Papa Clemente, preposta la vendetta al giuramento, aveva fatto

sostenere in un medesimo giorno Bernardo da Castiglione, Francesco

Carduccio, Iacopo Gherardi, Luigi Soderini e Giambattista Cei, e

perfino spedito da Roma la istruzione scritta di sua propria mano nel

modo da praticarsi per mandare alla morte questi notabili cittadini.

Non pertanto ai Guicciardini, Francesco e Luigi, al Nori e agli altri

Palleschi sembrava poco la morte, e ognuno andava ingegnandosi di farla

precedere da qualche suo tormentoso trovato o da plebee villanie,

che le anime altere offendono meglio degli strazi. Furono tutti i

mentovati messi al martoro; sospesi con la infame corda, confessarono

quanto vollero i giudici iniqui, — tocca appena co' piedi la terra

smentivano il detto, sè protestavano innocenti: solo le parole

strappate dal dolore facevano fede, — delle altre non prendevano

ricordo. Il Carduccio, tosto che vide allestita la fune, dichiarò non

esser mestieri cotesto argomento per indurlo a confessare; imperciocchè

non pure confessava, ma si recava eziandio ad onore avere amministrato

le cose della Repubblica contro i Medici: — e non gli valse. Legato,

riprese risparmiassero cotesta immanità; sapere essere venuta da Roma

la sua condanna; stessero contenti alla sua morte; di più non avere

comandato nè desiderato lo stesso Clemente: e nemmeno questo gli

valse, — lo vollero ad ogni costo mettere al tormento. Confermato tra

i tormenti il supposto delitto, lo interrogarono se avesse a dedurre

discolpa.

«Discolpa per aver difeso la patria? egli rispose, — guardimi Dio dal

farlo! Così avessi potuto salvarla!»

Bernardo da Castiglione, richiesto anch'egli se avesse ad allegare

difesa, rispose, come nelle stragi napoletane Manthonè e Speziale[364]:

«Se la capitolazione non basta, non saprei e nè anche vorrei

presentarvene altra.»

Stanchi, non sazi di oltraggiarli, li condannarono. Carduccio, comecchè

sentisse acerbo dolore per le sue ossa slogate, pure fieramente parlò:

«Avreste dovuto incominciare donde avete terminato, valentuomini; voi

avete profferito un giudizio. — Giudici, non sapete che sopra di voi

vive un altro giudice? A lui mi appello e vi cito tutti a comparire

davanti al suo tribunale prima che passino cinque anni. Rammentatevi

del templario Molay[365].

«Ch'è questo?» domandò trasalendo Antonio degli Alberti percosso da un

sinistro fragore.

«Nulla: tentano con la sbarra di ferro le ferrate ai carcerati, per

accertarsi che non le abbiano segate per ricuperare la libertà.»

«Affrettiamoci dunque: messere Francesco, alzatevi, lasciatemi prendere

il vostro posto; ora verranno per me... indossate i miei panni e

salvatevi.»

[Illustrazione: ... e finalmente ansanti si fermano nel

bosco... _Cap. XXIX, pag. 708._]

Il Carduccio si alzò e baciò in volto l'Alberti, quindi prese a parlare

queste solenni parole:

«Antonio, ascoltatemi. La vita è una grossa moneta che non va sprecata

nelle minime cose, ma generosamente spesa nelle grandi. Nè a me la

fortuna potrebbe presentare occasione da impiegarla meglio che a

rendere abborrita la nascente tirannide. Molti hanno nemici la libertà

e la virtù. Ora a quali termini voi le vedreste ridotte, se primi

gli amici loro le disertassero? Che direbbe il mondo se, a me solo

provvedendo, lasciassi in carcere i compagni? Qual difesa darei se, per

salvare me già vecchio e infermo, io non abborrissi dal sacrificare

voi giovane e sano? Così, è vero, mi troncheranno la testa, — ma,

nell'altro modo, in qual parte io la sottrarei all'infamia? E tra

la sventura e la colpa nè io nè voi, Antonio, possiamo rimanerci un

momento dubbiosi. — Lasciate che noi muoiamo; — egli è bene che il

primo gradino del trono sia bagnato di sangue, — più facilmente vi

sdrucciolerà il piede del tiranno. — Forse vi fa vergogna il patibolo?

E credete voi che se io ci vedessi l'onta della mia famiglia, già non

mi sarei fatto cadavere? — Nessuno è signore della morte dell'uomo. No,

Antonio, qualunque scala, — anche quella del patibolo, è buona quando

mena alla gloria. — La mia morte è sfregio sul volto al tiranno. —

Forse chi sa che non sia questa una insidia? — Quale angoscia sarebbe

la mia, quale il tuo pentimento, se prima di trucidarmi giungessero

ad avvilirmi? Lasciami morire onorato. Socrate non volle fuggire, e fu

divino tra gli uomini...»

Il fragore delle ferrate percosse si fa più vicino, — la porta della

carcere si apre, ed una voce in suono di preghiera favella:

«Uscite, messere,... affrettatevi..., o siamo tutti morti...»

«Va' dunque, Antonio, di' a mogliema che prenda buona cura dei figli e,

se l'è dato, gli meni in terra meno sinistra al suo sangue...»

«Venite, aggiunge la voce, — me perdete, e voi non salvate...»

«Va'», soggiunse il Carduccio, e sorreggendosi al braccio dell'Alberti

lo accompagna; «va' e porta teco questo mio estremo consiglio: provvedi

a te e alla tua famiglia; — rimuovi la mente dai pubblici negozj,

dove sovente raccogli ingratitudine e odio, — qualche volta la morte,

— atroci cure sempre; educa i figli nel timore delle leggi, accresci

il censo domestico, vivi ignorato — e muori tranquillo; — così non

maledirai nè benedirai i tuoi simili...»

«Per la croce di Dio!... affrettatevi...»

«Aspetta: che se invece ti freme l'anima dentro, — se nulla aspetti di

premio da' tuoi simili, — se un impeto sublime ti sforza di compiacere

all'alto proponimento di liberare la tua patria, — allora, — e da me

impara, — ricórdati che, sguainata la spada contro il tiranno, vuolsi

abbruciare il fodero; — tratta una volta, deve nascondersi o nelle

sue o nelle tue viscere: prima di venire ai patti, vadano in rovina le

case, in fiamme la città, a filo di spada i cittadini. Coteste rovine

sono feconde, — lì nasce il grano di cui la libertà si fa pane; — la

pace del tiranno è il camposanto. — Ramméntati la morte di Bruto, —

non rammentare le sue estreme parole: — non è la virtù vile nè schiava

della fortuna[366], se, presso al supplizio, col corpo intormentito

da dolori acerbissimi, io posso la presente mia condizione anteporre a

quella dei miei oppressori.»

Il cognato, tratto violentemente, abbandona il braccio del Carduccio,

e la porta del carcere si richiuse davanti a questo. Tentoni al buio,

egli riguadagna il lettuccio, dove ponendosi a giacere, esclamò:

«Oh come sono infelici i miei oppressori!»

E Dio consolatore mandò il riposo degli innocenti a quel travagliato.

Due ore innanzi giorno, buona schiera di armati precedendo e

seguitando, da una parte il frate, dall'altra il carnefice, il

Castiglione, il Carduccio, il Gherardi, il Soderini e il Cei erano

condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi

la morte. Il Cei scendendo pose il piede tra mezzo una fenditura degli

scalini e se lo storse in isconcia maniera.

«Ci mancava anche questa!» esclamò crucciato; «io non so, messere

Francesco, perchè, quando eravate gonfaloniere, non vi deste pensiero

di fare accomodare questa scala.»

«Veramente, Giambattista, io non contava di averla a scendere mai.»

«Vedete! Bisogna porre buona avvertenza a tutto; e' pare ne sia stato

architetto un cerusico.»

«Giambattista», riprese il Castiglione, «un romano avrebbe tolto in

sinistro augurio il vostro inciampo e se ne sarebbe tornato indietro.»

«Ormai, Bernardo mio, non ne varrebbe il pregio. Messer Iacopo, a che

pensate voi? Su, animo.»

«Eh! io penso non essere questo il miglior quarto d'ora della nostra

vita...»

«Perchè no? Noi ci acquistiamo un tanto; — tolto che ci abbiano il

capo, per esempio, non ci dorranno più i denti...»

«E poi andremo a vedere», interruppe il Soderino, «come si risolva il

gran forse.»

«Come, messere Luigi, dubitereste di Dio?» domanda Giambattista.

«Io non credo e nè anche discredo; la fede non dipende da noi, non

più che avere il naso lungo o corto. — I frati mi consigliavano a

digiunare, ma siffatto argomento mi faceva venire fame, non fede; —

sicchè all'ultimo, conoscendo ch'io non valeva a sciogliere il nodo,

mi sono condotto nella vita come se Dio fosse. — Se Dio esiste, — ho

detto, — per certo egli ha viscere di misericordia, e quante volte ho

potuto ho soccorso i miei fratelli. In somma se il Creatore esiste,

non vorrà rigettarmi dal suo seno, perchè il mio ingegno non seppe

comprenderlo; — se poi...»

«Tacete», favellò il Carduccio, «l'altro supposto non possiamo

concedervi or che tra l'ombre io scorgo il nostro letto di morte.»

«Anzi, appunto per questo lasciatemi proseguire; — se poi egli non

è, io ho cercato mantenermi nella vita tale da accogliere la morte

tranquillo come un sonno confortatore.»

«La scala è terminata, badate alle gambe», grida il Cei che camminava

in capo alla comitiva.

«Ah!» sospirò profondamente il Gherardi.

«Gemete voi?» lo interrogarono gli altri affannosi; «deh! non vi manchi

l'animo al maggiore uopo!»

«Ahimè! Mi duole partirmi da questa terra senza pure contemplare

un'altra volta la luce divina...»

«Meglio così; — forse più forte ci stringerebbe l'angoscia se vedessimo

la cara patria rallegrata dai raggi mattutini del sole...»

«Ahimè! ahimè! Carduccio mio, come lasciamo la patria!»

«Largo le lasciamo un retaggio di virtù e di sventura; noi pregheremo

del continuo l'Eterno che le asciughi le lacrime e la renda alla sua

prima bellezza...»

«Chi sa quanti secoli si volgeranno invano?»

«Consólati, — noi stiamo per andare in parte dove lo spazio non si

misura col tempo...»

«Non penso a me, ma a' miei figliuoli...»

«Riconciliatevi con Dio», interruppe il frate, «onorandi messeri; l'ora

della vostra morte è arrivata.»

«Senti, frate», parlò gravemente il Carduccio: «noi non abbiamo

mestieri riconciliarci con Dio, perchè non lo abbiamo offeso mai; e

quando pure, senza volerlo, lo avessimo offeso, confidiamo non essere

di bisogno il tuo ufficio ond'ei ci ascolti; próstrati con noi e

adoralo: chi sei tu che ti poni tra il Creatore e la creatura? A che

vesti di sacco, se la superbia ti sta fitta nel cuore? Polvere, come

noi, umiliati... e prega.»

Pregarono; — nessuno ardiva sturbarli, — e quando si rilevarono, il

Carduccio parlò:

«Prima di partire salutiamo le nostre dimore. Frate, in carità, porgi

la tazza piena del vino dei condannati; — amici, possa io abbracciarvi

tra poco alla presenza di Dio. — Ecco io propino, con l'ultimo sorso

che beveranno le mie labbra mortali, alla libertà della patria!»

«Dio salvi la libertà!» risposero gli altri e s'impalmarono a vicenda.

Alcuni dei soldati, mossi da irresistibile impeto, gridarono anch'essi:

«Dio salvi la patria!»

E il carnefice stese la mano, ma subito la ritrasse mormorando: «Io

sono un abbietto... devo privarli del capo, ma non mi è dato toccarne

la destra.»

L'occhio del capitano sfolgorò alla vampa delle torcie a vento e valse

a impietrire di paura gl'incauti soldati.

Il Gherardi tremava; se gli accosta il Carduccio e gli favella:

«Iacopo mio, raccogli tutta la tua virtù... siamo soli, ne circondano

le tenebre, e nonpertanto tutto l'universo ci guarda. — Va' tu

primo, chè troppo ti recherebbe dolore la vista della strage de'

tuoi compagni... mi aspetti la tua anima, chè moveremo compagni al

paradiso... va'... va', Iacopo... In questa vita tu lasci gloria

immortale... lassù ti aspetta eterna esultanza.»

Iacopo Gherardi, infiammato dall'ardente parola, si accosta animoso al

ceppo, — si prostra, — vi accomoda sopra la testa.

Il carnefice gli viene attorno dicendo:

«No, messere; così male acconsentirebbe la scure, e voi soffrireste

troppo.» — E con ambe le mani gli aggiusta il collo sul tronco: pietà

di carnefice!

«Dio!... Libertà!...»

Del capo di Iacopo, erano rimaste sul ceppo alcune scheggiature

dell'osso del collo e le cime della sua barba.

«Bravo Iacopo!» esclamarono ad una voce i compagni.

In breve ora fu consumata la strage.

Il papa, quando n'ebbe notizia, versò più di una lacrima ed ordinò un

solenne ufficio di requie per l'anima di cotesti poveri defunti. — Che

Dio faccia pace a quel buon papa!

* * * * *

E ormai insaniva la belva inebbriata di sangue: molte altre morti

funestarono la città. Lionardi Sacchetti avvelenato periva, al Ciofi

mozzarono il capo. Non poche condanne però riuscirono invano, come

quelle di Dante da Castiglione e di Lionardi Bartolini, perchè si

posero in salvo; notabilissimi cittadini stettero imprigionati nella

cittadella di Pisa, nella rôcca di Volterra o nelle Stinche a Firenze;

sommò a numero inestimabile la quantità dei banditi. In ogni città,

in ogni castello d'Italia e qualche volta in terre straniere lasciava

Firenze miserevoli brani della sua bella cittadinanza; ne confinarono

su le Alpi, a Malta, nei borghi più remoti ed inospitali della Sicilia;

e quello che fa maggior compassione a considerare si è questo, che

molti furono o di così poca mente o di cuore tanto codardo che con

disagio e spesa infinita mantennero i confini, pur confidando che la

persecuzione avrebbe tregua una volta; decorso il termine del primo

confine, li condannarono ad un altro più aspro; e morirono rovinati

nelle sostanze, scherniti dal mondo, senza nè anche il conforto che

nasce dal sentirsi incontaminati.

E perchè forse terranno alcune genti il mio racconto sospetto e

lo reputeranno fatto ad arte per vituperare chi primo instituì

la tirannide nella Toscana, valgami la testimonianza di Benedetto

Varchi, il quale, come spesso sono venuto rammentando, scriveva storie

per commessione di Cosimo I. Costui, e comecchè nè grande cuore nè

peregrino ingegno si fosse, costui tuttavolta, più che al tiranno

compiacendo al vero, con eterna sua lode, sposta prima la infame

proscrizione, dettava la seguente pagina: «Io non so quello che a

coloro i quali queste cose leggeranno sia per dovere avvenire; so

bene che a me hanno elleno tanto arrecato in iscrivendole non pure

di rincrescimento e compassione, ma d'indignazione e sbigottimento,

che io, se le leggi della storia, le quali io, giusta mia possa, non

intendo di trapassare ritenuto non mi avessino, arei in così larga

occasione lungamente deplorato non meno la miseria e infelicità della

natura umana che la perfidia degli uomini; conciossiacosachè queste

cose fussono fatte tutte quante direttamente contro la forma della

capitulazione, nella quale si perdonava liberamente a tutti coloro che

in qualunche modo e per qualunche cagione avessono o detto o fatto o

contra la casa dei Medici, o contra alcuni de' parenti e seguaci loro:

— e con tutto questo si ritrovano al presente di coloro i quali hanno

o l'animo così efferato o la lingua tanto adulatrice o la mano cotanto

ingorda che, lontanissimi così da ogni umanità come da ogni verità,

scrissono nelle storie loro che papa Clemente, troppo temperato in

tutte le sue azioni, parendogli che fosse uficio di reputazione e pietà

sua mantenere il nome il quale s'aveva preso, usando moderata vendetta,

fu contento della pena di pochissimi. Del che tante più si dovrà o

maravigliare o stomacare chiunche saperrà che la volontà di Clemente

era che per più tempo ad ogni mano d'Otto si seguitasse di confinarne

degli altri: ma le grida che si sentivano per tutta Italia e fuori,

non senza grandissimo carico di don Ferrante, giunsero all'orecchie

di Cesare, e questo cagionò che in confinando non si procedette più

oltre[367].»

Questo era il perdono di papa Clemente!

In qual modo si adempisse il patto sostanziale, _salva sempre la

libertà_, adesso e più brevemente esporremo.

Un Giovannantonio Mussetola venne a Firenze con certa carta che fu

detta _bolla d'oro_, fatta da Carlo V in Augusta a' 21 ottobre l'anno

1530, e visitata prima la santissima Nunziata dei Servi, secondo la

vecchia arte di regno con la quale si tenta chiamare la Divinità

a parte delle tristizie dei potenti, andò in palazzo seguito da

moltitudine di popolo gridante: Palle, — Medici, — Carlo, ed altre

simili voci. La Signoria gli andò incontra fino alla scala; egli

entrato nella sala dei Dugento salì sopra un rialto tenendo a mano

dritta il duca Alessandro, a manca il gonfaloniere con quattro signori

per parte; drizzatosi in piedi, con reverenza lesse la bolla.

Diceva in sostanza il foglio: essere Firenze decaduta dai suoi

privilegi per la temeraria guerra impresa contro lo imperatore; averla

però di nuovo tolta in grazia per la clemenza propria e ai preghi di

papa Clemente; ordinare che la famiglia dei Medici e conseguentemente

Alessandro, duca di Civita di Penna, suo genero, si ricevessero e

accettassero con quella stessa maggioranza la quale vi avevano innanzi

che cacciati ne fossero, e, riformandosi lo stato come avanti il

1527, il detto duca fosse capo di tal reggimento in tutti gli uffici e

magistrati, finchè durava la vita sua; e lui morto, i suoi legittimi

figliuoli ed eredi e successori maschi discendenti del corpo suo;

e mancata la linea legittima di Alessandro, succedesse in quella

maggioranza il più propinquo parente della medesima casa.

Troppo grave offesa era questa alla libertà della Repubblica, e

nonpertanto poca alla cupa libidine di Clemente. Nè già era costui

ardito, come il Valentino, da porre la fortuna sopra un dado e trarne

fuora _Cesare, o nulla_, bensì tale, conservato prima il mal tolto,

da condursi per via di avvolgimenti a nuove rapine, — e nemmeno

apertamente iniquo, come il conte Francesco Sforza, sibbene, il costume

de' suoi maggiori seguitando, tale da mettere con arte altri innanzi,

corrompere, tentare il terreno, fingere insomma d'indursi con mala

voglia e richiesto a fare quello che, se meno era codardo, avrebbe a

forza voluto e acquistato. — Cominciò ad usare suoi ingegni con Baccio

Valori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Marco Strozzi; se

non che questi, non meno tristi di lui, e più di lui astuti, quantunque

indovinata la sua mente, fingevano di non intenderlo, parendo a loro

esorbitanza degna di eterna infamia privare affatto la patria di ogni

simulacro di libertà.

Considerato allora Clemente che quel battere delle buche non faceva

saltare fuori la lepre, deliberò vincere la ipocrisia e mostrare aperta

la sua intenzione; cosa, la quale sebbene apparisca dovere essere

agevole a cui abbia ormai conculcato la virtù, vediamo all'opposto

riuscire ardua a praticarsi, certamente perchè quanto più l'uomo

abbandona la sostanza, tanto maggiore sente il bisogno di attenersi

alle apparenze. — Chiamava pertanto a Roma Filippo Strozzi, disegnando

adoperarlo per mandare a fine il suo proponimento.

Era Filippo uomo di arguto intelletto, di modi cortigianeschi e

magnifici, vago di conviti, di caccie e di ogni maniera signorili

sollazzi; nelle cose di amore intemperantissimo senza considerare nè

sesso nè età; d'indole varia, versatile; di principe o di repubblica

poco curante, moltissimo di sè; nè tutto al vizio, nè alla virtù

tutto; sebbene sul principio della sua vita più di quello studioso che

di questa, all'ultimo poi più di questa che di quello, onde con la

morte generosa seppe redimere molte, se non tutte le colpe commesse

durante la vita. Adesso compariva ed era strumento efficacissimo di

servitù. I giovani nobili rimasti a Firenze, avendo preso a schifo la

parsimonia del vivere repubblicano, pur troppo si mostravano vogliosi

a seguitare gli esempi di Filippo, e così con la rovina delle virtù

civili si apparecchiava la morte di ogni magnanimo spirito, o vogliamo

dire la vita del buon ordine del principato. Ciò che apporta non poca

gravezza nel considerare la ragione delle vicissitudini umane si è

questo, che la corruzione, madre sempre di tirannide, suole precederla,

accompagnarla ed anche seguitarla; mentre la virtù, senza di cui ogni

argomento a migliorare le nostre sorti è novella, di rado accompagna e

non precorre mai la repubblica: onde Vittorio Alfieri scrisse la virtù

parergli piuttosto figlia che madre di liberi stati. La quale opinione

mi è piaciuto accennare non già perchè nessuno deponga la speranza, ma

all'opposto per la ragione che se talora gli eventi non vanno a seconda

dei desiderii, i troppo vogliosi témperino i smoderati e gli accomodino

ai tempi, ai casi e all'indole di questa nostra stirpe, più assai

infelice di quello che in generale noi non supponiamo.

Giunto Filippo in Roma, Benedetto Buondelmonti in nome del papa si

fece ad incontrarlo e gli disse essere giunto il tempo di ricuperare

la grazia del pontefice smarrita e cancellare i sospetti passati,

assentendo o tutte le cose che gli verrebbero proposte, ossivero di

contradirle senza profitto della città e con suo pericolo estremo.

Filippo prontamente si offerse qual più lo volessero, consigliere

o cooperatore. Cominciarono i segreti colloqui col papa, dove,

oltre lo Strozzi e il Buondelmonti, egli raccolse Iacopo Salviati,

Roberto Pucci, Bartolomeo Lanfredini ed altri pochi della casa Medici

svisceratissimi. Il papa espose che, essendo in là con gli anni, voleva

scendere nel sepolcro sicuro che la signoria di Firenze si mantenesse

nella sua famiglia, la quale a lui pareva che bene la meritasse per

gli amplissimi beneficii, così in pace come in guerra, procurati a suo

vantaggio. E Filippo tosto chiosava il testo dimostrando con mirabile

eloquenza tempestoso il vivere nelle repubbliche; doversi ai grandi

corpi politici dare un capo, una forza unica, una rappresentanza alla

quale i cittadini, non potendo pervenire, cessino d'invidiare, il

governo assoluto in somma; consiglio non meno pernicioso che stolto

parergli quello di lasciare a governo di Firenze, siccome era al

presente, due teste, il duca e la Signoria; ciò partorire pessimi

effetti e mostruosi non meno nei corpi morali che nei fisici; chiamarci

alla unità la natura, con splendidi esempi manifestarcela, Dio ottimo

massimo esistere solo.

Alle magnifiche parole di Filippo, Iacopo Strozzi di mano in mano

veniva rispondendo: «Filippo, tu non la di' come la intendi; e se la

intendi come la di', tu la intendi male.»

Lo Strozzi ciò nonostante procedeva imperturbato, e, per farsi più

benigno Clemente, conoscendo l'animo riposto di lui, adesso parla della

necessità di fabbricare una fortezza, arnese efficacissimo a reprimere

le subite ire del popolo, a porgere asilo nei frangenti pericolosi,

a tutelare, il governo; avvegnachè la sperienza abbia insegnato che

i moti popolari presto si calmino, e se tu ti mantieni in parte da

mostrarti quando la plebe comincia a stancarsi, di leggieri la riduci

all'antica soggezione. E Iacopo Salviati, che pure era parziale e

parente dei Medici, oltre il citare molti bellissimi esempi di tiranni

antichi, ai quali nè le fortezze nè i giachi nè il mutare di letto nè i

molossi posti a guardia dei penetrali valsero punto, ricordò l'esempio

domestico e moderno dei cittadini fiorentini, che, quantunque armati

alla morte di Lione papa, mantennero in podestà i Medici sprovveduti

di armi e di provvisioni a difendere o ad offendere capaci; e disse

ancora l'annona abbondante, la giustizia dirittamente amministrata, il

buon governo in somma tenevano il popolo contento, non già le fortezze,

inventate a tiranneggiare i popoli ed atte piuttosto ad offendere altri

che a difender sè, piuttosto a porgere sospetti che a dare sicurezza.

E poichè Filippo insisteva smanioso a ributtare cotesti argomenti e si

sbracciava a persuadere il contrario, Iacopo gli ebbe a dire queste

parole, conservateci dalla storia: «Voglia Dio che tu, Filippo, nel

mettere innanzi il disegno della fortezza, non iscavi la fossa nella

quale sotterrare te stesso.»

Detto umano non parve mai più profetico di questo. Caduto Filippo dal

sommo della prosperità, tratto a gran vituperio sopra un muletto, tra

lo schiamazzo della folla inseguente, per la città che seppe ridurre

schiava e non valse poi a rivendicare in libertà, o di propria mano,

come si disse, o per l'altrui, come meglio si sospettò, trovava morte

sanguinosa nelle male innalzate mura.

Data forma al disegno, Antonio Guiducci arcivescovo di Capua, giunse

primo a Firenze con la risoluzione della mente del papa, poco dopo

Roberto Pucci per disporre le materie, — in ultimo Filippo Strozzi per

mandare a fine il concertato tra loro.

Che importa raccontare il come? Dopo dugento cinquant'anni fu casso

il gonfalonierato, — il principe assoluto istituito. — Primo duca fu

Alessandro dei Medici, bastardo del pontefice Clemente e della schiava

africana moglie del vetturale da Colle.

L'assedio di Firenze · 第 72 / 81 段