gli occhi; se gli occhi, sollevando io non vedo le pieghe di questo
venerato vessillo occupare parte dell'azzurro del firmamento, parmi
vedovo il cielo, — non mi riesce di pregare Dio. — Anime generose,
deh! non mi mancate in tanto estremo, obbedite adesso ad ogni mio
comando.... Voi lo vedete... non ve lo chiedo per me... per la patria
vostra lo chiedo... a voi tutti palpita un cuore... voi tutti avete od
aveste una madre... una donna... una cosa cara nel mondo, — voi non
rallegrerebbe questa dolcezza di amore senza la patria.... Amate...
amate la patria.... Credete in me, — Dio non ne sarebbe geloso, se voi
l'amaste anche sopra di lui.»
«Capitano Ferruccio, state di buon animo, noi vinceremo o ci faremo
ammazzare con voi.»
Il giorno veniente ordinò si schierassero i soldati lungo le sponde
dell'Arno; egli sorretto da Vico e da Giampagolo si accostò al balcone
per contemplarli, — erano tre mila pedoni, trecento circa cavalieri, —
buona gente, ma pure tre mila trecento. Ferruccio stette a considerarli
con liete sembianze, poi all'improvviso si fece tristo, e tanto non
potè frenare la interna passione che non prorompesse in queste acerbe
parole:
«Ecco lo sforzo d'Italia per combattere lo straniero. Tre mila trecento
uomini e con pene di sangue allestiti. Quanti eravate schierati su
queste sponde medesime e di una sola città d'Italia, — di Pisa, —
quando moveste a battaglia di morte contro una città sorella... la
repubblica di Genova? Sedici mila rimaneste morti o prigioni nella
terribile battaglia della Meloria[307]. E un sacerdote benedisse
le armi raccolte alla strage fraterna; ma Cristo abborrì rimanersi
complice a tanta nefanda scelleraggine, e poichè le mani aveva
inchiodate, per farsene velo agli occhi, si staccò dal gonfalone
e traboccò su le pietre con caduta più dolorosa... avvegnachè
contemplasse dai cieli essere stato il suo sacrifizio indarno, — le sue
parole di pace scese come rugiada sopra la sabbia del deserto... e il
suo cuore si contristò... e gli angioli piansero...[308] Su, alzatevi,
fratricidi, lasciate i vostri sepolcri di acqua e di terra, venite ad
ammendare le colpe prima che la tromba vi chiami al supremo giudizio...
Silenzio! — il sepolcro apre la bocca, ma per divorare soltanto... O
forsennati! migliaia foste a trucidarvi fra di voi; — giungete appena
alle diecine per combattere lo straniero!...»
Dove nacquero, come si chiamarono gli eroi che, comunque pochi, pure in
cotesti tempi giunsero a tre mila trecento in Italia disposti a vincere
o a morire per la libertà?
Non isbigottirti, lettore; non è questa una minaccia di rassegna
d'esercito. Io non mi sento _epico_ abbastanza da cimentare così la
tua pazienza; e poi, tu il sai, io rinnego la pazienza per virtù nè
vorrei che tu la possedessi, lettore, almeno per ora. — Assicurati:
— le rassegne soglionsi porre nei secondi canti, e potrai, volendo,
riscontrarle in Omero, Tasso e negli altri santi della poesia scolpiti
in pietra e da secoli esposti entro le nicchie alla adorazione delle
genti; — io me ne sono dimenticato quando ci cascava il taglio, e
adesso è troppo tardi per riparare il fallo.
Dove nacquero questi eroi non so, come si chiamarono, tranne pochi,
nemmeno; — ma di questi pochi, vinci il fastidio, amico lettore, se
sei italiano, e leggi i nomi — nudi, — soli, — non fosse altro per
gratitudine e per imporne uno al figliuolo che sta per nascerti:
potresti fare di meno in onoranza di guerrieri che dettero la vita,
tentando conservarti la libertà?
Vissero uomini (che Dio li perdoni) a cui talentò calunniare la gloria
e dirla polizza giuocata alla lotteria della storia, fumo, sogno e
mattana. — Non è forse sfrondato abbastanza l'albero della vita onde
ci affatichiamo ad abbatterne le ultime foglie? — Evvi una gloria
che presto si spenge, come la luce della farfalla detta _lanternaia_,
côlta dalla morte e ve n'è un'altra nella di cui lampada il tempo versa
secoli e secoli per alimentarla. Evvi una gloria per gli oppressori
dei popoli, e ve ne ha un'altra pei liberatori; — la prima danno
gli uomini, la seconda scende dal cielo. — Salute, o vera gloria! Nè
calunnia nè dubbio potranno mai tanto accecare l'uomo che non veda
questa stella polare della sua vita. Tu scintilli traverso le mura
del carcere, — tu coruschi anche sul ferro della scure. Pochi anni
bastano a disperdere le dovizie raccolte, — la verga del potere tosto o
tardi si rompe come vetro nelle mani dei potenti, le tombe orgogliose,
le piramidi stesse non salvano dall'oblío; — ma tu fedele al tuo
amante irradii il suo tumulo modesto; — le generazioni che uscirono
dal tuo fianco quinci derivano ogni giorno decoro, nè tu consenti
che impallidisca per tempo; il tuo iride divino, volga la stagione
procellosa o serena, non iscomparisce mai dal cielo dei generosi. No,
— non è un sogno la gloria, se dopo tre secoli di morte e di servitù,
palpitando cerchiamo i nomi dei difensori della libertà patria, se gli
rinnoviamo nei nostri figliuoli, se nel pronunziarli il sangue nei suoi
moti si accelera.
Si rammentano dunque Giampagolo Orsino, Vico Macchiavelli, Sprone e
Balordo da Borgo San Sepolcro, Paolo, Giuliano, Francesco e Grigione
Corsi, Capitanino da Montebuoni, Vaviges Francese, Antonio da Piombino,
Nicolò Masi, Gigi Niccolini, Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi,
Amico Arsoli, Alfonso da Stipicciano, il conte Carlo da Civitella,
Carlo da Castro ed altri assai di cui non mi è avvenuto rintracciare
memoria.
Papa Clemente, terminata la guerra, fece trasportare a Roma gran parte
delle scritture concernenti l'assedio, e affermano le bruciasse. Forse
un diligente esame nell'archivio delle riformagioni a Firenze potrebbe
resuscitare alla fama nomi ignorati; ma cotesto archivio è diventato
un altro Eden dopo il fallo di Adamo, e certo dopo la perdita del
paradiso nessun'altra sventura può affliggere più crudelmente l'uomo
della perdita della libertà, — un orto esperide col dragone che guarda
i pomi d'oro. Bene sta; le polveri si tengono chiuse... badate alla
favilla[309]!
Passati che furono davanti gli occhi del Ferruccio i soldati da lui
raccolti, trovò essere, come abbiamo avvertito, in tutti tremila fanti
e trecento cavalli; ondechè fidando nel fiero portamento di loro e
nell'aspetto animoso, sorrise alquanto e soggiunse:
«Comunque pochi basteranno; perchè, vedete, figli miei, se incontriamo
forze pari od anche una metà maggiori, noi le vinciamo di certo
ed entriamo in Fiorenza: o ci muovono incontro grossi i nemici e
sforniscono il campo, e allora escono i nostri e lo mettono in rotta.
In ogni caso l'impresa è vinta; ma Orange si rimarrà al campo, perchè
partirsene sarebbe troppo grave errore di guerra.
* * * * *
Era da circa mezz'ora suonata l'_Ave Maria_ della sera. Giovanni
Bandini se ne stava pensoso, tuttavia sotto l'influenza di cotesto
istante del giorno in cui la luce che muore ci ammonisce che tra poco
anche la nostra vita passerà così: istante solenne che ci ritrae le
passate vicende come un punto luminoso o come una nuvola nera in fondo
all'orizzonte; — che ci schiude le labbia ad un mesto sorriso, o ci
nasconde mezzo le pupille sotto le sopracciglia aggrottate, secondochè
il pensiero evoca memorie di delitto o di virtù; — istante pieno della
prossima eternità.
Gli occhi del Bandino non guardano il cielo; — quivi non isplende
stella per lui, — non lo conosce per patria, — dal cielo non aspetta
inspirazione, ma castigo. — Se gli fosse dato di aggiungere le dimore
celesti, vorrebbe pervenirvi come Encelado, o vincitore, o fulminato. —
Contempla la terra: che guarda egli sì intento? — Forse l'immaginazione
gli mostra le sue colpe convertite nei vermi che dovranno divorare il
suo corpo? — Nè rimorso nè passione possono mutare quel suo volto... —
è diventato di pietra.
Un tocco sopra la spalla gli fece cambiare attitudine, quantunque a
rilento e quasi suo malgrado, ch'egli si compiaceva a pregustare gli
orrori dell'inferno; nè a prima giunta ravvisando il sopraggiunto, con
voce pacata interrogò:
«Chi sei?»
«Messere Bandino, io sono Pirro Colonna.»
«O Stipicciano, che volete da me? Nulla di buono per certo...»
«Forse che sì; — io vengo da Roma.»
«Volete dire dal contado. Roma ha giudici che prima di pronunciare
sentenze se la intendono col papa, — e Roma ha patiboli pel vostro
collo, messer Pirro.»
«E nonostante questo io vengo proprio da Roma, dove fui a baciare i
piedi santi del beatissimo padre.»
«Ma non vi ha egli scomunicato?... non vi pose addosso la taglia?»
«Il cielo ei può serrare e disserrare. Sebbene quello che a me
sopratutto premeva si era che non mi serrasse il collo. Non tolse il
nome di Clemente in simbolo della clemenza e mansuetudine sua?»
«Ah! non ci pensava adesso.»
«Or bene, sappiate che siamo ridivenuti amici carissimi, se mai ne
vissero altrettali al mondo: guardate questo segno... lo ravvisate?
— Io devo conferire con voi cose che Sua Santità mi ha rivelato in
arcanis. Siamo sicuri?
«Parmi di sì: favellate.»
«In qual concetto tenete il principe Orange?»
«Lo reputava meno francese: il suo cervello due terzi del giorno ha
sommerso nel sonno e nel vino, l'altro terzo nel giuoco; animoso è
molto, — io però ho veduto mastini molto più valorosi di lui.»
«Il papa crede diversamente, — lo reputa uomo da prendere la Toscana
per sè, — da condurre in moglie la duchessina..., da lasciare insomma
quel dabbene duca Alessandro come l'arme di casa Pucci, — un moro senza
corona.»
«Chi disse al papa siffatte novelle?»
«Forse nessuno, — le avrà immaginate... sospettate...; or che mi
ricordo, affermava essergli state riferite da tale che udì vantarsene
l'Orange.»
«Il papa s'inganna.»
«Silenzio! Non vi preme ella l'anima vostra? Il papa è infallibile.»
«Orange non conserva un pensiero più di cinque minuti, per timore che
non gli arrechi il dolore di testa.»
«Ma il papa non vorrebbe differirgli più di oltre il regno dei cieli:
in questa faccenda ci guadagnano tutti, — l'Orange primo, che va in
paradiso di volo, perchè il santo padre gli manda pel viaggio tre
once di piombo e non so quante libbre d'indulgenze plenarie, — misura
di carbone pesato alla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul
mille; ci guadagniamo noi che attrapperemo una diecina di prebende, —
non furono istituite per darsi a coloro che recitano il breviario alla
gloria di Dio? Noi serviamo a Dio ben altro che con uffizi. — Il papa
si libera da' suoi timori; — povero vecchio! In verità abbisogna di
spirito riposato per questi giorni che gli avanzano a vivere. Rimane
il rimorso, ma il papa tiene i rimorsi in conto di zanzare; — con buone
cortine se ne difende, e bisogna crederlo, perchè lo ha provato, povero
vecchio! — Gli eredi acquistano più presto il retaggio; — gli scultori
innalzano più presto il sepolcro; — i poeti percuotono la musa, come
una moglie dopo dieci anni di matrimonio, per farla piangere lacrime di
Elicona. Per me credo che, a dirlo allo stesso Orange, risponderebbe:
Il papa ha ragione: — però il santo padre non desidera sia consultato,
e afferma che quando si fa la cosa utile, non importa ottenere il
consenso di colui in vantaggio del quale la operiamo.»
«Orange ha una spada... non basta... gli manca una testa, — peggio per
lui; — non è vela acconcia per nessun vento, — morrà, — non mica perchè
pericoloso, ma perchè a nulla buono; — per me poi... Ah! per me ormai
corre buon tempo ch'io non conto più — colpa dei teologhi, i quali al
primo delitto non dovevano comminare l'inferno per sempre; — ora, o
dieci o mille, la eternità dura lo spazio medesimo. Orange è morto,
— ho già trovato il modo. Quando giace morto qua dentro», e si toccò
la testa, «poco può andare ch'egli si giaccia morto nel camposanto. —
Messer Pirro, siate diligente a segnarvi con la vostra compagnia di qui
a due ore tra le bande degli archibusieri che partiranno pel contado di
Pistoia.»
«Ma, per quanto ho udito e vedo, — nessun si muove nel campo.»
«Buona notte, — tra due ore... intendete... anche una parola di più,
sarebbe di troppo[310].»
* * * * *
Forse due ore correvano dacchè aveva avuto luogo il colloquio riferito
qui sopra, quando due uomini uscendo con molto riguardo fuori di
Firenze dalla porta di San Pietro Gattolini, indirizzavano celeri i
passi alla volta del campo. Percorsero un tratto di strada taciti e
uniti; all'improvviso uno di loro si fermò e disse all'altro:
«Cencio, qui conviene separarci: siamo alla fine; ora sì che bisogna
adoperare arte e destrezza, — è l'atto quinto; dopo di questo potremo
volgerci al pubblico e comandargli, come i personaggi di Terenzio al
termine della commedia, _Plaudite._»
«_Plaudite_! E se il mondo ci saluta con tale un fischio che l'eco ne
rimbombi dentro l'inferno?»
«Ci consoleremo con l'antico detto del dio Momo: Nè anche Giove piace
a tutti; — parteciperemo la sorte di tutti i grandi intelletti che
in vita o furono calunniati o derisi o spenti, — in morte onorati
come santi. Ai Fiorentini non piaceremo di certo, almeno io; ma vi
sono apparecchiato, perchè Gesù Cristo lo ha detto: Nessuno è profeta
in patria sua. Tu vedi che se ti danni, ciò non avviene senza buone
autorità sacre e profane.»
«E sopratutto senza compagnia. Dio vi abbia nella sua santa guardia,
messere Bandino.»
* * * * *
Fu cotesta una notte consacrata ai tradimenti. A quattro ore di
notte Cencio Guercio ritornò a Firenze, e dopo breve spazio di tempo
Malatesta Baglioni e il principe Orange, senza altra compagnia che di
due uomini d'arme, s'incontrano presso la porta Romana[311].
«Messer lo principe», cominciò il Baglione, «tutta la fortuna della
guerra si è ridotta sopra un trarre di dadi. Si accosta il commessario
Ferruccio, capitano valoroso, fortunatissimo...»
«Capitano italiano, — soldato da insidie; — noi stiamo a buona guardia,
ed egli non ardirà tentare l'assalto...»
«Signor vicerè, dov'io non fossi stato, a quest'ora avrebbero rotto
quattro volte il vostro campo. Adesso non corre stagione di garrire fra
noi, — lasciamo le parole, che menerebbero troppo in lungo il discorso.
Ferruccio ha per avventura maggiore l'audacia che il senno; però senno
ha molto. Ferruccio conduce gagliardissimo esercito, e se giunge ad
entrare in Fiorenza, potete pensare a ripiegare le tende.»
«Mi hanno riportata la sua gente sommare appena a duemila fanti e a
cento cavalli...»
«V'ingannarono. Dai ragguagli che egli, il Ferruccio, ha spedito ai
signori Dieci risulta menare seco cinque mila fanti e mille cavalli
almeno.»
«Ne siete sicuro, signor Malatesta? Egli è poi vero tutto quanto mi
dite?»
«Vero come un giorno dovremo andare in luogo di salute.»
«Che fa quel Baccio Valori, che mi porta sempre notizie le une più
fallaci delle altre? Veramente adesso è tempo di stare a sollazzarsi
coi libri greci e latini! — Egli è mestieri ch'io vi pensi sopra...»
«E mentre pensate, l'occasione fugge. Urge adesso, messere lo
principe, non mettere un momento fra mezzo. Togliete con voi il fiore
dell'esercito, andategli incontro e opprimetelo nei monti di Pistoia.»
«E il campo me lo guardate voi, Malatesta?»
«Pur che andiate presto, io ve lo guarderò.»
«Sono io bene sveglio? Siete voi che mi parlate, Malatesta? O mi
credete così semplice da intricarmi in siffatte reti? Ben altri ingegni
che non sono i vostri si richieggono, o Malatesta, per ingannare un
Orange.»
«Vicerè, io non inganno. Il papa mi assicura un guiderdone che non
saprei sperare nè desiderare maggiore: — ponete gli occhi su questo
breve.»
E tolta di mano la lanterna ad uno de' suoi uomini d'arme, presentò
all'Orango la carta dei patti firmata dal papa; — quindi, ripostasela
in seno, continuò:
«La parca Fiorenza non potrebbe, nè anche volendo, darmi tanto. Ora
dunque vedete che preme a me consegnarvi la città per lo meno quanto
a voi preme prenderla. Non dubitate: — io mi terrò fermo finchè non
torniate vittorioso.»
«Andrò — ma farò spargere voce ch'io non mi allontano; sia vostra cura
confermarla; — ritornerò tra poco: — mi basta la vista, — due giorni
o al più tre. Però in ogni caso fatemi una polizza con la quale con
sacramento vi obbligherete a non uscire di Fiorenza finchè io non
torni, — altramente non avrei scusa. — Rodolfo, andate a procurare una
penna e una carta.»
«Lasciate la polizza. Non basta a voi quello che basta al pontefice?»
«Non basta.»
«Ma sentite: la carta non ha mai trattenuto nessuno; — voi capite lei
essere tanto fragile cosa che non resiste alla pressione di un dito.»
«Non importa. Io la pretendo ad ogni modo.»
«Ed io la farò.»
«Scrivete. Noi, Malatesta Baglioni, sotto sacramento ci obblighiamo e
promettiamo di non uscire nè lasciare che altri esca di Fiorenza prima
del ritorno nel campo...»
«Ritorno nel campo...»
«Del principe Orange. In fede. — Apponete il vostro nome.»
«Dunque siete sicuro di ritornare...?»
«Al più lungo fra tre giorni.»
«Addio. Lasciate ch'io vi stringa la invitta destra. Vi accompagni la
fortuna. Buon viaggio!»
«Apparecchiate le feste: ci rivedremo fra tre giorni.»
«Quando mi sono fregato la bocca, chi potrà accusarmi di aver bevuto
del vino? — Buon viaggio! — Va'; — nel viaggio che imprendi nè ti si
stancheranno le piante, nè ti rovescerà il palafreno. — E poi vi ha
chi cerca le lame di Brescia o di Damasco! — Stolti! — La intenzione
dell'uomo taglia meglio di qualunque acciaro. Qual pugnale potrebbe
vantarsi di ferire più giusto delle mie parole? Tornerà fra tre
giorni... ed io non devo uscire finchè ei non rivenga in campo...
per Dio! ciò mi obbliga a starmi in Fiorenza per una eternità... e
quello ch'è peggio, l'ho promesso con giuramento... basta, il papa mi
acconcerà con Cristo. — O Cristo, tu pure per la tua parte dovresti
sovvenire la giusta causa! Deh! pensa tu a far morire il Ferruccio,
come io ho pensato a far morire l'Orange! Allora comincerò davvero a
conoscere che ti sta a cuore la Chiesa, ed io andrò persuaso di essere
accolto fra gli eletti in paradiso, alla tua delira, _Amen._»
Così l'empio Malatesta scherza col delitto e con l'inferno. Dio non
paga il sabbato.
* * * * *
Vedeste mai più immobile cosa delle arene del deserto finchè il vento
tace? Le sferza il sole co' suoi raggi, — le pestano le piante dei
dromedari e dei cammelli, — la caravana vi procede sopra spensierata
come sul cimitero della natura: all'improvviso ecco comparisce una
nuvola infuocata, — subito dopo il soffio sterminatore; e la bufera
del deserto rugge più terribile della procella del mare; — qui arte
di nocchiero non giova, — ogni argomento umano vien meno, — quasi
serpente inferocito ravvolge la sabbia nelle sue interminabili spire
uomini e animali: — dov'è la caravana? Tra un centinaio di secoli una
mummia d'uomo, un osso fossile di dromedario o di cammello faranno
testimonianza che un giorno fu calpestato il deserto. — Così il popolo.
Il due di agosto corre una voce, il principe Orange, lasciato il campo,
aver mosso contro al Ferruccio; il fiore dell'esercito accompagnarlo;
la fama, esitante dapprima, si difinisce e conferma, siccome avviene
quantunque volte precorre la verità. Il popolo solleva la faccia
contristata per vedere se alcuno viene a sovvenirlo di consigli o di
comandi. Gli uni non mancarono nè gli altri. I giovani della milizia,
e sopra tutti Dante da Castiglione, presero a dire essere venuto il
tempo di combattere, porgere Dio nella sua misericordia l'occasione
per liberare la città: il popolo s'infiamma, la parte migliore dei
magistrati acconsente, il gonfaloniere esulta ancora egli e promette in
tanto stremo non si rimarrà neghittoso a vedere.
Due dei Dieci andarono in gran fretta a trovare Malatesta Baglioni e
Stefano Colonna, e a pregarli che volessero rendersi al palazzo per
consultare; ambidue si mostrano rilenti a obbedire, pur vanno, — il
primo in compagnia di cinquecento soldati, armato di corsaletto e di
celata.
Per le scale del palazzo Zanobi Bartolino ricambia una parola col
Malatesta, e con quella parola gli pone in mano il pugnale per
trucidare la patria.
Stavano adunati la Signoria, i Collegi, i Dieci, i Nove e i
gonfalonieri dei sedici gonfaloni. Quivi con acconce parole Rafaello
Girolami espose; la mente del governo essere di rassegnare l'esercito
e poi rimettersi in tutto all'arbitrio della fortuna e combattere.
Malatesta a siffatta proposta rispose le seguenti parole riferite da
Giovambattista Busini[312].
«Signori, io sono venuto a farvi reverenza ed ho indugiato sino ad ora
perchè mi era detto che le Signorie Vostre mi volevano gettare a terra
di questo palazzo; tal vedo tra voi che mi mostrò sempre aperta, la
finestra dalla quale fu precipitato Baldaccio; — e pur ora, salendo,
udii dire da uno dei vostri cittadini: Va' pur su, va' pur su; tu
non uscirai. Io non sono traditore, ma vi affermo che poco più avete
rimedio a salvarvi.»
«Noi non vi chiamiamo», riprese il gonfaloniere, «per udire discolpe, —
conosciamo a prova la fede e prodezza vostre, e in queste intieramente
noi confidiamo. Nei liberi reggimenti non è da farsi conto delle parole
che si vanno ad ogni ora spargendo dintorno dai malcontenti e più
spesso dai tristi; a voi basti possedere la fidanza della Signoria.
Noi vi chiamiamo per sapere quanta gente abbiamo e per fare la
rassegna[313].
«Voi avetene poca.»
«Quanta poca? Non paghiamo dodicimila paghe? Che dite voi? Perchè ci
fate pagare tanti danari non avendo gente?»
«Per mantenere la reputazione a voi e a me; perchè se i nemici
sapessero che noi abbiamo così poca gente, darebbero l'assalto alla
nostra città.»
«Noi vogliamo ad ogni modo rassegnare la gente.»
«E come? Non c'è una picca tra' soldati.»
«E dove sono quelle di cui li provvedemmo?»
«Ne hanno fatto fuoco per cuocere pesciduovi.»
«Quante ne manca?»
«Ne mancano seimila.»
«Saranno provvedute domani.»
«Mancano gli arnesi ai cavalli per trainare le artiglierie.»
«Abbiamo gli arnesi.»
«Mancano i cavalli.»
«Abbiamo i cavalli.»
«Dunque i traditori siete voi», rispose alterato il Malatesta, «che
tutte queste cose avete provveduto e meco non ne teneste parola.»
«Malatesta, a mani giunte vi supplichiamo ad assaltare il campo.»
«Questo non è possibile.»
«L'esercito è scemato, il capitano lontano.»
«Eccelsi signori, v'ingannano; poche genti mossero contro al Ferruccio.
Fabrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli lo stringono su quel di Pistoia
con due eserciti due volte maggiori di quello che farebbe mestieri per
opprimerlo. Qui sta il principe, e veglia attentissimo per ributtare
chiunque esca.»
«No, le nostre spie non c'ingannano; sappiamo tutto: il principe ha
mosso contra il Ferruccio con la gente più valorosa del campo, nove
o diecimila tra fanti e cavalli; a guardare il campo rimasero da
quattromila e dei peggiori; sappiamo avere ordine di non uscire a fare
giornata, bensì in caso di difficoltà ridursi nel forte della piazza
abbandonando il Sassetto, Musciano, Giramonte, il Gallo e gli altri
luoghi forti; noi abbiamo seimila ducento settanta soldati in punto
da combattere, ottomila della milizia cittadina; allestimmo ventidue
pezzi di artiglierie da campo: voi lo vedete, sappiamo questo ed altro
ancora[314].»
«Voi non sapete nulla... voi non sapete nulla; vi mettono di mezzo,
vogliono la vostra rovina..»
«Bene, sia, — noi vogliamo combattere; vostro ufficio è obbedirci.»
«Voi mi volete ammazzare, — ma ammazzerete un corpo fradicio.»
«Che parole, che pensieri sono questi vostri, messere Baglioni? Noi vi
ripetiamo che vogliamo combattere.»
«Or da che parte intendete uscire, signori? Da San Friano no, perchè
da Monte Oliveto ci sfolgoreggiano i nemici con le artiglierie fin
sulla porta e impediscono attelarci in battaglia, e inoltre abbiamo
i Tedeschi di San Donato in Polverosa alle spalle; non da San Pier
Gattolino, perchè, come vedete, le batterie avversarie distano dalla
città un tiro di archibuso appena. Da San Giorgio nemmeno, standoci di
faccia il cavaliere del Barduccio. E quando pure potessimo stenderci
in battaglia, affrontare i ripari e superarli, chi ci difenderà in
quella disordinata zuffa da seimila fra Tedeschi e Spagnuoli che
c'incalzeranno dietro nuovi della battaglia e composti? Uscendo dalla
parte opposta dell'Arno ci mancano le forze, perchè dobbiamo tenere
guardato il monte e sostenere la cavalleria, alla quale dal nostro
canto non possiamo opporre cavalli. — Ora pensate voi se io, od altri
v'inganna[315].»