l'ordine della battaglia, il quale fu questo. Mandò innanzi Teodoro
Becherini, Zucchero Albanese, Rossale, Francesco da Prato e Antonio
da Herrera con i cavalleggeri, e per difesa maggiore diede loro
in compagnia trecento veloci archibugieri, imperando che dovunque
incontrassero per la via luoghi angusti pei quali con difficoltà
passasse la cavalleria, quivi ponessero certe squadre di archibugieri;
onde se a caso, abbattendosi nei nemici grossi, avessero dovuto
retrocedere da queste squadre appostate su i poggi, ciò potessero
fare a poco a poco senza sbandarsi; e se invece il nemico fosse venuto
loro sopra in luoghi piani dove scorgessero la cavalleria agevolmente
adoperarsi, allora si spingessero innanzi e facessero ogni sforzo di
entrare in Gavinana prima del Ferruccio, avendo avuto dagli esploratori
ragguaglio il capitano fiorentino intendere ad occupare Gavinana e
quivi afforzarsi contro di loro, unendosi a quanti per quella montagna
parteggiavano per la fazione guelfa o cancelliera, ed erano amici
alla Repubblica Fiorentina. Avrebbe seguitato l'Orange con gli uomini
d'arme, i corazzieri e le fanterie.
Affrettando il passo, i cavalleggeri imperiali si accostano a Gavinana
e ricercano i terrazzani aprissero le porte a nome dell'imperatore e
del papa.
I principali del castello, recatisi sul ballatojo di porta Piovana,
rispondono alla intimazione: aprirebbero volentieri, purchè avessero
fede che sarebbero lor salve le sostanze e le vite.
I capitani dei cavalleggeri soggiungono; «Aprite tosto; di ciò vi
malleviamo sotto parola del principe Filiberto di Orange capitano
cesareo, che di poco tratto ci seguita.»
E i terrazzani da capo: «Di voi punto non ci fidiamo; aspettate che
venga il principe, e quando egli proprio ci assicuri, vi apriremo
le porte; nè l'esitanza nostra deve adontarvi, imperciocchè essendo
Gavinana _ab antiquo_ di parte cancelliera, e occorrendoci tra voi non
pochi panciatici, crudelissimi nemici nostri, meno di voi sospettiamo
che di loro.»
Tutte queste parole mettevano innanzi i Gavinanesi non per voglia che
avessero di arrendersi, ma per dar tempo di arrivare al Ferruccio,
a cui avevano mandato celerissimi messi, ed ora, per sempre più
affrettarlo, si posero a suonare furiosamente le campane a martello.
I messi di Gavinana incontrano il Ferruccio nella casa del Mezzalancia.
«Affrettate i passi, per Dio! messere lo commessario; Gavinana appena
si tiene, tanto l'assalgono grossi i nemici d'intorno; ma per poco che
tardiate, voi troverete un mucchio di rovine. Il principe d'Orange in
persona comanda all'esercito.»
«Maledetta sia la paura che vi fa vedere da per tutto il principe di
Orange come se fosse il trentadiavoli e la versiera! Vi pare egli che
esso avrebbe voluto o potuto abbandonare il campo sotto Fiorenza?»
«Io vi giuro pel corpo di Cristo, messere Ferruccio, che Orange vi sta
incontro; molti dei nostri lo hanno veduto.»
Allora il Ferruccio trasse un sospiro e tra i denti mormorò: «_Ahi!
traditore Malatesta_!»
Subito dopo il Ferruccio, raccolti i capitani, esponeva: stargli di
fronte il nemico, il quale bene si avvisava incontrare, ma non già
in sì gran numero, nè il principe stesso, nè così subito alle spalle;
argomentare dallo stormo, essere inseguito; dicessero essi quello che
in tanto estremo intendevano imprendere. — Risposero tutti: quanto a
lui piacesse a loro piaceva, essere parati a mettere la vita nella
imminente battaglia. — In mezzo a tanto consenso per combattere,
Giampagolo Orsino, comecchè sentisse sarebbero tornate malgradite le
sue parole, pure non volle mancare al debito di leale soldato, aprendo
francamente il parer suo. Egli fece notare il fine di ogni loro sforzo
essere la liberazione di Firenze e la salute della Repubblica; quindi
ogni ingegno doversi porre a entrare sani e salvi in patria; potere
questo di leggeri venir fatto seguitando su pei monti la strada tenuta
dalle femmine fuggenti da San Marcello, e procedendo per gli Appennini
riuscire in Mugello, donde calati a Scarperia, sarebbero venuti quasi
su le porte di Firenze. — Ai quali consigli il Ferruccio oppose: che
per fuggire bisognava lasciarsi dietro carriaggi e vettovaglie, sicchè
non sapea di che avrebbe nudrito i soldati per quelle aspre giogaie;
ancora, i nemici avere gambe pronte quanto le loro, per lo che gli
avrebbe incontrati in ogni luogo forti come ora, più baldanzosi di
ora, entrando in concetto di seguitare gente schiva di venire alle
mani: e messo da banda il sospetto di essere perseguitato, quello che
punto maggiormente aveva a temere era, che, precorrendolo nel piano
di Mugello, quivi i nemici lo aspettassero e, come quelli che troppo,
in ispecie cavalli, lo superavano, a mano salva l'opprimessero[337];
finalmente conchiudeva con la proposta altre volte avanzata da lui,
cioè che se il nemico cui andava incontro fosse di poco od anche una
metà superiore al suo esercito, egli lo avrebbe vinto di certo; oppure
lo superava di sette od otto volte, ed allora i cittadini di Firenze
avrebbero assalito il campo vuoto di soldati e così liberato in altro
modo la patria. In ogni caso avere veduto sempre nascere pessimi
effetti dalla fuga; ma la morte stessa, quando generosa, essere stata
feconda. Gli audaci sforzano la fortuna. L'Orsino, persuaso dalle
ragioni del Ferruccio, lo supplicava preporlo al posto più pericoloso
della battaglia[338].
Il Ferruccio, uscito all'aperto, di slancio saltò in sella al suo
buon cavallo e, levatosi l'elmo di testa, all'esercito, che gli stava
schierato davanti come in anfiteatro, rivolse queste nobilissime
parole, conservateci da Bernardo Segni al quarto libro delle sue
Storie:
«So per esperienza, soldati fortissimi, che le parole non aggiungono
gagliardia nei cuori generosi, ma sì bene che quella virtù che vi
è dentro rinchiusa, allora si mostra più viva che l'occasione o la
necessità la costringe a far prova di sè. Siamo in termine dove l'una
e l'altra cosa ci si apparecchia per fare al mondo più chiara e più
bella la costanza e la fortezza degli animi nostri; l'occasione vedete
bellissima e sopra ogni altra onoratissima che ci si mostra difendendo
con giusto petto l'onore delle armi italiane e la libertà della
nobilissima patria nostra, per farvi risplendere per tutti i secoli di
chiara luce; la necessità ci è presente e davanti agli occhi, che ci fa
certi che ritirandoci saremmo raggiunti dalla cavalleria nemica, e che
stando fermi non avremmo luogo forte da poter difenderci nè vettovaglia
da poter vivere, quando bene prima entrassimo in quelle mura. Restaci
adunque solo una speranza, e questa è la disperazione di ogni altro
soccorso infuorchè di quello che dalla virtù delle vostre destre
infino a questo giorno state invittissime e dal vostro animoso spirito
procede. Questo ci farà in ogni modo vincere; nè, benchè siamo meno per
numero, ci dobbiamo diffidare, per la speranza, oltre a quella della
virtù vostra, maggiormente in Dio ottimo massimo; che, giustissimo
e conoscitore del nostro buon fine, supplirà con la sua potenza dove
mancasse la forza nostra.»
E ricopertosi il capo, con feroce sembianza brandita la spada, riprese:
«Soldati, non mi vogliate abbandonare in questo giorno.»
Carlo conte di Civitella e Amico Arsoli condottieri dei cavalleggeri
spedisce innanzi, affinchè trascorrendo velocemente occupino Gavinana;
seguita egli con la battaglia composta di quattordici bandiere; pone
quindi le bagaglie, e la dietroguardia, ch'erano quindici insegne,
commette alla fede di Giampagolo Orsino.
I cavalieri imperiali, sospettando ormai la malizia dei Gavinanesi
e già vedendo apparire le insegne fiorentine, non si tennero più in
freno, ma, trascorrendo a mano diritta lungo le mura di Gavinana, si
fecero animosamente ad incontrare il nemico.
Il primo colpo è percosso, — ne succedono mille; uomini, cielo e campo
di battaglia, tutto si presenta terribile. La strada sopra la quale
combattono serpeggia a mezza costa del monte. — Da un lato il dirupo,
— dall'altro l'erta scoscesa. In quelle angustie pochi prendevano
parte alla battaglia, ma, sospinti dai sorvegnenti, quei pochi così si
stringevano che, diventata inutile la spada e la lancia, si finivano a
pugnalate, e i cavalli medesimi partecipando il furore dei combattenti
si laceravano a morsi. Armi, cavalli e cavalieri precipitavano giù nel
burrone, lasciando sulla schiena del monte spaventevole striscia di
sangue; ed è fama che in quel giorno, l'umile rio delle _Catinelle_
menasse giù alla valle più sangue che acqua, e la Vergine, che anche ai
dì nostri scorgiamo posta a custodia della fontana dei _Gorghi_, vide
in cotesto memorabile caso di sangue umano contaminate le caste sue
linfe.
Nessuno vinceva, e si distruggevano tutti. Alcuni cavalieri fiorentini,
o trasportati dall'estro della strage, o sia piuttosto, come crediamo,
desiderosi col sacrificio delle proprie persone assicurare la salute
della patria, scorgendo un calle su per la costa del monte, vi
salirono a stento, e quando furono giunti a conveniente altezza,
gridarono: «Viva la Repubblica!» — poi spinsero giù alla dirotta i
cavalli, cacciando loro nel ventre intieri gli sproni. Quando eglino
percossero i fianchi dei nemici, alcuni dei nostri rimbalzati dall'urto
oltrepassarono volando sopra di loro e andarono capovolti ad incontrare
la morte giù nel dirupo; altri caddero infranti tra le zampe dei
cavalli: nondimeno così irresistibile fu l'impeto che la schiera si
ruppe, e con eccidio miserabile ben molti tennero dietro nel precipizio
ai nostri che tanto nobilmente si erano sagrificati. Allora crebbe
il cuore ai Fiorentini: i capitani sopra gli altri volevano essere,
siccome maggiori nel comando, così primi nel pericolo; sorse stupenda
una gara di affrontare la morte; incalzano i Ferrucciani, piegano
gli Orangeschi; indi a poco i cavalli, trovando dietro a sè bastevole
spazio, si volgono e si danno alla fuga. Rifecero con veloci passi la
via, piegarono di nuovo a destra di Gavinana e s'internarono nel bosco
dei castagni, detto Vecchieto, sperando mantenervisi per virtù degli
archibusieri appostati dietro i tronchi degli alberi. Ma nè per questo
si rimase punto l'ardore dei nostri, che, scesi da cavallo, con in mano
la picca conquistarono albero per albero e a palmo a palmo il terreno,
sicchè pervennero a ributtarli fuori del bosco, cacciandoli oltre la
fonte delle Vergini.
Il Ferruccio, trovata sgombra la via, accorre frettoloso e tra gli
applausi dei terrazzani entra in Gavinana per la porta Papinia.
Trasportato a festa sopra la piazza, mentre alzata la mano impetra
silenzio per manifestare la gratitudine che serberebbe eterna la
Fiorentina Repubblica per la divozione del popolo egregio di Gavinana,
ecco volge lo sguardo alla contrada che mette capo alla porta Apiciana,
e vede maravigliando comparirsi davanti la bandiera imperiale.
Fabrizio Maramaldo, il quale, come avvertimmo, aveva ricevuta
commessione dall'Orange di tenere dietro al Ferruccio, giunto
anch'egli sopra le Lari di Prunetti e quivi avvisato della scesa dei
Fiorentini nella valle di San Marcello, piegò a mano sinistra al ponte
di Mammiano, e scortato da buone guide, tenendo il cammino verso i
monti che sovrastano a San Marcello, per la via sotto al _Piano dei
Termini_, riuscì presso le mura di Gavinana dalla parte di levante.
I terrazzani, accorsi ad incontrare il Ferruccio, nè da questa banda
temendo l'offesa, l'avevano lasciata scoperta. Maramaldo, tentata la
porta e la trovando salda, si pose a speculare la muraglia; ella era,
siccome composta di muro a secco, debolissima; in breve tempo e con
molta agevolezza gli riuscì atterrarne tanto spazio quanto bastasse a
passarlo due uomini; un soldato, il più animoso, si provò ad entrare;
non gli si opponendo nessuno, si assicurarono gli altri del sospetto
d'insidia e a calca vi si affollarono. Così Fabrizio Maramaldo entrava
in Gavinana da levante nel punto stesso in cui vi penetrava Ferruccio
dalla parte di settentrione.
Il Ferruccio non profferì parola, ma a corsa si spinse incontro al
nemico sbarrandogli lo sbocco alla piazza; gli tennero dietro Vico
Machiavelli, Nicolò Strozzi, Goro da Montebenichi e molti altri dei
valenti uomini che rammentammo di sopra, — oppongono una muraglia
di ferro; adesso coloro che tra i nemici si mostrano più volonterosi
vorrebbero ritirarsi, ma sospinti dalla piena dei sorvegnenti vanno a
trafiggersi sopra le picche dei nostri; alcuni, tolto coraggio dalla
disperazione, menarono orribili colpi, ma alla fine furono spenti;
già d'intorno al Ferruccio si era innalzato un riparo di morti e
di moribondi, sicchè gli convenne per mantenere la terribile zuffa
calpestare quel baluardo di carne umana. Ad accrescere l'eccidio,
uomini e donne lanciavano dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli
e di ogni maniera masserizie su le teste degl'imperiali, che vedute
dall'alto avevano sembianza di palle da artiglieria disposte per entro
un quadrato. Durò gran pezza la mischia, e il Ferruccio si sentiva
stanco, non sazio di uccidere; l'armatura, già brunita splendidamente,
appariva adesso vermiglia dal cimiero agli sproni, qua e là ammaccata,
in parte fessa; pensò nuovo modo di strage, si risovvenne delle trombe
di fuoco, e mandò Vico a vedere se la pioggia ne avesse lasciata illesa
qualcheduna; ne rinvenne tre buone a farne uso, le portò frettoloso, le
dispose con diligenza e, avvertiti i compagni affinchè si cansassero,
appiccò loro il fuoco: prorompe una tempesta di palle, di scheggie,
di vetri e di simili altri proietti di cui solevano i nostri antichi
riempire le macchine di guerra; — la strada rimase sgombra; — di
tanta gente stipata avanza un mucchio informe di membra lacere, e su
le pareti delle case appaiono attaccali frantumi di cervelli umani,
o impresse col sangue le forme dei corpi quivi schiacciati; l'impeto
della vittoria non concesse ai nostri osservare per quale orribile
rivo cacciavano le gambe, si spinsero oltre sguazzando nel sangue allo
esterminio nemico[339].
Ecco arriva l'Orange, a vedersi mirabile per l'armatura fregiata di
oro e di argento con sottile lavoro, pel cimiero piumato, egregia opera
dell'arte, ed anche pel poderoso cavallo pure egli adorno di pennacchi
e di ricca gualdrappa; il superbo animale, quasi consapevole di portare
così grande barone, scalpita, sopra sè stesso si ripiega, si compiace
in somma nei moti smoderati che in un cavallo comune di ordinanza
sarebbero stati puniti con acerba ferita degli sproni.
Quale impeto di cieca ira agitasse il capitano imperiale contemplando
scomposte le squadre dei cavalleggeri, non è da dirsi; si avvolgeva
furente pel campo gridando: «Dove siete, miei cavalleggeri?» E i suoi
cavalleggeri erano polvere. Ad un tratto si accorge di un alfiere che
malamente ferito se ne stava acquattato dietro un castagno; — gli corre
sopra, gli strappa di mano la bandiera e, dandogli dell'asta traverso
la faccia, lo manda tutto pesto a rotolarsi nel fango. Sventolando poi
la insegna, continua a imperversare pel campo; non mica supplichevole,
ma invece garrendo i soldati con parole di contumelia gridava:
«Marrani, cani senza fede, tornate in battaglia! ringraziate Dio essere
sortiti all'onore di farvi ammazzare per sua maestà l'imperatore;
tornate in battaglia, o, alla croce del vero Cristo, vi faccio
sterminare dalla mia gente di arme!»
In questo modo favellando, egli primo precipita giù per la china del
campo delle Vergini.
Sorgono due collinette, una di faccia all'altra, fuori della porta
Piovana, e con le coste presentano due piani inclinati acconci a
difendersi, malagevoli ad assalirsi; quello che rimane a destra di chi
entra in Gavinana si appella piano delle Vergini, l'altro che giace a
manca chiamano Vecchieto. I nostri, diloggiati i nemici, stanziavano
nel campo di Vecchieto, e ottimamente riparati dai castagni, che quivi
anche ai dì nostri vediamo più grossi che altrove, dirigevano contro ai
nemici disposti allo scoperto sul piano delle Vergini una tempesta di
palle spessa e fragorosa come grandine. Pieno di pericolo l'inoltrarsi,
ma l'Orange credeva che palla plebea non valesse a forare il corpo di
un principe.
Tra il piano delle Vergini e Vecchieto havvi una via alpestre, e in
questa strada, ma più vicina al primo campo che a quello di Vecchieto,
occorre una fontana con la immagine della Madonna; ella se ne sta
in mezzo a tanta rabbia di uomini, quasi colomba posata sul margine
del vulcano. Perchè non placa ella i feroci? Perchè sensi mansueti
non diffonde nel cuore degli omicidi? I ferri si inchinano davanti
il seno delle femmine, — l'istrumento della morte rifugge dal seno
onde traggono il primo alimento le creature umane. Avevano il cuore
aspro come pietra i Romani e i Sabini, e non pertanto diventarono
miti alle supplicazioni delle donne imploranti pace. Ma cotesti non
erano figli di una medesima terra; nessuno oltraggio avevano agli
assalitori arrecato i Fiorentini; essi lasciarono derelitte le mogli
e le madri a casa per disertare altre madri, altre mogli; i campi
abbandonarono incolti per devastare altre campagne: male dunque a loro
avvenga, abbiano la tomba che si sono meritata, sieno scordati dalle
mogli lontane, le quali l'annunzio della morte loro sentiranno come si
ascolta la nuova delle fortune insperate. E tuttavolta, se alla Vergine
non piacque separare la mischia, s'ella conobbe la giustizia della
causa della Repubblica, perchè non ottenne la vittoria ai Fiorentini?
Perchè con esempio memorando non dimostrò in conforto della virtù
infelice prendersi su nei cieli cura e difesa della innocenza dei
popoli? — Vana cosa fu sempre affaticarci la mente con domande alle
quali non sappiamo trovare risposta.
Prima che il principe si avventurasse nella impresa rischiosa,
monsignore Ascalino, dubitando di male, come prudente capitano pensò
alla ritirata e dispose una banda di due mila tra Tedeschi e Spagnuoli
in certa forra che giace tra Gavinana e il prossimo castello di
Maresca; per questo caso di ora in poi la chiamarono la _Forra Armata._
L'Orange muove imperversato giù sul pendio, così saldo si mantiene
sopra l'arcione, così facile acconsente con la persona ai moti del
cavallo che pare comporre una stessa forma con lui, — un mostro creato
alla distruzione della specie umana.
Sceso in fondo del luogo ripidoso, trasse le briglie, e il buon
destriero si fermò immobile. Il principe gira intorno la testa a
speculare se alcuno avversario gli si presentasse davanti, ed ecco
vede un cavaliere armato alla leggiera starsi presso la fontana delle
Vergini senza fare atto di andargli incontro, ma ed anche disposto
a non rimoversi da quel luogo. L'Orange, piegando a quella volta il
cavallo e al comando della voce aggiungendo il gesto, gli grida da
lontano:
«Non mi aspettare, soldato; sgombra, io ti concedo fuggire.»
Nicolò Masi di Romania, nel quale riviveva pure una scintilla di greco
valore, non rispose e non si mosse. L'Orange stimolando il cavallo gli
giunge appresso e rinnova la intimazione, e poichè la vide tornar di
nuovo invano, gli si stringe addosso, animoso sollevando la spada.
Allora il Masi con stupenda celerità, prima che il colpo della spada
calasse, si alzò su le staffe, con ambe le mani strinse la mazza di
arme e ne percosse l'elmo del principe in modo che questi perdette la
sinistra staffa e piegando il capo confuse i pennacchi del suo cimiero
con quelli che fregiavano il frontale del cavallo. Comecchè intronato,
l'Orange si rilevò furioso e menò sul Masi manrovesci e fendenti che
certo gli avrebbero recato assai danno, se gli occhi abbarbagliati per
entro vortici di fiamma gli avessero conceduto assestarli meglio, o
se da meno fina armatura il Masi stato fosse difeso. L'astuto Greco
però, seguitando il duello, a mano a mano si ritirava sperando di
farlo prigione, cosa che avrebbe dato vinta l'impresa, e il principe
ormai cieco della mente cadeva certo nella insidia, se il conte da
San Secondo e Giovanni Bandini non avessero eccitato quanti stavano
appresso di loro fanti ed uomini di arme a portare soccorso al
capitano.
«Per poco che tardiamo», essi dicevano, «non saremo più in tempo.
Avanti Herrera! Avanti Rossale! Dove non occorre pericolo non si
acquista gloria; ove si avventura il capitano deve inoltrarsi anche il
soldato.»
Herrera e Rossale si avanzano co' loro squadroni; il volto hanno
pallido come codardi, e pure si mostrano animosi nei moti; passando a
canto al Bandino, questi a voce sommessa dice all'Herrera:
«E bada a tirare giusto... un colpo, e basta.»
I cavalli si avventano, scomparisce lo spazio; all'improvviso s'innalza
una densa nuvola di fumo; da una parte e dall'altra si sono mandati la
morte scaricando gli archibusi. Chi rimase in sella? — chi ricoperse
cadavere illacrimato il terreno? Non alitando soffio alcuno di vento,
il fumo continua ad ingombrare il campo della zuffa. Di lì in breve
però un magnifico cavallo ornato di piume galoppa, privo di cavaliere,
di su di giù per le squadre dei soldati, empiendo il campo di tumulto e
di spavento. È il cavallo del principe di Orange. Il suo signore giace
spento nel fango trapassato da tre palle di archibuso, una nel petto,
un'altra nel braccio sinistro, e la terza nel collo sotto la nuca[340].
E da un altro lato della nuvola del fumo sbucarono due cavalieri,
gridando: «Salva! — salva!» — spingendo alla dirotta i cavalli. Erano
Herrera e Rossale, cui la paura di comparire davanti al giudice supremo
col sangue fresco di un assassinato sopra le mani rendeva codardi.
Tutta la gente di arme si disperse fuggendo, sicchè a Pistoia prima,
poi a Firenze e al papa in Bologna corse la fama della disfatta e della
morte del principe, sentendone, secondo i desiderii diversi, o immensa
gioia, o infinita tristezza.
Per quello che abbiamo potuto indagare, sembra che da tre parti
arrivasse sul principe la morte, dagli archibusieri appostati a
Vecchieto, dai terrazzani schierati sulle mura della Gavinana e dagli
assassini, ai quali in nome del papa era stato commesso il tradimento.
Tantavilla francese, paggio del principe, continuandogli in morte[341]
quella fede di cui tante prove gli dava nella vita, malgrado la
presenza del nemico e il pericolo che correva grandissimo, non volle
lasciarlo, ma invece indirizzandosi al cavaliere che si vide più
prossimo, e fu il valoroso Masi, lo pregò a porgergli aiuto onde
caricarselo sopra le spalle.
E il Masi, magnanimo di cuore, come prode, commiserando al fato di
tanto personaggio, scese da cavallo e sovvenne nel pietoso ufficio il
servo fedele. Il Tantavilla, poichè si fu recato su le spalle il corpo
dell'Orange, sorreggendolo con la mano manca, stese la destra al Masi
e gli disse piangendo:
«Generoso cavaliere, se non vi sdegna la mano di un servo, me la
stringete, vi supplico; ella è mano di servo fedele.»
«Di gran cuore», rispose Nicolò commosso, e gliela strinse con affetto;
«se mai ti stringesse alcun tuo bisogno, sovvengati di Nicolò Masi. Ora
parti, chè le parole sul campo di battaglia vogliono esser corte, e Dio
ti tenga nella sua santa guardia.»
Il Tantavilla trasportò la spoglia del principe nella cappelletta
poco lungi da Gavinana, a lato della via che mena ai Lagoni, e quivi,
temendo non gli venisse tolta, l'avvolse entro una coperta di lana e la
sotterrò in mezzo del pavimento, dove anche oggi si vede il segno dello
scavo, benchè risarcito, per la lunghezza di un corpo umano. «E colà
stette», narra il capitano Cini, «finchè, dopo acquistata la vittoria,
fu da chi comandava mutato parere e considerato meglio levarlo da quel
luogo ignoto e portarlo altrove; e così, quando si partì il vittorioso
esercito imperiale, fu dissotterrato e involto nella stessa coperta,
messo sopra un grosso cavallo. La spoglia mortale del principe,
spenzolando di qua e di là le braccia e le gambe, e dimenando capo,
lacrimoso spettacolo della miseria umana, giunse a Pistoia. Lo posarono
prima fuori di porta al Borgo, donde il clero lo rimosse con pompa, e
a grande onoranza lo trasportarono alla cattedrale. Quivi ebbe esequie
solenni come vincitore. Poco dopo lo deposero alla certosa di Firenze,
e quinci, dopo averlo imbalsamato, lo spedirono alla sua genitrice, che
certo non si aspettava rivedere in questo modo il diletto suo figlio.»
«Vittoria! vittoria!» con immense strida gridavano i soldati del
Ferruccio, respinti i nemici e dispersi per la campagna, rientrando
nelle mura di Gavinana. I terrazzani dai balconi, dai tetti plaudivano
battendo palma a palma e sventolando candidi pannilini. Le campane
sonavano a gloria.
«Vittoria! vittoria!» rispondono i cavalleggeri fuori delle mura, i
quali a posta loro, ributtati i cesarei, occupavano il piano delle
Vergini. Dappertutto allegrezza. Il cielo stesso placato lasciava
aperto tra le sue nuvole un adito al raggio del sole, — l'ultimo che
salutasse il gonfalone della Repubblica Fiorentina.