Sopra il portico della casa si erano adunati i principali

dell'esercito, e con gli altri un alfiere che teneva fermo lo stendardo

imperiale quasi sul capo del Ferruccio. A tutti dolevano le svergognate

parole del Maramaldo, ma nessuno ardiva fargliene dimostranze; quando

poi videro lo Sciarra che, tratta la daga, si disponeva a mettere in

esecuzione il comando del Maramaldo, proruppero in grido di orrore, e

allo Sciarra mancò l'animo di farsi innanzi.

L'odio rese il Maramaldo ingegnoso. Afferrato lo Sciarra pel braccio e

trattolo in disparte, esclamò:

«Valorosi guerrieri, vi chiamo in testimonio che ho riparato la colpa.

Misero me e per sempre abborrito, se avessi ad altre mani commesso la

vendetta dell'inclito vostro capitano generale Filiberto di Orange

e dolcissimo amico mio, condotto a morte immatura da questo vile

scherano. Io stesso placherò la tua anima, spargendo le ultime stille

di questo sangue esecrato. Accetta questo estremo ufficio con quel

cuore col quale te l'offriamo e che ci viene fatto meno tristo dal

pensiero che sia per riuscirti gradito nel seggio glorioso a cui fosti

assunto. Tedeschi... Spagnuoli... Italiani..., applaudite... all'anima

del principe di Orange!»

E col volto colore di cenere, gli occhi stralunati, recatosi in mano il

pugnale, si avvicina a gran passo verso il Ferruccio.

E questi vedendoselo ormai venire addosso, lo guarda in volto e

sorridendo gli dice:

«Tu tremi! Ecco... tu ammazzi un uomo morto.»

E il ferro dell'assassino penetrò fino al manico nell'intemerato petto

del prode Ferruccio.

Mentre, dibattendosi nella morte, solleva il Ferruccio le mani,

incontra il lembo dello stendardo imperiale, — apre per l'ultima volta

gli sguardi, lo ravvisa, — lo afferra nella convulsione dell'agonia e,

fattolo cadere, vi si avviluppa le membra.

La bandiera nemica serve di lenzuolo funerario al Ferruccio... Egli lo

vede... esulta e spira l'anima immortale.

Di che mai comporrebbe l'Eterno la corona dei suoi santi, se l'anima

del Ferruccio non fosse cittadina nel cielo?

Dove riposa il suo corpo? S'ignora; — non pietra, — non segno, — non

iscrizione accenna il luogo dov'ebbero ultima stanza le gloriose sue

ossa. Nè ciò crediate per impedimento di governanti, ma per viltà, per

ignoranza, per ignavia dei posteri. Oh Dio! simili cose scrivendo, io

mi vergogno d'essere nato uomo.

Dicono fosse gittato lungo la grondaia della chiesa della Gavinana, e

il manoscritto del capitano Cini racconta che, scavando ai suoi tempi

presso le mura della chiesa, fu rinvenuto uno scheletro di grande

ossatura corrispondente al corpo robusto che aveva il Ferruccio,

siccome ci attestarono gli scrittori.

Certo coteste erano bene le ossa del Ferruccio, e lo argomento

dall'averle tosto riposte sotto terra: anche le ossa del Ferruccio

tornate alla faccia del sole dovevano mettere spavento[346].

I morti sommarono a numero infinito. Ricordansi fra gli altri

Alessandro Orsini, cugino pel signor Giampagolo, Guccio Tolomei, Tomaso

Lorenzi, Giovanni Arrighetti, Francesco Covoni, Michele Uberti, Paolo

Bernardini e Francesco Moretti; pochi dei feriti sopravvissero, per

essersi azzuffati in luoghi angusti, a corpo a corpo. Messer Giovan

Carlo Saraceni non dubita affermare essere stata questa una delle

più terribili e sanguinose battaglie che mai si sieno combattute

in Italia. Non si andrebbe troppo lontani dal vero calcolando che

Ferruccio ingaggiasse la giornata con forze otto volte minori di

quelle dei nemici, tenuto conto della parte panciatica, che si aggiunse

agl'imperiali. Nelle storie a questa battaglia rimase il nome di San

Marcello, ma devesi chiamare della Gavinana.

La terra data in balía dei soldati; vi fu commesso quanto la vendetta

sa suggerire di più truce, l'avidità di più rapace; nè cosa nè persona

rimase intatta, — fino le campane rapirono e venderono a' Lucchesi.

Da gran tempo noi miseri abitatori di questa contrada ci compriamo a

vicenda i nostri brani che ci strappano dalle spalle gli stranieri.

Un caso avvenuto dopo la preda delle campane fece pensare che Dio

volesse vendicare l'insulto fatto alla sua casa. Mentre sopra la piazza

della Gavinana attendevano certi soldati a votare i bariglioni della

polvere, cadde per avventura di mano ad uno di loro la corda accesa, e

l'incendio che ne seguì mandò a male meglio di trecento imperiali.

Avanti che io mi allontani da Gavinana mi giova ricordare due fatti i

quali, comecchè di contraria natura fra loro, meritano di non passare

obliati.

Il primo (e questo narrerò più brevemente perchè torna in oltraggio

alla nostra natura), il primo fu di Amico Arsoli, quell'egregio

conduttore di cavalli di cui sovente abbiamo esposte le geste. Odiato

a morte da Marzio Colonna, fu da lui comprato e barbaramente messo

a morte. Ripreso dai suoi compagni della perfida azione, allegava

in iscusa la strage operata dall'Arsoli del suo cugino Scipione

Colonna, come se l'Arsoli non lo avesse morto combattendo lealmente

in battaglia, e come se, incrociate una volta le spade, il nemico

non dovesse ingegnarsi con ogni suo sforzo di superare il nemico. Ma

al Colonna pareva non dovesse siffatta scusa bastare; imperciocchè

costumasse fra i Romani di cotesti tempi degenerati vendicarsi con

quanta maggiore sicurezza potevano e fare le esequie ai parenti col

sangue comprato dei nemici.

Non così Giovanni di Mariotto Cellesi, il quale essendosi anch'egli

partito da Pistola per comprare Nicolò Strozzi col proponimento

di menarlo a mal termine, lo trovò ferito nello stinco e ridotto

a tale che, mutatosi all'improvviso di animo e l'ira convertita in

compassione, lo riscattò con mille ducati, lo trasportò con amorevole

cura a Pistola e quivi, fattolo nella propria sua casa medicare, lo

guarì, lo nudrì e, accomodatolo di danaro, con buona accompagnatura lo

rese sano e salvo a Firenze.

E avverti che la ingiuria era per gli odierni costumi gravissima e

deliberata; imperciocchè Nicolò insinuatosi nell'animo della moglie del

Cellesi la persuadesse ad abbandonare il marito; ed ella lo fece, ma

indi a breve venuta in fastidio all'adultero, si rimase con la vergogna

e col danno. Bene a ragione il Cellesi pensò che per una rea femmina

non dovesse mandarsi a male un uomo prode, chè tale si fu Nicolò, e, se

togli questo peccato che ho detto, anche costumato cavaliere.

Durarono assai tempo i predicatori a citare dai pergami un simile atto

nelle loro dicerie al popolo, favellando dell'amore del prossimo. E

forse io penso che anche oggi non isdegnerebbero rammentarlo, se lo

sapessero. Ma i predicatori non leggono più storie.

* * * * *

I giorni susseguenti alla battaglia, quando i vincitori si erano

partiti trascinando i vinti, i feriti languivano lontani negli

ospedali, e la terra aveva accolto i morti; — allorchè il silenzio

e il terrore occupavano quei campi fatali, — fu vista aggirarsi per

valli e per pendici una forma di donna palpitante, scapigliata, quasi

menade ebbra di vino... Oh! ella era ebbra davvero, ma di dolore; —

con la faccia ritta al cielo, battendo le palme rapida, a guisa di

lingua di fuoco scorreva pei ciglioni dei precipizi, e l'aria forte

percossa dal ventilare dalla sua veste bianca le fremeva dietro come

persona commossa dal pericolo di qualche capo diletto. Il montanaro, la

contemplando giù della forra o dalla balza vicina, chiudeva gli occhi

pel terrore, e facendosi il segno della salute supplicava per l'anima

di lei... se non che, sogguardando pauroso, la rimirava festante

spaziare lontana dal dirupo, — quando ecco sottentra a perigliare su

l'arduo sentiero altro e più compassionevole oggetto, — era un vecchio

oppresso dagli anni e dalle sciagure, il quale, sebbene gli tremassero

sotto le gambe, aveva ben saldo il cuore; ad ogni orma che stampa

vacillante sul ciglione, scorre nell'anima di chi lo vede il ribrezzo,

e la pelle rimane compresa da crispazione angosciosa..., pur nondimeno

lo spirito governa il corpo, ed esce illeso dal mal passo.

La donna fuggendo e il vecchio inseguendo scorrono in piano di Doccia,

rivedono la fonte dei Gorghi, il rivo delle Catinelle, si accostano

a Gavinana, piegando a destra lungo le mura, e finalmente ansanti si

fermano nel bosco delle Vergini a piè di un castagno.

In verità uno dei più belli che crescano in quel campo, dove ne

vegetano dei bellissimi, e nel suo tronco, ad arte scortecciato,

mostrava una croce.

Cadendovi davanti genuflessa, appoggiandovi le mani una sopra l'altra,

e su le mani declinando la testa, stette la donna immobile, bianca e,

dove il palpito del seno non l'avesse dimostrata viva, uguale in tutto

a statua di marmo.

E il vecchio le veniva accanto piegando anch'egli i ginocchi e, come

lei, le mani e il capo appoggiando al tronco del castagno, — senza

parlarle, — senza consolarla, — senza pure toccarla; i suoi dolori

erano di quelli che per parole non si placano; soltanto piangeva.

Immemore dapprima di ogni cosa terrena, la derelitta per quel

pianto incessante si sentiva a mano a mano, dai truci fantasmi della

immaginazione chiamata agli affanni della vita; allora si accorgeva del

vecchio, che le plorava a canto e le si abbandonava nelle braccia, —

con le sue guancie premeva le guancie di lui, — e confondevano insieme

l'alito, i sospiri, le lagrime. — Quanta inenarrabile angoscia aveva

accumulato il Signore sul capo di quelle due creature!

I montanari, indovinando la causa per cui eglino non potevano

abbandonare coteste rupi, li compassionavano, ed anzi anch'essi, miti

sotto il flagello di Dio, con ossequio religioso li proseguivano.

Allo approssimarsi del verno, più che altrove, diviene squallida la

natura su i monti, — il vento si agita inquieto giù per le valli, —

lungo le forre, e il mormorio che nasce dalle foglie cadute menate in

volta e diffondentesi per tanto spazio di paese, rassembra un lamento

che mandino gli alberi e la terra nel vedersi rapire la bella veste di

cui andarono superbi nelle migliori stagioni dell'anno.

Una sera dei primi giorni del verno, all'ora del crepuscolo, — in

quel momento in cui la luce e le tenebre si contendono il cielo, —

e l'anima umana vacilla tra le cure della vita e i pensieri della

eternità, — in cotesto istante, che anche all'assassino viene

involontaria una preghiera della infanzia su i labbri, e nel cuore un

pensiero per la madre che lo amò tanto, — in quell'ora di mestizia e

di pace, Lucantonio si presentò al _metato_[347] della casa nuova.

Teneva in collo, sorreggendola col braccio destro, Annalena, che

dalla pieghevolezza dei contorni sembrava addormentata, se non che la

destra le pendeva inerte lungo il fianco, la manca dietro il dorso del

vecchio, — e questi si aiutava sorreggendosi forte al bastone, — il

capo aveva scoperto, — i suoi capelli bianchissimi si disegnavano nella

porpora del crepuscolo, gli avresti detti tinti nel sangue.

Giunto in mezzo al metato, volgendosi ai montanari quivi raccolti, con

ferma voce e non pertanto sinistra domandò se alcuno di loro per amore

della Madonna e per i suoi danari avesse voluto accompagnarlo al piano

delle Vergini con palo e zappa, onde assisterlo in un'opera pia.

«Per amore della Vergine e vostro senz'altro», risposero i montanari,

«noi vi accompagneremo»; — e le loro donne, mogli e figlie, fosse

pietà, fosse voglia curiosa, o l'una cosa e l'altra, vollero ad ogni

patto seguitarli.

Procederono a due a due come in processione silenziosi-; — veniva

ultimo il vecchio; — egli non aveva permesso a nessuno di toccare

Annalena; — e sì che quel peso doveva gravarlo, e ad ogni passo che

mutava, pareva accostarsi di un anno al sepolcro.

Ad un tratto il vecchio proruppe nel cantico dei morti e supplicò al

Signore perchè nella sua immensa misericordia avesse compassione di

lui.

E gli altri vennero ad ogni verso rispondendogli, sebbene ignorassero

chi e dove fosse il defunto.

Lucantonio gli fece fermare nel bosco delle Vergini, a piè di un

castagno, ordinando scavassero colà dove additava.

Tolta alcun poco di terra, la vanga incontra stritolando ossa umane; il

montanaro lascia l'arnese ficcato nella terra e rifugge inorridito.

«Continua l'opera, montanaro», con voce solenne riprende Lucantonio,

«tu non profani le ossa dei morti, — io riunisco la moglie al marito,

— questa ch'io tengo su le braccia è la sposa, — lo sposo giace là

dentro, — il sepolcro sia il talamo di ambedue. Ieri all'alba ella

svenne e diventò fredda... io la esposi al sole... l'avviluppai in

caldi pannilini... col mio fiato mi sono ingegnato riscaldarle le

mani, ma ella si è fatta sempre più fredda... l'ho chiamata co' nomi

più cari... Vieni, le ho detto, sebbene questo pellegrinaggio mi

avvelenasse il sangue, vieni, andiamo a visitare la fossa di Vico.

— Non mi ha risposto... Io l'ho tenuta per morta: ella difatti è

morta...»

Il montanaro continua a scavare la fossa, — e il vecchio soggiunge

favellando ai circostanti:

«O madri! — questa povera creatura non conobbe sua madre: — o padri!...

ella non ebbe le paterne carezze... La sua anima fu tesoro di amore...

e per lungo tempo la sventura si appigliava ai lembi di questo e di

quello, interrogando: Chi devo amare? — Imperciocchè io l'era servo,

— e quando ella ebbe trovato un gentile garzone, prode e dabbene, Dio

glielo ha tolto. — Questi giovani appena si conobbero nella vita, — ora

staranno insieme una eternità. Lode al Signore!»

I montanari mal sapendo se quella lode al Signore uscisse sincera

dal labbro del vecchio, o in fondo a quel discorso sonasse accento di

disperazione, scherno o rampogna, — piansero, — calarono il corpo di

Annalena nella fossa — e le pregarono pace.

La notte diventò profonda, i montanari tolsero commiato; Lucantonio

voleva pagarli, ma si ristette, perchè le lacrime non si pagano. Il

vecchio cortese chiamò un fanciullino che gli era stato sempre al

fianco e, postogli nelle mani quanto si trovava a possedere di danaro,

gli parlò sommesso: Quando tuo padre avrà fame, — e tu dagli questo.

Rimasto solo, così al buio incise sul tronco del castagno il nome di

Annalena sotto quello di Vico, poi si accomodò a sedere con le spalle

appoggiate al tronco, le mani conserte e abbandonate nel grembo, le

gambe tese, il capo chino sul seno.

Il montanaro a cui il figlioletto aveva dato il danaro del vecchio,

cercandolo il giorno appresso, lo rinvenne seduto a piè del castagno;

lo reputando addormentato, aspettò gran tempo perchè si svegliasse, poi

lo tentò per le braccia... Non si scosse, perchè era morto.

Raccontano che quel bosco si chiamasse prima della _Vergine_ in onore

della Madonna, ma dopo quel caso lo dicessero delle _Vergini_, in

memoria ancora di Annalena quivi sepolta.

Ho cercato il castagno che protegge con le sue ombre il sepolcro di

quei tre miseri, e non l'ho trovato; ma se, come assicurano, gli alberi

crescono di diametro strato sovrapponendo a strato senza cancellare le

incisioni del coperto, è da sperarsi che, abbattendo talvolta qualche

castagno del bosco delle Vergini, il bottaio che ne farà caratelli

trovi quel tronco consacrato dalla sventura[348].

CAPITOLO TRENTESIMO

LA VENDETTA DEGLI UOMINI E IL CASTIGO DI DIO

La infamia seguirà la parte offensa

In grido, come suol, — ma la vendetta

Fia testimonio al vero.

DANTE.

Ahi fortuna! Ci vien meno sotto i piedi la terra. Dove precipitiamo,

o Cencio?» disfatto dal terrore esclamava Malatesta Baglioni, a cui

Cencio riferiva rotto l'esercito imperiale, morto l'Orange, Ferruccio

vincitore accostarsi a Firenze, il destino della Repubblica prevalso;

— alle quali parole Cencio rispondeva:

«Ch'è questo, signor Baglione? Non dubitate; un sostegno non sarà per

mancarvi giammai: se vi fugge dalla parte dei piedi, la Repubblica sta

apparecchiandovene un altro dalla parte del collo.»

«Maledetto quando mi apparisti davanti! Possa la tua anima traboccare

dal patibolo nell'inferno! Ma ti par ora questa da motteggiare,

Cencio? Vien qua, Cencio, senti: vediamo se vi ha mezzo di salvarci la

vita... la vita! e che devo farmi della vita senza la potenza, senza le

dovizie... senza...?»

«Senza il sangue dei nemici?»

«Lo hai detto. — Costoro non mi uccideranno, anzi diranno al valletto:

Prima che quella vivanda passi al cane, datela a Malatesta che sta di

fuori seduto sopra i gradini del nostro palazzo.»

«Addio Chiusi, addio duchea di Bevagna e Tunigiana.»

«Il figlio che doveva essere orgoglio dei miei tardi anni, che stava

per condurmi regal donna in casa!»

«Non che il duca di Camerino, ma il più povero artigiano non si

vorrebbe mescolare con lui; voi non avrete da sodare la dota nè anco il

cento ducati...»

«E il nipote, cui già immaginava ammantato della porpora

cardinalizia...»

«Diventerà dopo dieci anni curato di campagna...»

«Potessi fare un patto col diavolo! Ah!...»

E gettò un grido di spavento, chè in questo punto si udì forte un

rumore di uomini accorrenti, e subito dopo tutto affannoso comparve

nella stanza Biagio Stella, il quale espose: la prima nuova della

battaglia falsa, vera la morte dell'Orange, ma esservi pur morto

il Ferruccio, e il suo piccolo esercito andare disperso pel contado

toscano.

«O santo Pietro!» favella Malatesta levando le mani al cielo e poi

come spossato declinandole al pavimento, «o santo Pietro! Queste due

morti giovano meglio al pontefice che le tue chiavi d'oro e d'argento.

Dopo tanti anni di matrimonio io dubitava a Cristo non fosse diventata

incresciosa la Chiesa sua moglie; ora poi conosco a prova cotesti

sponsali rimanersi pur sempre sotto l'influsso della luna del miele. Io

comincio a credere in Dio... Biagio, un abbraccio; — Cencio, un bacio;

— figli miei, questa è l'ultima nostra fatica; — anche il grappolo di

Perugia produce vino generoso, — e la vendemmia ci aspetta. Cencio,

torna la speranza del sangue nemico assai più soave del vino. Biagio,

comunque adesso mi travagli il caldo, parmi rinfrescarmi all'ombra dei

platani di Tunigiana, sotto i gelsi della valle Topina; — i miei occhi,

Cencio, sono inebbriati di rosso, il vermiglio mi lusinga intero...

rosso il sangue di Sforza, — rossa la porpora di Ridolfo, — rosso il

manto ducale del figliuol mio: Cencio, Biagio, — mi sento l'uomo più

avventurato del mondo; — andate per sonatori, per femmine, — oggi è un

bel giorno...

«È il giorno di morte della libertà italiana!!!...»

«Magnifico messere capitano, — due magistrati che si dicono dei Dieci

della guerra fanno istanza di favellarvi.»

[Illustrazione: La voce, il guardo, le mani, tutta la persona,

insomma spirava la distruzione... _Cap. XXIX, pag. 698._]

«I signori Dieci! I magnifici signori Dieci di libertà e pace! Che

vengano tosto, in miglior punto non potevano arrivare i messaggeri dei

magnifici signori Dieci. Cencio, Biagio, rimanete con me, affinchè non

abbiano a camminare troppo per rinvenire medico, confessore e notaio

per la Repubblica che muore; o piuttosto sentite: noi rappresenteremo i

tre sacramenti: io la Penitenza, Biagio l'Eucarestia, e tu, Cencio, la

Estrema Unzione; — guarda mo', Biagio, non ti par egli che abbia Cencio

una faccia di olio santo? E per questa volta tu l'ungerai proprio

all'agonia, come raccomanda l'apostolo santo Iacopo, — la Estrema

Unzione non si dovrebbe replicare una seconda volta, — ciò sta contro

le regole. — Ecco i Dieci. — Ben vengano i magnifici signori Dieci. —

In che e dove posso spendere l'opera mia? Cencio, porgete sgabelli. —

State a vostro agio, come a casa vostra. Ci avanza ancora qualche poco

di vino; vorreste saggiarne? — Vino d'assedio... ma vi do quello che

ho, e di cuore...»

E tutte queste parole erano profferite con procacia e petulanza tali da

movere a sdegno i più mansueti.

I Dieci però o non si sdegnarono o molto bene dissimularono l'ira

concetta; onde mansueti risposero:

«Gran mercè, signor capitano generale, — noi ci staremo in piedi; la

urgenza del caso è tale che non concede la perdita di un momento di

tempo.»

«Orsù dunque dite: io tutto orecchie vi ascolto.»

«Malatesta, — voi siete cristiano, e vi supplichiamo per Dio; — voi

siete soldato, e vi supplichiamo per l'onor vostro; — voi siete padre,

e per l'amore dei vostri figliuoli vi scongiuriamo a prendere pietà

del nostro infelice paese. Voi lo sapete, Orange è morto, — morto pur

anche il valoroso Ferruccio; — il nostro esercito rimase rotto, ma

la vittoria del nemico si assomiglia alla sconfitta; possiamo anche

vincere, conduceteci all'assalto del campo, — noi confidiamo sia per

riuscirci agevole opprimerlo; — vuoto dei migliori soldati, sbigottito,

diviso di voglie, forse mai come ora ci stette in pugno la vittoria.

L'ordinanza della milizia ad alta voce domanda mescolarsi col nemico.»

«Ordinanza! Poveri folli! Ma che? credete voi che ordinare una

battaglia, esercitare il mestiere del soldato sia come cimare panni,

tignere sete e sedersi in banco a dare a prestanza sul pegno al venti

per cento d'interesse? Chi vi ha contato tante novelle? Così foss'io

sano, com'è Orange! — Così...»

«Signor Malatesta, noi ne abbiamo sicurissimo ragguaglio.»

«Ed io vi dico che vi hanno ingannato. Voi non avete più speranza di

vincere, e credetelo a me, che sono uomo di guerra: abbandonatevi nelle

mie braccia; _sutor ne ultra crepidam_, — a voi i negozi, la spada a

me. — L'ordinanza!... Voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta

gioventù ai suoi fondachi, che le bisogne sarieno state assai meglio

amministrate...»

«L'ordinanza, messere...»

«L'ordinanza, messeri, ha fatto più male che bene, e adesso non

potrebbe fare più nulla. Sentite, io vi amo, e perchè vi amo vi

consiglio ad accordare: — ho già consultato don Ferrante... voleva dire

il principe Orange, e promette buoni patti...»

«Chi ve ne dava la commissione?...»

«Me la sono tolta da me; io faccio la cosa utile, mi vesto da gestore

di negozi, come dicono i giureconsulti... appunto perchè sono cristiano

e temo Dio, voglio risparmiare la effusione del sangue e conseguire con

parole di pace quello che ormai non potreste ottenere con la guerra;

appunto perchè intendo l'onore, mi piace guadagnarmi la fama che nasce

da salvare una città nobilissima, qual'è questa vostra; pur troppo

accolgo viscere di padre, e come padre sento qual debito avrei presso

gli uomini e presso Dio, se compiacendo ad alcuni Piagnoni io lasciassi

andare a fuoco tanti magnifici ostelli, a sangue tanti incliti

cittadini; se nulla mi premesse il decoro di tante vergini e di tante

gentildonne. Io dunque ho già convenuto su i patti meglio importanti

con don..., col principe di Orange...»

«Chi ve ne conferiva il mandato?»

«Continuerete voi ingrati a maledire la luce che v'illumina? Già

comincia a pesarmi questa diuturna pazienza. Credete voi che ignori le

vostre vociferazioni? Forse io non so che mi andate vituperando come

traditore? Non conosco io che voi, in premio dei patiti travagli in

pro vostro, mi torreste la testa? E non pertanto dissimulo e perdono

come Cristo perdonò, e ai vostri vantaggi mi affatico dicendo, com'egli

disse: io li perdono, perchè non sanno quello che si fanno. — Certo

i posteri quando apprenderanno questa mia longanimità mi estimeranno

codardo; avrei dovuto abbandonarvi, lasciarvi in balia del nemico,

ma non me lo concede la mia natura. Io restringo molte cose in una:

speranze non ve ne rimangono, io accorderò per voi; e se ostinati

volete ad ogni modo combattere, datemi licenza di ricondurmi alle

mie case..., dove forse mi attende la morte a cagione dell'ira del

pontefice ch'io mi sono provocato contro per voi..»

«Voi dunque non volete combattere?»

«Non voglio condurre a perdizione la vostra patria...»

«E desiderate la licenza...»

«La licenza! Portatemela e vedrete.»

«Malatesta, l'avrete.»

E crucciosi abbandonarono le case di lui. Allora Cencio, volgendosi al

Baglioni, favellò:

«Voi siete il libro della Sibilla: e se vengono con la licenza?»

«Non verranno.»

«Ma se venissero?»

L'assedio di Firenze · 第 68 / 81 段