ora forte incresceva di spenderla al papa; l'esercito o piuttosto
quattro eserciti, cioè i Tedeschi, gli Spagnuoli e gl'Italiani che
militavano per lui e la gente condotta agli stipendi della repubblica
minacciavano divorarsela; deliberò serbarsene per sè quella parte
che potesse maggiore, e affinchè chi legge conosca di che tiri sieno
capaci i vicari di Gesù Cristo, non mi sarà grave raccontarne il come.
Papa Clemente, chiamato a sè quel Pirro Stipicciano che di nemico
gli si era fatto esecutore dei più riposti pensieri, epperò de' più
scellerati, statuì la maniera, la quale fa questa. Alcuni soldati del
signor Pirro dal medesimo aizzati uccisero due Spagnuoli, allegando
che quelli delle bande loro avevano messo in pezzi due Italiani e
poi gettati dentro ad un pozzo. Per il qual fatto essendosi levato il
rumore grande, gli Spagnuoli si armarono per vendicare i compagni; se
non che, frapponendosi i capitani in quel giorno, si acquetarono, nè
ebbero altro seguito le cose. Il giorno appresso gl'Italiani, avuta
prima la fede dei Tedeschi che non si sarebbero mossi, ingaggiarono
una terribile battaglia con gli Spagnuoli, gridando: Italia! Italia!
— Prevalse la virtù dei nostri, rimasero rotti gli Spagnuoli, e
tuttavia incalzando gli avrebbero del tutto oppressi, se quel malefico
Pirro, di concerto con don Ferrante, non avesse con inganno persuaso
Tanusio, capitano dei Tedeschi, gl'Italiani del campo procedere
d'accordo co' Fiorentini; rotti una volta gli Spagnuoli, sarebbero
corsi addosso ai Tedeschi — avere giurato liberare Italia dai barbari.
Il Tedesco, porgendo fede alla menzogna, provvido di sè e de' suoi,
assalse gli Italiani quando meno se lo aspettavano. Gli Spagnuoli,
che stanziavano a San Donato in Polverosa, guazzarono il fiume e si
unirono con loro. Gli Spagnuoli dispersi, si accorgendo essere così
efficacemente sostenuti, fecero testa e tornarono alla zuffa. Allora
agl'Italiani non valse l'ardire. Percossi da ogni lato con forze di
troppo superiori alle loro, ebbero a dare volta non senza avere prima
rilevata una grande uccisione. Morirono da una parte e dall'altra
meglio di ottocento[357] uomini, computati anche quelli i quali per
conseguenza delle ferite rimasero spenti; tra essi capitani e gente
di maggior conto non piccolo numero. Così papa Clemente venne a
risparmiare ottocento paghe! E forse anche più, perchè gl'Italiani
andarono dispersi e, non che pensare alle paghe, si tennero avventurosi
di salvare la vita. Strana infelicità del nostro paese, o piuttosto
insuperabile perfidia di papa Clemente, che qualunque consiglio gli
suggeriva il demonio riusciva ad un tempo stesso funesto al genere
umano ed esiziale alla Italia. Dovendo conseguire con la strage il
risparmio del denaro, papa Clemente, invece di procurarla ai danni
dei Tedeschi o degli Spagnuoli, la volle effettuata sopra coloro che
la stessa sua patria avea nudrito, che il linguaggio medesimo di lui
favellavano. Ma per altra parte è giusto che quale più pecca maggior
pena paghi; e forse fu disegno della provvidenza che tale riscotessero
premio cotesti snaturati Italiani.
Quasi si fosse instituita tra loro gara di tradimenti, e come se il
cuore non consentisse al Malatesta di rimanere in questa parte a veruno
secondo, considerando ormai che se di per sè stesso non si procurava
la preda il papa gliel'avrebbe data tardi e poca, ordinò ai suoi
soldati, pressochè tutti Côrsi e Perugini, a fingere di ammotinarsi:
e così fecero; percorrendo le vie della città tra lo spavento della
cittadinanza universale gridavano: Sacco! — sacco! — Trassero a furia
sopra la piazza di Santa Croce. Malatesta, simulando turbamento per
quel fatto, salito sopra il suo muletto, si affrettò a quietare il
tumulto; ma giunto appena, gli ammotinati lo fecero prigioniero.
Di tutta quella turpe commedia il fine fu, che Malatesta disse ai
cittadini che, se volevano salvarsi dall'andare a fuoco e a sangue,
bisognava pagare, e subito; diecimila ducati in contanti...
In questa maniera si adempiva ad uno dei patti della capitolazione
poc'anzi riferiti, cioè che la città non fosse tenuta a sborsare oltre
a scudi ottantamila, per le paghe dell'esercito. Almeno era sincero lo
Stufa!
Rimane il sangue. Pierodoardo Giachinotti, commessario di Pisa, dove
si era condotto con rarissima fede, ebbe ordine di consegnare la città
a Luigi Guicciardini; ossequente al comando, improvvido della insidia,
egli la consegnò al nuovo commessario, e questi, con lusinghevoli
parole assicurandolo, licenziata prima la gente della repubblica,
gli pose all'improvviso le mani addosso e, gittatolo in prigione, lo
martoriò con crudelissimi tormenti. Già non adoperò costui la corda,
l'eculeo e gli altri strazi per fargli confessare un delitto qualunque,
imperciocchè egli troppo bene sapesse non essere colpa in lui, ma
perchè togliendolo subito di vita non gli sembrasse troppo mite la
morte: quando poi vide non avere parte del corpo dove non fosse piaga,
gli fece mozzare la testa. A papa Clemente bastava che fosse spento;
Luigi vi aggiunse di suo gli strazi, e ciò per la ragione, che, essendo
stato partigiano del vivere libero il gonfaloniere della Repubblica,
immaginò riacquistare fede presso i Medici ostentando ferocia. I
rinnegati di ogni tempo si rassomigliano tutti. Clemente papa nel
suo segreto esultava, chè a lui non sarebbe sembrato aver vinto, se
non giungeva ad avvilire la umana natura e rompere quel vincolo di
confidenza e di amore senza del quale le compagnie, le famiglie e le
cittadinanze si scompongono. I suoi nemici distruggeva nei rami e nella
radice.
* * * * *
Frate Benedetto da Foiano, udendo che cercavano di lui per farlo
morire, non gli occorrendo partito altro migliore, si fidò ad un
soldato perugino il quale promise di mettere in salvo lui e le sue
robe, ma egli, che della natura del suo capitano partecipava pur
troppo, tolte per sè le robe consegnò il miserando frate al Malatesta,
e il Malatesta alla trista derrata del tradimento aggiungendo, come
bene avverte uno storico, una pessima giunta, dopo averlo martoriato
prima per conto suo, con le mani e coi piedi incatenati lo mandò
a Roma. Papa Clemente ordinò lo carcerassero in Sant'Angiolo, e
nel consegnarlo a Guido dei Medici, che v'era per castellano, fece
avvertirlo ne avesse cura secondo i suoi meriti; badasse a questo,
che la sua lingua gli aveva di più aspre trafitte inacerbito l'animo
che non le picche degli altri suoi nemici. Guido, di facile natura,
innamorato delle virtù del Foiano e pensando la sua molta dottrina
potesse avvantaggiare la Chiesa in quei tempi calamitosi, molto più
che gli aveva promesso, se Dio gli concedesse vita, volere scrivere
un'opera dove coi passi della Scrittura intendeva confutare l'eresie
luterane, ne prese buona cura e attese a provvederlo di quanto è al
vivere necessario. Così procederono per non breve spazio di tempo
le cose, finchè, udendo che il papa veniva a visitare il castello,
fidando placare il suo sdegno, gli pose su la via il frate, il quale
prosteso, col capo chino al pavimento, le mani composte a misericordia,
lo supplicava pel sangue preziosissimo di Gesù Cristo a compartirgli
il perdono. I piedi del papa pestarono la barba del frate, il volume
delle sue vesti pontificali s'intricò alle membra di quello, ma egli
continuò il suo cammino senza badarlo, senza pur fare sembiante di
vederlo, senza movere parola di lui. Terminata la visita del castello,
e pervenuto sopra la soglia della porta, sul punto di prendere commiato
da Guido, accostandogli le labbra all'orecchio, gli susurrò:
«Benedetto da Foiano è passato a vita migliore: monsignor vescovo, di
qui a cinque giorni voi gli direte o farete celebrare l'ufficio dei
morti.»
«Mai no, Santità, riprese Guido, che il Foiano vive, ed io ve
l'ho posto sul vostro cammino perchè lo vedeste e gli usaste
misericordia...»
«Tacete; — io vi dico ch'è morto, — e voi procurate di celebrargli
l'ufficio.»
E siccome il vescovo di Civita se ne stava a guisa di smemorato, papa
Clemente scotendogli il braccio con giovanile gagliardia, replicò
cupamente:
«Non intendi, stolto? — egli deve morire.»
Venne l'ora consueta in cui solevano apportare al Foiano il cibo e
la bevanda, ma egli attese invano gli alimenti; — pensò se ne fossero
dimenticati e si pose pazientemente ad aspettare. Intanto il digiuno
si prolungava, e lo stimolo della fame cominciava a tormentarlo; — si
affacciò alle ferrate guatando bramoso se gli occorresse anima viva; —
alla fine vide un soldato e lo scongiurò andasse dal monsignor Guido
ad avvisarlo che non gli avevano portato il pane e che si sentiva
fame; il soldato scosse la testa e si allontanò silenzioso. — Dopo
lungo tempo ne comparve un altro, ed egli, «Fratello, in carità,
si pose a gridare, — porgimi un poco di acqua, — le mie viscere
ardono.» E il soldato: «Raccomandatevi a Dio; se io ve la porgessi,
perderei la testa.» — Allora si rimase stupidito; poi dopo, tanta
ira lo assalse per la disonesta morte a cui si vedeva condannato che
a capo basso corse contro la parete per ispezzarvelo dentro, — e lo
faceva; — ma il pensiero della eterna salute lo trattenne. Adesso
l'istinto potentissimo della propria conservazione, l'acerbità del
fine, l'occupano intero per tentare mezzo alcuno di scampo; — abbranca
con ambe le mani la ferrata e la scuote cento e più volte, — e sempre
invano; — allora col medesimo impeto si volge alla porta squassandola,
scrollandola con quanto aveva di forza nei bracci, — e non consegue
intento migliore. — Le sbarre di ferro si macchiano di sangue, —
brani di pelle rimangono appesi agli arpioni della porta, — le mani
ha impiagate, piene di schegge, le unghie rovesciate, — e pure non si
arresta; — poi alla furia successe la quiete, e si pose sottilmente
a investigare se vi fosse modo di venirne a capo con la industria. La
pacatezza considerata inutile, tornò a crucciarsi; quindi di nuovo alle
tranquille indagini, finchè, finita affatto la lena, gli si spense a
un punto la speranza, e si tenne spacciato; si trasse verso il letto
e vi cadde sopra bocconi gridando con voci di pianto: «Ahimè! questa
non è morte da cristiani, e me la dà il papa!...Nei tempi andati un
arcivescovo ci condannò il conte Ugolino..., ma io non gli ho ucciso
i nepoti... La pena eterna dell'arcivescovo non ispaventa dunque
papa Clemente? Oh! possa prima di morire il pentimento ottenergli
la pace del paradiso.» — Questo pensiero di perdono volse lo spirito
dell'Eterno in sollievo del derelitto; ond'egli drizzando gli occhi
in alto non vide più le volte della prigione, sibbene la gloria degli
angioli, il tripudio delle creature celesti intorno al trono del
Rimuneratore, mentre gli apprestavano la palma dei martiri. Il frate si
compose sul letto, come il morto sopra la bara, e si rimase con intenti
sguardi a contemplare la visione di tanta beatitudine; — l'angiolo
della consolazione gli si pose a canto del letto e col ventilare
dell'ale bianche temperava l'ardore della fronte febbricitante; —
assorte tutte le sue facoltà nel divino cospetto, non sente i dolori
mediante i quali il corpo si avvicina alla estinzione; — non lo
travagliano strette convulse, i precordi non gli straziano le trafitte
della fame, — egli davvero a poco a poco manca, come lampada a cui
venga meno l'alimento.
L'anima, pregustando le celesti dolcezze, non si curava affrettarsi
ad abbandonare la sua terrestre dimora; imperciocchè dopo cinque
giorni andando per trasportarlo al camposanto non lo trovarono, come
credevano, cadavere, ma vivo e col volto pieno d'una quiete stanca, —
della soavità dei santi. — «Figli miei, egli favellò con piccola voce
ai sorvegnenti, — andate in carità da monsignor Guido e ditegli da
parte mia ch'io sono, come vedete, in procinto dell'eterno viaggio, e
che io perdono a lui e agli altri il difetto del pane corporale, solo
che non mi privi del pane degli angioli, — del santissimo viatico...»
— Monsignor Guido, temendo il papa non si crucciasse, mandò in fretta
il suo cappellano a Clemente per sapere se dovesse concedergli i
sacramenti.
Il pontefice recitava il suo breviario quando giunse il cappellano;
udito che l'ebbe, rispose:
«Dunque non è anche morto colui? — Quanto tarda a morire!»
«Pochi altri momenti gli rimangono di vita; sicchè se la Santità
Vostra volesse consolare cotesta anima, non può fare troppo presto a
rimandarmi... pochi momenti, io vi ripeto, ha da vivere...»
«Quanti pochi?»
«Forse due ore.»
«Alla favella voi mi parete di Como.»
«Santità, sono Cremasco.»
«E come state a prebenda?»
«Santità, se non mi date commiato, io non giungo a tempo pel Foiano...»
«Voi mi parete un dabben uomo; — s'io vi creassi prelato di camera, vi
piacerebb'egli?»
«Piacerebbemi, — ma adesso nulla più mi talenterebbe che giungere a
tempo per consolare il frate.»
«Andate dunque, proruppe Clemente, dacchè questo frate vi preme
cotanto; — non gli si amministri il viatico; — noi lo assolviamo da
ogni peccato _in articulo mortis._»
Il cappellano, appena simulando l'orrore che sentiva, inchinata la
persona, si allontanava.
Il papa svolgendo le pagine del breviario mormora tra i denti:
«L'assoluzione plenaria anche dei casi riserbati a noi deve bastargli,
l'attrizione è sufficiente a salvarci; — s'ei non si pente davvero, la
colpa è sua; per me non lo impedisco d'andare in paradiso, — anzi ci ho
gusto; vada pur dove vuole, purchè non si trattenga in questo mondo.
— La Eucaristia non importa poi assolutamente..., la particola...
ella è poca cosa... un pugillo di farina, — e non pertanto basterebbe
a mantenerlo in vita anche un'ora: che cos'è mai un'ora? Quando il
tempo si misura col terrore e con la sete della vendetta, un'ora è la
eternità..., ed io, mi sento vecchio... e ragion vuole ch'io mi tolga
affatto d'intorno le cure, e non potendo levarmele, le abbrevii. Ricevi
in pace, o Signore, l'anima di frate Benedetto da Foiano...»
Frate Benedetto morì pertanto senza il pane eucaristico: non mi
fa cuore tornare col pensiero intorno al letto di lui. Intanto si
rammentino i cristiani che tre frati, Arnaldo da Brescia, Girolamo
Savonarola e Benedetto da Foiano furono, il primo, per comandamento di
papa Adriano IV, arso vivo; il secondo, papa Alessandro VI ordinandolo,
impiccato e abbruciato; il terzo, papa Clemente VII imponendolo,
fatto morir di fame. — O pontefici, cosa sarà di voi quando Cristo vi
domanderà ragione del sangue dei suoi martiri[358]?
* * * * *
Pareva alla nuova tirannide, ed era vero, che sarebbe sembrata al
mondo sempre bella ed egregia la impresa per la quale aveva combattuto
Michelangiolo Buonarroti; e poichè troppo bene sapeva avrebbe gittato
l'opera invano tentando guadagnare quello austero intelletto, così
deliberò mettergli in ogni modo le mani addosso e spegnerlo. In ciò
sopra gli altri si moveva ardentissimo Francesco Guicciardini, lo
storico, che fu a bella posta mandato da papa Clemente, conoscendolo
di aspra natura e capace di fare più e meglio di quello non gli fosse
comandato. Arte vecchia di regno è questa, mandare gli Orchi Ramiri
a inferocire con le rapine e le scuri nella contrada ove s'intende
piantare la tirannide, — dissodare in somma col terrore la terra
destinata a raccogliere quel tristo germe. Ai tempi però del Valentino,
la tirannide ingenua, adoperato lo strumento, lo infrangeva, ed Orco
Ramiro compariva in piazza squartato[359], — refrigerio al popolo
e risparmio di mercede al principe; all'epoca di cui favelliamo
adoperavansi gli istrumenti e poi si disprezzavano e lasciavano morire
nella media; ai giorni nostri si usano o si disprezzano, ma si butta
loro qualche brano della provincia desolata a divorare; così il lione
abbandona parte della sua preda alla iena. Credono alcuni che ciò muova
dall'ingentilita tirannide e da quella rilassatezza che ormai corre in
andazzo appellare civiltà; ma io sostengo che nasce piuttosto dalla
decadenza a cui tendono tutte le umane cose, e spero ed auguro che
abbiano a ritornare i giorni avventurosi pel principe, l'età dell'oro
della tirannide schietta! in cui egli poteva torsi dagli occhi un servo
che aveva ben meritato dell'inferno e di lui, come usò il Valentino
contro Orco Ramiro.
Michelangiolo, in buon tempo avvertito, si cansò ricovrandosi nella
casa di un suo fidato, nè poi parendogli cotesto asilo sicuro, si
nascose entro il campanile di San Nicolò. Ben gli valse esser pronto,
chè gli otto, il bargello e i famigli si condussero nelle sue case e
su pei camini e negli agiamenti perfino esaminarono minutamente ogni
luogo. Il bargello e i famigli che adesso si assottigliavano l'ingegno
per arrestare i partigiani della repubblica erano quei dessi che or
dianzi si sbracciavano a legare gli amorevoli del principato. Alfonso
re di Castiglia costumava dire che se il Creatore lo avesse avuto per
consigliere nella settimana della creazione, gli avrebbe suggerito
di far certe cose assai meglio di quello che egli abbia creato; —
io, che non sono re, gliene avrei proposta sol una e gli avrei detto:
Signore, un giorno dovranno per colpa degli uomini o per effetto della
tua maledizione comparire nel mondo commissari di polizia, bargelli,
sbirri, procuratori generali, giudici criminali ed altri simili che
mi prende vergogna a rammentare; del peggior limo fabbrica una specie
di animali, tra il rospo lo scorpione e il serpente a sonagli, o
piuttosto un miscuglio di tutti questi rettili, e fino d'ora destinati
ad esercitare cotesti uffici nel mondo; distruggi quando vuoi la umana
stirpe, ma non la degradare poi tanto; e fallo ancora per onor tuo,
dacchè l'uomo sosterrà lui essere creato ad immagine tua; e il pensiero
che un commissario di polizia, uno sbirro, un accusatore e di tal risma
animali possano vantarsi simili a te non ti fa drizzare le chiome
immortali sul divino capo? — Il bargello non lo trovò e si morse le
dita.
Intanto Clemente, sia per superbia di principe, sia per mantenere
alla casa dei Medici l'antica fama di proteggitrice munificentissima
delle arti, o perchè sentisse che la morte di Michelangiolo gli
avrebbe concitato contro la indignazione dell'universo; sia finalmente
(come altra volta Nicolò Machiavello insegnandolo lo avvertiva) —
nessuno scellerato trovarsi così pienamente perfido che in sè non
abbia parte alcuna di meno tristo, Clemente insomma spedì a Roma un
cavallaro a posta a Firenze con ampio salvocondotto per Michelangiolo
ed ordine espresso di non torcergli pure un capello. Michelangiolo,
assecurato, uscì dal suo nascondiglio e salì al poggio di San Miniato
per contemplare pure una volta la sua diletta Firenze; la fissò lunga
pezza, e valse quella visione a stampargli sul volto i segni di dieci
anni di vita consumata: scese chiuso nell'ira e nel dolore, e giunto
a mezza costa percorse correndo e tempestando l'altra mezza, spesso
borbottando tra i denti: Io la vendicherò; — e guardandosi le mani
aggiungeva: Voi sole mi basterete allo intento.
Da quel momento non si lasciò più vedere, — si chiuse nella sua
officina coi marmi, co' ferri e coi furori suoi; disse volere scolpire
la tomba a due Medici, Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di
Nemours; cominciò il suo lavoro senz'altro modello che la idea che
ne aveva concepita nella mente e con l'impeto per cui, secondo narra
il Vasari, pareva che in breve ora dovesse sbrizzare masse enormi di
marmo. Scolpì su quei sepolcri i crepuscoli, quasi per chiarire che i
giorni nostri passano come ombra, e non pertanto quelli del tiranno,
comunque brevi, si posano monumentali e solenni sopra una eternità
d'infamia; scolpì Lorenzo profondamente pensieroso presso il sepolcro
_perchè i pensieri del tiranno vicino alla tomba sono rimorsi._ Così
illustrava questi avelli Giovanni Battista Niccolini; e quando egli non
avesse scritto altro in onore della patria, meriterebbe che il suo nome
durasse immortale quanto quei marmi; e poichè egli sortiva un'anima
dai cieli capace di sentire Michelangiolo, gli fu dato ancora ascoltare
la morte che da quell'arche aperte vi volgeva al tiranno _pieno ancora
di vita_ e gli gridava: «Scendi ove comincia pei potenti la giustizia
degli uomini e quella di Dio.»
Benedetto Varchi, storico di volgare intelletto, scrive che
Michelangiolo, più per bella paura che per voglia che egli avesse di
lavorare, si pose a scolpire questi monumenti[360]. La musa negava
al Varchi mente arguta e cuor gentile, onde potè imprendere la
storia d'una repubblica pei comandi del principe; quindi non gli era
dato intendere Michelangiolo. Bene all'opposto lo intese Niccolini
nostro, — per la qual cosa egli aggiunse: «ma, fra gli esilii e le
morti dei suoi, vendicare tentava coll'ingegno quella patria che non
poteva più difendere colle armi, e fare in quel marmo la sua vendetta
immortale[361].»
Il qual concetto di Michelangiolo si ricava non mica da induzioni
immaginose, sibbene pianamente dagli alti versi ch'ei scrisse in
risposta a quelli di Alfonso Strozzi, che, nulla indovinando del
pensiero di Michelangiolo e solo attendendo a lodarne l'ingegno, dettò
la seguente quartina:
La Notte che tu vedi in sì dolci atti
Dormire fu da un angiolo scolpita
In questo sasso, e perchè dorme ha vita:
Destala, se nol credi, e parleratti.
E quel magnanimo, abborrendo la lode, cruccioso che altri non sapesse
indagare la riposta sua idea, sprezzato il pericolo, generosamente
proruppe, e i suoi marmi dimostrò in questo modo:
Mi è grato il sonno e più l'esser di sasso
INFIN CHE IL DANNO E LA VERGOGNA DURA;
Non udir, non veder mi è gran ventura:
Però non mi destar, deh! parla basso.
Alessandro dei Medici, tentando avvilirlo, allorchè divisò costruire
in Firenze la fortezza di San Giovanni, la quale fosse come di freno
in bocca ai cittadini vaghi di cose nuove, ordinò al Buonarroti con
lui cavalcasse per iscegliere il luogo acconcio. Il Buonarroti rispose
che ciò poteva molto ben fare da sè solo, e non volle andare. Biasimano
molti questa azione di Michelangiolo, come quella che, senza provvedere
a nessun benefizio della patria, a sè apportava danno: — biasimatori
codardi, imperciocchè troppo bene l'uomo giovi alla patria quando le
lascia un retaggio di esempi magnanimi che inciteranno i figliuoli,
o che in ogni evento diletta la renderanno e onorata finchè la virtù
abbia altare nel cuore degli uomini. — Venutagli meno la speranza
di vedere la libertà restaurata in patria con ordinari argomenti, si
ridusse a Roma e quivi attese a por fine al più magnifico tempio che
abbiano le creature innalzato al Creatore, — e ciò forse egli fece
perchè, Dio avendo tanto splendida dimora sopra la terra, lo prendesse
qualche volta vaghezza di volgere gli occhi su di noi, e vedesse a
quali termini si trovasse l'opera delle sue mani ridotta, e ne sentisse
pietà.
Cosimo I, desideroso di fregiare la tirannide, lo richiamò da Roma,
gli profferse onori e ricchezze, adoperò preghiere e di ogni ragione
lusinghe; — nulla poterono sopra di lui siffatte istanze nè la pressa
amichevole che ogni giorno gli moveva maggiore dintorno Giorgio
Vasari. Stette incontaminato e fermo nel proponimento di non piegare
mai il dorso alla tirannide. Ritornò il suo spirito al bacio di Dio
così puro come già se n'era dipartito. Cosimo I allora s'impadronì
del suo cadavere facendolo dentro una balla di mercanzie rapire da
Roma, e quanto più seppe lo deturpò con onori principeschi; però,
comunque s'ingegnasse, non giunse a profanare quella gloria solenne,
imperciocchè lo spirito di lui ormai fosse fatto cittadino del
cielo, e la sua fama avesse già aperto ale poderose da attingere,
coll'avvicendarsi delle generazioni, la fine dei secoli[362].
* * * * *
Raffaello Girolami, non pure fatto securo della vita, ma tenuto
bene edificato, accolto simulatamente in grazia e perfino promosso
all'ufficio dei Dodici, mentre va accomodando l'animo ai tempi,
all'improvviso è preso e confinato nella rôcca di Volterra, — poco dopo
trasferito nella cittadella di Pisa. — Un giorno, aprendo la carcere,
lo trovano steso morto per terra; — le membra tuttavia attratte da
orribili convulsioni, la faccia colore di piombo, qua e là chiazzata di
macchie brune, i labbri laceri fanno fede del veleno a lui ministrato.
Papa
Clemente fu quegli che ordinava lo attossicassero; nocquero a Raffaello
le cure del suo fratello prelato in corte di Roma e le istanze di don
Ferrante, il quale gli aveva dato fede di renderlo sano e salvo ai
suoi. — Il veleno d'ora in poi vedremo essere mezzo del tutto mediceo
per ispegnere i nemici e bene spesso anche gli amici della nuova
tirannide: adesso lo adoperava Clemente per liberarsi dalle molestie
fraterne e amichevoli[363].
* * * * *
«Dormite voi?» — tentando un giacente sopra un lettuccio nelle carceri
del Palagio domandava sommesso un uomo che vi si era introdotto al
buio, con lievi passi, senza pur si udisse il minimo cigolio della
porta volgentesi sopra gli arpioni; e l'altro non mutando costa con
voce fievole risponde:
«Sì, — l'ultimo sonno sopra la terra.»
«A Dio non piaccia, — voi vivrete, messere Francesco.»
«Chi sei? Che voce è questa? Antonio!... Dolcissimo mio cognato, anche
una volta mi sarà concesso abbracciarvi! Questa è grazia che supera la
speranza!»
Antonio Alberti e Francesco Carducci si tennero assai tempo stretti
l'uno al seno dell'altro; e, ricuperata la favella, il Carduccio
prosegue:
«I figli miei, Antonio e la moglie?»
«Vivono. Ma un ferro stesso troncherà più vite... voi non andrete solo
alla patria dei giusti...»
«Ah! il mio cuore palpita per la patria, per loro, per te... ed anche
per me; — il cielo disperda l'augurio; — la coscienza parteciperà loro
virtù da sopportare... vivranno... Io, vedi, Antonio, non desidero la
vita ai miei più cari..., eppure il cuore mi si spezza al pensiero che
dovranno morire...»
«Confortatevi, essi vivranno, e voi...?»
«Ieri fui coi miei compagni condannato a morte.»