello, lo

avrebbero messo in pezzi gli aderenti del cardinale Ippolito. Ad

accrescere le sue angustie si aggiungeva che gran parte del male

acquistato in Firenze sperperò giocando a carte, e quello che aveva

potuto avanzare, tutto intento alla fuga, nel subito caso della sera

precedente lasciò a Perugia. Come fare? Non fidava in congiunti, non

avea amici, chè nei giorni della prosperità fu suo diletto l'offesa, e

l'altrui danno contentezza.

Mentre in questo modo si affanna, i suoi occhi si posano sopra la

corona di conte del Baglione che doviziosa di perle posava sopra un

pulvinare di velluto cremesino a canto del letto: con l'atto precorse

il pensiero — l'afferrò bramoso e fuggì via.

Pervenuto nell'altra stanza, si accorge che non potrà passare, con

quel volume, inosservato in mezzo alle guardie del castello; pargli

consiglio migliore staccarne parte delle perle, specialmente le

più grosse, le quali giusta la foggia delle corone dei conti ne

sormontavano le otto punte. — Ponendo portando senza intermissione

ad effetto il suo disegno, trasse il pugnale e prese a scastonarle;

— ad ora ad ora suo malgrado si volge verso la stanza dove si giace

Malatesta, sospettando non abbia a rilevarsi e venire a strappargli la

corona dalle mani.

Ed invero Malatesta non era, siccome pensava, ancora defunto; — uno

svenimento cagionato dalle terribili commozioni lo aveva assalito

e, trovando le membra fievolissime, lo lasciava inerte come morto;

— però sentì lenta nelle vene risuscitarsi la vita e, prima che la

coscienza della sensibilità lo ravvivasse, lo gravò indistinto un senso

di angoscia ottusa, affatto macchinale; — poi tornò la coscienza, e

con la coscienza il pensiero, sibbene deviato dal vero, quasi strale

che non colga più il segno. Allora lo punsero cocentissimi cruciati,

e gli parve essere steso con mani e piedi legati sopra un letto di

fuoco; — ineffabili erano i suoi sforzi per muoversi, ma rimaneva

irrevocabilmente confitto tra quei carboni ardenti. Schiudendo gli

occhi, si vede apparire trucissima davanti la testa mozza di Lorenzo

Soderini; — con occhi aperti senza palpebra lo fissava e con le labbra

insanguinate lo baciava, sicchè le stille del sangue gli gocciavano

in bocca e, corrosive come acido di vetriuolo, o gliela ulceravano

o gliela empivano di vesciche. Si volge a destra, e la visione lo

seguita, — la testa gli si pone accanto sul capezzale; — si volge

a sinistra, non gli giova meglio. — Chiude gli occhi, ed ecco dagli

occhi del Soderini esce uno sguardo tagliente che gli fora la pelle

del ciglio e costringe la pupilla a guardare; — torna ad aprirli

smanioso, — la testa mozza non si muove, — lo sguardo non cessa, — non

si sospendono i baci.

Gli fremono le fibre di spasimo; — tenta disperatamente un ultimo

sforzo per muoversi e vi perviene; — agita le mani, come se gli fossero

rimasti attaccati intorno ai polsi i frantumi delle catene; disegna

levarsi dal letto e sente un'angoscia acuta, quasi gli staccassero da

dosso un panno attaccato alla piaga; non importa; si alza mormorando

tra i denti stretti:

«Voglio andare al cospetto di Dio e dirgli: È troppo... io voglio

domandargli la morte dell'anima.»

Cencio Guercio, avendo staccata l'ultima perla dalla corona, si

accingeva a rimetterla al suo posto, allorchè si vede comparire davanti

il simulacro di Malatesta Baglione.

Parte delle membra gl'ingombrava il lenzuolo che si era tratto dietro

di sè, parte apparivano ignude nella loro lividezza ed estenuazione

cadaverica, — le palpebre teneva socchiuse, e le pupille dentro erano

color di cenere, come si osserva negli uomini a momenti trapassati;

— dritti gli stavano su la fronte i capelli quasi stecchi d'istrice,

— le labbra aveva peste, intorno sordidate di sangue rappreso; —

con una mano si reggeva un lembo del lenzuolo sul petto, — l'altra

agitava in atto di uccello grifagno, — e forte ansava preso dal rantolo

dell'agonia.

Cencio appena potè articolare parola; — diventa pavonazzo nel volto e

stramazza per terra, come tocco da apoplessia, — gli sfugge la corona

dalle mani, che, dopo avere rotolato alquanto sul pavimento, si ferma

in piano presso al Baglione.

Malatesta incespicando nello strascico del lenzuolo a sua posta rovina

la faccia in avanti, con la testa percuote su la corona, — ed una

punta privata della perla gli scoppia l'occhio sinistro egli penetra

lacerando in mezzo al cervello.

Due mesi dopo questo fatto un boscaiuolo, tornando da tagliar legna,

incontrò una testa spiccata dal busto e dopo due miglia un busto senza

testa.

I bravi del cardinale, abbattutisi certo giorno in Cencio Guercio,

che, bandito da Bettona, povero, pauroso, percosso nell'intelletto,

si era riparato nelle macchie, dove traeva vita affatto bestiale, gli

lanciarono contro i cani; — lo raggiunsero e lo tennero fermo, forte

addentandogli la carne delle cosce; — sopraggiunti i bravi, senza

pur dargli tempo di riconciliarsi con Dio, gli mozzarono il capo

spietatamente[377].

Il mio poema è finito.

Ed ora che ho composto nel sepolcro le glorie del mio popolo, — chiuso

la lapide — ed inciso sopra la iscrizione, — a che più oltre lo spirito

della vita si trattiene quaggiù?

Vorrò, _prefica_ incresciosa, sedermi sopra gli avelli a empire di

singulti le tenebre? O come vaso di etere lasciato aperto consumare, —

spandendolo, — il dolore?

No; — nel modo stesso che la terra nasconde nelle sue viscere la

gemma preziosa, io voglio conservarmi dentro il seno il mio dolore.

Perchè non dovrei prenderne cura del pari diligente? — Le foglie

che compongono la corona della libertà sono nudrite col dolore, — le

rugiade che l'alimentano, emanano dalle lacrime che la tirannide ha

fatto piangere agli oppressi.

Io nascondo pertanto la lampana sotto il moggio. — Quando apparirà

l'aurora da ben tre secoli desiderata, allora la riporrò a splendere

sul candelabro; — dove le fosse venuto meno l'umore la riempirò col mio

sangue.

O Speranza! o Speranza! Nel delirio del mio affanno, — nella febbre dei

sinistri pensieri, io ti oltraggiai col nome di meretrice della vita.

— Talvolta mi apparisti simili ai fuochi maligni i quali, — quando

la notte è nera e la tempesta furiosa, — si mostrano al pellegrino

smarrito e lo conducono al precipizio; — tal'altra mi sembrasti fata

lusinghiera e fallace che si unisce ai passi dell'uomo, come l'ombra

quando il sole tramonta, e il suo cammino volge all'oriente e lo

mena lontano a insanguinarsi le piante nell'arduo sentiero della

vita. — Spesso l'uomo sconfortato si abbandona a mezzo della via, e

tu allora stacchi dalla tua corona un fiore stillante di rugiada e,

gittandoglielo in volto, gli rinfreschi la fronte ardente di febbre,

e sorridendo un sorriso di serena lo inviti a continuare di tribolo in

tribolo, d'illusione in illusione fino alla fossa. Tratto che lo abbi

in questa parte, tu intuoni una canzone di scherno, a cui gli angioli

rispondono piangendo, e le bocche dei demonii divampano fiamme di

allegrezza.

L'assedio di Firenze · 第 75 / 81 段