e accosta la corda accesa al focone; il colpo partiva[352].
Alamanno dei Pazzi con pronte mani strappa all'Antinori l'archibuso e,
gittandoglielo a terra, così lo garrisce:
«E pârti poco quello che facciamo, onde tu vi aggiunga ancora il vanto
di assassino?»
Però crebbero gli urli, e con gli urli furono lanciate pietre contro il
Castiglione, il quale, conserte le braccia sul petto, sostenne l'infame
oltraggio senza piegare il collo, senza stringere le ciglia; e comecchè
i sassi in più parti gli rompessero la persona, i suoi labbri non si
mossero ad accento che denotasse ira o dolore.
Poi all'improvviso scosse la testa ed esclamò:
«Uccidetemi, ma ascoltatemi.»
E si mescolò tra' suoi percuotitori, e quale abbraccia, qual bacia e
quale strascina, pure pregando che vogliano affrettarsi in aiuto della
patria.
Perchè si arresta il magnanimo? Per qual cagione alla intensa alacrità
successe tanto stupida quiete? Forse gli si scoppiò il cuore e non
sostenne la vista della rovina della patria?
Come Cesare, quando tra i congiurati contro la sua vita riconobbe
Bruto, si avviluppò col manto la testa e ad altro non pensò che a
morire dignitosamente, Dante, avendo ravvisato tra i ribelli della
Repubblica il suo fratello Giovambattista, pievano di Santo Appiano,
non potè proferire altre parole se non queste:
«Anche tu, Giambattista!...»
E con le mani si coperse la faccia; — ogni vigore rimase in lui affatto
spento, — non vide nè senti più nulla, — stette come uomo morto. — E
poichè Bernardo da Verazzano si accorse che i tristi, imbaldanziti del
silenzio di lui, erano per rinnovargli qualche mal tratto, lo trasse
via con dolce violenza da quel luogo; ed ei lasciò condursi immemore,
a guisa di fanciullo, chiuso in tale una angoscia che non gli concedeva
nè un pensiero nè una lacrima nè un atto di furore disperato.
Giunto presso al ponte Santa Trinita, incontra messere Bernardo da
Castiglione, il quale, tutto smanioso, volgendo i passi alla volta di
lui, da lontano gli grida:
«Sálvati, Dante, la patria è perduta.»
«Mente chi lo dice!» urla Dante, e gli occhi dilata orribilmente, il
volto pel subito moto gli diventa pavonazzo, e dalle ferite torna a
sgorgargli vivido il sangue.
«Ahi! mentissi davvero! — fosse quanto vidi ed udii un mal sogno!...
Ma ascolta, figliuol mio: dei gonfaloni chiamati la metà appena si
adunò su la piazza; dei mercenari, tranne i Guasconi, nessuno. Il
gonfaloniere gridava senza posarsi: Arme, arme, a me il corsaletto e il
cavallo... — All'improvviso allibbisce e tace, e seco gli altri, che
una nuova giunge disperante in palazzo: Malatesta avere fatto impeto
alla porta di San Pietro Gattolino, dispersa la guardia, cacciato
l'Altoviti che vi stava a capitano, rotte le imposte, intromesso il
nemico; le artiglierie, a lui affidate in difesa della città, averle
volte ai nostri danni e minacciare ridurre i nobili palazzi, l'egregie
basiliche in un mucchio di cenere: stanziare insieme con lui Baccio
Valori e don Ferrante Gonzaga. In tanta confusione di eventi, in così
grande imminenza di pericolo non avere potuto la Signoria o saputo
abbracciare partito altro migliore che quello di rendere a Malatesta il
bastone e al Bartolino il commessariato; atto primo della ricuperata
autorità di ambedue questi tristi essere stato disfare la Signoria,
convocare gli Ottanta ed eleggere quattro cittadini, Bardo Altoviti,
Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pierfrancesco Portinari, per fermare
la capitolazione...»
«E non vi basta? — E vi par poco, Bernardo?» interruppe Dante, e
poi con maligna intenzione soggiunse: «Ora in rimerito delle mille
pugnalate abbiatevi questa una. Voi, che andavate tanto superbo della
vostra stirpe, — voi che affermavate da memoria di uomini incontaminato
il candido manto dei vostri cani[353], Bernardo, andato a casa, ardete
le immagini dei padri, ardete gli stemmi, me, voi, tutti i Castiglioni
e i nostri palagi sopra essi, imperciocchè la nostra schiatta
siasi avvilita per sempre; — colà, — su la piazza di Santo Spirito,
Giovambattista dei Castiglioni patteggia co' traditori ai danni della
patria....» Il vecchio vacillò, come se forte lo percotessero sul capo,
si appoggiò alla parete; dopo lungo tempo con labbra tremanti riprese:
«È prete.» — E di lui non disse altro; stette di nuovo taciturno,
quindi incominciò;
«Dante, tu sai se io abbia avuto viscere di padre per te; — tu sai se
anche potendo io vorrei consigliarti una viltà: — la fortuna prevale:
— sálvati, — consérvati a tempi meno tristi..., aspetta che il popolo
torni a svegliarsi.»
«No, l'uomo stanco s'addormenta e la mattina si sveglia più gagliardo
di prima, ma i popoli dormono un sonno di morte eterna; — io rinnego la
speranza, come renunzio alla vita.»
«Oh! non dirlo», favella il vecchio, «non dirlo», e la mano gli
pone sollecita sopra la bocca, «non dirlo, figliuol mio; queste sono
bestemmie che accendono l'ira di Dio: ciò che il popolo veracemente
vuole, quello anche può; — tu sei giovane assai, ma pur devi sapere che
tre volte in novantaquattro anni fu cacciata di Fiorenza la casa dei
Medici, e due di queste, si può dire, ai tuoi tempi, nel quattrocento
novantaquattro ed ora nel ventisette...: perchè non sarebbero cacciati
la quarta e per sempre?»
«E quando?»
«Quando i loro peccati diventeranno maggiori dei nostri[354]; e sarà
in breve, perchè agevole è agli oppressori dei popoli passare il segno
dell'ira di Dio.»
«Andiamo dunque.»
«Io rimango....»
«Avrebbe il vecchio più sangue del giovane?»
«No: appunto perchè ne ho meno, rimango; impaccio ti sarei nella fuga,
carico nell'esilio, e i miei anni sono tanti che dipartirmi dalla
patria a me null'altro frutterebbe tranne sepoltura straniera.»
«Che cosa direbbero i posteri di me, se, il paese natale abbandonando,
io non portassi meco i miei parenti e i penati?»
«Il nostro Dio dovunque vive...»
«E voi?»
«Io vivrò, spero: vergogneranno forse insanguinare i miei capelli
canuti; e per le altre persecuzioni, — io le sfido, — dacchè alla età
mia ben possono arrecarmi gravi mali, non lunghi.»
«Ahimè! ahimè! Io vedo gittare nei nostri avelli prima la vostra testa,
poi il busto...»
«Allora ti lascerò il legato di David[355], — la vendetta.»
«Tristo il figliuolo che altro non sa che vendicare la morte paterna!
Il mondo mi maledirebbe infame.»
«Il mondo ti dirà grande; dirà che ogni affetto spogliasti per
consacrarti tutto alla patria; — dirà che, per vivere intera una
vita di odio e di persecuzioni contro ai tiranni, all'amore di patria
aggiungesti la rabbia della vendetta; dirà che in tanta fiacchezza di
animi non dubitasti lasciarti dietro a pericolare un caro capo, onde
gli estremi aneliti del viver suo impiegasse a favore della patria.
Voi piante orgogliose abbatterà la tirannide, noi lascerà mezzo
morte e caduche; — in voi troppo alto freme lo sdegno onde sappiate
dissimulare; — voi avete il dorso d'acciaio e non potete curvarvi, ma
noi c'infingeremo vili e lusinghieri, gli assopiremo con dolci parole,
gli ricingeremo di una rete invisibile, — con l'arte noi appianeremo la
via al vostro ferro...»
In questo mentre sopraggiunsero Giovambattista Gondi, Cardinale
Rucellai, Giovacchino Guasconi, Antonio Berardi, Lionardo Bartolini e
Braccio Guicciardini e Marco Strozzi e il Busini ed altri più assai,
dilettissimi amici del Castiglione, i quali tutti ormai disperati
della salute della patria cercavano di mettersi in salvo; ed insieme
gli si posero attorno e lo scongiurarono ad essere loro capo e
compagno; senza di lui non sarebbero partiti; se egli rimaneva, ed essi
rimanevano, e sopra il suo capo sarebbe ricaduta la morte di tutti; lo
taccerebbero di codardia, se si lasciasse andare alla disperazione;
presto gli imperiali sgombrerebbero dall'Italia, Clemente prossimo a
morire, — allora chi difenderebbe i Medici? Ma ed allora chi anche gli
offenderebbe, se essi non vivessero più? Andasse, si affrettasse; il
signore Stefano avrebbe loro fatto spalla a fuggire; — ogni indugio
mortale.
Aggirato, confuso, andò il Castiglione o piuttosto lasciò condursi,
chiuso nel suo dolore, con le braccia incrociate sul petto, a viso
chino, e pervenuto alla porta San Nicolò, levò gli occhi, la guardò una
ed altra volta sospirando; — quindi chiamatosi dappresso Bernardo gli
domandava:
«Bernardo, pel sangue di Cristo, ditemi il vero: dov'è Michelangiolo?»
«In salvo.»
«E il Carduccio?»
«Non si è più visto, e lo crediamo salvato...»
«Gran mercè. Ora sul limitare della porta io scuoto dal mio calzare una
terra maledetta, — la terra della mia patria, perchè sta per produrre
il frutto della tirannide.»
Ma quel pietoso vecchio di Bernardo curvandosi a stento ne raccolse un
pugno e tornò a cospargergliene i sandali dicendo:
«No, figliuolo mio, ella è terra di sventura. Negli amari passi
dell'esilio due sole cose ti rimarranno della patria — la sua memoria
nel cuore, — la sua polvere sul calzare, — e allora ti sarà cara
anche questa, e penserai parte di lei ricoprire i tuoi padri, — i tuoi
parenti — e forse anche me che ti amai tanto; — serbala, Dante mio; noi
adoriamo reliquie meno sante di lei.»
Varcarono le porte, — si dilungarono alquanto; all'improvviso Dante
volge la faccia alla patria che abbandonava, e vede Bernardo sopra la
porta che gli manda un estremo saluto —; poi si chiusero le imposte, e
non vide più nulla. Allora lo vinse un fiero proponimento; ratto trasse
fuori il pugnale e puntandoselo ai petto esclamò:
«Nessuno potrà impedirmi di morire a mio senno.»
Se non che gli amici lo trattennero, con dolci parole lo raumiliarono,
gli trassero il pugnale, nè glielo resero prima che con solenne
giuramento si obbligasse a conservarsi la vita.
Come finì questo magnanimo? Sortirono, o no, i suoi disegni il loro
adempimento? Morì per morte di sangue, o mancò col cuore roso dalla
amarezza dell'esilio e dall'ansia della speranza delusa? La febbre del
desiderio lo inaridiva, o piuttosto prima di spengersi sorrise pure
una volta nel rivedere la patria? Non lo dirò. I casi e la morte di
lui ben possono dare nobile argomento a nuovo poema; — lascio la messe
intatta a cui voglia mettervi dentro la mano poderosa. Però chiunque
non si sente l'anima grande davvero si vergogni di stendervela; — gli
ultimi palpiti della libertà di un popolo sono santi quanto l'arca di
Dio; Rammenti Oza[356]. Il dramma storico e il poema del popolo, simili
all'arco di Ulisse, chiunque gli afferra e non gli curva, — uccidono.
[Illustrazione: ... Sciarra, gli taglia la gola. _Cap. XXIX,
pag. 705._]
* * * * *
La città era ridotta ai suoi termini estremi. I quattro ambasciatori
testè rammentati condottisi al campo intendevano sopra i preliminari
stabiliti a conchiudere la capitolazione. Ora cominciano a scoprirsi
le insidie; Baccio Valori s'ingegna di escludere il patto principale,
_salva sempre la libertà_; non mica che, quantunque stipulata, pensasse
l'avrebbe mantenuta papa Clemente, ma perchè quando delle vergogne
se ne può fare a meno, non è male risparmiarsele; e Pierfrancesco
Portinari, lo vedendo stare così sul duro, non potè tanto trattenersi
che non gli dicesse:
«Si penserebbe, a sentirvi, che voi siate, messere Baccio, nato in
Fiandra o in Ispagna, non già che abbiate comune con noi la patria
in Fiorenza. Dio faccia che non abbiate a pentirvi un giorno di avere
sotterrato con le vostre mani la Repubblica!»
E Baccio, comecchè inverecondo, chinò la faccia: allora ad una voce gli
altri ambasciatori esclamarono che quel patto si aveva a mantenere, che
altramente non potevano convenire e avrebbero tolto piuttosto di andare
a filo di spada. Baccio, premuroso del dominio della città, non si
ostinò più oltre a quistionare di apparenze e lasciò correre i patti,
i quali furono rogati da ser Martino, di messere Francesco Agrippa
Cherico, e da ser Bernardo di messere Giovambattista Gamberelli, alla
presenza di sette testimoni, che furono il conte Piermaria de' Rossi da
San Secondo, il signore Alessandro Vitelli, il signore Giovambattista
Savello, Marzio Colonna, Giovanni Andrea Castaldo e don Federigo
di Uries maestro del campo imperiale. Don Ferrante Gonzaga e don
Giovacchino de Ric, signore di Balanzona, stipularono per l'imperatore,
Baccio Valori pel papa, e tutti tre si obbligarono in proprio nome di
farli dai principali loro ratificare dentro il termine di due mesi.
I principali capitoli di questo accordo sono tre, che io copio parola
per parola, onde rimangano in perpetua memoria della infamia di cui
gli ruppe prima quasi che si fosse seccato l'inchiostro col quale erano
scritti.
«I. La forma del governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà
Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, _intendendosi sempre che
sia conservata la libertà._
III. La città sia obbligata a pagare l'esercito fino alla somma di
ottantamila scudi, da quaranta a cinquanta contanti di presente, e il
restante in tante promesse così della città come di fuori fra sei mesi,
acciocchè sopra dette promesse si possa trovare il contante e levare
l'esercito.
IX. Che nostro signore, suoi parenti, amici e servitori si scorderanno
e perdoneranno e rimetteranno tutte le ingiurie in qualunque modo,
e useranno con loro come buoni cittadini e fratelli, e Sua Santità
mostrerà ogni affezione, pietà e clemenza verso la sua patria e
cittadini».
Vedrete come i principi mantengano fede; — ma poichè anche modernamente
lo vedemmo, e sempre invano, così questo racconto io pongo non già
a modo di esempio di cui possiamo far senno, sibbene come fatto che
narrando, le presenti storie, non mi è concesso di pretermettere.
Conchiusi appena i capitoli, ecco arrivare con gran fretta messere
Giovanni di Luigi della Stufa, il quale, inteso degli ottantamila
scudi, prese a turbarsi e dare in escandescenza e strillare e
protestare non sarebbe mai per ratificarli il pontefice, chè
dugentomila, non che sufficienti fidenti al bisogno gli sarebbero parsi
pochi; e a queste aggiunse tante altre parole e così o disoneste o
precaci o inconvenienti alla occasione che Baccio impazientito lo prese
per le braccia e, trattolo da parte, lo garrì acremente:
«Messere, voi mi parete mandato a posta per mettere in iscompiglio
tutta la bisogna; voi dovreste pure pensare che in Fiorenza noi non
ci siamo ancora; — se tutte le sostanze dure fossero preziose, la
vostra testa meriterebbe essere legata in oro e mandata in presente al
soldano di Babilonia. — Se altro non imparaste nello studio a Pisa,
fatevi tornare indietro il danaro della laurea, perchè in coscienza
non possono ritenerlo. — Tacete, in vostra malora. — Lasciate che delle
mura di Fiorenza me ne aprano quanto una cruna di ago, io poi vi farò
entrare un cammello; — io bevo grosso come le balene.» E qui strettagli
famigliarmente la punta della orecchia sinistra, aggiungeva: «O dove
apprendeste, dottore, a impaurirvi tanto delle promesse? Promettere da
quando in qua significa mantenere? Le chiavi della Chiesa aprono molto
più arduo serrame che non è questo.» Con tali intenzioni stipulavansi
patti nel nome santo di Dio. Dopo la conclusione dei capitoli terminò
l'assedio, — non già le stragi, come tra poco vedremo, — nel quale
rimasero uccisi da venticinquemila uomini per ambedue le parti, di cui
circa i due terzi appartennero ai nemici, senza però contare quelli
che nel contado per fame, per peste e per ferro morirono, i quali
sommarono a numero infinito. I danni patiti, non dirò da ogni terra o
castello, ma quasi da ogni casa più volte saccheggiata, non sono tali
che possano significarsi con parole: allora, come ai nostri giorni, lo
straniero non fece grazia neppure ai chiodi. La natura, oltremodo sotto
il nostro cielo feconda, in poche stagioni ristorò i danni dei campi;
nelle fabbriche e' durarono assai più lungo tempo, ed in alcune durano
tuttavia.
Passati otto giorni dalla capitolazione, cioè ai venti di agosto, il
commessario apostolico, Baccio Valori, svolgendo la trama, comunicato
prima il disegno al Malatesta, manda i Côrsi in piazza coll'arme,
fa prendere i canti, quindi ordina sonassero la Tonaia a parlamento.
Accorsero al suono forse trecento, la più parte faziosi, il rimanente
plebe corrotta col danaro. La Signoria, sforzata dai comandi, atterrita
dalla presenza delle armi, scese in ringhiera, e messere Salvestro
Aldobrandini domandò tre volte agli adunati:
«Piacevi che si creino dodici uomini i quali abbiano tanta balía soli
quanta ne ha il popolo di Fiorenza tutto insieme?»
«Sì, sì, risposero; Palle, — Medici, — viva i Medici!»
Baccio, montato a cavallo, con accompagnatura degli aderenti dei
Medici e di quanti speravano nel nuovo governo, andò alla Nunziata a
ringraziare Dio! — Di strane cose, invero, ode sovente ringraziarsi
Dio; brutta e consueta ipocrisia, la quale è da credersi che assai più
l'offenda della manifesta empietà.
Qual fosse Firenze, perduta la libertà, con buona efficacia di concetti
non meno che con vaghezza di lingua, racconta Benedetto Varchi al libro
duodecimo delle sue _Storie._ Io rimanderei volentieri il lettore al
suo volume, se questo storico, e per essere di soverchio prolisso e
per lo stile che adopera, spesso intricato ed oscuro, non riuscisse a
cui lo legga sazievole; difetti però che non devono in tutto ascriversi
allo scrittore, ma piuttosto alla morte che lo colse prima per lui si
emendassero e si disponessero acconciamente le _Storie_ sue, dalle
quali gliene sarebbe derivata non piccola fama. La pagina però che
accenno va scevra di simili falli, ed io non so come si potrebbe, non
che superare, arrivare.
«Ella era (il Varchi scrive) la città piena di tanta mestizia, di tale
spavento e di siffatta confusione che a gran pena, non che scrivere,
immaginare si potrebbe. I vincitori, fatti superbi, guardavano a
traverso e svillaneggiavano i vinti. I vinti, per lo contrario, venuti
dimessi, si rammaricavano tacitamente di Malatesta e, dubitando di
quello che avvenne, non ardivano di alzare gli occhi, non che di
contrastare ai vincitori; i giovani, avvedutisi tardi dell'error
loro, non ci conoscendo riparo, stavano di malissima voglia; i vecchi,
veggendosi in dubbio la vita e l'avere, e invano delle loro discordie e
pazzie pentendosi, stavano di peggiore; i nobili si sdegnavano tra sè e
si rodevano dentro di avere ad essere scherniti e vilipesi dalla infima
plebe; la plebe, in estrema necessità di tutte le cose, non voleva
non isfogarsi almeno con parole contro la nobiltà; i ricchi pensavano
continuamente qual via potessero tenere per non perdere affatto la
roba; i poveri dì e notte in che modo fare dovessero a non morire
in tutto di fame; i cittadini erano grandemente disperati, perchè
avevano speso e perduto assai; i contadini molto più, perchè non era
rimaso loro cosa nessuna; i religiosi si vergognavano avere ingannato
i secolari: i secolari si dolevano di avere creduto ai religiosi. Gli
uomini erano diventati fuori di misura sospettosi e guardinghi, le
donne oltremisura incredule e sfiduciate. Ciascuno finalmente col viso
basso e con gli occhi spaventati pareva che fosse uscito fuori di sè
stesso, e tutti universalmente pallidi e sgomentati temevano ognora di
tutti i mali, e ciò non senza grandissime e gravissime cagioni.»
La mala belva caccia fuori gli ugnoli, la travaglia cupidissima la
sete del sangue e dell'oro; cominciava dall'oro: ostava il patto, — ma
guai al popolo che non ha tutela migliore di una carta scritta! Nè al
principe dei farisei, come l'Alighieri chiama il papa, voglia mancava
od ingegno di giudaizzare intorno alla lettera. La capitolazione
dichiara non s'impongano nuove gravezze oltre gli ottantamila scudi,
nessuno impedisca che i cittadini spontanei offrano somme maggiori e
più proporzionate alla mole dei presenti bisogni. Fu pertanto ordinato
ai Dodici di Balía decretassero di proprio moto un accolto, ed i
Dodici, mercè la persuasione del capestro, consentirono liberamente,
come i senatori romani ai decreti di Tiberio: — dopo il primo successe
un secondo accatto, — e di lì in breve un terzo. Guai ai vinti!
Tutti questi trovati, siccome giovavano a riempire l'erario, poco o
nulla avvantaggiavano le cupidigie degli aderenti dei Medici. Baccio
Valori, argutissimo in siffatta specie di negozi, fece spargere ad
arte il rumore che si avevano a mandare sessantaquattro ostaggi nel
campo per l'osservanza dei patti stabiliti. I nomi dei più doviziosi si
rammentavano. Questi, presaghi del futuro, si affaticavano a prevenire
che li colpisse la disgrazia, si raccomandavano, promettevano di
grossi beveraggi, amici vi adoperavano e parenti. Baccio, non mica
ipocritamente nè col mezzo di terze persone, ma egli medesimo con
aperta impudenza, imponeva il riscatto, riscoteva la pecunia, dava
cedole d'immunità, rimandava la gente assicurata. I più zelanti alla
repubblica erano primi a sottoporsi a questo infame mercato, confidando
con la devozione nuova fare dimenticare le vecchie ingiurie, quasi, per
non dir troppo, non fosse nato e cresciuto tra loro Nicolò Machiavello,
quasi tra loro non avesse egli meditato e scritto intorno la natura, i
costumi e lo ingegno del principe.
Zanobi Bartolini, ormai sgannato, trepidava per sè; e più del danno
paventando assai lo scherno, se un giorno a lui avvenisse quello che
accadde all'antico Busiride, prevenne il caso di doversi riscattare
la vita da quel reggimento medesimo che aveva con le proprie mani
fabbricato. Si condusse con questo scopo a complire Baccio Valori,
e dopo le dimostrazioni di amicizia, che tra loro intervennero
grandissime, Bartolini si offerse pronto ad accomodarlo di quattromila
fiorini d'oro, offerta con tanto gran cuore accettata quanto con
piccolo fatta. Bartolini onestò il riscatto col titolo d'imprestito,
l'altro pensò a ritirare il danaro e non renderlo mai; nè forse
ciò sarebbe del tutto bastato al Bartolino, come in appresso sarà
manifesto.