La storia non riescirebbe piena, nè potrei acconciamente proseguirla,

dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per

ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti

iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero

gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e

siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si

attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si

trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di

quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione

della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da

coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I

giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e

considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole

è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta

difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già

muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono

far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.

Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava

e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli

aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli

rimandava sotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti,

ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi

senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite.

Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si

era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che

non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare

quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava

l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina

del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama

nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto

egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di

Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia

se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo

si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere

imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro.

Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono

i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune

scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano

buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la

lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano

Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se

il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita;

— l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone

uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con

tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali

scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra.

Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con

indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se

una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito

i combattenti.

Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da

Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato,

nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col

conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con

parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal

conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere,

potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era

molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene

capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che,

tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti

avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da

porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che

andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la

imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro

i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali

con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento

cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta

ira che non vergognarono andare con mezzo esercito a combattere un

uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo

s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi,

deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò

ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il

conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva

dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro:

sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere

finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto,

poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e,

pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato

come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata

troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue,

sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti

dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso

correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di

porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando

l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove

ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in

ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una

zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto

lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si

getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima

che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto

il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i

miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una

stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti

salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante

di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della

tirannide straniera e in danno della libertà della patria.

[Illustrazione: ... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta

in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi

solleva la scure... _Cap. XXVI, pag. 605._]

Il popolo, racconta Benedetto Varchi nell'undicesimo libro delle sue

_Storie_, ormai infastidiva per la lunghezza dell'assedio, e i più

prudenti conoscevano quanto più s'indugiava, e più si peggiorava:

«perciocchè con altro vantaggio si fanno le cose quando altri può non

le fare che quando uno è costretto a farle; e tale ajuta uno che si

regge in piè, che, veduto sdrucciolare, non solo non lo sostiene, ma

gli dà la pinta.» Mormoravano dunque in Firenze, ed una voce universale

accusava Malatesta di non voler combattere; ond'egli costretto,

datone prima l'annunzio agli avversari, uscì fuora «e disse, aggiunge

il citato storico, che per contentare il popolo, ma in fatto per

isbigottirlo e aver colorata ragione di non combattere, che voleva

uscir fuora, ma che bisognava prima tentare come trovasse i nemici

per poter poi con maggiore vantaggio assaltarli.» Uscì di fatto, e suo

malgrado fu combattuta tale battaglia (dal Varchi con tanta evidenza,

estensione e particolarità esposta da non potere aggiungervi, nè anche

volendo, parola), che avrebbe dato per certo vinta la guerra e rotto il

campo, se Malatesta ordinava uscissero tutti ad azzuffarsi col nemico.

Nessuna occasione si era presentata migliore di questa dal principio

dell'assedio in poi. Stolto al pari che iniquo, tradì a un punto

l'Italia e sè stesso, come vedremo tra poco.

Un'altra fazione la quale senza tradimento del Malatesta avrebbe dato

vinta la guerra, o almeno posta la città in condizione di accomodarsi

a buoni patti, fu questa. Il signor Stefano Colonna, per riacquistare

la grazia presso l'universale, che conosceva avere perduta pel fatto di

Amico da Venafro da noi nei precedenti capitoli accennato, propose un

assalto notturno, noto a quei tempi col nome d'_incamiciata_, contro il

campo dei Tedeschi stanziati a San Donato in Polverosa, al comando dei

quali in luogo del conte di Felix era stato preposto il conte Ludovico

di Lodrone. Dove fosse riuscito, il danno della perdita di Empoli si

ristorava, perchè veniva ad aprirsi la via di Prato e di Pistoia, donde

potevano ricavarsi vittovaglie e sussidi. Che poi Prato e Pistoia,

comecchè di presente sottoposte al nemico, fossero per mutare parte,

non era da dubitarsi, essendosi questa ultima città già levata a rumore

e cacciato via il commissario del papa con uccisione di molti soldati

spagnuoli. Conferito il suo disegno al gonfaloniere e agli altri

magistrati, lo commendarono assai, e gli dissero parole di conforto,

onde si affrettasse di mandarlo a compimento. Richiesto Malatesta si

turbò, si oppose, disse questo pensiero follìa, andasse chi voleva

andare, per lui si sarebbe rimasto, le regole della milizia impedirgli

di spingere a morte sicura le vite degli uomini. — Non vedevano il

campo dei Tedeschi munito e insuperabile? Non sapevano starvi a guardia

un capitano vigilantissimo'? — Riuscirono le sue parole invano: vollero

ciò nonostante combattere: in questo mentre calò la notte. Declinava

la terza alla quarta vigilia, quando due uomini appiattati dietro certe

macie di sassi videro uscire dalla porta di San Piero Gattolino un uomo

con molto riguardo e prendere la volta del campo nemico. Si rammenterà

il lettore come Malatesta, stando in sospetto di sè, lasciasse l'orto

dei Serristori sul Renaio e se ne andasse ad abitare la casa di

Bernardo Bini su la strada maestra di San Felice in piazza presso a

San Pier Gattolino, situazione che lo rendeva padrone della porta, e

lasciava in sua facoltà introdurre e mandar fuori quanta più gente gli

piacesse. I due sconosciuti trassero dietro all'uscio, e all'improvviso

gli caddero addosso per fermarlo, lo tennero, gl'imposero di tacere,

avrebbe salva la vita; ma siccome egli non rifluiva di chiamare ad

alta voce soccorso, gli dettero delle coltella nella gola, e poi

caricatoselo sopra le spalle con presti passi attinsero porta San

Miniato, dove scambiati certi segni, furono loro aperte lo imposte e

accolti dentro.

Erano Dante da Castiglione, di fresco eletto capitano della banda

della milizia sotto la insegna dei Vaio, e il capitano Giovanni da

Vinci. Costoro deposero il cadavere in mezzo della strada, e fatti

portare de' torchi, di leggieri lo riconobbero per un soldato côrso,

di quelli del Malatesta, travestito; lo frugarono diligentemente, ma

non gli rinvennero addosso alcuna carta; agevol cosa fa argomentare

mandarlo Malatesta ad avvisare il principe del prossimo assalto. Si

affrettarono pertanto a portarne la nuova al signore Stefano, quando la

prima persona che occorse loro davanti nei quartieri di quel capitano

fu Cencio Guercio, il quale per ordine del suo signore esponeva, poichè

ad ogni costo intendevano combattere, volere Malatesta essere partecipe

dei pericoli di cotesta impresa, — non consentire la sua natura si

dicesse: fu sotto di Firenze combattuta una fazione senza il capitano

generale dell'esercito fiorentino, — manderebbe primi i più valorosi

tra i suoi soldati, ne darebbe la condotta come pegno di onore a quelli

tra i suoi capitani che meglio si fossero comportati nella guerra

presente: alle quali parole con certo suo piglio soldatesco rispondeva

il Colonna: non avere mai con mal animo sofferto di prendere i suoi

compagni l'arme a parte della gloria, sol qualche volta essergli doluto

di partire con loro il pericolo; venisse il signore Malatesta, sarebbe

accolto con la reverenza dovuta al grado e al valore di lui. Cencio

Guercio ossequiando il Colonna si partiva. Allora si trassero avanti

il Castiglione e Giovanni da Vinci esponendo quanto era loro avvenuto;

su di che il signore Stefano si espresse con simili parole: — «Certo

cotesta volpe perugina qualche mal tiro ci apparecchia, ma come volete

voi che io rifiuti il vostro generale supremo? Quando si fa quello che

non si deve, c'incoglie quello che non si crede.» — E ciò disse un poco

turbato, perchè in suo segreto non sapeva darsi pace che a lui avessero

i Fiorentini anteposto il Baglione.

Conferito col Malatesta l'ordine dell'assalto, due ore prima del

giorno il signore Stefano uscì di porta a Faenza conducendo seco

Giovanni da Turino, Virgilio Romano, Ivo Biliotti, Antonio Borgianni,

Gigi Niccolini, Zannone da Borgo, Piero Bolzoni, Cristofano da Fano,

Domino e Parigi da Fabbriano, Morgante da Urbino e tutta la banda del

Vaio condotta da Dante da Castiglione; fra tutti oltre due mila. Da

porta del Prato uscì Pasquino Corso e Cencio Guercio col colonnello

dei soldati del Malatesta: questi poi uscì per la porticciuola della

Mulina, attelandosi con millecinquecento fanti lungo la riva dell'Arno,

acciocchè se i nemici avessero voluto soccorrere i Tedeschi, non

potessero varcare il fiume. Il signore Stefano e Pasquino dovevano

percuotere il campo da due parti: prima il Colonna, Pasquino quando

chiamato; scelse quegli la più lunga via, questi la più breve. Cencio,

percorsa mezza della sua strada, disse a Pasquino, di lasciarsi

dietro parte del colonnello e procedere con l'altro alla volta del

nemico: il qual consiglio sembrando stolto a Pasquino, l'altro riprese

andasse pure innanzi, ch'ei troppo bene sapeva quello che si facesse.

S'inoltrano e, giunti presso ai ripari, Cencio, messa la corda sopra

l'archibugio, lo sparò contro una sentinella, gridando ad alta voce:

Svégliati, Tedesco, chè siamo venuti a portarti treggia di piombo. —

Il campo, che, essendo il caldo grande e la notte inoltrata, se ne

stava a dormire, fu subito sveglio, e corse frettoloso all'arme. I

Perugini molto di leggieri superarono i primi ripari, ed inondati gli

alloggiamenti, quivi quanti trovarono o ignavi, o vecchi, o infermi

nei letti tanti ne uccisero poi secondo il mal costume dei soldati si

sbandarono per saccheggiare. Il signore Stefano, tutto cruccioso per

la contravvenzione all'ordine stabilito si voltò al Castiglione e gli

disse. «Messer Dante, comincia a manifestarsi il Malatesta.» — Quindi

accelerando i passi dette dentro i ripari, e commecchè trovasse svegli

i soldati, con tanto impeto gli assalse che presto vinse le prime

trincee, ed oltre procedendo prese ancora le seconde: molto più che,

ad accrescere lo spavento dei nemici, Giovanni da Turino aveva portato

seco alcune trombe di fuoco, le quali gittate tra mezzo ai Tedeschi

sonnacchiosi partorirono effetto maraviglioso. Il conte Ludovico

facendo buon viso alla fortuna formò uno squadrone dei più valorosi,

ai quali impose abbassassero le picche e stessero fermi. Il signore

Stefano manda subito ad avvertire Pasquino che lasci di inseguire chi

fugge e si affretti a soccorrerlo, e intanto si spinge ad affrontare

il Lodrone. Ivo Billiotti comportandosi con la consueta sua audacia

fu quegli che gridò: «Su, valenti uomini, lasciamo gli archibugi e

mescoliamoci.» — Obbedendo volonterosi al consiglio si cacciarono tra i

ferri delle picche, combattendo più micidiale battaglia: pel bujo della

notte si udivano gemiti, ferri cozzantisi e un chiamare affannoso che

faceva l'uno dell'altro, non sentendoselo più a canto per sospetto non

fosse caduto ferito. I giovani Fiorentini, per quello che assicurano

gli storici, gareggiarono co' soldati vecchi, e assai chiaramente

dimostrarono come per essi si sarebbe potuto salvare la patria, se un

capitano meno tristo lo avesse voluto. Intanto il signor Stefano non

vede comparire il soccorso di Pasquino, e ben si avvisa della cagione.

Il valore dei prodi uomini che gli stanno d'intorno lo assicura di

non perdere, ma, per vincere conosce abbisognare di sforzo maggiore;

tuttavolta riappicca con sempre crescente avventatezza la zuffa contro

i Tedeschi, che si difendono con l'estremo della possa loro; stanno

davanti alle percosse saldi come muro di bronzo. Qui fu che il Colonna

rilevò due ferite, una nella bocca con perdita di più denti, l'altra

nelle parti pudende. Così si travagliavano da una parte e dall'altra

quando, cominciando farsi giorno, Malatesta, udendo il suono delle

trombe e vedendo che i cavalli nemici si apparecchiavano a guadare

il fiume, invece di opporsi, come era suo officio, richiamò Margutte

Perugino, che aveva mandato avanti con cento cinquanta archibusieri,

e Cencio cogli altri soldati. Dante da Castiglione, accorgendosi del

brutto abbandono, corre alla volta del Colonna e lo prega a ritirarsi;

egli rimarrà a sostenere l'assalto. Il signore Stefano soldato vecchio,

a cui pareva troppo grande vergogna lasciare il campo mentre il

Castiglione, giovane e nuovo nell'arme, vi si mantiene, rifiuta. Non

riuscendo Dante a persuaderlo con le parole, si volge ai circostanti ed

esclama: «E che! lascerete voi finire il valente capitano Colonna così

malconcio della persona? Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore

della milizia italiana.» — Lo trassero a braccia; appena raggiunse il

Malatesta, che si era fermato davanti la porta della Mulina.

«Gran mercè, capitano» gli disse, «il soccorso di Perugia vale peggio

del soccorso di Pisa: questo venne tardi ma il vostro non giunse mai.»

«Signore Stefano, non vedete voi che i cavalli di Orange hanno già

presso che guazzato Arno? Se si spingevano tra la porta e me, dove

sarei andato io?»

«All'inferno, dove dovresti essere andato già da gran tempo», gli

rispose concitato il Colonna, a cui l'ira toglieva la consueta

prudenza.

Indi a poco sovraggiungevano i giovani fiorentini non in sembianza di

fuggiaschi o di perdenti, bensì invece di uomini che non avevano vinto

come voleano. Anch'essi comparvero carichi, non già di preda a modo dei

soldati, specialmente quelli del Malatesta, sibbene dei fratelli loro

morti e feriti, che pietà cittadina e gentile alterezza aveva persuaso

a non gli lasciare sul campo. In fondo della colonna si vedea un fitto

polverio, e quinci muoveva strepito d'armi, uno sfidarsi scambievole,

un dirsi ingiuria. Tentavano i più animosi tra i nemici sturbare la

ritirata; più volte si avventarono, e sempre furono con molte morti

respinti da Dante da Castiglione e da alquanti incliti giovani che gli

faceano corona. Pur finalmente accorgendosi gli Oragiani essersi anche

troppo inoltrati sotto il tiro delle artiglierie, voltarono frettolosi

le spalle. I nostri si fermarono, e quelli che poterono inviarono al

nemico fuggente un ultimo saluto di piombo e di fuoco.

Al termine estremo della colonna ecco comparisce Dante; gli è uscito

l'elmo di testa, ha i capelli rabbuffati e sordidi di polvere, la

faccia nera dal fumo della polvere; stringe nella destra un troncone

di spada; preoccupato dalla intensa passione, senza pure vederlo si

accosta al Malatesta. Questi raggiante in volto occorrendogli lo chiama

a nome; Dante lo guarda traverso, poi torce la persona, come si fa

quando a caso s'incontrano gli oggetti abborriti. Insiste il Perugino e

giuntogli sopra, si curva sul mulo per abbracciarlo e baciarlo. Non lo

sostenne quell'anima sdegnosa, e da sè ributtandolo proruppe:

«Va' va'; tutto questo ho già letto nell'evangelo di San Matteo, e vi

ho letto eziandio un'altra cosa che tu non attendi, oppur ti sovrasta,

il capestro e la infamia.»

«Messer Castiglione, uditemi per Dio.... Una forte gazzarra mi ha

percosso dalla parte del monte; io mi sono tratto indietro forte

temendo non assaltasse il principe di Orange i bastioni di San Miniato.

Incolpatene i giovani lasciativi a guardia, che hanno messo fuoco alle

artiglierie in festa della rotta dei lanzi.»

«E dell'uomo mandato stanotte ad avvisare l'Orange chi ne fu colpa,

Baglione? Credi forse che Dio non sia, o credi che, essendo, non ti

abbia egli a far render ragione dei prodi uomini morti in battaglia pei

tuoi tradimenti? Guai a te, Malatesta! Pensa al fine!»

«Ormai mi sembra», favellava Cencio Guercio mentre il Castiglione si

allontanava, «che sul conto nostro vadano tutti d'accordo.»

«Ma era quello che pensava ancor io; ecco il mal passo: ormai non

possiamo ingannare più nessuno; d'ora innanzi ci conviene procedere a

visiera levata.»

In questo mezzo tempo, quasi tante e siffatte sventure non bastassero,

sopraggiunsero novelle di Francia, le quali diceano Sua Maestà

Cristianissima negare ai mercatanti fiorentini residenti a Lione i

sessantamila scudi d'oro del sole già dai medesimi a lui prestati nelle

scorse urgenze, a fine di potere sovvenire con quelli la patria ridotta

in tanto estremo; anzi avere usato Sua Maestà queste espresse parole;

che, nel caso avessero i Fiorentini a contendere con Cesare, non

volea che ciò facessero co' suoi denari; e poichè l'oratore insisteva

a rappresentargli che li danari resi a chi gli ha imprestati non

possono dirsi propri, ma altrui, egli, mostrando avere quei discorsi

in fastidio, aveva alzato le spalle e risposto più nulla. Sapersi

all'opposto, e per mille riscontri confermarsi, che il re desiderava

tornasse Firenze sotto il dominio dei Medici, e in ciò adoperarsi con

tutti i nervi per far quindi a Clemente papa palese pe' suoi interessi

giovare meglio i trattati di un re di Francia che non le armi di un

imperatore; essere egli parato per tanto a qual si voglia infamia a

patto di venire a capo di nemicare Arrigo d'Inghilterra e il pontefice

contro Carlo, stringere nuova lega e vendicare con nuove battaglie

le offese apportate alla sua anima superba[293]. Essersi gli oratori

rivolti a madama Luisa, e averle rammemorato le tante e con tanti

giuramenti reiterate promesse di soccorrere i Fiorentini, restituiti

appena che le fossero i nepoti: farla adesso lieta di loro presenza

i nepoti; ricompensasse dunque la fede della lealissima città di

Firenze, la quale col mantenere viva la guerra aveva contribuito non

poco alla restituzione degli incliti principi: alle quali esortazioni

la invereconda donna avere risposto non volere più guerra, essere pur

tempo il mondo si pacificasse, tratta appena da un mal passo guardasi

molto bene a non porre il piede in fallo; avere ella acconciato i

casi suoi, pensassero i Fiorentini a' loro. «Talchè» conclude l'ultima

lettera dell'oratore Carduccio, «è necessario fondarci in su l'ajuto

divino e su i provvedimenti gagliardi di modo che più facilmente e con

più reputazione si possa con cotestoro comporre[294].»

Così brutto mancamento di fede abbiamo veduto rinnovare dai Francesi

ai giorni nostri. Taccio della Polonia, parlo d'Italia: minacciati

dalla lega settentrionale, concitarono gl'Italiani a levare le armi per

ricuperare l'antica libertà, si fecero un riparo di animali viventi,

e quando si furono apparecchiati a sostenere l'urto nemico, lasciarono

precipitare chi si era levato per loro, motteggiarono sopra i supplizi,

ai caduti schernirono, e quando stretti dalle imprecazioni del

mondo doverono rispondere, uno di loro salì su la tribuna e al mondo

stupefatto gridò: Il sangue della Francia è per la Francia!

L'assedio di Firenze · 第 61 / 81 段