Visconti e gli mandò ambasciatori: questi lo incontrarono sopra un
ponte del naviglio grande e gli esposero la scomunica. Udita ch'ebbe
leggere la sentenza il Visconti, Messeri, disse agli ambasciatori,
ora vi conviene o bevere, gittati capovolti dal ponte, l'acqua del
canale, o mangiare cotesta condanna. Scelsero mangiare, e ben per
loro, che avevano denti buoni e stomaco migliore, perchè il Visconti
quinci non si rimosse, finchè non ebbero trangugiato l'ultimo pezzo di
carta pecora, e l'ultimo frammento di piombo del suggello _sub annulo
piscatoris._ — Mi manca l'acqua: pur tanto è alta questa magione da
fare preferire il pasto della licenza al volo dalle finestre.»
Nelle insolite commozioni dell'animo di gioja o di dolore, gli uomini
abbisognano mescolarsi tra loro; quindi vedevi al palazzo della
Signoria un brulichío di persone, un andare e un venire, un domandare
l'un l'altro; se non che scomposta appariva cotesta frequenza, paurosi
i moti, inquieti i sembianti, nè v'era mestieri di lungo esame per
conoscere che per questa volta l'afflizione raccoglieva la gente; il
passo stesso accenna la passione dell'uomo che cammina; rimossa ogni
luce, io credo che di leggieri possa indovinarsi s'egli muova ad un
festino, o piuttosto ad un mortorio.
Furono per bene due volte udite le parole del Malatesta, e mentre
tra il fremito universale tentava alcuno dei Signori proporre cosa
che fosse buona, ecco apparire Cencio Guercio, il quale, pretermessa
la debita reverenza, entrò nella sala del supremo magistrato della
Repubblica, non altramente che fosse una taverna, e gittò sulla tavola
un manifesto, che fu il terzo firmato da Malatesta e dal Colonna, nel
quale in sostanza si replicavano con più diffuse parole i medesimi
concetti.
Cencio, reso insolente dai casi, credendo ormai potergli essere lecito
qualunque malefizio, alla indignazione suscitata da cotesta lettura
aggiunse nuova esca, adoperando siffatto linguaggio:
«O mercadanti, sbrigatevi via: non vi par egli di avere fatto aspettare
assai messer papa e messere lo imperatore, principi e baroni, di
cui uno solo val meglio di tutti voi altri? I granchi mangeranno le
balene? Avete per questa volta conchiuso un tristo negozio; — più che
aspettate, e meno costate; — io, con buon rispetto parlando, dalla
lana in fuori non darei di voi altri Signori due lire di piccioli; — la
vostra testa è un'aia, — volendo ci metteremo fieno, — ma per cervello,
ah! ci si potrebbe trarre d'arme da mattina a sera... Orsù via,
sbrigatevi, tornate alle faccende, le botteghe vostre vi attendono;
anche lì potete fare la guerra..., col braccio corto... e la menzogna
lunga, alle borse degli avventori.»
Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e
levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al
Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile
scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e
aggiunse:
«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali
del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta,
diventerebbe maggiore.».
«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto
vada all'ospedale o al supplizio.»
«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur
continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi
scoperò le stanze...»
«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal
palazzo.»
E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza
in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi
prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.
Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio;
Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con
Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:
«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere
ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare
l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande
della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse
un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore
Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la
casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo,
come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al
tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia
della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con
la vita perdere il tutto, determinando _che quelli i quali rimarranno
a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente
della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere
le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla
stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti
se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno
d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere
liberamente_[349].»
Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non
sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere
rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che
Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano,
non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si
guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se
la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza
parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza
data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte
all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era
giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad
altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I
di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze
quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.
Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene
scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò
abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna,
che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose,
poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato
consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano
navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri
più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La
quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre
mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio,
e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.
Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio,
il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe
la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno
dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione
loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai
servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè
simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali
nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere
fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice,
e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme
appena gittato.
Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta.
Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la
proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto
andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per
il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto
la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato
supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte
degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura,
obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio
presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata,
il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni;
potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale
volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè
egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio,
insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare
congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato
poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da
lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia,
pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi;
fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la
libertà della patria, forse anche la vita.
Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per
contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto
il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna
viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono
invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi
altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata
che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro
commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era,
presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo
suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:
«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e
questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»
Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a
Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti
in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da
due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano,
affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.
Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso,
se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e
si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un
attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi,
i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del
Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior
volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome
avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.
Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di
giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria,
tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli
sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui
si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione
intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col
dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.
La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo
orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo
e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella,
Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui
davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente
se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi
gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il
quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario
avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che
si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella
casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi
con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a
prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati,
come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue
dalle chiese, incendiarne le case.
Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio,
attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle,
più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa
aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua
indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito
gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi!
— ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò,
cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.
Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella
componendo al suono più dolce che per lui si potesse,
«Magnifico signore Malatesta Baglioni», incomincia cavandosi dal seno
la carta della licenza e presentandogliela con bel garbo, «gli eccelsi
Signori, i venerabili Collegi, il consiglio degli Ottanta e Pratica,
considerando gli alti meriti vostri e il valore e la fede con la quale
avete saputo difendere fin qui la nostra patria da due potentissimi
eserciti, con acerbità inestimabile di animo si piegano a darvi quella
che con tanta istanza domandate vostra licenza; — però i meriti vostri
appunto e le infermità che vi affliggono, li consigliano ad essere
discreti e non volere...»
A questa parte del discorso di messere Andreuolo, Malatesta, gittato
l'argine della bestiale sua ira, strappa fremendo dalle mani di lui la
licenza, la mette in brani e poi urla con ingegno plebeo:
«Figli di malvage femmine! — La licenza a me? Mi avete voi tolto per
un corpo fradicio da mandarsi alla _Sardigna_[350]? — Io vi so dire
che vivo e penso e opero, e ve ne accorgerete ben voi. — Traditori!...
scellerati!... voi mi vorreste con coteste vostre parolone lunghe un
miglio cacciare via per governare le cose a vostro senno. — V'ingannate
a partito; ho giurato salvare Fiorenza, e la salverò in dispetto dei
tristi; e tu, iniquo ambasciatore di una sinagoga di farisei, prendi la
mercede che si conviene al tuo inverecondo ministero...»
Prima che il mal giunto Andreuolo se ne potesse accorgere, Malatesta,
cacciato fuori un pugnale, gli tirò presto tre colpi, di cui uno solo
avrebbe certamente apportata la morte al Niccolino, dove la infermità
non gli avesse tenuto in quel giorno più che negli altri attrappite le
braccia. Tuttavolta Andreuolo, tra lo stupore e lo spavento, non sapeva
muover passo o sciogliere la lingua; sicchè il Baglione, nonostante
storpio com'era, lo avrebbe finito, se Alamanno e Zanobi, forse tardi
scorgendo l'inganno, non accorrevano a levarglielo di sotto.
Francesco Zati, pensando sovrastargli il suo ultimo giorno, caduto
ai piedi del Malatesta, lo scongiurava a salvargli la vita; ed egli
sdegnoso gli rispondeva:
«Va al diavolo! — _io non voleva te, ma quel tristaccio del
Carduccio_[351].»
Intanto nel palazzo si era levato rumore grande. I soldati, le barbarie
del capo superando, gittatosi in folla sopra al mazziere e al notaro,
li percuotono turpemente, tolgono loro il danaro e perfino le vesti
di dosso, le mazze di argento involano, le mule dei commessari non
rispettano meglio: che più? Gli stessi commessari, quantunque difesi
dai giovani fiorentini, non andarono illesi dalla rapacia e dalla
brutalità di costoro; toccarono percosse da vicino e da lontano, a
brani a brani furono loro strappate le cappe di dosso, e non senza
sforzi gagliardi poterono uscire salvi dalle mani di quei masnadieri.
Pervenuto l'osceno fatto a notizia della Signoria, commossa da
immensa passione, delibera adesse per isdegno praticare il partito
che avrebbe dovuto mettere in opera dianzi con prudenza ed auspicii
migliori: per la qual cosa comandò si adunassero subitamente in piazza
tutti i gonfaloni armati e pronti a combattere; ed avendo udito come
quattrocento giovani fiorentini, sprezzata la religione del giuramento,
raccolti sopra la piazza di Santo Spirito si fossero dichiarati che in
caso di contesa avrebbero sostenute le parti del Malatesta, come quello
che nella rovina della patria gli assicurava di oneste condizioni,
mandò alla volta loro Dante da Castiglione e Bernardo da Verazzano,
onde si affaticassero a ritrarli dall'esiziale proponimento. Andarono,
il primo pur sempre fidente di sovvenire la patria moribonda, l'altro
sfiduciato dell'esito, ma pronto in qualsivoglia ventura a soddisfare
il suo debito di cittadino, — con diverso concetto egregi spiriti
entrambi.
Pur troppo la migliore gioventù del paese, uscita dal più inclito
sangue, stava sopra la piazza di Santo Spirito accolta ai danni della
patria, non però baldanzosa, ma dimessa in vista, mesta e pensosa più
di altrui che di sè stessa; alcuni favellavano a mezza voce, — non era
la speranza argomento dei loro colloqui, — con sofismi intendevano
assicurarsi dei sinistri presagi; altri, ragunati a capannelli, non
ardivano guardarsi in faccia e non aprivano labbro; un'aria greve
sembrava che ingombrasse celesta piazza. Quasi brulichio di vermi
sopra il cadavere di generoso animale, tu vedevi agitarsi per quella
gente una mano di codardi, parte dei quali, lodatori esagerati della
libertà pur dianzi, ora con vituperii di ogni maniera la laceravano,
i Medici celebravano, i beneficii loro levavano a cielo; a sentirli,
stava per rinnovarsi l'età dell'oro, l'Arno avrebbe menato miele,
il Mugnone latte; niuna quiete sperabile, se non se sotto ai Medici;
avere i Medici mandati alla terra nella sua misericordia Dio. — Vili
ed infami di cui la razza si mantiene viva anche a' dì nostri! piaga
perenne con la quale la provvidenza volle contristata la stirpe umana!
Susurroni famelici, in perpetuo abbaianti per un pane che gli sfami,
senza badare se questo pane getti loro davanti un santo o il carnefice,
senza neppure curare s'egli sia composto col frumento della rapina o
con le lagrime degli oppressi, — se temprato nel sangue d'illustri
cittadini: — e l'altra parte si affaccendava, mossa da invidia, da
vendetta, da superba viltà, da stolida arroganza e dall'altra famiglia
di truci passioni piovute sopra di noi come il fuoco del cielo sopra
Gomorra. Tra questi più degli altri si sbraccia Bono Boni, dottore di
leggi, e salta e strilla a guisa di gazza; non lo badava nessuno, ma
egli provoca, rampogna ed anche minaccia, prosuntuoso per l'appoggio,
— lo credereste? — del Morticino degli Antinori. Siffatta compagnia
denotava l'ultimo grado di decadenza in questo sciagurato. Bono Boni
lo tiene per le braccia e ride di tale un riso che aggrinzisce con
infinite rughe tutta la pelle del suo volto dove sta scritto: _forca_
a caratteri da speziale: certo così ride il demonio quando dopo i suoi
perfidi avvolgimenti giunge a ghermire l'anima insidiata.
Maledizione e sventura! Talvolta sembra che la storia giustifichi
le contumelie fulminate contro la gloria dagli infermi intelletti o
dai maligni. I nomi dei generosi che si fecero compagni al Ferruccio
nell'estremo tentativo di salvare la libertà della patria i ricordi
del tempo non raccolsero interi, mentre all'opposto furono conservati
i nomi di coloro che perfidi o traviati la impiagarono di ferita
insanabile. Eravi Alamanno dei Pazzi, sangue degenere dei Pazzi, che
congiuravano contro i Medici quando essi, deposta la lunga arte,
si manifestarono tiranni alla ricisa; eranvi quattro dei Capponi,
tralignati figli di tanta casa, i quali così illustre nome eredarono
quasi peso che le forze loro non bastavano a sopportare; eravi...:
ma la mente abborre l'ingrato ufficio, e la mano rifugge dal vergare
cose nefande. O Memoria, quando ai lontani nepoti tramandi le geste
degl'incliti avi, te meritamente salutarono i poeti genitrice delle
muse; — ma quando narri la storia delle turpitudini antiche, io penso
che dal tuo grembo traessero ben anco nascimento le Furie.
Il magnanimo Castiglione, percorso che ebbe col guardo la piazza di
Santo Spirito, sentì mancarsi sotto le gambe, un freddo sudore gli si
diffuse per la persona, ed accostandosi vacillante al Verrazzano gli
disse:
«Bernardo, sostienmi...; mi cade l'anima e il coraggio; adesso conosco
che la patria è perduta davvero.»
E il suo meno appassionato compagno rispondeva:
«Io lo sapeva anche prima; non pertanto proviamo.»
E Dante allora co' segni della più disperata desolazione, piangendo
lacrime che lasciavano un vestigio ardente sopra le sue pallide
guancie, — meglio che con le parole esprimendosi con singhiozzi,
abbandonandosi nelle braccia di chi primo gli si parava davanti:
«Pazzi», diceva, «Capponi, Cavalcanti, — voi qui! Pazzi; adesso si
fabbrica, non si distrugge un tiranno, — e voi qui, Capponi! — per Dio!
non vi rammentate che i maggiori vostri con l'ingegno e col sangue
difesero la Repubblica? — Cavalcanti... Baccio... unitevi a me...
aspettate... io mi getterò a terra... calcatemi il corpo... servitevene
come di bigoncia e tornate a recitare la bellissima vostra orazione
composta in lode del vivere libero... io l'ho tutta a memoria... Se
in parte vi fosse sfuggita di mente, io potrò suggerirvela intera...
Ma che il mondo è sconvolto? Capponi, Pazzi e Cavalcanti promovitori e
difensori dei Medici! Per certo si disfà la natura, ritornano le cose
create alla pristina confusione. Quelli che narrano degli Abderitani,
i quali per tre giorni durarono pazzi, non vuolsi ormai tenere più
in conto di favola. Per Dio! vincete il veleno... quando risenserete
vi starà davanti svenata la patria. Udite! la Signoria vi chiama...
accorrete a sostenerla; — forse non è ancora tutto perduto, — forse può
tuttora trovarsi via alcuna di salute... Se il gonfaloniere v'incresce,
ci se ne andrà dal magistrato; se, non volendo, io vi offesi...,
esulerò dalla patria... raggiungerò nel sepolcro i miei padri, — quanto
vorrete faremo...:»
«No, Castiglione», risposero alquanti dei giovani, «la patria non può
salvarsi intera; anzichè perdere tutto, noi ci affatichiamo a mantenere
la libertà..., lasciamo l'addentellato per riprendere l'opera in giorni
meno sinistri...»
«Ahi delusi! Quando non avrete più armi, chi vi manterrà la promessa?
La mano disarmata se s'innalza verso il tiranno ad implorare cosa
che non sia limosina, il carnefice la tronca: Per cui vi giureranno
i Medici? — Su gli avelli dei padri? Essi hanno loro legato l'iniquo
proponimento di assoggettare la patria. Sopra al capo dei figli? La
lionessa educa i lioncelli alla preda; — essi crebbero nella vendetta,
— le prime parole che proferirono le loro labbra infantili già non
furono di padre o di madre; essi dissero al sangue: Tu sei mio padre,
— e alla rapina: Tu sei la madre mia. — Vi giureranno sul Cristo?
Chi, come Clemente, comprò la cattedra di san Pietro può bene anche
ingannare, — può vendere Cristo. Sovvenite alla patria... o patria! o
patria! Vedetela lacerata come la moglie del Levita...; e come della
moglie del Levita furono mandati i brani alle tribù d'Israello, ecco
io distribuisco tra voi le membra sanguinose della vostra Fiorenza. Le
tribù, rammentatevi, vendicarono la donna trucidata... Nel nome santo
di Dio, salvate la vostra genitrice che sta per essere manomessa...»
«Noi non possiamo.»
«Oh! come non potete? E chi vi contende morire? — Potè Leonida alle
Termopili? E, più avventurosi di Leonida, poterono i Milanesi? Il
barbaro ne distrusse la patria e ne seminò la nuda area di sale;
ma la terra della libertà fece germogliare il seme infecondo: altre
mura sorsero sopra le rovine, e Federigo le vide e non le superò...
Venitemi appresso... da questo punto io vedo sopra la torre di San
Miniato il gonfalone del comune svolgere il suo volume per l'aere
sereno; — egli si compiace del bel cielo, — il cielo di lui, — entrambi
trionfali; — venite, vedetelo; e' par che vi accenni, onde accorriate a
difenderlo... vedetelo pure una volta e poi ditemi: Noi non possiamo!»
I meno inverecondi dei giovani non ardivano schiudere le labbra, —
l'un l'altro mirava spiando nel volto del vicino la risposta da darsi.
Allora i codardi, temendo le parole ardenti del Castiglione, proruppero
in ischiamazzi plebei, col fango dell'anima loro pensarono contaminarlo
dicendogli oscene ingiurie e contumelie di ogni maniera.
Boni Boni, curvandosi all'orecchio del Morticino, susurrava:
«E' farebbe mestieri cacciarlo via dalla piazza.»
«Certo che sì, — ma come?»
«Oh! non sapete che l'anima nostra fa più lungo cammino e più presto
con una palla di piombo che non con sei mute di posta?»