Seguì una serie di turpitudini e di delitti, per cui la casa degli

Atridi, al paragone di quella dei Medici, rimase disgradata; —

s'inebbriano dell'ira di Dio e del sangue del popolo; — muta indole

l'uomo, — muta natura la terra. — O Firenze, tu apparirai d'ora innanzi

quasi una lira a cui il poeta nel suo furore abbia strappato le corde.

E la pena fu condegna alla colpa. La famiglia dei Medici mancò priva di

fama, di vigore, di discendenza, — di tutto; — lasciò eredità, — non

d'ira, perchè il disprezzo da gran tempo aveva vinto lo sdegno, — ma

di schifo e di abiezione. E gli ultimi Medici, quando videro imminente

il sepolcro a divorare la intera stirpe di loro, e conobbero i popoli

sopravvivere ai tiranni, — e, pentiti delle colpe dei padri, intesero

restituire il mal tolto, — la libertà a Firenze, — altri principi

tiravano giù dalle loro spalle le mal rapite vesti per ammantarsene

prima che fossero morti; — il ladro prima dell'ammenda fu derubato. —

Ma le proteste di Cosimo III al congresso di Londra e il testamento

di Gian Gastone fanno fede della rapina del principe e del diritto

imprescrittibile del popolo. Chi più ne vuole, e più ne cerchi; io ho

le mie ragioni onde non raccontare per ora storia moderna.

Però Dio, anche nelle estreme miserie, non ci abbandonò intero; e nel

modo stesso che il sole in un giorno d'inverno, quando sta per toccare

i lembi estremi dell'Oceano, all'improvviso da qualche apertura manda

lontano sopra la terra pallido e non pertanto bene augurato il suo

raggio, — pegno di giorno men tristo; — così sul punto della morte

della Repubblica e allorchè Carlo V, gonfio il cuore di superbia,

teneva i popoli in conto di polvere da calpestarsi dai suoi piedi

imperiali, e i principi per iscudieri, — nel mentre ch'ei non reputa

capaci a resistergli, non che altri, gli stessi elementi, e appena

concede avere un emulo in cielo, — ecco un vecchio venerabile di

canizie gli attraversa il cammino, e gli dice:

«Re della terra, tu hai intorno al capo un diadema di potenza e di

diamanti; — me, vedi, cinge la corona della morte, — i capelli bianchi.

— Re della terra, anche tua signora è la morte: e noi occuperemo

lo stesso spazio in grembo alla natura. Perchè hai misfatto alla

tua parola? Perchè ci hai tradito? Credi che la voce del popolo non

giunga al cielo? Io vo' che tu sappi curvarsi Dio per ascoltare le

querele della sua creatura. Mantienci la libertà che ci promettesti;

— restituisci la patria che ci assicurasti o almeno rimettici nella

nostra terra; — rendici le armi che a patto soltanto e sotto la tua

fede deponemmo; — e poi conquistaci da cavaliere e da cristiano, non da

traditore e da codardo.»

E Carlo tremante, volendo e non potendo sdegnarsi, che il rimorso lo

pungeva come aspide, rispondeva:

«Tornate in patria; — riavrete le vostre sostanze, purchè vi lasciate

governare dal duca Alessandro.»

«Noi vogliamo patria e libertà; tu ce l'hai rapite, e noi da te le

ripetiamo, — e te le richiederemo al tribunale di Dio.»

Il caso avveniva a Napoli; — era l'egregio vecchio Iacopo Nardi. — Io

non mi dilungo su questa avventura: adesso cominciano tempi squallidi

e che pure meritano essere esposti per insegnamento degli uomini;

ed io nel sospetto che le anime gentili si sconfortino nell'udirli

raccontare, considerando con occhio attonito come manchi talora

all'uomo una caverna per ripararsi dalla procella della tirannide,

che pure fu concessa alla belva per ischermirsi dalle tempeste

della natura, gli lascio. Cominci da lei chi detterà la storia del

principato; — la protesta del Nardi in cima al libro parrà quasi

l'impronta di Caino sopra la fronte del tiranno. Su via, sorga qualche

animoso in Italia che sappia scrivere un libro col cuore col quale

combatterebbe una battaglia. Nella terra di Dante non nascerà più

alcuno che valga ad apparecchiare un nuovo _Inferno_ d'infamia a coloro

che ridussero in servitù la nostra bella Firenze?

* * * * *

Il poema a cui non pose mano e cielo e terra, e che tuttavolta mi è

sacro[368], qui ha fine. Però a me e ad altri sembrerebbe incompiuto,

dove non raccontassi gli ultimi fati dei più notabili tra i personaggi

del mio dramma. Adempirò a questo ufficio con anima pari a quello che,

la Dio grazia, ho saputo conservare fino a questo momento.

Zanobi Bartolini, col cuore roso dal rimorso e dall'ambizione delusa,

si ridusse ed abitare la sua villa di Rovezzano; qui, sospettando

per sè, — il giudizio dei posteri presentendo severo, menò squallida

vita. Il più delle volte tristo, solo e secondo il suo costume seduto,

sonnecchiando, sopra un seggiolone ch'ei poneva obliquo al pavimento.

A vederlo in cotesta attitudine nissuno avrebbe pensato qual battaglia

combattessero nel suo spirito le feroci passioni; ma la settimana

stampava su la faccia di lui le impronte dell'anno; — le sue labbra

sovente balbutivano inintelligibili parole, — invocava la morte. Un

giorno alcuni suoi famigliari, credendo ch'ei dormisse, si posero a

lamentare su la Repubblica ed a rammaricarsi della cecità loro, che,

lasciandosi svolgere dai sofismi del Bartolini, avevano le proprie

forze adoperato a istituire la tirannide in casa. Chi ci torrà da dosso

questo Alessandro che noi stessi abbiamo voluto? Che cosa più ormai gli

rimane a tentare? Non è egli forse diventato assoluto tiranno?

«Assoluto tiranno! Chi assoluto? Voi v'ingannate; non capitolava

Fiorenza a patto della conservata libertà?»

«E voi, uomo riputato prudente, pensate essere alla malevoglienza ed

alla forza bastevole riparo una carta scritta? Stamani fu soppressa

la Signoria, casso il gonfaloniere, Alessandro de' Medici proclamato

tiranno.»

Proruppe il Bartolino in un gemito profondo, sollevò le mani e lasciò

abbandonarsi la testa sopra le spalle; — la seggiola squilibrata

tracolla, e Zanobi rovinando percuote di forza la nuca sul terreno;

accorsero a sollevarlo; due sole goccie di sangue gli erano sgorgate

dalle narici lungo la barba, — nel rimanente non pareva offeso. Pure

gli giunse ogni rimedio tardo, — il colpo era stato sufficiente a

cacciarlo fuori del mondo. Così Eli moriva quando gli fu riportato,

con la sconfitta di Giuda, morti i suoi figliuoli, l'Arca di Dio

cattiva[369].

Fu, come dicemmo, Zanobi amorevole della Repubblica, ma, disdegnoso,

superbo, troppo in sè fidente, immaginò un concetto, presumendo poterlo

sostenere da sè solo senz'altri aiuti, con tristi strumenti sperò fare

opera buona; intendeva ingannare a fin di bene, e fu posto di mezzo

a fine di male. Stando col popolo, non si sarebbe chiusi con le sue

medesime mani gli occhi, e di certo gli veniva fatto salvarlo; onde,

per istringere molte sentenze in una, Zanobi non con la intenzione, ma

con l'effetto rovinò la patria. La giustizia degli uomini, a cui male

si addice ricercare le intenzioni, sta al fatto e decide; — quindi di

lui rimase fama come di traditore; — e a parere mio ebbero ragione i

posteri. Non so se questo antico esempio ed altri che potrei allegarne

_vicini_ avranno forza d'incutere salutevole timore in coloro che,

troppo presumendo di sè, pongonsi a capo dei civili negozi: — forse non

l'avranno, ma in ogni caso non si potrà da loro dedurre la ignoranza.

— Scopo di questo mio discorso è tenerli avvertiti.

* * * * *

E Pieruccio? — Egli si trovò in quasi tutte le battaglie della patria

e quasi in tutte era rimasto ferito. Ora non gli avanzava più veste

che lo coprisse, — non ferro per combattere, — non sangue, non parte

di corpo che fosse sana. — Stava per mancargli la patria; — perchè si

tratterrebbe più oltre quaggiù?

Ma anche lui prima di morire punse il desiderio di contemplare

dall'alto un'altra volta Firenze, — e s'invogliò di una fossa posta

sul colle più prossima al cielo per ricevervi le prime rugiade, il

primo e l'ultimo saluto della luce, per sentire più da vicino la

tromba dell'arcangiolo quando chiamerà i morti, imperciocchè i giusti

non rifuggano dal giudizio di Dio. — Colà verso Trespiano, ove di

presente giace il cimitero della mia città, alcuni marraiuoli condotti

a prezzo, pochi giorni dopo la resa, scavavano fosse e vi stipavano

i cadaveri dei morti sparsi alla campagna, per amore di tutelare

dai maligni effluvii l'aere del contado. Qui venne alternando lento

i passi Pieruccio; — a vederlo non pareva cosa umana. — Egli non

piangeva, perchè aveva consumato le lacrime; — non sospirava, perchè

l'angoscia lo aveva fatto di pietra: — giunse sul margine di una fossa;

il marraiuolo zappando non lo badava; — intento al suo lavoro empiva

l'aere di un canto sinistro, di cui il concetto era questo:

=La ballata dell'uomo e del mattone.=

«L'uomo è troppo superbo, e il mattone troppo umile; — non pertanto

entrambi escono dal mio seno, ed entrambi vi tornano; — entrambi io

terra amo come figli gemelli, — l'uomo dico e il mattone.»

* * * * *

«Quando la gran madre natura comandò che dal mio seno spingessi fuori

l'uomo, mi disse: fammi un uomo; — e quando volle il mattone ancora,

disse: fammi un mattone; — nacquero per la virtù delle medesime parole:

la creta dell'uno stava accanto alla creta dell'altro, caso fu che il

mattone non nascesse uomo, e l'uomo non nascesse mattone, proprio fu il

caso; ora dunque perchè l'uomo insuperbisce sopra il mattone?»

* * * * *

«Se l'uomo calpesta il mattone, non vi lascia l'orma — e il mattone non

soffre: all'opposto l'uomo si curva gemendo sotto il piede di chi lo

calpesta e non sa aiutarsi. — Lunga è la vita del mattone, sicchè può

sostenere, fatte cadaveri, due o quattro generazioni di coloro che lo

hanno calpestato. — La vita dell'uomo passa come ombra, e spesso egli

muore nella rabbia di contemplare avventuroso il suo oppressore.»

* * * * *

«L'uomo si consuma nell'angoscia: — quando intendeste voi che il

mattone gridasse: ahimè? — Se il mattone diventa rosso, ciò è perchè il

fuoco lo cuoce: — l'uomo poi si fa vermiglio a cagione della vergogna

o del sangue.»

* * * * *

«E l'uomo è vinto dal fuoco, dall'acqua, — da tutti gli elementi, — ma

il mattone gli sfida per tempi immemorabili. Però l'uomo è più duro del

mattone in una parte sola, — nel mezzo del cuore.»

* * * * *

«E se poni il mattone accanto al mattone, vi stanno quieti, nè

il fratello dice al fratello: Fatti in là. — Poni l'uomo insieme

coll'uomo, e si divoreranno tra loro — ma l'uomo ragiona.»

* * * * *

«Il mattone rotto si tramuta in sassi; co' sassi qualche volta

si uccidono i re[370], qualche volta anche i papi[371]. — I sassi

somministrano armi al popolo quando un giorno lo prende fastidio di

servire da gregge. I tiranni temono più i sassi dei pugnali. — Ora a

che è buono l'uomo quando ha chiusi gli occhi alla luce?»

* * * * *

«Io sono la terra, — la terra antica, — ma figlia sommessa alla mia

genitrice natura; pure il mattone è il figlio della mia tenerezza:

io non mi sono mai vergognata di lui. — Se mia madre ascoltasse il

consiglio della sua figlia, io le direi: rompiamo la stampa dell'uomo;

creiamo invece un miliardo[372] di tigri; anch'essi mi sono figliuoli,

e se non foss'altro, hanno la pelle più vaga.»

* * * * *

Pieruccio lasciò che il marraiuolo ponesse fine alla canzone, poi

incominciò:

«Per cui scavi cotesta fossa?»

Al suono arrogante della voce il marraiuolo tenne ch'ei si fosse un

barone, per lo che, prima di raddrizzare il dorso, si recava ossequioso

la mano alla berretta; quando poi vide la strana sembianza, riprese

come stizzito il lavoro, rispondendo:

«Anche per te, se vuoi...»

«Sia; per me. Affréttati dunque, perchè il vivere mi pesa, — aspetterò

che tu l'abbia fornita, — poi morirò; — lavora di forza. Voi altri

uomini, per poco che vi si mostri un fiorino d'oro, diventate

terribili; — eccoti fiorini; io me li portava addosso perchè hanno

impresso il giglio e il Battista, e perchè il re di Tunisi per essi

conobbe il grande stato di Fiorenza, ond'ebbe a riprendere l'astio dei

Pisani che ne levavano i pezzi[373]; ma tu, villano, nulla sai di ciò e

nulla ti preme saperne; — io te li dono perchè tu presto mi apparecchi

il letto del mio riposo; — mi sento rifinito e mi tarda a dormire.»

Disfece Pieruccio un lembo dei suoi stracci, e sulla terra diffuse

copia di fiorini. A quella vista il marraiuolo balzò fuori dalla

fossa; cupidi figgeva gli sguardi sopra l'oro sparso, — poi li volse

d'intorno, — ed alfine brandì la zappa.

Pieruccio, indovinando il mal talento di lui, lo avvinghiò

all'improvviso pel collo e ridendo gli disse:

«Perchè vuoi uccidermi? io ti affermo con sacramento che, appena

terminata la fossa, io voglio morire; indugia anche un poco; — tanto

la fossa dovresti pure fornirla per nascondervi dentro il tuo delitto;

— va' dunque e ti affretta; la mia vita sta nelle tue mani, ma tu non

devi tormela.»

E con impeto nervoso ricacciò il marraiuolo dentro alla fossa, il

quale cominciando a sentirsi agitare dai vani terrori che a quei tempi

ingombravano le menti del popolo, tremando forte e senza più levare la

faccia da terra, si adopera a terminare lo scavo.

Pieruccio si pone a sedere su di una pietra; i gomiti appoggia sopra i

ginocchi, le guance abbandona ai pugni e contempla Firenze.

«Addio, di repente proruppe, — addio, Fiorenza la bella, — addio,

patria; — io non conobbi mia madre, — mio padre mi procreò nell'ora

del delitto e si vergognò del suo sangue. — Tu, Fiorenza mia, non

ti vergognasti di me — tu mi hai amato come figliuolo, — io come

madre; — mie tutte le tue glorie, — non concittadini, ma fratelli

miei gl'incliti personaggi che uscirono dal tuo fianco. — Quando

ambasciatori, baroni, uomini insomma di alto affare venivano a

farti omaggio, io, aggrappato al capitello di una qualche colonna e

spenzolato dal cornicione di un palazzo, godeva dello splendore del

corteggio e delle cerimonie usate alla Signoria, — e il mio cuore

esultava come di onoranza resa alla mia famiglia: — il mio stemma

faceva giglio rosso, — il gonfalone di Fiorenza era il mio pennoncello.

O Fiorenza! ti versi l'Appennino acque perenni, onde tu goda di eterna

fragranza, e dal tuo fiore emanino sempre effluvii di grandezza e di

gloria... Tuttavolta i fanciulli della mia città mi hanno percosso

nel capo, — tale altra m'insanguinarono il fianco, — ma, — vedete, —

qualche dolore ci fa meglio amar la cosa diletta. E poi qual dolore non

placava l'esultanza di vagare pei suoi campi in primavera, — e i piedi,

le mani, la faccia, rinfrescare di rugiada, — inebbriarsi nei primi

raggi del sole, con aperte narici bevere l'area che spira vividissimo

dai colli paterni? — la terra morbida per erba folta ti sembra elastica

sotto le piante: tu ti senti leggiero da sfidare al volo la rondinella

che venne da lontane regioni a rallegrare l'anno che rinasce... — Oh

come è lieta la vita! Marraiuolo, hai terminata la fossa?»

«Più poco manca.»

«Aspetterò paziente. — Adesso, o Fiorenza, i tuoi lioni hanno cessato

di ruggire. — Alla repubblica arriva gradita la voce del re degli

animali, — al principe giunge increscioso qualunque suono che non sia

di cortegiano. — O patria mia! tu mi giaci davanti, e sei anche bella,

perchè la vergine il primo giorno della sua morte, quando l'ornano

di fiori, e la vampa dei ceri accesi le mantiene su le guance un

crepuscolo di vita, sembra che dorma; — pure tu sei morta, — ben morta,

— povera patria! — La statua equestre di Giovanni Acuto, costà in Santa

Maria, par che muova le braccia in battaglia; il suo buon destriero

solleva le gambe per mutar il passo; — o gente che vi trovate sotto

la mensa che sostiene il simulacro dell'Acuto, non vi prenda timore,

— quel passo non sarà mutato, — coteste braccia non faranno più moto

nel mondo, — il prode capitano diventò una cosa inanimata. — Fiorenza

ormai non cambierà più fianco, imperciocchè ella non dorma, ma giaccia

morta; — tra poco il segno della putredine contaminerà la sua faccia: —

chi lo nega? — forse l'arca di marmo pario scolpita di sottile lavoro

e le gemme, i monili e le vesti di velluto magnifico salvarono il

corpo della contessa Matilde dell'insulto del verme? Chiunque muore

si disfà. — O Fiorenza! se almeno ti avessero gettato sopra le spalle

un lembo di porpora e sul capo una corona di spine, e nelle mani posto

una canna per iscettro... come Gesù, saresti argomento di compassione;

— ma no, gli scellerati non si tennero contenti a renderti infelice,

essi ti hanno voluta contennenda e giocosa. Ti hanno acconciato in

capo una corona di carta e ti posero al fianco una spada da giullare, —

poi ti hanno data in moglie al figlio di un prete e gli hanno imposto

per patto nuziale che ti avveleni; — egli ti viene addosso e ti porta

il veleno nel manto ducale; — costui è miserabile e piccolo, — eppure

non meno mortale uccide il suo veleno. — La potenza di nuocere non si

misura nei principi dalla grandezza dello stato, — appartengono tutti

alla medesima famiglia dei serpenti, — l'aspide spegne al pari del

dragone...»

«La fossa è pronta.»

[Illustrazione: ... erano condotti giù per la grande scala del

Palagio nella corte a ricevervi la morte.... _Cap. XXX, pag.

752._]

«Sii benedetto, marraiuolo; — eccomi — il mio cuore si rompe; —

marraiuolo, prendi tutti i miei fiorini, — lasciamene solo uno — uno

solo sul cuore; certo io non sentirò più nulla tra poco, ma l'impronta

del giglio mi farà del bene: — in ogni caso, quando risusciterò, il mio

primo sguardo sarà pel giglio, e la mia anima esulterà. — Marraiuolo,

ponmi poca terra sul corpo, perchè voglio esser pronto alla chiamata

dell'angiolo, — voglio precedere al giudizio di Dio i tiranni della

mia patria che avranno sepolcro costà nella valle — e accusarli; — e se

non apriranno a me povero peccatore le porte del paradiso, scongiurerò

la infinita misericordia onde mi converta in demonio per tormentarli

a senno mio nell'inferno. — E voglio anche precedere il tristo armento

di quanti voi altri mi seppellite qui intorno, onde, quando giungeremo

davanti al giudice piangolosi e supplichevoli, io possa essere in tempo

a gridargli: Dio eterno, cacciali via, perchè hanno combattuto contro

la libertà della mia patria. — Oh! quanto è gran dolore abbandonare

la madre e la sposa, ogni cosa in somma più caramente diletta, e

abbandonarla infelice! — un bacio, — un altro bacio, — un altro

ancora.» — E qui si avvoltola per la terra e la bacia e ribacia con

delirio smanioso, poi ripiglia: — «Dio creatore, perchè, se la terra

doveva essere un luogo di pellegrinaggio, l'hai piena di tanti affetti?

O perchè non ci hai fatto il cuore più duro? E se la terra era un

luogo di prova, ond'è che ci adunasti tutti gli affanni dell'inferno?

Perchè per un solo paradiso ci apparecchiasti due inferni? — Veramente

la nostra patria è fuori di questo mondo; — qui non possiamo vivere

innocenti nè illesi; — di là il ristoro delle angosce, di là il riposo,

di là la riparazione dei torti, il premio e la gloria... Io chiudo le

palpebre e muoio. — Nondimeno..., Dio padre..., se prima della fine dei

secoli... Fiorenza mia ritorna bella e decorosa, se torna ai suoi leoni

il ruggito, se il gonfalone della Repubblica alle sue torri... Dio

padre, toccami gli occhi ed aprimeli, — un minuto, — un attimo, — ch'io

la riveda... ch'io intenda il grido: viva Fiorenza!... e poi starò per

patto un milione di secoli nel purgatorio... Fiorenza..., cuoprimi...»

La bocca del Pieruccio appariva contaminata di spuma, — la sua

persona nel furente rotolarsi sul terreno sassoso era rotta in più

parti nè dalle aperte ferite usciva sangue, ma poco siero sanguigno

che andava rapprendendosi intorno alle margini: povero Pieruccio!

sembrava percosso da epilessia; — i suoi ultimi moti erano disperati

ed angosciosi come quelli del pesce trafitto dai denti della fiócina; —

l'estremo atto convulso lo sorprese sull'orlo della fossa e vi traboccò

dentro, tenendo le mani compresse sul cuore con un fiorino stretto

tra le dita. Il marraiuolo stette alcun tempo co' capelli ritti, la

persona composta a terrore, non osando nè potendo movere passo: — poi

vide i fiorini sparsi e si curvò a raccoglierne uno... due... tre e

tutti, non senza volgere sospettoso lo sguardo alla fossa per mirare

se ne usciva il Pieruccio. Si quietò la paura, e l'avarizia prese a

dominare assoluta su quello spirito tristo: allora si risovvenne del

fiorino che il Pieruccio aveva tolto per tenersi sul petto, — gli venne

l'agonia di possederlo, — non gli bastarono i tanti raccolti, — gli

sarebbe parso di non averne pur uno, se non giungeva ad attrappargli

anche quello; — però affacciarsi alla fossa non si attentava; —

tra il sì e il no vacilla, — mosso appena il passo, a sè lo ritrae

frettoloso, — finalmente imprime un'orma in avanti, la seconda seguita

spedita, — si affaccia alla fossa. Oh Dio! — Pieruccio ha gli occhi

aperti come persona viva, — come morto le pupille intente, — e la

sua bocca contratta non si sa bene se rida o se minacci. — Finchè il

marraiuolo vedrà quel volto, non gli riuscirà toccarlo; — concepisce

nuovo consiglio, — impugna la pala e gli getta tre o quattro palate di

terra sul capo; — così assicurato, si spenzola dalla fossa e, tese le

braccia, s'ingegna ad aprire con forza le mani al Pieruccio e levargli

il fiorino. — Sia che avanzo alcuno di vita rimanesse in questo misero,

sia, come credo piuttosto, che ciò derivasse da moto spontaneo del

corpo, comunque cadavere, il capo di lui si alza con violenza di

sotto terra ed empie di fango gli occhi e la faccia del marraiuolo.

— La paura lo vinse; — stette lungo tempo semivivo e immemore di sè,

sporgente col capo, le braccia e fino al torace dentro la fossa; —

mal si distingueva il vivo dal morto. Quando risensò, non potendo

ricuperare l'uso delle gambe, carponi a modo bestia allontanavasi:

— la cupidigia e l'avarizia sue lo avevano degradato anche sotto la

condizione del bruto.

* * * * *

Finalmente Giovanni Bandini stampa un'orma sul terreno della patria

con la esultanza del nemico che preme il seno del vinto nemico. — Ahi

misero! — Adesso ha côlto il frutto della vendetta, — si accorgerà più

tardi di qual gusto egli sappia, — più tardi l'agonia della offesa e

il rimorso e la paura; — più tardi il cuore impietrito il volto senza

pudore, il sangue tramutato in veleno: — ora il suo pensiero viene

assorto dall'ansia di tenere nelle sue mani Maria.

Povera donna! oh perchè egli non la lascia in pace? Finchè l'anima di

lui si mantenne innocente, fu il suo amore tutto lieto, tutto bello,

come il fiore tocco dall'alito fecondo di primavera, e le sue immagini

di vita serena, con la sua donna al fianco sempre amata, sempre

amante, e con una corona di figli, decoro dei tardi anni; — quando

poi gli s'incupì l'intelletto, — allora l'arse una fiamma d'inferno,

— la passione gli stette nel seno quasi aspide nel nido, — desiderò

Maria con più intenso furore, ma non per renderla felice, sibbene per

tormentarla; — scopo principale della sua vita era stato sempre Maria;

una volta lo agitava l'amore, adesso l'odio, e questo più forte ancora

di quello, perchè aveva aggiunto al proprio fuoco le sue fiamme. Hans

Verner immaginò, come altra volta avvertiva, due anime che sempre si

sieno amate di santo amore nel mondo comporre un angiolo nei cieli,

due anime che per amore degenerato in odio sieno costrette a cercarsi

per tormentarsi; io per me penso, debbano formare giù nell'inferno un

demonio.

L'assedio di Firenze · 第 73 / 81 段