Due cose nocquero principalmente al disegno del commessario Ferruccio

di liberare la patria: la prima fu, che alle ferite non bene sanicate

si aggiunse la febbre venutagli addosso un po' per la troppa fatica, un

po' a cagione dello ammuttinamento dei Côrsi, i quali levarono tumulto

per difetto di paga; di che il Ferruccio sentendo inestimabile ira e

dolore, proruppe fuori della chiesa di Santa Caterina, dove alloggiava

con la testa scoperta, in giubbone da niente altro riparato eccetto

le lunette di maglia, ed avventatosi in mezzo ai sediziosi, con lo

stocco alla mano tre uno dopo l'altro ne uccise, restando attonito

tutto il resto[322]. La seconda, che sopramodo lo travagliò, fu non

avere pecunia nè trovare via per farne; imperciocchè coi danari alla

mano intendeva raccogliere gente che bastasse non solo per combattere

meno disperata battaglia con gl'imperiali, ma lasciare Pisa e Livorno

presidiati in guisa si potessero tenere anco quando Firenze, per

diffalta di vettovaglia avesse dovuto capitolare, ed i suoi sforzi

per soccorrerla fossero riusciti invano. Consiglio così magnanimo come

arguto; avvegnadio finchè ci è fiato ci è speranza, e per esperienza lo

provammo anche ai dì nostri; invero era a sperarsi allora su gli umori

di Francia, voltabili sempre, sopra la morte del papa, che ormai non

poteva troppo tardare, su le molestie del Turco nella Ungheria non meno

che sul mareggiare delle coscienze alemanne divise dalla Riforma[323].

Fra queste angustie il nostro eroe tanto si tribolava che i commissari

di Pisa scrivevano ai Dieci in data del 25 luglio esserglisi aggravato

il male in modo che i medici concludevano per qualche dì non poterlo

guarire... «e per essere la presenzia sua utilissima, e quanto sia

necessario il farlo presto; dall'altro canto non potere esercitare la

persona per qualche giorno; ci è parso spacciare di nuovo a Vostre

Signorie; avvisando tutto, acciò quelle commettino quanto doviamo

eseguire[324].»

I Dieci, pressurati dal popolo, il quale, non trovando più sozzure

e schifezze da cibare, urlava con l'urlo della fame, scrissero al

Ferruccio che per amore di Dio si avacciasse; che se non poteva

andare egli, spedisse ad ogni modo tutta quella gente preponendole

Giovanbatista Corsini detto lo Sporcaccino, o quale altro gli paresse

più idoneo; nel qual caso davano a colui che mandasse la medesima

autorità. — Presentata questa lettera al Ferruccio, dopo averla letta

e poi ripiegata, tenendola in mano, la prese da un lato co' denti

dicendo:

«_Andiamo a morire_[325].»

E siccome il signore Giampagolo gli veniva raccomandando di mettersi

in lettiga e così farsi trasportare con manco suo travaglio[326], egli

rispose mestamente:

«No, figliuolo mio, no, pel cammino che mi avanza a fare le mie gambe

basteranno.»

E senz'altro indugio il Ferruccio si pose in via, lasciata Pisa il 1

agosto 1530 e movendo per la Valdinievole: chiesta e non ottenuta dai

Pesciatini la vettovaglia, fatto mostra di prendere la via maestra

e piana, prevalendosi dell'oscurità della notte, tralascia l'agevole

sentiero e si getta tra i monti che gli sorgono a mano dritta nelle

vicinanze di Collodi. Diventando la notte più nera, ed essendo ormai

pervenuto a Medicina, castello del contado lucchese, gli parve di qui

rimanersi, tanto più che in questo luogo aveva dato ritrovo a certi

capi di parte cancelliera, per propria prestanza e più per le molte

parentele ed amicizie a sostenere le cose della Repubblica pericolante

adattissimi.

Disposti gli alloggiamenti, invigilato a che ognuno fosse provveduto

del bisognevole, non potendo ormai più vincere la impazienza dello

attendere, si cacciò fuori solo dal castello speculando se gli

aspettati giungessero.

Nè stette guari che, udendo rumore, mosse il grido consueto del

conoscimento; a cui venendo data la convenuta risposta, ravvisò gli

amici e con gran cuore li condusse nella sua stanza.

Ridotti così a segreto colloquio, il Ferruccio mostrava loro la

commissione dei Dieci, i quali gli ordinavano valersi dell'opera e

del consiglio di Baldassare Melocchi detto il Bravotto, del capitano

Guidotto Pazzaglia e del capitano Domenico Belli, chè tale era il

nome dei chiamati: diceva intendimento della Repubblica essere ch'egli

prendesse la strada per Calamecca, Monte Berzano e Prunetta e quinci

gittarsi nella valle di ponente, tra la Panche e Pontepetri, donde

risalendo i Lagoni, indirizzarsi alla Badia Toana e scendere poi,

come meglio gliene venisse il taglio, per Montale o per la contea

del Vernio: ma la seconda, potendo, alla prima strada anteponesse,

imperciocchè i conti Bardi di Vernio si erano profferti in simil

caso di fare quanto spettava a cittadini amorevoli della Repubblica;

finalmente a loro con tutte le viscere si raccomandava, nelle

braccia loro si riponeva, dipendere da essi la salute di Firenze o

la sua distruzione, e con l'abbattimento di Firenze la morte vera di

qualsivoglia libertà in Italia.

Il Bravotto e il Pazzaglia con dimostrazioni infinite di benevolenza

risposero — non dubitasse, avrebber eglino medesimi condotto l'esercito

così sicuro come se avessero dovuto menarlo traverso i poderi;

penetrato più addentro nella montagna pistoiese, non gli sarebbe venuta

meno le vittovaglia, povera, ma sana e copiosa; e poi tutta la parte

cancelliera, in numero da uguagliare se non da vincere, l'esercito

fiorentino, si sarebbe levata in arme e lo avrebbe seguito finchè

non lo avesse riposto trionfante in Firenze. — E qui non rifinivano

dagli abbracciari, dalle iattanze, dalle manifestazioni di smodata

allegrezza.

Intanto il Ferruccio notava che il capitano Domenico Belli, dopo le

prime accoglienze, si era imbrunito del volto e, le braccia piegate

sul petto, non aveva più aperto bocca. Andatogli dappresso e postegli

domesticamente le mani sopra le spalle, quasi motteggiando gli diceva:

«Ora perchè tacete, capitano Domenico? Voi ci diventereste per

avventura nemico?»

«Nemico no, — ma amico non posso.»

«E come non potete voi?»

«Ho dubitato della mia parte, disperai della Repubblica fiorentina

e della fazione cancelliera, lo scoperto ed impunito tradimento di

Malatesta mi spaventava, la discordia dei cittadini mi tolse l'animo,

la imbecillità dei capi mi abbatteva del tutto; — allora pensai

provvedere a me stesso. I Panciatici, mi offersero comporre le antiche

inimicizie, facemmo pace obbligandoci con sagramento di non apportarci

più oltre molestia...»

«Ed è ciò che vi trattiene?» lo interruppe il Bravotto.

«Null'altro...»

«E credete voi da senno che, quando saranno diventati superiori, i

Panciatici vi manterranno i patti?»

«Non so di loro; io so soltanto che debbo mantenere i miei.»

«Dunque voi», riprese il Ferruccio, «mancate alla patria nel suo

maggior bisogno?»

«O alla patria, o alla coscienza, — e la mia prima patria mi sta

qui dentro», risponde il Belli percotendosi il seno; — «messere

commessario, sull'anima di vostra padre, che fareste voi?»

«Io! — ma parmi che l'uomo debba distinguere su le cagioni per le

quali è condotto a rompere la fede.... Forse talvolta dimostra maggiore

magnanimità colui che la rompe che quegli che la mantiene.»

«Voi non dite la verità. Lasciate l'uomo arbitro di giudicare i casi

secondo i quali deve o no mantenere la fede, ed egli vi proverà ch'ebbe

sempre ragione. — Rispondete, vi prego, messere commessario, alla mia

domanda; che fareste voi?»

«Io! — manterrei la fede data e mi romperei il cuore.»

«Ed io serberò la fede, e, senza pure rivedere la faccia de' miei in

questa stessa notte, con le armi ed il danaro che mi trovo addosso, me

ne vado in Ungheria per combattere contro il Turco e spendere la vita

in favore della cristianità[327].»

* * * * *

Il due di agosto riprese l'esercito fiorentino il sentiero per le aspre

giogaie di quei monti, ed affrettando, quanto meglio poteva, il passo,

arrivò a notte fitta in Calamecca, castello della montagna pistoiese,

di fazione cancelliera. Ferruccio considerata la stanchezza de' suoi e

il bisogno di averli ben validi nello scontro, che aspettava imminente,

dell'esercito nemico, ordinò nuova posa.

Percorsa l'alba del giorno tre di agosto, che fu festa di santo

Stefano, l'esercito della Repubblica continua la via. L'aria uliginosa,

sollevandosi dalle valli, ingombra il cielo d'intorno, sicchè poco

vi si addentra lo sguardo. Il sole quando si levò, pallido e privo

di raggi, parve un occhio senza palpebra. Nessuno avrebbe ardito

innoltrarsi senza la fidanza che avevano nelle pratiche guide.

In silenzio procedendo e ordinato il esercito condotto dal Bravotto

e dal Pazzaglia, giunge a quella parte del colle di Prunetta che

ha nome la _Croce delle Lari._ Qui sotto giace la terra di San

Marcello, principalissima della montagna pistoiese e, come panciatica,

parteggiante dei Medici. — Ella se ne sta improvvida, chè la nebbia

fitta le cela qual turbine di guerra si addensi sopra di lei, quasi

colomba che intenta ai dolci nati non vede il falco il quale chiuse

le ali si lascia piombare sopra il suo nido. Ora tra il Melocchi e il

Pazzaglia comincia il seguente colloquio.

«Bravotto», dice il Pazzaglia, «quinci poc'oltre giace il castello che

alberga i nostri nemici...»

«Che così spesso ci hanno arse le case...»

«Rubato i campi...»

«E noi tante volte offeso nella persona...»

«Fatto scempio de' nostri più cari...»

«Ci verrebbe pur bene il destro di distruggere quel nido di vipere...»

«E perchè nol facciamo?»

«Ma... il commessario lo vieta; c'indicava la strada da tenersi.., e

tu ricordi con quante maniere di scongiuri ne supplicava a non deviarne

pure di un passo.»

«In meno di un'ora noi riduciamo San Marcello a tale che il viandante

non ne ravvisi più traccia, — distruggiamo una gente che lasciata

dietro di noi potrebbe molto agevolmente riuscirci molesta, diamo

spirito agli amici di mostrarsi per noi, — ingrossiamo l'esercito,

— spaventiamo il nemico, — e noi ci laviamo le mani nel sangue degli

odiati avversari.»

E così favellando erano già scesi verso la valle di San Marcello, —

l'opposta a quella che avrebbero dovuto percorrere.

Se nella rimanente Italia, con vergogna dei padri e danno diuturno di

noi, la vendetta si manifestò come passione, in Pistoia fu rabbia.

L'animo contristato rifugge dall'udire i fatti trucissimi che

desolarono la infelice contrada, nè fu certo carità patria rendere

con moderna edizione comuni le _Storie pistolesi_[328], che per lo

innanzi occorrevano di rado. Era vanto tra i Pistoiesi offendere non il

colpevole, sibbene il più reputato personaggio della famiglia di lui,

il quale spesse volte mansueto in mezzo alla ferocia de' suoi deplorava

l'iniquo talento. Non impietosirono i duri petti le preghiere dell'età

vetusta, non i gridi delle madri, non i vagiti degl'infanti; invano i

sacerdoti dai pergami esclamavano: Pace, — pace! — Segno della bestiale

ira erano perfino le cose inanimate; sovente gentildonne d'inclito

lignaggio congiunte agli offensori, a piedi nudi, coperte della sola

camicia, col pargolo al collo, dovettero fuggire dalla casa in fiamme;

e dall'alto delle torri il nipote, anzichè arrendersi nelle mani dello

zio, lasciò cadersi capovolto a infrangersi l'ossa sopra la selci;

ogni vincolo rotto, ogni senso di carità e di amore affatto spento; il

petto più duro del ferro che fasciava i corpi loro. Quando una parte

cacciava l'altra, ecco la fazione vincente scindersi anch'essa per

la preda sanguinosa, e sorgerne una rete interminabile di omicidii e

di rapine. Così prima i Cancellieri si divisero in Bianchi e in Neri;

quindi i Bianchi in Vergiolesi e gli altri della sua parte; poi i Neri

in Traviani, Ricciardi, Lazzari, Tedici, Rossi e Sinibaldi; nè qui si

stette la infame rete di uccisioni, di scisme e di rapine, ma anzi si

moltiplicò per modo che come mi strinse il dolore a pensarvi, così mi

assale vergogna a raccontarle. E l'antico cronista fiorentino[329],

il quale percosso da tanta immanità, si avvisò specularne le cause,

non seppe trovare argomento altro migliore se non questo uno, che i

superstiti della strage catilinaria fermandosi in cotesta contrada vi

togliessero donna e di generazione in generazione il truce sangue e

le furie loro senza tralignamento ai più tardi nepoti tramandassero.

La quale opinione non solo deve rigettarsi come falsa, ma ed anche

biasimarsi come trovata ad arte per adombrare la vera. Gran parte di

colpa vuolsi attribuire ai Fiorentini, i quali, mirando al dominio

della Toscana e forse della universa Italia, ebbero per accorgimento di

stato tenere Pistoia con le parti, Arezzo con le armi[330]; onde, non

che si dessero pensiero a sopire le antiche discordie ne suscitavano

sempre delle nuove. Ma il mal seme partorì pur troppo la mala pianta;

chè quinci mosse la favilla che accese sì gran fiamma in Firenze ai

tempi di Corso Donati, e adesso vedremo che fu causa della rovina

della repubblica. Onde quanto meglio considero la ragione delle

umane vicende, tanto più mi confermo della sentenza di Focione, che

la politica degli stati non deve andare disgiunta da buona morale.

Un popolo nella lunga giornata dei secoli non è crudele e perfido

impunemente a danno di un altro popolo.

L'avantiguardia fiorentina, scesa in fondo della valle, piegò alla

volta di San Marcello, là dove anche ai giorni nostri occorre una

cappella di pietra grigia dedicata alla Vergine, posta lungo la

strada che da Pistoia conduce a Modena. I terrazzani non conobbero

il pericolo prima che sel vedessero irreparabilmente caduto addosso;

la nebbia fitta impedì loro pensassero ai ripari. Irruppe pertanto

nel castello la piena dei nemici: ben s'ingegnarono chiudere le porte

della Fornace e del Poggiuolo, ma non poterono; — chiusero quella del

Borgo, e a nulla valse, imperciocchè gli assalitori accatastandovi

davanti copia di legna suscitassero tale un incendio di cui anche ai

tempi presenti occorrono vestigi. Dopo quel caso mutarono nome alla

porta, e di porta del Borgo lo chiamarono porta Arsa, che tuttavia le

dura. Le stragi, le rapine, i turpi fatti che così spesso e con tanto

fastidio tocca riferire allo espositore delle storie umane qui si

rinnovarono e più crudelmente che altrove; uccisero i vecchi, perchè

avevano offeso; le donne, perchè i figli avevano nudrito alla offesa;

i fanciulli, perchè crescevano a offendere; le masserizie distrussero,

le case rovinarono, i ricolti serbati a mantenere la vita dispersero,

pochi fuggirono, e recatisi in collo i cari figlioletti, si dettero a

cercare riparo arrampicandosi su per l'ardua montagna detta la Serra

o il Partitoio; alcuni si chiusero nel campanile, dove disperati di

scampo attendevano, come meglio potevano, a difendersi. Poco però

avrebbero potuto sostenersi, che il Bravotto co' suoi compagni sfidando

la pioggia delle pietre erasi spinto a piè della torre e quivi con suoi

arnesi s'ingegnava tagliarla, se non sopraggiungeva il Ferruccio. Nel

contemplare la strage e l'incendio arse di sdegno, e per poco stette

che, pretermessa ogni ragione di stato, non facesse lì per lì appiccare

il Pazzaglia, il Bravotto e quanti si trovavano seco partigiani

Cancellieri; pure compresse l'acerbità del dolore ed ordinò, pena la

vita, cessasse l'infame uccisione, si spegnesse la fiamma; il vigore

de' suoi si logorava non mica trucidando i nemici, bensì spargendo

sangue italiano. Chiamati sotto le insegne i soldati, li trasse

fuori della terra e gli stanziò sopra certa eminenza la quale e per

la sua situazione e per avere prossime le mura gli parve opportuna a

respingere qualunque assalto improvviso. Al tratto di terreno occupato

dall'esercito del Ferruccio rimase il nome di _Campo di ferro_, come

ne fa fede il seguente distico riportato nel manoscritto del capitano

Domenico Cini:

_Ferreus hic ager est, ex quo Ferrucius olim_

_Sive hostem statuit vincere, sive mori._

Al punto in cui il pendio cessa e la pianura incomincia, il viandante

che si avvisasse entrare in San Marcello per la porta del Borgo, oggi

porta Arsa, incontrava e tuttavia incontra una casa sopra le altre

notabile. Vi abitava in quel tempo Antonio Albumenti Mezzalancia di

Pippo Calestrini, capitano di parte Panciatica, sopra ogni altro della

sua fazione temuto ed odiato; — ma egli, come colui che ardimento

aveva troppo e senno poco, toglieva ad abitare quella casa fuori della

mura del castello, volendo mostrare che non aveva bisogno di ripari e

sapersi molto bene difendere da sè stesso.

Quando la gente del Bravotto e del Pazzaglia investirono la sua casa,

ed egli, tratto dal rumore, fattosi al balcone conobbe questi suoi

feroci nemici, si tenne spacciato; ma accennando nel volto quella

speranza che non aveva nel cuore, vedendo ormai ingombro il terreno

della casa, ordinò che la moglie, i figli, insomma tutta la famiglia

si ragunasse dentro una stanza, ed egli afferrata una spada a due

mani si piantò sul limitare minacciando sicurissima morte a chiunque

attentasse inoltrarsi: poco gli valse cotesto disegno, chè il Bravotto,

impaziente del fine, scese nella strada e, appoggiata una scala alla

finestra, gli riuscì, quando meno sel pensava, alle spalle. Mentre

quella stanza si empiva di urla e di strage, il prete Nanni di Pippo,

fratello del misero Mezzalancia, si precipita dalla finestra opposta

a quella per la quale era entrato il Bravotto e, lo secondando la

fortuna, casca senza offendersi in terra: si rileva trepidante e

prorompe in fuga precipitosa. Ben se ne accorsero i suoi nemici e gli

spararono dietro moltissime archibugiate; non lo coglievano: alcuni

cavalli lo inseguirono, e il caso (poichè la paura gli aveva rapito il

lume dell'intelletto) così bene lo diresse nella fuga che i cavalieri,

impediti dal cammino sdrucciolevole, trattenuti dalle molte asperità

del terreno, dopo una lunga caccia dovettero rimanersi del seguitarlo.

Di questo prete tra poco. — Il Ferruccio, ignaro che sopra il suo capo

si era commessa tanto nefanda tragedia, co' principali dell'esercito si

ferma nelle stanze terrene della casa del trucidato Mezzalancia.

Il cielo presago della sventura che stava per avvenire incupì

maggiormente la sua faccia, — di grigio diventò nero e parve assumere

gramaglie pel prossimo lutto. — La pioggia dirotta allaga d'improvviso

la terra.

[Illustrazione: ... presentò all'Orange la carta dei patti

firmata dal papa;... _Cap. XXVIII, pag. 664._]

Per altra parte il principe di Orange, pervenuto il due agosto a

Pistoia, vi si fermò tutta la giornata attendendo ad ascoltare gli

esploratori e spedire di ora in ora ordini e messi a Fabrizio Maramaldo

e ad Alessandro Vitelli, affinchè si stringessero alle spalle del

Ferruccio senza lasciargli campo a ritirarsi; la qual cosa gli sembrò

avere molto bene conseguita quando gli fu riportato che il capitano

Cuviero con gli Spagnuoli ribelli di Altopascio, chiesto ed ottenuto

perdono, si era congiunto con lui, e che Nicolò Bracciolino con mille

armati di parte panciatica lo sosteneva e guidava. A ora di vespro, il

principe, salito in cima del campanile del duomo, domandò ai cittadini

pistoiesi che lo circondavano gl'indicassero la strada da tenersi fra i

monti; della qual cosa, secondo che i ricordi dei tempi ci fanno fede,

fu pienamente istruito da Bastiano Brunozzi[331]. Appressandosi la

sera, dietro la scorta di Bastiano Chiti[332], uomo pratico del paese,

si pose in via e camminando tutta la notte si condusse la mattina sotto

i Lagoni, luogo quasi ugualmente distante da Gavinana e Pistoia, e si

accampò in certo piano tutto ingombro di castagni che torna sopra a

San Mommè, ricoperto dal poggio che riguarda Pontepetri e le Panche,

adattissimo alle insidie e tale da sorprendere senza essere scoperto il

Ferruccio, quando si fosse inoltrato, per la strada ch'egli disegnava

tenere.

Mentre l'Orange, in questo luogo fermando l'esercito, attendeva a

riconfortare gli spiriti, ecco arrivare affannoso da capo alle piante

contaminato di fango un sacerdote; dalla paura turbato e dalla agonia

della vendetta, trafelato di stanchezza, non trovava parole intiere;

— si aiutava col gesto nè giungeva a farsi intendere meglio; — lo

consigliarono a riprendere lena, lo ristorarono con vino generoso,

sicchè, tornatogli l'animo, cominciò a dire: «Ferruccio, si trova a San

Marcello; — la terra ormai è stata ridotta in cenere, i popoli sepolti

nelle rovine... io, per la grazia di Dio appena salvo, ho veduto con

questi miei occhi trucidata tutta la mia famiglia; — a che tardate?

Muovetevi, se volete sorprendere il nemico come dentro una fossa[333].

Di ciò tanto opportunamente avvertito l'Orange dispose muoversi,

molto più che conobbe a prova il breve riposo dopo la notte perduta

sgagliardire piuttosto che afforzare il corpo; per lo che, recatosi in

mezzo all'esercito accompagnato dai principali capitani, salì sopra un

monticello e con lieto sembiante rivolto ai soldati disse loro:

«Soldati, si avvicina il termine dei comuni nostri fastidi. Vinta

questa battaglia, torneremo a casa onorati ed anche doviziosi. Il papa,

come uomo che si fida poco di voi e meno di me, non vuol pagarci, se

prima non vinciamo. Vinciamo dunque; se non per volere, mostriamoci

eroi per necessità. Della vittoria sarebbe piuttosto follia disperare

che sperare baldanza. In ciò mi affida la prodezza vostra in tante

venture provata, la dappocaggine dei Fiorentini...»

«E sopra tutto il vostro numero, sette volte maggiore di quello del

Ferruccio», interruppe con gran voce il Bandini[334].

Orange abbassò arrossendo la faccia e, subito dopo rialzandola ridente,

soggiunse:

«Non saremo poi tanti, Bandino. In ogni caso, anche per questa parte

possiamo star certi della vittoria. Non pertanto mal ti avvenga,

Bandino; interrompendomi tu hai tolto alla storia la più bella arringa

che mai siasi avvisato di fare un capitano di esercito da mille

anni a questa parte. Adesso non mi riesce riprendere il filo degli

argomenti... Oh Dio! mi stanca tanto pensare. Meglio così, imperciocchè

se ci scapita la storia, ci guadagnate un tanto voi altri soldati; — io

vengo subito alla conclusione, ed è questa, — beviamo[335].»

Non aspettarono i soldati a sentirselo dire due volte. Messa mano

ai barili, ne empirono capacissime tazze e le mandarono in volta

alternando risi, motteggi ed augurii per la vicina battaglia.

Il principe, bevuta prima una ed un'altra tazza, n'empì la terza, e

considerando che il Bandino, assorto nella sua cupezza, non domandava

da bere, gli porse la propria tazza dicendo:

«Bevi, Bandino, perchè potrebbe darsi che il fato ci contendesse

bagnare un'altra volta le labbra nel divino liquore.»

Il Bandino, accostatasi appena la tazza alla bocca, la consegnava ad

un paggio, — il poco vino libato sparse per terra; — gli parve avesse

sapore di sangue.

Ora in quel luogo accadde ciò che nel medesimo punto avveniva a San

Marcello. Il cielo si annuvolò ad un tratto e rovesciò sopra la terra

grossissima pioggia. Orange e l'esercito stando fuori allo scoperto, ne

rimasero bagnati fino alle più riparate parti del corpo; nè di questa

avventura rimase per nulla sbigottito il capitano cesareo, ma anzi

traendone favorevole auspicio, non senza molto riso così favello:

«Soldati! Noi non anderemo punto imbriachi alla guerra contro i nemici,

poichè con tanto favore Iddio ci adacqua con le sue sante mani il

vino[336].»

L'assedio di Firenze · 第 65 / 81 段