— giunge alla via di Parione, — tocca la soglia della casa verso la
quale s'indirizzavano i suoi passi, e non si accorge due festoni di
cipresso pendere dal limitare. Deserte sono le scale; — dalla parte
della cappella muove odore d'incenso e talvolta un bisbiglio di voci
supplichevoli. Quivi affrettandosi, penetra nella cappella; adesso
gli si presenta un molto singolare spettacolo. Sopra un letto parato
di seta cremesina a frange d'oro col capo inclinato su candidissimo
origliere giace una pargoletta nell'atto in che dipinse Rafaello
il fanciullino Gesù il quale pare che nel sonno favelli le parole:
_ego dormio, sed cor meum vigilat._ — Ella non dormiva però; — come
i fiori che la circondavano in segno della sua purità erano stati
recisi dallo stelo, così ella era caduta dalla vita; — una reliquia
di bellezza le rimaneva sul volto, nel modo stesso che, sparito il
sole dall'orizzonte, vi si ferma alcun poco a rallegrarlo la luce del
crepuscolo. E intorno al letto composti in varie sembianze apparivano
alcuni gruppi di fanciulli pallidi e silenziosi, sicchè tu gli avresti
tolti per uno di quei cari bassirilievi di Lucca della Robbia dove con
impenetrabile magisterio effigiò i cuori degli angioli.
Il Bandino soprastette alquanto maravigliato, poi si accostò spedito,
movendo all'intorno insolito strepito a cagione della armatura di che
andavano gravi le sue membra. Allora i fanciulli levarono la faccia
e, gittando urli spaventosi, fuggirono dalla cappella, non altrimenti
che si faccia uno stormo di colombi all'improvviso turbati nei campi
dove lì trattiene desio di cibo e di bevanda. Il Bandino sempre più si
avvicina, e pargli che la pargola defunta tenga nella sua mano destra,
— e certo tiene, — una carta suggellata indiritta a messere Giovanni
Bandino, gentiluomo fiorentino. — Tristo messaggiero era quello e
apportatore sicuro di sinistre novelle; — esitava a prendere la carta,
pure alla fine la tolse, e apertala in furia lesse:
«Giovanni!
«Non ho più nulla che mi trattenga sopra la terra. Mia madre è morta, —
mia figlia, come vedi, morta; — Ludovico Martelli, a me, come fratello,
carissimo, anch'egli morto; — tu poi... avventurato te, se fossi
morto! — Io rammenterò quei diletti defunti con affanno e con amore,
— te poi con vergogna. — Non cercarmi; — io ormai sono fuori della
tua potestà; — tu fra te e me ponesti il delitto, — io posi Dio. — E
quando pure in te fosse potenza di violare il sacro asilo dove ho preso
ricovero, sappi che il campanile della chiesa è smisuratamente alto,
ed io, anzichè venire viva in forza tua, mi precipiterei da quello
per cadere cadavere informe ai tuoi piedi. — Addio! Io scaverò con le
mie ginocchia i gradini dell'altare, — la mia preghiera starà, come
la lampada, eterna davanti la immagine della Madre di Dio, affinchè
ti tocchi il cuore, e prima di morire tu detesti il tuo fallo. A San
Pietro fu rimessa la colpa di avere rinnegato il Salvatore, ma le
lacrime della penitenza gli scavarono due solchi nelle guancie, — e
il rinnegare è men reo del tradire. Grande fu il tuo misfatto, pure
infinita si volge alla creatura la misericordia del Signore. Gli
uomini non possono più assolverti, — Dio tuttavia il potrebbe. — Io ti
compiango....»
Non lesse più oltre, e con i denti e con le mani stracciò il foglio,
— tanta ira lo vinse; — poi, come lo consiglia il furore, sferra
un calcio alla bara, — e fiori e ceri, origliere e cadaveri manda a
rifascio sossopra.
E la cercò con l'astuzia del serpente, — ma non gli valse; — la donna
aveva con raro accorgimento soppresso qualunque traccia; — in qual
tomba sieno state riposte le sue ossa ignoriamo; — certo la religione
avrà consolato gli ultimi anni di cotesta sconsolata, — non pertanto
è facile a immaginarsi ch'ella abbia affrettato co' voti la pace del
sepolcro.
Il Bandino inferocì nella sua perfidia, ebbe un brano di popolo
a divorare, — anco a lui toccò una verga per percotere i suoi
concittadini. Sempre con l'offesa alla mano, la ingiuria alla bocca,
egli raccolse ampio tesoro di abborrimento e si tenne beato: dovunque
mostrava la sua pallida faccia non ardiva apparire il sorriso, e
le parole compagnevoli od erano tronche a mezzo, o le terminavano
bisbigliando; — i suoi detti amari non risparmiavano gli amici meglio
dei nemici, più volte ne fremè lo stesso duca Alessandro; e se non
lo uccise, ciò non avvenne per dubbio di essere tenuto ingrato,
sibbene perchè si sentiva come sopraffatto dal fascino di quell'uomo
tutto veleno. Spento Alessandro, il Bandino, punto cangiato dagli
anni, praticò gli stessi modi con Cosimo. Questi, al primo sarcasmo
profferito in onta di lui e della duchessa Leonora sua moglie, fece
bocca da ridere, e nel cuore segnò la sua morte; e non tanto pel
motto acerbo, quanto per tórsi dattorno tutti coloro ai quali pareva
dovere andare debitore del suo innalzamento, attese un pretesto che
togliesse a un punto la reputazione al Bandino, e a sè con la vendetta
procacciasse fama di pio; — cupissimo ipocrita fu in tutte cose costui;
— ad un tratto lo accusò di tale delitto del quale i modesti non
assumono difesa per reverenza al pudore. Prima di farlo infelice, lo
rese infame; — quando il principe accusa, i testimoni non mancano, e
caso mai essi manchino, i giudici per condannare si trovano sempre,
— nè forse il Bandino era del fallo imputatogli del tutto innocente,
a simile turpitudine condotto dal disprezzo di questa nostra umana
natura. Preso e condannato a perpetuo confino nella fortezza di
Volterra, donde dopo molti anni venne trasferito nella fortezza di San
Giovanni Battista, quivi morì nel 13 agosto 1568. Di qual morte finisse
è ignoto; questo solo sappiamo con sicurezza, che quelle mura furono
segrete, profonde e terribili come il petto di Cosimo I, che i Medici
con le proprie mani dettero opera a fabbricare veleni, — che Cosimo
fu ammiratore ed amico di Filippo II austriaco re di Spagna, chiamato
meritamente il demonio del mezzogiorno, e finalmente che ambedue questi
principi, non che fossero inesorabili ai nemici, i propri figliuoli di
ferro o di veleno spegnevano!
* * * * *
Ora udite la fine di Bono Boni dottore di legge.
E perchè rammenterò io la morte di così ignobile uomo con larghezza
maggiore di quella che adoperava fin qui ricordando l'ultimo fato
di tanti personaggi più virtuosi o più magnanimamente scellerati di
lui? Perchè io conosco, anche ai dì nostri, uomini simili affatto al
nostro Bono Boni: e forse il fine miserevole dell'antico Bono potrebbe
ispirare salutevole spavento ai Boni moderni, — e dico spavento,
avvegnachè, se mai avviene anima alcuna di costoro andare in luogo di
salute, ella vi perviene di certo per paura dell'inferno, non mica per
amore del paradiso.
Messer Bono ebbe donna, e la tolse non già aspettandone domestica
dolcezza o per posare le agitazioni della vita nella quiete degli
affetti matrimoniali, o per forme venuste, o per care doti dell'animo;
tutte queste ell'erano baie per lui. Egli badò se avesse parenti e
quanti; — se avanzati negli anni assai; — se di retaggio provveduti
e di eredi; — e quando la mente, fatti i calcoli coll'abbaco del suo
cuore, trovò il conto tornargli, — allora chiese santificare, diceva
egli, il vincolo col sacramento. Nelle nozze egli ebbe in mente
soltanto la eredità; — le nozze egli considerò quasi prolegomeni del
testamento; e pensando poi che se la moglie veniva a morte senza figli,
non pure non avrebbe eredate dal socero, dai cognati e dall'altra
caterva dei parenti suoi, ma gli sarebbe toccato restituire per
legge di statuto metà della dote... la prima volta diventò padre per
calcolo, — la seconda per briachezza — e la terza per distrazione.
Dicono l'annunzio della nascita di un nuovo figliuolo ricevesse col
volto col quale intese dal suo castaldo avergli il fulmine incendiato
il pagliaio. Spesso fece piangere la moglie derelitta rampognandole
oscenamente la fecondità del suo alvo; imperciocchè sebbene la povera
donna sentisse dello scemo nel capo, nondimeno, come ogni giorno
vediamo, la natura non aveva percosso di stupidità le sue viscere
materne. Quegl'infelici germogli, aduggiati dalla influenza dell'odio
paterno, pesti da continue percosse, sbigottiti dai rimprocci, dal
vivere sottile estenuati, svennero intisichiti quasi prima di nascere.
Il padre a quale andava per dolersi seco delle morti frequenti di casa
sua rispondeva con serafica petrificazione: «Miseri noi, non essi, a
cui prima di contaminarsi di colpa fu dato salire al paradiso, dove
svolazzano cherubini bellissimi di luce.» — La madre piangeva.
Un solo, il primogenito, sopravvisse indomato alle battiture e ad ogni
genere di tormento domestico. Il padre quando vide che ad ogni costo
voleva vivere, intese a cavarne profitto. La educazione a cui lo crebbe
fu lo sviluppo continuo di questo assioma, che piantò nell'anima del
fanciullo come principio di tutta sapienza: — Il danaro è il sangue
dell'uomo. — Onde, nel cervello selvatico di cotesto sciagurato,
danaro e sangue diventarono due cose per cagione di vita connesse e
producentisi a vicenda, l'oro era il sangue, il sangue l'oro. — Il
padre poi si compiaceva compiere la educazione del figliuolo a un punto
e quella del suo mastino, — pane, — acqua, — bastone —; e catena;
— pensò sarebbero stati ambidue buona guardia, — amendue avrebbero
morso e latrato se mai il ladro s'introduceva furtivo, notte tempo, in
sua casa, — e il figliuolo meglio del cane, perchè ci aveva maggiore
interesse. Dopo la sua morte non avrebbe egli eredato il suo sangue, —
il suo danaro?
Dopo la sua morte! — E chi lo ha detto? — Non poteva forse il suo
figliuolo morire prima di lui? — Certo poteva, ma non perciò sariensi i
suoi giorni prodotti più lunghi. Oh avesse potuto rubare al figliuolo
i suoi giovani anni e aggiungerli ai suoi! Egli sapeva che fisici
valorosissimi avevano trovato la via di prolungare la vita infondendo
nelle vene dell'uomo decrepito il sangue del fanciullo[374], ma da sè
non poteva eseguire la operazione, e il segreto gli sarebbe costato
troppo oro... Basta, per ora si sentiva forte e rigoglioso; — quando
gli fosse venuto meno il vigore, vi avrebbe pensato.
Talvolta spezzò la catena..., non il mastino, — il figliuolo di
messer Bono Boni, — ed irruppe nel fango della vita, — il vino — e il
bordello. Se il suo imbestialito intelletto non pregiava più gentili
piaceri, poteva forse incolparsi? — Tornato a casa, una procella
di colpi gli rompeva le ossa, — ed egli quantunque si sentisse i
denti capaci di lacerare suo padre, non ardiva avventarsi a cagione
dell'antico terrore; solo brontolava cupo e digrignava le mascelle
orribilmente.
Il figliuolo di messere Bono Boni appena conobbe che il danaro comprava
il vino e la meretrice, non volle aspettare la morte del padre per
possederlo; — dal germe della idea che il danaro era sangue stava per
nascerne un frutto nefando.
Però l'istinto della natura, non affatto compresso dall'abbominevole
insegnamento, prevalse; — prima del sangue egli scoperse il furto.
Quando la notte scendeva paurosa sopra la terra, — e la grandine
percoteva crepitante su i vetri, — e il tuono squarciava le nuvole
del cielo, — e gli ululati dei cani empivano l'orrore delle tenebre;
— nell'ore in cui la superstizione immagina spalancarsi le antiche
sepolture e quinci trarre gli spettri a tormentare i colpevoli, — in
cotesta ora che il meglio animoso si stringe a cui gli dorme al fianco,
— e chi si giace solo si fa il segno della salute e si avviluppa nelle
coltri, — il figliuolo di messere Boni con suoi grimaldelli, a passi
sospesi, ritenendo l'alito, si accosta all'arca paterna e ruba in un
attimo un pugno di fiorini d'oro: — erano l'agonia di dieci famiglie
ridotte dal padre alla disperazione. — Così avvenne una ed altra volta.
— Certa notte poi a mezzo decembre, — la vigilia di un giorno di festa,
successe il caso che sono per dirvi.
Strideva acutissimo il rovaio: — di neve ogni cosa era piena e di
ghiaccio, — la campana che accenna le ore batte così distinta che
pare che picchi sul tetto della casa di Bono Boni. — Lo sciagurato
giovane, furente di libidine per nuova meretrice, procede a procurarsi
col furto il censo grancito all'orfano, per isprecarlo in prezzo di
prostituzione, — oscena serie di colpe! Pon mano sopra la serratura, —
apre la porta... morte di Dio! Bono Boni con una vecchia casacca tutta
rattoppata addosso, un caldanuccio davanti, agli scarsi tizzi del quale
andava ad ora ad ora rinfocolando le dita assiderate, — al pallido
chiarore della lucerna mezzo spenta, a cui, mancato l'olio, avea messo
un po' di rialzo da un lato onde l'umore rimasto in fondo sgocciolasse
verso il lucignolo, — sta numerando i suoi fiorini, — i ducati del
sole... li zecchini veneziani... in somma un tesoro, e per quanto
scarso splendesse il lume, non pertanto le monete d'oro raggiavano.
Udendo Bono Boni rumore, solleva gli occhi.
Sovente avviene nelle Indie che, mentre ti accosti ad una siepe per
cogliervi fiore o chiappare farfalla, tra fronda e fronda ti vedi
all'improvviso comparire davanti il ceffo del tigre.
Così s'incontrarono padre e figlio; — non proruppero in urla, — non
fecero gesto, — vivono soltanto negli occhi; e come il rospo avventa
schizzando il raccolto veleno, essi l'un contro l'altro si scagliano
un getto magnetico di odio, di maledizione e di morte. Il cuore si
agita dentro cotesti empi petti, quasi groppo di vipere sturbate nei
loro congiungimenti. Nessuno si minacciò; — il pensiero sta chiuso
nel cervello loro, come il pugnale nella guaina, — non hanno armi, e
non pertanto cotesto è duello a morte, — combattono con gli occhi, —
riparano e studiano colpi di certa offesa e mortale.
Ma gli sguardi del giovane ferivano più trucemente intenti, — più
divampati, — più pieni d'inferno; — quelli del vecchio da un angolo
all'altro balenarono smarriti; — gli mancò l'anima, — si sente ferito;
— allora pian piano stende la destra obliqua e saltellante, come il
ragnatelo per ghermire la mosca, ad afferrare un coltello.
Prima che la mano giungesse al coltello, il figlio ha stretto la gola
del padre e con voce incavernata gl'impone:
«Dammi i fiorini.»
«No.»
«Dammi i fiorini, ti dico...»
«No, no.»
«No? — prendi.»
E qui gli sferra una martellata sul capo, poi soggiunge:
«Dammi i fiorini...»
Il sangue inebria al pari del vino; e più il vino è generoso, — e il
sangue ci appartiene dappresso, — tanto meglio l'uno inebria chi lo
beve, — tanto meglio inebria l'altro chi lo versa: — quello che adesso
sgorga è sangue di padre!
«Non vuoi tu darmi i fiorini? Prendi dunque, Bono; — prendi, messer
Bono Boni; — prendi, prendi.»
Il cranio va ai fieri colpi sbrizzato, — un lembo di cervello si versa
oscenamente pel viso a Bono Boni, — il rantolo prorompe fumoso di
sangue dalle fauci di lui; e il suo figliuolo continua a martellargli
rabbioso sul capo, — poi si fermò e gli disse::
«Ora vuoi tu darmi i fiorini? — Non rispondi? No? Io tornerò a
domandartelo tre volte e poi riprenderò le percosse più forti di
prima.»
E siccome dopo la triplicata, interrogazione il padre non rispondeva
nulla, il figliuolo si avvisò esaminargli la testa. Vista che l'ebbe,
scoppiò in altissime risa...
«Vedi ve'; — chi avrebbe creduto che questo capo contenesse tanto
cervello?» E poi in suono lieto continua: «Certo ora non può egli
rispondermi: prendili o lasciali stare, — non dirà più nulla mai: — io
posso portarli via a bell'agio.»
E ne tolse piene le pugna e accorse alla casa della meretrice, la quale
non aborrì dalla moneta insanguinata nè del contatto del parricida;
— e sciolta appena dalle braccia di lui si affrettò a denunziarlo al
bargello, empiendo le mani di nuovo denaro — e sanguinoso ancora egli.
— Ora coloro che in versi o in prosa ebbero coraggio di paragonare
l'uomo al tigre mi dicano in coscienza se non ne sentono pentimento e
rimorso.
Pochi giorni dopo egli era tratto al supplizio; — andò nè superbo — nè
dimesso, — ma stupido, — affatto chiuso nella sua bestialità. — Brevi
momenti innanzi di morire un raggio d'intelligenza, — l'unico che in
tutta la vita gli scintillasse al pensiero, gli si diffuse su l'anima,
e favellò:
«Non so quale delle due infamie sia per me la maggiore, — o quando
venni nel mondo per mezzo di messere Bono Boni mio genitore, — o adesso
che n'esco fuori per le tue cure amorevoli, compare Taddeo.»
E toccò in atto di carezza le gobbe spalle al carnefice Taddeo.
La meretrice, dopo che fu giustiziato, venne presa da veemente scrupolo
e, per mettere in quiete la coscienza, fece celebrare una messa per
l'anima del defunto alla Santissima Vergine dell'Annunziata.
Se allora fosse costumata la _reale e imperiale_ istituzione del giuoco
del lotto, onore e lume della presente civiltà toscana ed anche romana,
fors'ella ne avrebbe ricavato i numeri.
E forse vinto.
E forse diventata maggiordoma maggiore, — e allora avrebbe imbandito
mense, convitato a festini; — i poeti l'avrebbero cantata con una
procella di sonetti con la coda o senza; — crescendo poi gli anni,
l'avresti veduta convertita in donna di pietà insigne, — direttrice
di qualche asilo d'infanzia, o priora dell'arciconfraternita del Sacro
Cuore; alla fine, — poichè tutte le cose hanno la fine, — defunta co'
conforti di sette confessori, uno meglio dell'altro — e santi uomini
tutti, — e munita in copia delle provvisioni spirituali necessarie pel
viaggio della eternità.
E forse anche morta in odore di santità e dieci miglia d'intorno.
E operato miracoli, come sarebbe la guarigione dell'idrope alle
fanciulle dopo nove mesi di enfiatura, — e così discorrendo.
Ora andate, se il cuore vi regge, a battere la cassa addosso alla reale
e imperiale _amministrazione_ del giuoco del lotto.
I filosofi lo biasimano, ed hanno torto. Date loro a tenere il banco,
e lo loderanno; — lo dimostreranno ancora _filantropico_, siccome usa
nel nostro linguaggio moderno.
Lascio del lotto e torno a messere Bono Boni, dottore di legge.
Se alcuno nel mio Bono si ravvisasse, si rammenti del _discite
iustitiam, moniti..._
Lo troverà in Virgilio[375], ma costà lo dice Flegia ai dannati senza
conclusione di nulla, perchè la predica ai perduti senza rimedio per
sempre la è proprio il soccorso di Pisa; però io glielo dico prima di
dannarsi, affinchè si provveda.
* * * * *
Ora contemplino i popoli la giustizia di Dio.
Correva il 23 di dicembre dell'anno 1531. Dentro una sala ampia, umida
e buia Malatesta Baglioni e Cencio Guercio stanno ridotti davanti al
focolare. Malatesta sopra una sedia baronale a bracciuoli da un lato,
Cencio sopra uno sgabello dall'altro; lo spazio tra Malatesta e il suo
cagnotto era occupato da due sedie vuote. Non dicevano parola; — di
tratto in tratto il Guercio alzava gli occhi per guardare Malatesta,
ma, non osando sostenere la vista di lui, gli abbassava pensoso, chè la
paura gli si era cacciata nell'anima.
Da molto tempo abbandonò la salute le membra del Baglione, e nondimeno
da pochi mesi a questa parte egli appariva l'ombra di quello che fu.
La pelle gli s'informava dalle ossa, gli cadevano giù lungo le gambe
le calze e ad ogni moto gli ondeggiavano; — il volto aveva bianco come
il marmo; — alcune ciocche di capelli canuti gli fuggivano rabbuffate
di sotto alla berretta, — la barba sordida ed incomposta, — segno
certissimo in lui, tanto studioso della mondizie del corpo, di spirito
agitato; — le sopracciglia irsute celavano a mezzo le pupille, le quali
muovono continue per un'orbita dilatata, reticolata di vene sanguigne,
— piena di colori biliosi; — e poi l'occhiaia livida gl'ingombra gran
parte delle guance smunte e rugose. Le spalle tiene curve, il capo
chino sul petto; — ambidue i gomiti riposa sopra i bracciuoli, — con
le mani si appoggia ai pomi della sedia: — e' sono mani di cadavere;
— le unghie lunghe, violette alla radice, in cima bianche; — la pelle
gialla, — i nodelli sporgenti, e grosse vene di colore del piombo
gliele traversano sinuose. — Sta nel dominio della morte.
Oh come tremenda travagliava cotesta ora l'anima del Baglioni!
Prossimo ad abbandonare il suo corpo, lo spirito, a un punto vittima
e carnefice, domandava a sè stesso ragione della sua esistenza. Truce
rendimento di conto egli è questo, che pure noi tutti dobbiamo fare
una volta. Costui tentava sottrarne alcune partite, altre s'ingegnava
attenuarne, proponeva difese, implorava perdono. Se codesti arcani
dibattimenti si fossero potuti significare con parole, in fede di Dio
avrebbero disgradato le più magnifiche orazioni di Demostene; — ma la
coscienza a sua posta incalzava, chè non è dato all'uomo mantenersi
ipocrita con sè medesimo. E conchiuso ch'ebbe il calcolo, una voce
profonda in suono di sospiro gli uscì dalle viscere che disse:
«Che cosa ho mai fatto?»
Parendo a Cencio che la domanda fosse indirizzata a lui, levò il mento
per rispondere; se non che dalla immobilità del sembiante del Malatesta
sospettò la volgesse a qualche larva infernale, — si tacque pauroso. Il
Baglioni indi a breve replicava:
«Che cosa ho mai fatto?»
Quindi, sforzato ad aprire intero il suo riposto concetto, continua:
«Mi odiano tutti! Sono venuto al mondo in orrore... e a me stesso!
Sempre mi vedo al fianco queste sedie vuote... ma che? forse non mi
rallegrò mai affetto di padre? O genitore infelice sopravvissi ai
miei figli? No. — I miei figli vivono, — ma sfuggono da me... sono
solo... Solo? no... io sto in compagnia dei miei delitti... della mia
vergogna... de' miei rimorsi...
«Ahimè! e non pertanto mi sento solo, e quando la mia solitudine
mi tormenta, e vacillante... tentone alla parete... con pericolo
imminente di percotere del volto la terra, io muovo in traccia della
mia figliuola, la rinvengo nella domestica cappella, genuflessa davanti
la immagine di Maria santissima, ed io l'ascolto tra i singhiozzi
supplicare la regina dei cieli che impetri perdono della misericordia
di Dio ad uno scellerato che ha venduto il sangue de' cristiani, che ha
tradito una terra nobilissima, che ha condannalo la sua stirpe ad una
eternità d'infamia...; e quello scellerato sono io... L'ira mi spinge
al coltello la mano... Povera figlia! perchè dovrei punirti della mia
colpa? — Io mi sento costretto ad allontanarmi, badando ch'ella non mi
avverta..., perchè dov'ella mi scorgesse, l'ultima stilla di sangue
mi tingerebbe di vergogna la faccia. — I miei figliuoli cerco a un
punto e fuggo; i miei figliuoli fuggono me, essi portano in fronte una
rampogna, — il padre loro la infamia...
«E tu, Ridolfo Leone, che dovevi essere l'orgoglio della mia
vecchiezza... tu, sul capo del quale aveva accumulato tante
speranze..., tanto tesoro di affetti..., tu, che, per farti crescere di
stato, mi costi sudori, fama e perfino la salute dell'anima..., perchè
lasci il padre infermo a rodersi con le sue malattie e la memoria? Il
principe di Camerino lo ha respinto dalla sua casa, come un vassallo, e
gli ha detto: Il mio sangue non si mescolerà col sangue dei traditori.
— E la sua figlia, — la fanciulla amata da lui col delirio del primo
amore, — si è chiusa in monastero per tôrselo dal cuore siccome se lo
tolse dagli occhi. — Sta lontano da me, Ridolfo, perchè io temo che ad
ogni istante tu venga a domandarmi. Per qual cagione mi hai procreato?
— E non pertanto vorrei che prorompesse contro di me in detti amari,
ancora in contumelie, versasse tutta la piena del suo furore sopra
il mio capo... Ma vedi, Cencio, alla croce del vero Dio! quei suoi
labbri compressi, quella sua parola fredda quando mi chiama padre, mi
lacera le viscere... Pensi forse ch'io non m'accorga com'egli chiama
in più dolce suono il suo cane? Pensi ch'io non veda ch'egli s'ingegna
nascondere alla gente che nasce di me — e muta veste e s'infinge
plebeo? Cencio, dimmi, hai per avventura osservato com'egli abbia tolto
dal pomo del suo pugnale l'arme di casa Bagliona? — A quest'ora egli
mi maledisce... nè Dio giudice riprova cotesta maledizione, perchè
meritata.
«Intanto queste sedie rimangono vuote accanto a me.
«Una parete — e un abisso mi dividono dai miei figliuoli...
«I figli di Annibale..., ma egli mi è nipote..., e poi è prete, —
finchè da me sperava il vescovato con la rendita di diecimila scudi,
non mi si dipartiva mai dal fianco e non cessava dal tempestarmi
le orecchie con le autorità dei santi padri e coi testi della
Scrittura ond'io mi mi rendessi a fare le voglie del pontefice; — mi
assicurava della eterna salute, — difensore della Chiesa mi salutava e
propugnacolo della fede; — adesso volge le sue lusinghe a più potente
di me; — simile agli _oremus_ del suo breviario, egli cambia nelle sue
adulazioni il nome e le applica ad un altro, — mi abbandona ai pericoli
e ai rimorsi, — nè gli mancheranno citazioni per giustificare il suo
operato, — perchè no? Non insegnava il suo Cristo che l'albero quando
non è più buono a produrre frutto deve essere reciso? Ah! la parola di
Cristo sta in bocca ai preti come il suo sepolcro in mano ai Turchi.
— Egli s'ingegna nascondere il nome della sua stirpe sotto il titolo
di qualche dignità ecclesiastica, — fosse anche quello di vescovo
d'Aleppo. — Sta bene, nè io posso biasimarlo di sottrarsi alla torre
che crolla. Dio lo esaudisca secondo i meriti suoi...