che l'Arno è gonfio, nè così di leggeri potranno aiutarsi i nemici
delle due sponde del fiume[316]. Messere Malatesta ha lasciato eziandio
inosservato che per la via di Rusciano e per la valle verso il Gallo
può molto bene avanzare la gente senza timore d'impedimento per le
artiglierie nemiche.»
«Il signor Malatesta», riprese Francesco Carduccio, «ha pur anche
dimenticato che quantunque volte i Fiorentini assaltarono il campo,
stettero a un pelo di metterlo in rotta... La causa poi per cui
mancammo il fine, se si partisse dalla fortuna o da che muovesse, —
meglio di tutti può dirvi qui Malatesta Baglioni.»
«Carduccio, Carduccio, la vostra lingua ferisce velenosa quanto quella
della vipera.»
«Piuttosto le vostre orecchie stanno tese con più paura che quelle
della lepre.»
«Voi mi portate rancore, voi vorreste farmi capitare male, — un giorno
verrà in cui i Fiorentini si accorgeranno chi di noi due fu traditore.»
«Ma io credo che, per saper questo, i Fiorentini non abbisognino
aspettare pure un istante.»
«O signore Stefano», interruppe il gonfaloniere, «perchè non ci
aprite la mente vostra? In negozio di tanta importanza certo il vostro
consiglio varrebbe a farci deporre o confermare la opinione nostra; —
in nome di Dio, favellate.»
«Onorando messere Rafaello, questa eccelsa repubblica possiede copia
di capitani, come il signor Malatesta e il commessario Ferruccio, i
quali assai meglio di me varranno a torvi d'impaccio; pure, dacchè
così volete, vi dirò schiettamente il parer mio. Nei termini ai quali
vi veggo ridotti, vi consiglierei ad accordare; nonpertanto io vi ho
promesso difendere il poggio, e sia che si voglia, — vi terrò fede: se
delibererete uscire, uscirò anch'io, non degli ultimi, ma nè anche dei
primi! — è tempo che il signor Malatesta assuma questo principalissimo
ufficio di capitano generale.»
«Prodi uomini», si volge il Carduccio ai capitani chiamati nella
consulta, «pare a voi potersi assalire il campo con buona speranza?.
Siamo da quindicimila contro quattromila, nè l'animo ci manca.»
«Non è vero... e' v'inganna», grida Malatesta.
«Tacete, Malatesta, — io ve lo impongo in nome della legge. Stanno
in Fiorenza quindicimila circa soldati, — buona e animosa gente; —
il principe d'Orange ha abbandonato il campo, si trae seco quattro
colonnelli italiani, tutti i cavalleggeri, compresi gli stradiotti,
non so quanti archibusieri, da tre mila e più fanti tra Tedeschi e
Spagnoli; — arrogete il campo essere scemo delle bande del Maramaldo
e del Vitelli; — ancora, devonsi aggiungere gli Spagnuoli ribellati
che sotto la condotta di Cuviero stanziano ad Altopascio; — noi dunque
superiamo adesso di gran lunga il nemico».
«Odilo!» proruppe Malatesta, «non par ch'ei dica la verità? Come avete
saputo tutte queste cose, messere?»
«Queste sappiamo ed altre più assai, Baglione. — Noi sappiamo ancora
che ieri a tre ore di notte...»
«Che ardireste?...»
«A tre ore di notte due uomini fuori di porta Romana si restrinsero
a segreto parlamento; — uno di loro adesso arriva a Prato; — voi
comprendete che possiamo dunque sapere dove in questo punto si trovi
l'altro, — Malatesta...»
«Ah! voi mentite...»
«Soldato! Se tu sei barbaro, come Brenno, sappi che io sarei romano,
come Papirio; ma rammenta che le armi di che hai cinto la persona
e l'apparecchio dei cinquecento soldati coi quali tu minacci non
potrebbero forse salvarti.» — E tra mezzo a un tumulto sempre
crescente, allo schiamazzo universale, con maggior voce il Carduccio
continua:
«Non anche noi siamo ridotti ad avere scettri di avorio e canizie per
difesa; qui sotto le vesti abbiamo i nostri pugnali, — nei nostri petti
un cuore che freme alla vista dei traditori...»
Si prolunga il trambusto; i capitani perugini si stringono attorno al
Malatesta silenziosi e minaccevoli; — i padri si agitano sui seggi,
— parlano o piuttosto gridano tutti. Veementi erano i gesti, veementi
le parole; — i capi ondeggianti davano sembianza di mare commosso o di
campo di spighe quando il vento soffia. Pure, adoperandovisi i migliori
cittadini, lo stesso Malatesta accennando che volea parlare, si placò
a mano a mano lo schiamazzo; in mezzo al digradante conturbamento fu
udita la voce del Malatesta:
«Che libertà è questa vostra? Volete libero reggimento, ma soltanto
per voi; — amate il favellare sciolto finchè vi giova; — quando vi
nuoce, condannate il malcauto ad avere mozza la testa. Io ho aperto
francamente il parere mio, perchè amo questa città davvero e perchè non
vorrei vedere voi altri trucidati sotto i miei occhi.
Michelangelo Buonarroti, levandosi in piedi ed ambe le braccia
stendendo verso il Baglione, profferì queste solenni parole:
«I codardi non lasciano eredità di odio o di amore. Noi vinceremo; e
quando pure rimanessimo morti, sappiate che co' vermi nati dai cadaveri
dei martiri della libertà le furie compongono il flagello di rimorso e
di terrore col quale percuotono eternamente i tiranni.»
«Posciachè fato comune è morire», aggiunse Dante, «una palla, una
piccata nelle viscere sono bene spesso infermità meno dolenti delle
altre, — sempre più gloriose.»
[Illustrazione: «... Menatelo via dal campo, conservatelo
all'onore della milizia italiana.» _Cap. XXVII, pag. 306._]
Ma il petulante Malatesta riprende: — «Questo è il parer vostro, nè,
comunque vaghi, due fiori fanno la corona: or via, adunate il vostro
consiglio generale; io esporrò le mie, voi le vostre ragioni, e
stiamoci a quello deciderà il popolo chiamato a parlamento.»
Questo fu, come narrano gli storici, il colpo maestro del Bartolino.
Egli sperò, acconsentendo i padri, suscitare le cupide passioni della
plebe o sbigottirla col terrore. Pessime sempre vedemmo riuscire alla
libertà della patria le deliberazioni prese in piazza: abbandonato
il governo, vi avrebbe steso la mano il Bartolino, Malatesta doveva
appoggiare la usurpazione con le armi; così di leggieri si conseguiva
lo scopo, le palle senza resistenza si ristauravano: se poi i
padri negavano, si screditava lo stato; non era il bene generale a
cui miravano, bensì piuttosto la ostinazione di pochi arrabbiati;
diversamente, perchè non consultare la mente degli universi cittadini?
Temevano il pubblico suffragio? il popolo è ottimo conoscitore di
quanto o come dannoso deve fuggire, o come giovevole seguitare.
Così colui che in tutta la sua vita non seppe rivestire un fiasco,
eccolo ad un tratto sapientissimo a reggere gli stati in tempi
difficili: pazze cose! ma la gente per avventatezza di sangue cieca,
o per cupidità traditrice, non argomentò mai più acconciamente; e lo
vedemmo pur troppo.
Però conobbero la insidia latente; composta appena l'agitazione,
si scompigliò di nuovo l'assemblea, diverse voci si fecero sentire
soperchiando il trambusto: Siamo dunque venuti a questo? — Il
parlamento — la balìa, — questo è un volere mutare lo stato. — Non ci
par farina del suo sacco. — Io ben conosco chi fa fuoco nell'orcio.
— Si udì mai maggiore impudenza di questa? — Forse non costituiva il
popolo questo libero reggimento, — non elegge egli i maestrati? — Guai
se piegano a siffatte enormità! — la patria sarebbe perduta.
Rafaello Girolami, quando prima potè farsi ascoltare, favellò:
«Signor Malatesta, voi non siete chiamato qui come consultore, molto
meno come ordinatore; voi ci dovete la fede vostra. Da voi non
desideriamo sapere se dobbiamo fare o non fare una cosa, sibbene
il modo di farla. Se nei momenti di maggiore urgenza, i maestrati
dovessero aspettare per risolversi il consiglio di tutti i cittadini,
nessun governo potrebbe rimanere in piedi tre mesi. Inoltre Fiorenza
aduna il parlamento quando muta stato. Intendereste voi forse rovinare
questo reggimento? Non lo crediamo. Voi tutti uomini di guerra qua
dentro raccolti, vi pare egli possibile l'assalto del campo con
speranza di riuscita?»
I capitani, specialmente i Guasconi, con i gonfalonieri, risposero
tutti ad una voce altro non desiderare che venire alle mani con quei
di fuori; essere dispostissimi a vincere con onore, o a morire senza
vergogna; potersi assaltare il campo scemato com'era del fiore dei
combattenti, potersi ancora, come spesso avevano provato, assaltare
pieno di gente, purchè i Signori li badassero alle spalle, nè, mentre
presentavano il petto al nemico, il traditore tagliasse loro per di
dietro i garretti.
Tra tanto consenso di uomini di guerra, Pastrano Corso, Cencio Guercio,
Biagio Stella, Margutte da Perugia ed altri tra Côrsi e Perugini fidati
del Baglioni risposero essere stoltezza combattere, andare incontro
a certissima morte; ne avrebbero acquistato biasimo presso il mondo,
castigo presso Dio.
«No, no», proruppe Dante, «il mondo può non imitare quelli che si
sacrificano, comecchè inutilmente, in favore della libertà, ma per
certo li loda.»
«Che dite voi?» tonava il divino Michelangelo, «che si farebbe
Dio delle sue stelle, se non le adoperasse a coronarne la fronte
degl'incliti che morirono combattendo la tirannide?»
E i capitani generosi volgendosi con mal piglio ai satelliti del
Malatesta:
«Al canto si ravvisa l'uccello. Avete paura? Restatevi; — noi andremo
senza di voi.»
«Noi!» quasi disperati urlarono i Perugini e i Côrsi, cui morse acerba
la rampogna, e comecchè corrotto, una stilla di buon sangue italiano
bolliva loro dentro le vene; — si voltarono al Malatesta per conoscere
dal suo viso se dovessero o no rispondere all'invito. Malatesta
immobile come un faro in mezzo a mare in burrasca, non muta sembiante,
o atteggia la persona a moto generoso o di rabbia.
«Noi andremo senza di voi», replicarono i capitani fedeli, «e ne
facciamo sacramento sopra gli evangeli santissimi.»
E mossi da un medesimo impulso si affollarono all'altare in fondo
della sala, dove stese le mani giurarono con grande effusione di cuore
avrebbero difeso Firenze finchè bastasse loro la vita.
«Vieni», disse Lionardo Bartolini, gonfaloniere dell'Unicorno, a Dante
da Castiglione, gonfaloniere del Vaio; «forse tu non vorresti giurare?»
«Lionardo mio, chi rinnuova non mantiene; chi giura più spesso delle
femmine?»
«Certo di' bene. Quando esse giurano amarti per una eternità, — ciò si
deve intendere per una settimana, con un poco del lunedì veniente, — ma
poco...»
«Ho giurato una volta, e basta.»
Intanto Rafaello Girolami, guardando fissamente il cielo con le braccia
aperte, non senza molto pianto e singulti esclamava:
«Invitto Malatesta Baglioni, capitani valentissimi, vi prenda amore
della vostra fama, pietà di noi; non consentite che il patrio fiume
e le strade di questa città nobilissima corrano sangue cittadino,
— le strida degli uomini e delle donne desolate feriscano il cielo,
si ardano i palazzi, si contaminino i tempii di Dio, si commettano
infine quelle nefande abbominazioni le quali siccome aprono l'inferno
a chi le commette, non sono meno incomportabili per chi le sopporta.
Non vi diede la madre vostra viscere umane? Cristo nostro Signore non
v'insegnò carità? sono le orecchie vostre di granito pel nome santo di
patria?»
I fidati di Malatesta mormoravano, — non si movevano, — pure
accennavano vacillare. — Tristi tutti!... ma il momento solenne,
l'esempio della virtù, il pensiero della perfidia ch'esita sempre,
finchè non sia irrevocabilmente consumata, e l'appello non mai del
tutto rivolto invano alla particola eterea dell'uomo, gli soverchiava
più poderoso di loro medesimi. Li vide il Baglioni li vide e sorrise,
e con suono benigno, guardando il gonfaloniere, favellò:
«Si abbiano per non profferite le mie parole. Anche quando vi piacesse
il fato dei Saguntini, la fama loro splende assai luminosa nelle
storie, onde io non debba rifiutarmi parteciparla con voi. E però,
quantunque volto dalle magnificenze vostre ci sarà comandato e per la
parte dell'eccelso signor gonfaloniere mantenuto quanto ne fu promesso,
sono disposto a mettermi _a qualsivoglia manifesto pericolo, come
manifestamente vedranno_[317].
«Dio vi benedica!» riprese il gonfaloniere esaltato, «io verrò con esso
voi armato di corsaletto e di picca.»
Il Carduccio, declinato il volto, gemeva.
* * * * *
Il giorno appresso Malatesta avendo sentito per fedeli ragguagli la
pubblica esaltazione giunta al suo colmo, stimò bene maneggiarsi in
maniera da godere il benefizio del tempo. La Signoria per tempissimo
in compagnia di tutti i magistrati si recò in Santa Maria del Fiore,
dove si comunicò; poscia andarono a processione per quelle medesime
strade e con le reliquie medesime che sogliono portare per la festa di
San Giovanni. Intanto si ragunarono i gonfalonieri, cittadini pieni di
ardire e con esso loro buona parte dei soldati pagati, ai quali pareva
mille anni di venire alle mani col nemico; pronti erano i Signori,
pronto ed armato il gonfaloniere, disposto, secondo la sua promessa, ad
uscire ancora egli.
Ad accrescere l'ardimento universale, si aggiunse un segno che,
comunque naturale, nondimeno anche ai nostri tempi, in cui tanto
lume di esperienza o abbiamo o vantiamo, riuscirebbe di maraviglioso
vantaggio in casi difficili. Un'aquila ferita in un'ala, aiutandosi
come meglio poteva, lungo il corso del fiume si rifuggì in Firenze,
dove presa da un pescatore e da questo presentata al capitano Ridolfo
di Ascesi, che stava di guardia alla porta San Friano, egli, ritenuto
per sè il corpo, mandò per un suo soldato la testa alla Signoria.
I signori, tenendo o fingendo tenere simile accidente come augurio
favorevole a sè, funesto agli imperiali, ne fecero grandissima festa
e al soldato, che fu Cristofano da Santa Maria in Bagno, donarono
quattro ducati d'oro. E tanto più ebbero accetto siffatto presagio in
quanto pochi giorni innanzi il vento aveva staccato una bandiera dalle
finestre del palazzo, dove era scritto LIBERTAS, e travoltala per certe
corti prossime al Baldracca, dove si durò fatiche assai per riaverla.
Pareva anche il cielo volesse per questa volta intervenire per tutelare
la innocente città dalla truce cupidigia del papa.
Comparve finalmente Malatesta, ma tardi, e dopo molte cerimonie
cominciò a squadronare i soldati per passarli in rassegna. Il Busini,
testimone oculare, racconta come Malatesta, per avvilire l'animo dei
Fiorentini, adoperasse una astuzia onde i soldati apparissero pochi,
e fu, che dove le file si componevano di cinque e sette uomini, egli
le istituì di sette e di nove. Il quale accorgimento, non che sortisse
l'effetto divisato dal Malatesta, ne sortiva uno del tutto contrario;
imperciocchè i Signori ponessero in diversi luoghi molti cittadini,
che annoverando uomo per uomo e fattane somma, trovarono avere nove
mila soldati pagati in punto di combattere, di seimila e tanti che
gli estimavano prima[318]. A tale erano ridotte le cose nella infelice
Firenze.
Fornita la rassegna, che portò via buon tratto della giornata, prese
il Baglione ad arringare con sì lunga diceria presso la quale le
prediche di fra' Benedetto sarieno parse epigrammi; poi dispensò copia
di munizioni ai soldati; chiamati in cerchio attorno a sè i capitani,
molti ordini distribuì, molte diligenze raccomandò, infiniti uffici
commise; — una operazione dopo l'altra, e a suo grandissimo agio. Il
giorno se ne andava, e non è da dirsi con quanta passione vedessero
i più animosi accostarsi il sole al tramonto. Allora Malatesta,
per isfuggire il mormorio che udiva a mano a mano andare crescendo,
quantunque i soldati conservassero le ordinanze, nella stessa guisa che
il mare gorgoglia innanzi che il vento soffi ad agitare le sue onde,
si cansò andandosene verso porta San Nicolò. Colà giunto, spedì Cencio
Guercio con altri suoi fidati incombenzandoli di andare a riconoscere
il sito e i forti degli imperiali; tornassero tosto per quanto
avevano grata la sua grazia; capirono, come doverono comprendere, e si
affrettarono co' passi della testuggine. Così il subdolo Malatesta,
baloccandosi ora intorno ad una cosa, ora intorno ad un'altra,
pervenne a sera. Rimanendo spazio breve di giorno, quinci egli si tolse
all'improvviso, e con lui tutti i Perugini e tutti i Corsi, raccolte
prima le bagaglie, onde le compagnie ne rimasero disordinate. La
notte sopraggiunta non concesse luogo di abbracciare prontamente altro
partito, — all'opposto nacque confusione e terrore: — temerono che i
soldati del Malatesta, aperte le porte, lasciassero il nemico irrompere
nella città e mandarla a ruba: i giovani della ordinanza, ancora
efficacissima nelle estremità della cadente repubblica, stettero tutta
la notte vigilantissimi, guardando le strade e le piazze con amorevole
diligenza. — Questo stato non può durare; gli eventi precipitano al
fine; egli fu deplorabile, — ma pieno di onore, di compassione e di
germi di futura vendetta.
Addio, Firenze, — tornerò per vederti agonizzare, verrò per darti un
viatico di lacrime prima che tu vada dove Atene e Sparta andarono,
dove la romana libertà precipitava, dove tutte le tue sorelle ti
precederono. Ultima stella del cielo d'Ausonia.
Perchè piangete? Arduo è bene revocarci passi dall'inferno, ma non
impossibile. — Volete, e sarete.
Mi volgo al campo della Gavinana.
CAPITOLO VENTESIMONONO
LA BATTAGLIA DELLA GAVINANA
Or chi ti può guardare,
Infelice castello, che non pianga?
PIETRO RICCIARDI, _Sonetto
sopra Gavinana._
Fra le alpi medie che Toscana partiscono dal Modanese, superati
alquanti meno ardui gioghi, ti occorre il colle di Prunetta. Quasi
penisola, questo monte s'inoltra da mezzogiorno a tramontana e nasconde
la valle ov'ebbe sepoltura la Repubblica Fiorentina. Il tuo petto
affannato, pervenuto una volta alla sua radice, non domanda riposo;
se i tuoi occhi si volgono a misurarne l'altezza, al tuo spirito non
ne deriva sconforto, bensì desiderio irresistibile di pareggiare col
rimanente del corpo la velocità dello sguardo per attingerne la cima.
E quando, palpitante, il volto bagnato di sudore, tu giungi a toccarne
la sommità, che chiamano le _Lari_, tu lanci giù nella convalle quanto
hai di virtù visiva nella testa, di anelito nel cuore, e la verità non
impallidisce davanti l'aspettativa; imperciocchè le magnificenze della
natura sieno le sole che la umana immaginazione non possa superare
giammai.
Se rialzando lo sguardo dalla valle ti venga fatto girarlo attorno,
ti si presentano monti sopra monti, e parte di questi ti ricordano
memorie che il tempo non ha per anche corroso dalle tavole della
storia, o ti accennano col nome sventure e fatti che hanno stancata
la tradizione. Da una banda sorge il colle di _Mal Consiglio_, dove
è voce Catilina statuisse scendere a tentare la fortuna delle armi
contro Quinto Metello, — e poco sotto il piano di _Mal Arme_, ove fu
combattuto l'aspro conflitto. Vi perdeva Catilina la fama e la vita; —
guai ai vinti! Se egli sforzava il destino, forse Sallustio lo avrebbe
celebrato vendicatore del popolo contro la tirannide dei patrizi. —
Quinci ti accennano la _Selva Litana_, di cui la terra nascose le ossa
di una legione romana uccisa dai Galli Boi. Il giogo del _Mal Passo_
va nomato per più recente dolore; — egli ha fatto piangere per tutta la
durata della vita una madre, chè tra le balze di lui rimase miseramente
infranto il figliuolo della sua tenerezza. Il _Libro Aperto_, i _Sassi
Scritti_, la _Croce Arcana_, la _Tana dei Termini_, le _Torri di
Pompilio_, sono i nomi dei monti che circondano la valle e dei quali
invano tu cerchi la origine remota.
Per poco che Dio abbia benedetto la tua anima di poesia, l'aria
che spira vivida su questi monti ti suscita alle visioni dei tempi
trascorsi e dei futuri. Il passato è coperto di velo nero, l'avvenire
di velo colore di rosa, perchè il primo lo ha tessuto l'esperienza, il
secondo la speranza; ma all'occhio del poeta, come a quello di Dio,
la eternità si offre intera, quasi circolo luminoso di cui i secoli
compongono i punti. Al cospetto di Dio e del poeta ogni cosa sta
presente. Però i grandi poeti sopra la terra si annoverano più rari dei
giorni della creazione; — parte maggiore di Dio conteneva il cranio di
Dante che non il giro dell'emisfero celeste.
Dall'aria che spira su i colli emanano effluvii vitali, chè di lei si
nudriva la libertà infante, e di lei si compiace allorquando, cacciata
meno dall'odio dei tiranni che sbigottita dalle turpi frivolezze di
coloro che si dicono suoi amici, abbandona i piani per approssimarsi
alla sua patria, ch'è il paradiso.
La luna sorta dall'opposto monte del Crocicchio balza impetuosa di
nuvola in nuvola; e ricorda la credenza indiana che immaginò la fuga
dell'astro della notte traverso i cieli per sottrarsi alle persecuzioni
del serpente che la insegue per divorarla.
Da cotesto alternare di tenebre e di luce sorgevano spaventosi fantasmi.
In verità nella magnifica valle io vedeva una tomba scoperchiata dove
giacesse l'immane scheletro della Repubblica; posava il suo teschio
sopra di un colle, e l'altro ossame si perdeva protendendosi lontano
lontano lungo la forra tenebrosa che si sprolunga dalla parte di
mezzogiorno.
E nelle nere masse dei castagni secolari immaginava contemplare gli
spettri degl'illustri defunti i quali traessero a lamentarsi sopra la
fossa della Repubblica defunta.
Il vento cacciava zufolando giù pei declivi le foglie di castagno
cadute, e gli echi dei monti ripetevano un suono somiglievole al canto
dei trapassati.
Allora spontanea mi si affacciò alla mente la visione del profeta
Ezechiel, — la visione delle ossa inarridite[319].
E gridai con gran voce: «Potrebbero queste ossa rivivere?»
Te avventuroso, o profeta, a cui promise il Signore di ricoprire
coteste ossa di nervi di carne e di pelle, e mandare lo spirito dai
quattro venti che soffiasse sopra gli uccisi, e rivivessero!
I morti dicevano: «Le nostre ossa sono secche, — la nostra speranza è
perita, — e in quanto a noi siamo sterminati.»
Ma il Signore rispose: «Ecco, io apro, o popolo mio, i tuoi sepolcri,
io ti traggo fuori delle tue sepolture, e ne compongo una sola nazione
sopra la terra. — Io prendo la verga dove sta scritto Josef, che è
in mano di Efraim, e quella della tribù d'Israel sue congiunte, e le
metterò sopra la verga di Giuda e ne farò un medesimo fascio, e saranno
una stessa cosa nella mia mano.»
Alla voce di Dio le ossa si accostarono ciascuno al suo osso, lo
spirito entrò in loro, ritornarono in vita, si rizzarono in piedi e
furono un grandissimo esercito.
Oh! perchè mi manca la fede del profeta! Qui si vuole la mano di Dio,
ed io non ardisco sperare nel miracolo.
Se io esclamassi sopra i vostri sepolcri: «Sorgete!» la mia voce
spirerebbe prima di giungere alle soglie della morte.
E l'eco me la rimanderebbe come uno scherno.
Almeno, poichè io vi evocava dal vostro riposo, potessi, o sacri
spettri, diffondere sopra di voi la luce del canto, rivendicare il
vostro nome all'oblio dei secoli ed alla ingratitudine degli uomini!
Ma di ciò degno nè altri mi crede nè io stesso; — porto le pene della
mia audacia, perchè i rimorsi mi travagliano e la paura.
E sì che io visitai i luoghi dove combatteste, o miei padri, con
religione pari a quella del pellegrino che muove al sepolcro di Cristo,
— toccai le armi che stringeste nel conflitto[320], — bagnai la bocca
alla medesima fontana dove dissetaste le labbra riarse dall'ardore
della battaglia, — tolsi un pugno della terra delle vostre sepolture e
me lo accostai al cuore perchè mi s'infiammasse e sapesse dire.
I raggi del sole possono trarre un suono dal granito[321]; — il cuore
esulcerato dallo infortunio diventerebbe per avventura più duro della
pietra!
Ma ormai quello che è scritto è scritto; giunge troppo tardi il
pentimento. Se adesso io mi abbandonassi spossato, sarei meno degno di
compassione che di vituperio. Dio mi sovverrà nella estrema fatica. I
fatti con tanto amore raccolti non devono rimanere occultati; io gli
narrerò con fedeltà di storico, invocando che nasca il poeta il quale
gli sublimi del canto.