Di ciò si rammentino gl'Italiani. Se la fortuna apparecchia al mio

popolo rinnuovamento di magnifici destini, se ne rammenti, non per

vendicarsene, ma invece per aiutare con tutte le sue forze la Francia

se pericolasse nel suo cammino al meglio; e sovvenendola le dica: Io ti

ajuto perchè ai popoli grandi è necessario mostrarsi generosi: io ti

ajuto perchè quando una stella scomparisce dai cieli, il bujo diventa

maggiore; ti ajuto ancora perchè, durando la lotta di due diversi

principii, le nazioni che parteggiano per la libertà riunendosi in

lega comporranno il fascio del littore che non si spezza: mentre se

stanno divise tra loro, saranno la verga debole che rompe il fanciullo

per giuoco. I Greci ebbero in costume violare i giuramenti, fu turpe

fama del popolo la fede Greca; — però secoli passarono e secoli prima

che un occhio piangesse sopra i destini di quella famosa contrada.

Subentrò la fede punica, — Cartagine è ridotta in un mucchio di rovine

che nessuno, anche potendo, vorrebbe rilevare; adesso vince le fedi

greca e punica la fede francese. — Tradisci Francia, quanto più sai,

— la Italia non t'imiterà per questo: — comunque serva, val meglio di

te libera e fortunata, imperciocchè, sebbene le sieno incatenate le

mani, volge nel pensiero alti concetti di governo, e conosce essere le

nazioni sorelle in faccia a Dio, e sente che quando una nazione dice

all'altra: Io mi sono composto un seggio della tua testa e ben vi sto,

— allora la religione e la legge mal possono imporre ai cittadini, —

non uccidete, non rapite. Ogni vincolo sociale si rompe, e la fossa di

Daniele presenta appena paragone conveniente col mondo contristato da

tanta perfidia[295].

CAPITOLO VENTESIMOTTAVO

FINIS FLORENTIÆ

Eccomi solo

Ho il mio coraggio e la gloria meco.

_Aiace_, tragedia.

Cuoprirà l'erba e il tribolo

Le mute spoglie, ed irti

Per le notturne tenebre

Vagoleran gli spirti,

Che morti ancor daranno

Spavento.

_Il bardo della Selva Nera._

Ferruccio, ributtata una mano di cavaleggeri che gli aveva mosso contra

Fabrizio Maramaldo, il quale si era vantato bastargli la vista per

impedirlo nel cammino, varca la Cecina e, seguitando la via littorale,

tocca Rosignano e giunge a Livorno.

La sua grande anima così potentemente gli agitava le membra che non

sentiva più bisogno di cibo o di bevanda, nè lo spossava fatica.

Mirabile e misteriosa è la forza dello spirito, e quando abbiamo udito

narrare le stupende gesta di qualche eroe, ci siamo compiaciuti a

immaginare un'anima di fuoco entro un corpo di ferro. La storia però

ci ha tramandato come gli uomini più famosi, anzichè apparire aiutanti

della persona, fossero oltremodo di fibre delicate e gentili; tra

i moderni basta rammentare Bolivar. Ferruccio poi era ben composto,

ma non avrebbe potuto reggere fisicamente ai gravosi travagli, dove

la gagliardia dello spirito non gli avesse somministrato insolito

vigore[296].

I suoi soldati gli avevano posto tanto singolare venerazione che se

egli avesse comandato proseguissero il cammino, comecchè rifiniti dalla

stanchezza, avrebbero obbedito. Ferruccio, li vedendo trafelati, co'

piedi sanguinosi riarsi al sole, e per altra parte pensando che stavano

per avventurarsi in sentieri ancora più aspri, con maggiore pericolo

di essere assaltati, ordinò facessero alto, di riposo convenevole

confortassero le membra.

Nè in quei remoti tempi era Livorno fastidievole vista per un'anima

repubblicana. Certo, non per anche il commercio l'aveva ingrassata sì

da non dar luogo a sentimento altro diverso che non fosse guadagno; non

le erano divenuti ancora nomi del tutto ignoti patria e libertà; non ti

pareva, al primo porre il piede nella sua piazza, udire rinnuovato il

caso di Babele o piuttosto il vestibolo dell'inferno rimbombante per

voci alte e fioche; non ancora, onde crescesse di popolo, l'avevano

convertita in asilo di ladri, falsari, di ogni risma ribaldi; no,

Livorno non era anco fatta la tavola di salute a quanti mai tristi

vissero nel mondo. Livorno abitava poca cittadinanza, ma pura fino

all'ultimo artista; breve si estendeva il giro delle mura, ma su

quell'umile castello si era posata una stella, come già sul presepio

di Betelemme; i suoi bastioni erano stati consacrati col sangue dei

cittadini sparso in difesa della libertà, i suoi ripari resi illustri

dalla vittoria.

Tutto questo ignora Livorno popolosa, Livorno intenta ai subiti

guadagni. Eppure, come Dio volle, avvenne che un uomo si ostinasse a

lanciarvi dentro la voce di patria, e sentendola ripetere mille volte,

esultò immaginando quivi palpitassero mille petti cui largivano i cieli

il dono pericoloso di amare la patria. Grave errore fu questo, perocchè

non ripetessero già la voce bocche mortali, ma l'eco: e chi non sa che

l'eco tanto risuona maggiore, quanto più il luogo è deserto? Livorno se

ne sta pingue, stupida, mostruosa sopra il mare etrusco, come la balena

buttata alla spiaggia dall'impeto della tempesta.

Ferruccio allora contemplò con religiosa riverenza quelle bastie

dalle quali era stato respinto Massimiliano I, don Chisotto fra

gl'imperatori; si compiacque immaginare la pazza ira di quel superbo

costretto a indietreggiare vinto da così debole castello, con la

minaccia sopra le labbra, la paura nel cuore, con la veste lacera,

chè una palla da falconetto gli aveva portato via una manica del suo

robone imperiale di broccato d'oro trapunto di perle, la quale trovata

poi fu venduta cento ducati. Il prode uomo si prostrò davanti alla

statua che per ordine della Signoria di Firenze condusse di macigno

Romolo del Tadda e collocata sopra la fronte del bastione del Villano

in benemerenza della fede e del valore di che fece prova in cotesto

avvenimento la gente del contado.

Ella era semplice come la virtù, bella come il fatto che le aveva dato

origine. Rappresentava un villano con un palo in braccio, un sacco, un

barile ed un cane ai piedi; denotava il palo le palizzate costruite e

difese contro Massimiliano imperatore; il sacco e il barile, il pane e

l'acqua, a cui stettero contenti gli assediati finchè durò l'assedio;

il cane, la fedeltà pel comune di Firenze. E qui è cosa festevole assai

notare come l'uomo, creatura superba, scelga un animale per significare

qualche sua virtù, il cane per la fedeltà, il serpente per le prudenza,

e simile. La verità scoppia la superbia, le bestie vagliono meglio di

noi, forse perchè, come al creatore piacque, non compartiva loro la

ragione[297].

Questo insigne monumento scomparve sotto il principato; in vece

sua orna adesso Livorno la statua di un principe con quattro uomini

incatenati sotto nella base, ingenua espressione della monarchia! — Chi

è costui? Prima fu cardinale, poi principe della Toscana per retaggio

del suo fratello maggiore morto di veleno. Quale impresa rammemora il

monumento? Nessuno lo sa. La storia tace. Le statue ritte al principe

vivo, più che dimostrazione di grandezza in lui, fanno testimonianza

della viltà di chi gliele offriva. Non forse i Romani inaugurarono

statue a Domiziano, a Nerone e a Caligola? Se i cranii dei Medici

inariditi dentro le loro sepolture potessero formare un desiderio,

certo vorrebbero rovesciati i propri simulacri. Oh! voi sapeste quanto

è cosa dura la memoria a colui che si spense nel rimorso. I Medici

già quasi avrebbero conseguito l'oblìo: le monete dalla loro effigie

consumava il tempo: la storia udendo i delitti di quella turpe famiglia

gittò lo stilo e non volle registrarli; chè nè tante furono nè tanto

scellerate le colpe degli Atridi; e poi questi costrinse il fato,

mentre nei Medici fu spontaneità di libidine e di sangue... — per altro

non si ricorderebbero; stanno le statue: — in ciò che più agognarono,

adesso rimangono puniti, — nella bassezza di turpi lusingatori. Durino

quelle statue; non le logori il tempo, la inclemenza dei cieli non

le offenda: i principi hanno elevato con le loro mani il proprio

supplizio; — ogni uomo sa dove lanciare una maledizione: assai lunghi

anni si conserveranno così. Quando mutilate cadranno ingombrando,

masse deformi, il terreno, possa urtarvi dentro il cieco e rifiutarle,

esecrandole, per seggio dove aspettare l'elemosina del popolano che

passa.

Col sembiante dimesso, ravvolgendo mesti pensieri, passeggia il

Ferruccio sopra la estrema sponda del mare; volge i suoi passi verso

la parte di ponente, — ad ora ad ora solleva lo sguardo e geme,

non trova luogo dove fissarlo senza che si rinnovi in lui un'antica

memoria di dolore: guardando a man destra scorge la eminenza dove già

stette Torrita, l'antica città; — in lei si agitarono alti spiriti,

in lei fu copia di santi affetti, in lei care ricordanze, decoro di

sapienza e di grandezza: adesso rimase ogni cosa sepolta, un denso

strato di terra la ricuopre, un altro più denso di oblio; sparirono

fin anche le rovine; il tempo non ha lasciato neppure una lapide dove

piangere la morta città. Questo dileguarsi di città e di reami senza

segnar traccia fra i posteri, — questo morire tutti e il non vedere

differenza alcuna tra la estinzione di un popolo e la caduta dell'erba

dei campi davanti la falce del mietitore, contristavano amaramente

l'anima del nostro eroe. Nè gli giova meglio guardare a manca; quivi

a breve distanza nel mare gli si presenta un monumento che richiama

alla memoria un popolo italiano svenato da un altro popolo italiano,

— la terribile battaglia della Meloria. Colà Pisa giacque sotto la

fortuna di Genova. Oh nefande guerre fraterne!... Ferruccio dà volta

e indirizza il cammino verso levante: adesso si pone a contemplare

il cielo e le acque. — Magnifici elementi! Dapprima gli sembra che

emuli poderosi vogliano cimentarsi percorrendo a gara il cammino della

eternità sopra due parallele infinite, poi lontano lontano, quasi li

prenda fastidio della corsa solitaria, — si riuniscono, — si confondono

— continuano uniti il sentiero che loro avanza per giungere al punto

determinato. Il mare spiana le acque perchè il cielo vi contempli

dentro la propria bellezza, e il cielo ricambiando l'amore del fratello

gonfia con l'influsso della sua luna le marine, col tremolìo delle

stelle irradia i lembi dei flutti mormoranti; e quando la divina lampa

del sole ha infuocato le sue sfere, non sembra che la deponga in grembo

al mare perchè si riscaldi a sua posta? In riva al mare sorgeranno per

avventura pensieri strani, se vuoi, ancora bizzarri, ma sempre grandi:

nè alcuno presuma immaginare alti concetti, se prima non contempla

questa gloriosa creazione di Dio: se mai tu ti affacciassi al mare,

e il cuore rimanesse muto dentro di te, calca di un piede l'aratro e

rompi il seno della terra, — la natura ti destinava per questo.

Lo spirito del Ferruccio per siffatte immagini si estende; concepimenti

sublimi si affollano come ispirazioni al pensiero di lui, ch'egli si

affatica a ridurre a tale che possa la favella significarli e l'altrui

ingegno comprenderli. Quasi tratto fuori di sè, si percuote la fronte

e, gli occhi fissi nell'alto, esclama:

«Magnifica, Creatore, l'anima mia, — pel mio cuore basta!»

Vico Machiavelli si accosta frettoloso al Ferruccio, grave cura lo

preme, — da lontano lo chiama, — quegli non ascolta, — replica la

chiamata e sempre invano; — giuntogli dappresso, lo scorge, quasi tolto

a' sensi diversi, tendere ansioso lo sguardo su le acque, come farebbe

la madre che affidò il figlio all'Oceano per iscoprire la vela che deve

ricondurglielo tra le braccia; e poichè alla voce aggiunse il tirare

della veste, Ferruccio lo guarda in volto e favella:

«Chi sei? Perchè mi togli la visione della mia gloria? Vico, tu qui?»

— e, senza attendere risposta, continua: «Vieni, siimi testimonio che

in questa ora Dio mi ha rivelato il disegno di poter tutelare non solo

la libertà della patria, ma cambiare la faccia all'Italia, — forse

anche il mondo. Vedi là oltre?» — e col dito gli accenna davanti a sè,

— «là oltre è Africa; piegando alquanto a levante, quasi dirimpetto

a Roma, giaceva Cartagine... Quando la fortuna di Annibale prostrava

le forze romane in Italia, i padri nostri ardirono accogliere lo

stupendo divisamento di portare la guerra in Africa, e Scipione mutò i

destini del mondo, però che Annibale accorrendo in aiuto della patria,

— all'aquila romana tornò il cuore a riprendere il fatale suo volo a

traverso la terra[298]. Più che le libertà italiane premono ai Dieci

e alla Signoria di Fiorenza le case e masserizie loro; la fortuna

di rado favorisce i meschini concetti, spesso gli audaci. Essi mi

hanno rivestito di facoltà che paiono amplissime, ma sottosposte alla

condizione di volgermi più che io possa veloce alla tutela di Fiorenza:

Corri, mi hanno detto, ma dentro il circolo che noi ti segniamo. —

Ah! mi avessero dato balìa di movermi a mio talento, ecco, imitando

l'esempio di Scipione, giorno e notte camminando con passi accelerati,

mi spingo a Roma, sorprendo papa e cardinali, distruggo il papato,

sciolgo il voto del Frangsperg[299], — le dottrine di Lutero, che già

serpeggiano, non pure nel popolo, ma nelle reggie dei principi[300],

confermo, — la mia causa aggiungo a quella dei riformatori in Germania,

— scuoto il seggio di Carlo, — libero a un punto l'Italia dal giogo

spirituale e temporale, — rifabbrico il Campidoglio, — resuscito il

popolo romano...[301] Ahimè! questo pensiero mi ucciderà; bisogna

che tenti dimenticarlo. Chiudiamoci in Fiorenza, manteniamo viva la

lampada, dacchè ci è conteso suscitare l'incendio; anche qui occorre

pericolo, anche qui è gloria.»

Vico, lasciato trascorrere alcun tempo, favellò:

«Signor commissario, Giampagolo Orsini a grande istanza domanda

restringersi a parlamento con voi.»

«Colonna... Orsini..., che vuol da me questa lebbra d'Italia? Per bene

egli certo non giunge. La Repubblica ebbe abbastanza di loro. Va' e

riportagli da parte mia che s'ei viene a restituire il danaro che sotto

fede di condurre dugento fanti e dugento cavalli ai servigi di Fiorenza

si rubò il suo consorte abate di Farfa[302], gli renda e si vada con

Dio: traditori, per somma sventura, ne possediamo anche troppi.»

«E non pertanto», soggiunse Vico, «ai modi aperti di lui e alle

sembianze giovanili, avrei giurato non fosse uso a male opere...»

«Non importa; per essere giovane, non morde meno velenosa la vipera...

Ma tu lo dici giovane: di lui non intesi mai novella. Come si chiama

suo padre?»

«Renzo da Ceri, uomo assai riputato nella milizia, nè per quanto

io sappia, contaminato da brutta fama. Almeno il Cristianissimo lo

esperimentò fedele, quanto valoroso capitano.»

«È vero; — lo udrò, — mi aspetti.»

Dopo breve ora, Ferruccio si presentò all'Orsini e conobbe, come gli

aveva riportato Vico, essere giovane di belle non meno che di prestanti

sembianze. Lo guardò fisso in volto e con voce aspra lo interrogò:

«Orsini, che domandate voi dal commissario Ferruccio?»

«Signor commissario», risponde Giampagolo arrossendo e declinando

modestamente lo sguardo, «la fama che in tanto breve spazio avete

saputo meritarvi grandissima empie tutta la Italia. Qua mi trasse

amore della vostra virtù e desiderio di combattere per la causa che

sostenete. Ormai questa impresa diventò tale che le più inclite spade

d'Italia vi sono concorse per una parte o per l'altra: ella è amara

cosa pensare come non sieno tutte concorse dalla parte più giusta, —

ch'è la vostra; — colpa delle nostre voglie divise ed anche del fato,

imperciocchè senza intervento dei destini mal saprei dichiarare a me

stesso la cecità degli Italiani raccolti nel campo imperiale, i quali

guerreggiando Fiorenza par che non veggano come con le proprie mani

si lacerino le viscere; — io poco offro alla libertà di Fiorenza, o

piuttosto d'Italia, — ma se non offro di più, non m'incolpate; vi do

quanto possiedo di danaro e di sangue.»

«Giovane, la causa che piace a me, non sembra che piaccia alla fortuna.

Gli Orsini poi cercarono sempre e sopra tutto la fortuna.»

«Commissario, conosco le colpe dei miei padri e le detesto. Per

quanto mi fosse concesso operare in pro dell'Italia, assai di leggieri

comprendo non potrei a gran pezza ristorare il danno che le arrecarono

i miei. Ma s'è folle che il nipote insuperbisca pei vanti paterni,

ingiusto è del pari che a cagione del padre si abbia a disprezzare il

figliuolo: e certo voi, commissario Ferruccio, non accogliete sì bassi

spiriti nè contenderete che un giovane procacci con la sua spada la sua

fama, nè vorrete ch'io getti via disperato una vita che potrei spendere

utilmente pel mio paese, gloriosamente per me.»

«Udite, Giampagolo, giunto a questa parte della età mia, per amara

esperienza, ho conosciuto che il linguaggio quanto più si mostra

generoso, tanto maggiore abiezione dell'animo adombra.» — Qui il

giovane alzò gli sguardi e li tenne fieramente fermi negli sguardi

del Ferruccio, il quale continuava: «Però questo non dico per voi,

Giampagolo, imperciocchè se la ipocrisia potesse mentire, come fate

voi, non dirò favella, ma colore, sguardo e tutto in somma, allora

davvero mancherebbe ogni via per iscoprire la virtù, e col timore di

essere ad ogni momento tradito la vita non meriterebbe il pregio di

essere conservata tra tante tribolazioni. Venite dunque a parte di quei

pericoli e di quella gloria che mi destinano i cieli, certo almeno di

questo, che, qualunque sia per essere la nostra fortuna, non mancherà

di chiara ed onorata fama.»

[Illustrazione: L'Antinori si ostina.... _Cap. XXVII, pag.

626._]

Giampagolo gli strinse la mano, Vico l'altra, e fecero atto di

volergliele baciare; lo impediva il Ferruccio, che commosso altamente

diceva:

«No, no, venite tra le mie braccia: aveva un figlio, ora mi trovo a

possederne due: non dubitare, Vico, basta a tutti l'anima mia. Orsino,

buon augurio mi dai, tu mi accresci le forze alla speranza.»

Questo fatto io trovo registrato da tutti gli storici, nè io ho

voluto tacerlo, e tutti quelli che con auspicio ed ingegno migliori

prenderanno a parlare di questi tempi, scongiuro a non lo lasciare

inonorato. Certamente lo straniero si meraviglierà di questa lode,

e non saprà persuadersi come si abbia a levare a cielo azione così

naturale. I comandamenti della legge di Dio non dovrebbero per

avventura comprendere ancora il precetto al cittadino di sovvenire

con tutte le forze la propria patria? Giampagolo Orsini non aveva

forse sortito i suoi natali in Italia? Ma lo straniero cesserà la

maraviglia per due cause: una che senza la mia spiegazione gli sarà

nota, cioè che gli uomini in generale sogliono i comodi anteporre

alla fama; l'altra poi (e quantunque mi gravi dirla, la manifesterò

ad ogni modo, poichè a me non piaccia la ipocrita carità patria che

dissimulando le colpe assopisce con encomii bugiardi, e ufficio vero di

buon cittadino consideri la rampogna acerba che conduce all'ammenda)

abbisogna di commento italiano, ed è questa, che o per ira di Dio o,

come credo piuttosto, per tristizia degli uomini, fummo e siamo noi

altri Italiani siffattamente divisi che il Romano crede avere che fare

col Fiorentino quanto con un abitante dell'Oceania o di quale altra

più remota parte del mondo. I Piemontesi si reputano così estranei alle

cose d'Italia che, favellando con Toscano, Romano o Napoletano, hanno

in costume di designarlo così: — Voi altri abitanti d'Italia. — Questo

mal seme funestando il nostro paese nei tempi di che si parla anche

più fieramente che ai nostri, l'azione dell'Orsini non parrà ufficio

patrio, ma sibbene amore purissimo degli uomini e della libertà.

Il Ferruccio, lasciata Livorno, si riduce a Pisa: qui appena giunto

gli scemò la speranza, non l'animo. Gli aveano dato i Signori poteri

ampissimi, anche di donare terre e città, ora che da Volterra e Pisa

in fuori non ne tenevano altre nel loro dominio; lo avevano eletto

generalissimo degli eserciti, nè gli mandavano gente o pecunia per

farne; soffriva i tormenti di Prometeo, si assottigliava l'ingegno per

trovare danari, e non rinveniva il modo; n'ebbe dall'Orsino, ma pochi:

egli davvero si sarebbe coniato anche il cuore. Quantunque di natura

piuttosto superbo che altero: come Provenzano Salvani[303], si condusse

a tremare per ogni vena supplicando fin colle lagrime i più facoltosi

tra i cittadini pisani, affinchè gliene imprestassero, offrendo

sicurezza sopra i suoi beni e su quelli dell'Orsino: vedendo non

fruttare le preghiere nè la promessa di largo guadagno, mutata mente,

impose pagassero; chi rifiutasse sarebbe carcerato; sopportassero

tutti la taglia così cittadini come forestieri; e poichè uno di loro

disse avrebbe sostenuto piuttosto morire di fame o impiccato che

pagare pure un quattrino, comandò nessuno ardisse recargli cibo o

bevanda. L'ostinato Pisano non perciò si rimuoveva[304], e il Ferruccio

sempre più si fermava nel suo proponimento, e lo avrebbe per certo

fatto impiccare, se i suoi parenti pagando per lui non lo avessero

liberato[305].

Nè già si creda che nel Pisano ciò fosse tutta avarizia, ma in gran

parte rancore contro i Fiorentini, i quali dopo ferocissima guerra

più che quindicennale tolsero alla sua patria la libertà. Fu questa

veramente colpa dei Fiorentini, della quale però gli avrebbe, non

che assoluti, celebrati la ragione politica, se, come intendevano,

riuscivano a dominare sopra la universa Italia. Tra la serie infinita

di sventure volle il destino che il concetto medesimo agitassero i

principi e le repubbliche d'Italia, ma le forze si trovassero così

equilibrate con quelle degli altri, tanta sapienza dimostrassero gli

stati a stringere lega tra loro, onde altri non crescesse, che nessuno

potè condurlo a fine; sicchè le conquiste delle terre vicine, mancato

lo scopo, parvero ingiustizie, l'esito non giustificò la rapina;

suscitaronsi odii che non poterono poi spengersi con i vantaggi di

bene universale; l'amore di municipio non si trasfondendo nell'amore di

popolo italiano, diventò furore. Adesso la piaga non duole... perchè la

si è fatta cangrena.

Mentre più si travagliava il Ferruccio in questa faccenda, Luigi

Alamanni, istando presso la nazione fiorentina stanziata in Lione,

raccolse certa quantità di pecunia e la inviò speditamente al valoroso

commissario[306]. Riprese lena, si dette a levare gente, formò nuove

compagnie, mescolò agli inesperti certa quantità di provati, esercitò

tutti, rivide le cittadelle e le munì; scrisse lettere ortatorie

agli uomini del contado e ne ottenne cavalli. Molti lavoratori si

presentarono co' loro arnesi rurali, ed ei ne formò due compagnie

di marraiuoli senza provvederli di altre armi, perocchè sapeva che

gl'istrumenti co' quali si lavorava la terra sono eziandio molto bene

acconci a difenderla; ragunò vettovaglie, apprestò cariaggi, scale,

polvere, ogni maniera munizione. Considerando dovere tenere la strada

per vie dirupate, alle artiglierie impraticabili, per non rimanere

privo di questo potentissimo mezzo di guerra, ordinò dodici moschette o

vogliamo dire spingarde, da potersi accomodare in qualunque più arduo

luogo mercè alcuni cavalletti molto agevoli al trasporto, finalmente

apprestò copia di trombe di fuoco artifiziato e distribuì ad ogni

capitano la sua. L'antico Briareo non sembrò più favola, egli operava

ratto e molteplice, come se la natura gli avesse compartito cento

braccia e cento teste.

Però mentre a tante cose provvedeva, dimenticò sè stesso. La vigilia

prolungata, i soprumani travagli, l'oblio degli alimenti lo fecero

macro, gli occhi gli diventarono vitrei e fissi, sopra le guance

pallide ad ora ad ora appariva una striscia di colore etico. Un giorno,

mentre più acuto costringeva il pensiero alla meditazione, gli si turbò

il cervello; come arco troppo teso si rompe, e il dardo pronto a volare

nel brocco cade senza forza od obliquo, così la sua immaginazione

giacque spossata; sente lo sfinimento del naufrago sopraffatto dalle

onde burrascose, gli si abbuia l'intelletto; la febbre, la quale dopo

le ferite tocche a Volterra quando più quando meno non gli aveva mai

dato tregua, gli riarde il sangue e gli ricorda essere la sua anima

legata pur sempre all'inviluppo di carne.

Lo tormentò un lungo delirio, ma anche nel disordine delle facoltà

intellettuali splendè luminoso a guisa di stella che tolta all'armonia

dei cieli si avvolga nella sua vagante carriera non meno lucida di

prima. Furono le sue visioni di patria, di battaglie, di gloria,

qualche volta di sconforto, ma rade e passeggiere, quasi tenue nuvola

presto portata dall'ale dei venti traverso il disco della luna.

Risensato appena, solleva il fianco ed esclama:

«Abbiamo combattuto? Abbiamo vinto? — Ah! il morbo mi tiene giacente

nel letto. — Porgetemi l'arme; io non ho tempo di trattenermi ammalato,

non voglio essere infermo... anche un mese di salute, fortuna, poi a

cui la vuole gli dono la vita...»

A queste aggiunse altre parole, nè i circostanti riuscirono a fargli

deporre quel suo proponimento, se il medico discreto non lo ammoniva

che in cotesto modo agitandosi prolungava la sua infermità con danno

inestimabile della patria.

«Vico», disse un giorno al Macchiavelli, «chiamami i miei capitani,

la vista di questi prodi uomini mi conforterà l'anima. Ahi quanto mi

travaglia Fiorenza!»

E i capitani vennero, coperti di armi maravigliose, a vedersi; e il

Ferruccio esultò e,

L'assedio di Firenze · 第 62 / 81 段