si appoggia all'asta della lancia sotto il magnifico castagno che
sorgeva sopra la piazza della Gavinana. I suoi occhi stanno rivolti
al firmamento porgendo col cuore grazie fervidissime a Dio; — non lo
poteva con le labbra, chè lo impediva l'affanno.
Qui circondato dall'Arsoli, dal Masi, dai conti di Castro e Civitella,
da ambedue gli Strozzi Nicolò e Bernardo, e da altri egregi difensori
della Fiorentina Repubblica, udiva i vari casi della battaglia e la
morte del principe.
«Dio faccia pace alla sua anima», favellò il Ferruccio, «egli è morto
da valoroso. Se alcuno rinviene la sua spoglia mortale, si rammenti che
il guerriero spento in battaglia è cosa sacra al guerriero. — Guai a
chi l'oltraggia!»
Ahimè! Mentre si rallegrano della vittoria, ella apre l'ale per fuggire
dalle loro bandiere.
Alessandro Vitelli e Mario Colonna con gl'Italiani, gli Spagnuoli
ammottinati di Altopascio e il Bracciolino capo della fazione
panciatica, inseguendo, secondo il comandamento ricevuto, l'esercito
fiorentino, giunsero anch'essi alla Croce delle Lari. Tenne sentiero
diverso il Maramaldo: piegò a mano diritta, passò il fiume Limestre e
riuscì di faccia alla dietroguardia di Giampagolo Orsino.
S'incontrarono sul piano di Doccia posto a mezzo cammino tra Gavinana
e San Marcello. L'Orsino, considerando non potere resistere a tanta
piena di nemici e difendere così gran numero di bagaglie, ordinò
ai marraiuoli che aveva in copia il Ferruccio condotti da Pisa si
affrettassero ad alzare un terrapieno formato a mezzo cerchio, il quale
condussero maraviglioso e con incredibile celerità. Il viaggiatore
che visita quel campo può anche oggi contemplarne i vestigi per un
tratto di meglio che dugento braccia. Dietro al terrapieno si difende
l'Orsino; il nemico grosso minaccia di prorompere, quasi un fiume
appena contenuto dagli argini; qui si rinnuovano le ferite, il dolore,
il pianto dei moribondi, la strage nefanda. Il mio spirito contristato
non sa che cosa più oltre deve narrare di miserabile, la fantasia
cade stanca di avvolgersi tra così moltiplici immagini di morte, e al
mio lettore risparmio il fastidio di più oltre affliggersi sopra le
sventure e le colpe degli uomini. Forse non rimaneva rotto l'Orsino; la
fortuna gli concedeva ritirarsi incolume in Gavinana, se il malefico
ingegno del Bracciolino non si fosse adoperato ai danni della patria;
non furono mani straniere, ma per maggiore dolore italiane quelle che
consumarono il sacrificio della più nobile repubblica di questa nostra
contrada. Noi dobbiamo compiangere la battaglia della Gavinana non pure
come sventura, ma altresì come delitto.
La discordia percorse veloce e continua sopra la faccia della misera
Italia, dalle Alpi al mare ionio a guisa di spola nelle mani del
tessitore; se pose l'orma su i monti, li compresse; se sopra le
pianure, le inaridì; con un flagello di vipere percosse le generazioni
e trasfuse nelle vene di loro il veleno e la rabbia. Ora i figli
portano il peso delle paterne iniquità; — ma durezza di fato per
sospiri non muta, e il cielo arride alle mani animose, — non agli occhi
piangenti. Ora i figli stanno in pace tra loro; — imperciocchè come
contenderebbero i bovi gravati dal medesimo giogo? In espiazione degli
antichi delitti, una volta ogni anno nella festa dell'Ascensione i
monti di Gavinana risuonano di canti lugubri: due processioni muovono,
una da San Marcello, l'altra da Gavinana, verso la fonte dei Gorghi.
Quando s'incontrano, i cantici si rinnuovano più alti, accostano
gli stendardi e fanno toccare i crocifissi tra loro; ciò chiamano
— il bacio dei Cristi. I discendenti dei truci faziosi s'impalmano
mansueti, più voti ricambiano con gli animi pacati; simili alle regine
della tragedia inglese[342], ora che giacciono sopra la terra, le ha
fatte amiche il pianto. Se questi inni e questi gemiti hanno forza di
rompere il vostro sonno secolare, ossa degli antichi defunti, oh come
affannosamente dovete fremere dentro ai vostri sepolcri! — Venite e
vedete; — per colpa vostra gli eredi del vostro sangue altro intelletto
ed altra forza non serbano che per piangere e per pregare. — Io per
me, quando considero come è tumida la fortuna e corriva agli oltraggi,
e quanto all'opposto consigliera di pace la sventura, tremando
m'interrogo se per caso la provvidenza commise alla miseria ordire
il vincolo di concordia unicamente durevole tra gli uomini. — Ma io
l'ho detto, affaticarci con domande a cui non sovviene la risposta è
amaritudine di spirito; e tra queste bene spesso ne occorrono di tali
che percuotono le orecchie, quasi una squilla che suoni a infortunio, o
piuttosto feriscono il cuore dolorose a sentirsi quanto il dardo della
vipera.
Nicolò Bracciolino, che co' suoi mille faziosi procede col Vitelli a
modo di lancia franca, esperto del luogo, si stacca dai compagni e per
certe vie oblique a lui note celandosi dietro ai tronchi dei castagni
che spessissimi crescono in questo lato, in silenzio, co' passi del
traditore, si avvicina al fianco della colonna dell'Orsino. Fu agevole
cosa trucidare e disperdere i pochi e meno validi soldati che vi
stavano a guardia, — scompigliare le bagaglie, mandare sottosopra some
e carriaggi, — empire di spavento ogni cosa. Orsino, udendo rumore alle
spalle, conobbe il caso e si tenne spacciato; tuttavolta, disposto a
morire da valoroso, strinse intorno a sè i suoi, ne fece gomitolo, e
così ordinato, non altramente che fosse un corpo solo armato di mille
spade, si dispose ad aprirsi la strada camminando sul petto dei nemici.
Sovvengati, lettore, se mai fosti in riva al mare, di aver veduta
una barca per forza dei rematori rompere le onde che incessanti si
accumulino contro di lei e, come se avessero senso di rabbia, fremere
riottose lungo i fianchi e subito chiudersi ribollenti dietro il
timone; così la virtù dei soldati dell'Orsino supera il numero dei
nemici, ma il suo drappello procedendo scema, mentre da ogni stilla di
sangue avversario sembra che nascano nuovi guerrieri a combatterlo; —
male incolse a cui volle inseguirlo troppo dappresso, perchè sovente
rivolse la faccia e balestrò la morte nelle file dei cesarei; — venuto
al rivo delle Catinelle si fermò di nuovo, e di nuovo quelle umili
acque si tinsero di sangue umano; finalmente lacerato dalla testa, su
i fianchi, dopo avere fatto quanto e più a forza umana era concesso,
ripara in Gavinana; i terrazzani non ebbero tempo per chiudere le
porte, — proruppero nel castello amici mescolati ai nemici.
Per altra parte Fabrizio Maramaldo fuggendo tutto pauroso s'imbatte
nella banda della Forra Armata, la quale, e per essere posta in luogo
riparato e per non avere ricevuto ordine alcuno, non erasi mossa;
la reputando nemica, stava per gittare l'arme e raccomandare per
misericordia la vita; se non che, ravvisando l'errore, riassunse presto
la superba natura, e levata la voce comandò: si muovesse a salvare i
compagni messi in rotta, si affrettasse; avrebbe vinto la impresa, se
si fosse comportata col consueto valore.
Si agitarono i due mila, accelerarono i passi, vogliosi di mescolarsi
in battaglia; appena usciti dalla Forra, i cesarei sbandati, vedendo
una bandiera levata dove potere riannodarsi, cessarono la fuga ed
ingrossarono la banda, in breve sommarono a meglio di quattro mila e
tutti uniti s'indirizzarono impetuosi contro la Gavinana. In cotesto
cumulo di gente, comecchè mosso da passioni diverse, ardeva immenso
il desiderio di vincere; — gli uni per vendicare la vergogna, gli
altri, quelli della Forra Armata, per orgoglio che fosse detto di
loro: il colonnello di monsignore Ascalino salvò l'esercito imperiale
a Gavinana.
Ferruccio brandiva la picca, la quale per essere adoperata dagli
Stradiotti cavalleggeri greci si appellava _stradiotta_[343], e
accompagnato dall'Orsino, da Amico e Alfonso Arsoli, dai conti di
Castro e di Civitella, da Agostino Gaeta dall'uno e l'altro Strozzi,
da Francesco Vivages francese, da Sprone di Borgo, da Paolo e Giuliano
Corsi, da Antonio da Piombino, da Giovambattista Cambiaso e dagli
altri valenti capitani, giù si scaglia contro il Bracciolini, il
Colonna e il Vitelli, quando, udito rumore, si volge dal lato opposto
e contempla inondato nuovamente di nemici il castello. Allora gli
s'intenebrò l'intelletto, gli venne affatto meno la speranza, non
l'ardire nè l'animo apparecchiato alla morte magnanima; supplica gli
astanti tengano testa al Vitelli finchè ritorni, e rovina dove lo
minaccia maggiore il pericolo. Quasi non avesse per sei intiere ore
combattuto, quasi gran parte del suo inclito sangue non gli fosse
sgorgata dalle vene, apparve terribile come il Dio di Moisè. La voce,
il guardo, le mani, tutta la persona insomma spirava la distruzione: «e
il fatto, racconta il Cini[344], si rinnuovò con tale e tanto strepito
di archibusate e di picche ch'era cosa spaventevole a sentirsi e
orribilissima a vedersi, giacchè fu sì crudele e disperata battaglia
che appena si poteva passare nella piazza di Gavinana impedita per i
corpi morti e feriti che dappertutto v'erano ammonticchiati.»
[Illustrazione: ... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu
il valoroso Masi,... _Cap. XXIX, pag. 694._]
E fu questa battaglia degna di Omero, — ma noi non possiamo avere
un Omero. Egli cantava all'ombra dei laureti cresciuti a coronare
la fronte degli eroi che ascoltavano, — noi seduti sopra un sepolcro
narriamo storie alle ossa inaridite; — la traccia di quel divino sopra
la terra greca assomigliava alla carriera del sole nel firmamento,
splendida e sublime; — non che le case, gli schiudevano i tempii,
ond'egli si santificasse col canto. — Poco gli nocque essere cieco
degli occhi del corpo, dacchè le muse lo guidavano e la gloria gli
rischiarava l'intelletto. — Quando le labbra frementi susurravano
l'ultimo verso del canto, e la corda vibrava l'estremo tocco, egli
sentiva distinto l'alitare dei petti ai circostanti, e il suo cuore
si empiva di nuovo sangue e di nuova poesia, argomento di forza alle
immagini future. — La vergine greca colla mano e la guancia appoggiate
alla spalla del garzone, come la Psiche di Canova su quella di Amore,
udendo le miserie di Andromaca, obliò un istante il suo affetto e
gemè per la sconsolata regina; — la madre argiva, al racconto delle
stragi di Ettore Priamide, si strinse più forte il pargoletto al seno
ed abborrì la guerra, — ma quando le furono rivelate le mirabili prove
di Achille, le s'infiammarono le guance, e l'entusiasmo della patria
la inebriò; allora guardando con occhio scintillante il suo figlio,
esclamava: Abbi la fama di Achille, — e con voce più bassa aggiunse:
più provvida di Tetide, io guarderò a tuffarti interamente in Lete.
— E quando un fatto comune chiamò la grande anima di Omero nel regno
delle ombre, i Greci lo assunsero in cielo, are gl'innalzarono e voti,
come a Dio, — sette città se ne contesero la nascita; — i sapienti
loro ne derivarono leggi, politica, morale e quanto abbisogna al retto
ordinamento della umana società; — lo consultarono come oracolo, ne
trassero responsi. — La Grecia tutta tolse per simbolo Omero.
Male arrivato poeta nelle terre d'Italia! Alle generazioni che ti
scorrono davanti pallide e vuote, siccome larve, parla di gloria, e
ti risponderanno: usura; — guai a te, se ti esce incauto dalle labbra
il nome santo di patria! Ti aspetta il luogo infame dove avrai per
compagni la meretrice e il ladro... perchè l'amore di patria in questa
terra è delitto; in verità, vi dico, delitto ricercato e punito più
gravemente assai del latrocinio. — Certo il tuo nobile cuore, o poeta,
non verrà meno per questo, — ma rimarrai contristato profondamente
per le turpitudini dei tuoi fratelli, — la parola ti spirerà sopra le
smorte labbra, e non potrai essere Omero.
Ferruccio respinge dalla Gavinana il nemico, lo disperde per la
campagna, e dubbioso sia per tornargli addosso da capo, non si ferma
finchè vede persona davanti a sè; allora fece sosta, ed accorgendosi
che la punta della stradiotta per lo spesso ferire erasi storta, si
chinò e raccolse da terra uno spadone a due mani di quelli che usavano
i lanzichenecchi; poi, ordinati i superstiti a chiocciola, s'incammina
al castello in soccorso di quelli che vi aveva lasciato. Le torme dei
cesarei intanto si erano chiuse dentro di lui e avevano invaso tutte
le strade della Gavinana: i suoi ben tuttavia vi stavano dentro, ma
diventati cadaveri. In quel momento il Ferruccio alzò la voce e chiamò
a nome i suoi più valorosi compagni; nessuno gli risponde; la morte
aveva loro resa inerte la lingua.
Ora, mentre la sua anima pensando al fato di tanti prodi sospira,
due grosse bande di nemici, imbaldanziti dalla vittoria e disposti ad
abusarne quanto più furono immeritevoli di conseguirla, con minacce
barbariche gl'intimano da lontano la resa.
Giampagolo Orsino, ormai disperato, si accosta al Ferruccio e gli
domanda:
«Signor commessario, vogliamo noi arrenderci?»
«No», gli risponde con forza il Ferruccio; e piegata secondo il suo
costume la testa, si avventa primo contro i sorvegnenti imperiali.
Nicolò Strozzi, considerando come quel valoroso, più che a mezzo morto,
potesse appena reggere la spada, non volle si esponesse a sicurissimo
eccidio; onde presto si pose tra il nemico e lui, riparandogli col
proprio corpo le ferite.
Ma il Ferruccio, brontolando, lo trasse in disparte e in ogni modo
volle pel primo affrontare il nemico[345]. Cessata la speranza di
vincere, combattono per non morire invendicati. Gl'imperiali abborrenti
di sostenere l'estreme ire di quei terribili uomini, si allargano e li
bersagliano con gli archibusi da lontano. Ad ogni momento ne cadeva uno
per non più rilevarsi, — nè i superstiti pensano ad arrendersi. Anche
la Toscana ebbe i suoi Trecento e Leonida.
«Il gonfalone di Fiorenza! Gli angioli scendono a difenderlo: viva la
Repubblica!»
Questo grido mandarono il Ferruccio e i suoi compagni, allorchè,
alzando all'improvviso lo sguardo, videro sventolare al balcone di un
castelletto posto sopra certa eminenza accanto le mura di Gavinana la
bandiera del comune.
E al balcone si affacciò Vico Machiavelli, che con la voce e col cenno
chiamava i compagni a riparare in cotesto estremo propugnacolo.
Non senza nuove perdite colà si condussero; stremati com'erano di forze
e di sangue, quella breve erta parve loro infinita.
Sbarrarono le porte, come meglio poterono si afforzarono e dai balconi,
dalle feritoie, che anche in oggi si vedono, presero a bersagliare il
nemico. Gl'imperiali, sospinti dalle minacce dei capitani, che dietro
loro incalzavano con la spada nuda, molte volte salirono all'assalto,
e sempre sopraffatti dalla tempesta delle palle piegarono. Maramaldo,
rimasto in Gavinana, sentendo riuscire i conati invano, spumava di
rabbia, e all'ultimo mandò a dire che se in mezz'ora non superavano il
castello, gli avrebbe appiccati quanti erano.
Si accingono all'ultima prova; — le palle vengono più rare; — arrivati
a mezza costa scemano ancora; — a piè del muro cessano affatto, —
stanno immobili alquanto di tempo paurosi di sorpresa, — non offesi si
rinfrancano, i più timidi saliscono a gara, — insieme uniti si sforzano
a rompere le imposte, a scalare i balconi.
I nostri non hanno più polvere, — non palle, e dimentichi dei pericoli
e dei propri dolori, contemplano l'agonia di un valoroso.
Ferruccio giace sopra un letto di foglie castagnine; — non ha parte
di corpo illesa; — invano tentarono arrestargli il sangue, — prorompe
dagli orli delle fasciature, distilla dai lini temprati. — Genuflesso
a destra, gli sorregge il capo Vico Machiavelli, il quale forte si
abbranca il petto sotto la mammella sinistra per impedire anch'egli
lo sgorgo del sangue da una ferita ricevuta in quella parte, — e dalla
manca simile cura gli rende Annalena, anch'ella genuflessa.
Ardono in terra alcune lampade, le quali quando il sole illumina
il nostro emisfero partoriscono effetto sempre solenne nell'uomo,
imperciocchè accennino la presenza della morte — o Dio.
E intorno intorno genuflessi i pochi compagni superstiti, comecchè
laceri, spicciando sangue dalle aperte piaghe, supplicano per l'anima
dell'uomo forte che trapassa: Amico Arsoli percosso da tre punte nel
fianco, Bernardo Strozzi sconciamente ferito nello stinco sinistro,
Giampagolo Orsino, il prode Masi ed altri che non ricorda la storia.
La morte con la mano grave chiudeva gli occhi al Ferruccio, ma
l'animoso, sforzandosi scoterne il peso, avventava la pupilla
coruscante a modo di baleno verso il balcone.
Colà il vessillo della Repubblica, come se avesse senso d'intelletto,
tentava svolgere le sue pieghe, che si ostinavano a rimanersi rigide
a guisa di pietra; — il giglio se ne stava chiuso in mezzo di quelle
non altrimenti che dentro un sepolcro, — lui pure opprimeva la inerzia
della morte.
Fatto segno alle archibusate ed ai sassi del nemico, — ecco finalmente
cade anch'egli percosso per non rilevarsi mai più.
Allora il Ferruccio non contese più oltre la potenza della morte,
lasciò abbassata la palpebra e sospirò con mestissimo accento:
«È caduto! È caduto!»
All'improvviso le porte sfasciate si disfanno, — irrompe il nemico
nelle sale del castello.
Di stanza propagato in istanza, ecco percuote le orecchie del nemico
una cantilena di sacre preci, un singhiozzare sommesso; un suono di
pianto, siccome avviene nelle case che sta per visitare la morte.
Entrarono e videro l'agonia del campione della Repubblica, — o
piuttosto dell'ultimo fra i grandi Italiani.
Gli Spagnuoli, — nei quali gli orrori della superstizione non erano
giunti a spegnere tutto sentimento di carità e di religione, nè
il truce pensiero di Carlo V, che tormentandoli con la gloria e la
rapina gli aveva sguinzagliati a mo' di veltri sopra l'Europa, poteva
snaturare affatto il gentil sangue che trassero dai cavalieri antichi,
a cotesta vista declinarono i ferri, l'ira deposero dai cuori, la
iattanza dai labbri, e piegando i ginocchi trassero i rosarii e si
unirono a pregare pace per l'anima del forte.
I Tedeschi sfilarono lungo i muri e colà si fermarono immobili così che
apparvero panoplie poste a decoro delle pareti nelle sale dei castelli
feudali; — nè ciò nacque in essi da pietà o da religione, ma dal non
sapere che cosa si avessero a fare, imperciocchè fosse stato lor detto:
Andate ed uccidete il nemico, — ed ora, trovando invece di nemico un
uomo morto, non sembrava a costoro cosa buona uccidere chi già stava
per trapassare.
Maramaldo, a cui durava tuttavia nel cuore la paura, impaziente
degl'indugi, mandava speditissimi messi a incitare la strage e a
riportargli novelle. Appena conobbe a qual punto fossero ridotti gli
eventi, egli scelse tra i suoi colui che a prova sapeva più iniquo,
e lo mandò con espresso comandamento di portargli morto o vivo il
Ferruccio davanti.
«Su, figli di triste femmine», favella procace il messo del Maramaldo,
che si chiamò Sciarra e fu di Calabria, «su, che Cristo vi mandi il
malgiorno e il malanno; pare a voi che ve ne abbia date poche per
pregare alla salute di costui? Se rialza le braccia, certo non lo farà
per benedirvi.»
E poichè sentiva un mormorio di rimprovero, si affrettò a presto
soggiungere:
«E poi voi preghereste invano; egli muore scomunicato, e qui non v'ha
confessore che valga ad assolverlo.»
Moreno, il soldato spagnuolo di nostra antica conoscenza, cessò le
preghiere ed accostatosi in atto solenne al moribondo,
«Io lo confesserò», disse, «perchè tutto buon cristiano può assolvere
_in articulo mortis_, e Dio confermerà l'assoluzione del soldato che
non ha mai rapito il pane dell'orfano, nè messo le mani nel sangue
dell'infante e del vecchio. — Su parla, uomo prode, e non isdegnarmi,
dacchè io per me sono umile cosa, ma l'ufficio che ministro presso di
te è santo.»
Il Ferruccio stese, quantunque a fatica, la mano al soldato e con
piccola voce rispose:
«Se alcuno io mai avessi voluto scegliere onde portasse la mia
preghiera al trono dell'Eterno, sareste voi, generoso nemico... Però
non ho mestieri di ministri tra me e il mio Creatore: — io favello
da faccia a faccia con lui. Che parlate voi di umiltà? Davanti la
spada... davanti la morte siamo uguali, soldato..., e voi non sapreste
immaginare, non dico più umile, ma più miserabile condizione di me che
sento portar meco nel sepolcro il destino della mia patria...»
«Tregua alle parole!» interrompe lo Sciarra, «monsignor Fabbrizio
Maramaldo comanda che, ad ogni patto, morto o vivo gli si meni davanti
costui; unite l'aste delle picche, adagiatevelo sopra, recatevelo in
ispalla e andiamo.»
Ciò dicendo mosse per aggiungere alle parole l'esempio e già stendeva
le mani su quelle sacre membra, quando Vico Machiavelli saltando
all'improvviso in piedi lo respinse lontano, poi levatasi la destra
dalla ferita strinse la spada ottusa nel taglio, troncata nella punta,
e l'alzò per percuoterlo. Ahimè! Il sangue spiccia a zampilli fuori
della ferita, egli vacilla com'ebbro e, dopo alcuni vani conati per
sostenersi, stramazza duramente per terra.
Annalena gittando un urlo disperato abbandona il capo del Ferruccio e
si protende smaniosa sul corpo del marito.
* * * * *
Dirimpetto alla chiesa della Gavinana sorge una casa, una volta
Battistini, oggi appartenente ai Traversari. La porta principale
essendo elevata assai dal terreno, vi si salisce mediante una scala
a due branche che lasciano uno spazio di alquante braccia quadrate
davanti la porta.
Qui sta Maramaldo volgendo di tratto in tratto lo sguardo verso la
porta Apiciana per vedere se il Ferruccio giungesse. Finalmente l'empia
voglia gli rimase soddisfatta; — si apre la folla, e il Ferruccio,
tratto a vituperio con ineffabile angoscia sopra i bastoni delle
picche, si avvicina alla casa Battistini.
Maramaldo con subito alternare diventa in volto bianco e vermiglio, —
vuole incitarsi a furore, siccome costumano le belve flagellandosi i
fianchi con la coda; e non pertanto, malgrado che provocasse l'ingegno
plebeo già troppo di per sè stesso corrivo all'ingiuria, non sapeva
spingergli su i labbri una contumelia qualunque; la coscienza gli
mormorava dentro: Codardo! egli vale troppo meglio di te.
Glielo distesero ai piedi, ed egli stette lungo tempo a guardarlo senza
potere profferire parola, poi cominciò tra lo scherno e la rampogna:
«Infelice! Vedi a che ti ha ridotto il folle pensiero di resistere alle
armi di sua maestà Carlo V imperatore e re, e del Beatissimo Padre?
Vedi, sconsigliato, come in mala ora lasciavi il fondaco? Credevi forse
che il combattere battaglia fosse così agevole che misurare panni?
Stolto! Tu hai senza scopo empito i sepolcri di tuoi concittadini.
Tu, alla vanità che ti rode compiacendo, hai sagrificato migliaia di
uomini. Dio ti ha riprovato, — Dio ti confonde ai miei piedi; — io
potrei calpestarti, e tu lo meriteresti; — ma rispetto in te il segno
del cristiano — e ti risparmio. Il Signore nella sua misericordia ti
concede spazio sufficiente di vita per riparare ai tuoi falli; — adempi
al comando dell'Eterno e chiedi pubblica perdonanza all'imperatore...»
Il Ferruccio aperse gli occhi e gli levò al firmamento, quasi per
richiamare la mente di Dio alla bestemmia che si faceva del suo santo
nome, e quindi favellò queste poche parole:
«Soldato! Renditi meritevole della vittoria, usandone con modestia.
Vedi, la terra intorno è tutta ingombra di morti... e la più parte
imperiali...»
«Codardo! tu sei vinto, e minacci!»
«Non sei tu che favelli colui che vidi fuggire ben cinque volte davanti
a me?»
«Rendimi ragione del sangue del mio trombetto, assassinato in Volterra.»
«Mal rammenti Volterra... ella pur vide la tua viltà...»
«Or via, dacchè la poca vita che ti rimane tu adopri ad aumentare le
tue colpe, Sciarra, gli taglia la gola.»