dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per
ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti
iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero
gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e
siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si
attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si
trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di
quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione
della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da
coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I
giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e
considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole
è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta
difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già
muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono
far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.
Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava
e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli
aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli
rimandava sotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti,
ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi
senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite.
Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si
era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che
non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare
quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava
l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina
del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama
nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto
egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di
Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia
se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo
si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere
imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro.
Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono
i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune
scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano
buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la
lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano
Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se
il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita;
— l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone
uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con
tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali
scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra.
Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con
indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se
una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito
i combattenti.
Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da
Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato,
nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col
conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con
parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal
conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere,
potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era
molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene
capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che,
tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti
avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da
porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che
andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la
imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro
i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali
con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento
cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta
ira che non vergognarono andare con mezzo esercito a combattere un
uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo
s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi,
deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò
ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il
conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva
dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro:
sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere
finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto,
poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e,
pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato
come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata
troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue,
sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti
dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso
correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di
porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando
l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove
ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in
ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una
zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto
lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si
getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima
che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto
il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i
miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una
stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti
salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante
di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della
tirannide straniera e in danno della libertà della patria.
[Illustrazione: ... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta
in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi
solleva la scure... _Cap. XXVI, pag. 605._]
Il popolo, racconta Benedetto Varchi nell'undicesimo libro delle sue
_Storie_, ormai infastidiva per la lunghezza dell'assedio, e i più
prudenti conoscevano quanto più s'indugiava, e più si peggiorava:
«perciocchè con altro vantaggio si fanno le cose quando altri può non
le fare che quando uno è costretto a farle; e tale ajuta uno che si
regge in piè, che, veduto sdrucciolare, non solo non lo sostiene, ma
gli dà la pinta.» Mormoravano dunque in Firenze, ed una voce universale
accusava Malatesta di non voler combattere; ond'egli costretto,
datone prima l'annunzio agli avversari, uscì fuora «e disse, aggiunge
il citato storico, che per contentare il popolo, ma in fatto per
isbigottirlo e aver colorata ragione di non combattere, che voleva
uscir fuora, ma che bisognava prima tentare come trovasse i nemici
per poter poi con maggiore vantaggio assaltarli.» Uscì di fatto, e suo
malgrado fu combattuta tale battaglia (dal Varchi con tanta evidenza,
estensione e particolarità esposta da non potere aggiungervi, nè anche
volendo, parola), che avrebbe dato per certo vinta la guerra e rotto il
campo, se Malatesta ordinava uscissero tutti ad azzuffarsi col nemico.
Nessuna occasione si era presentata migliore di questa dal principio
dell'assedio in poi. Stolto al pari che iniquo, tradì a un punto
l'Italia e sè stesso, come vedremo tra poco.
Un'altra fazione la quale senza tradimento del Malatesta avrebbe dato
vinta la guerra, o almeno posta la città in condizione di accomodarsi
a buoni patti, fu questa. Il signor Stefano Colonna, per riacquistare
la grazia presso l'universale, che conosceva avere perduta pel fatto di
Amico da Venafro da noi nei precedenti capitoli accennato, propose un
assalto notturno, noto a quei tempi col nome d'_incamiciata_, contro il
campo dei Tedeschi stanziati a San Donato in Polverosa, al comando dei
quali in luogo del conte di Felix era stato preposto il conte Ludovico
di Lodrone. Dove fosse riuscito, il danno della perdita di Empoli si
ristorava, perchè veniva ad aprirsi la via di Prato e di Pistoia, donde
potevano ricavarsi vittovaglie e sussidi. Che poi Prato e Pistoia,
comecchè di presente sottoposte al nemico, fossero per mutare parte,
non era da dubitarsi, essendosi questa ultima città già levata a rumore
e cacciato via il commissario del papa con uccisione di molti soldati
spagnuoli. Conferito il suo disegno al gonfaloniere e agli altri
magistrati, lo commendarono assai, e gli dissero parole di conforto,
onde si affrettasse di mandarlo a compimento. Richiesto Malatesta si
turbò, si oppose, disse questo pensiero follìa, andasse chi voleva
andare, per lui si sarebbe rimasto, le regole della milizia impedirgli
di spingere a morte sicura le vite degli uomini. — Non vedevano il
campo dei Tedeschi munito e insuperabile? Non sapevano starvi a guardia
un capitano vigilantissimo'? — Riuscirono le sue parole invano: vollero
ciò nonostante combattere: in questo mentre calò la notte. Declinava
la terza alla quarta vigilia, quando due uomini appiattati dietro certe
macie di sassi videro uscire dalla porta di San Piero Gattolino un uomo
con molto riguardo e prendere la volta del campo nemico. Si rammenterà
il lettore come Malatesta, stando in sospetto di sè, lasciasse l'orto
dei Serristori sul Renaio e se ne andasse ad abitare la casa di
Bernardo Bini su la strada maestra di San Felice in piazza presso a
San Pier Gattolino, situazione che lo rendeva padrone della porta, e
lasciava in sua facoltà introdurre e mandar fuori quanta più gente gli
piacesse. I due sconosciuti trassero dietro all'uscio, e all'improvviso
gli caddero addosso per fermarlo, lo tennero, gl'imposero di tacere,
avrebbe salva la vita; ma siccome egli non rifluiva di chiamare ad
alta voce soccorso, gli dettero delle coltella nella gola, e poi
caricatoselo sopra le spalle con presti passi attinsero porta San
Miniato, dove scambiati certi segni, furono loro aperte lo imposte e
accolti dentro.
Erano Dante da Castiglione, di fresco eletto capitano della banda
della milizia sotto la insegna dei Vaio, e il capitano Giovanni da
Vinci. Costoro deposero il cadavere in mezzo della strada, e fatti
portare de' torchi, di leggieri lo riconobbero per un soldato côrso,
di quelli del Malatesta, travestito; lo frugarono diligentemente, ma
non gli rinvennero addosso alcuna carta; agevol cosa fa argomentare
mandarlo Malatesta ad avvisare il principe del prossimo assalto. Si
affrettarono pertanto a portarne la nuova al signore Stefano, quando la
prima persona che occorse loro davanti nei quartieri di quel capitano
fu Cencio Guercio, il quale per ordine del suo signore esponeva, poichè
ad ogni costo intendevano combattere, volere Malatesta essere partecipe
dei pericoli di cotesta impresa, — non consentire la sua natura si
dicesse: fu sotto di Firenze combattuta una fazione senza il capitano
generale dell'esercito fiorentino, — manderebbe primi i più valorosi
tra i suoi soldati, ne darebbe la condotta come pegno di onore a quelli
tra i suoi capitani che meglio si fossero comportati nella guerra
presente: alle quali parole con certo suo piglio soldatesco rispondeva
il Colonna: non avere mai con mal animo sofferto di prendere i suoi
compagni l'arme a parte della gloria, sol qualche volta essergli doluto
di partire con loro il pericolo; venisse il signore Malatesta, sarebbe
accolto con la reverenza dovuta al grado e al valore di lui. Cencio
Guercio ossequiando il Colonna si partiva. Allora si trassero avanti
il Castiglione e Giovanni da Vinci esponendo quanto era loro avvenuto;
su di che il signore Stefano si espresse con simili parole: — «Certo
cotesta volpe perugina qualche mal tiro ci apparecchia, ma come volete
voi che io rifiuti il vostro generale supremo? Quando si fa quello che
non si deve, c'incoglie quello che non si crede.» — E ciò disse un poco
turbato, perchè in suo segreto non sapeva darsi pace che a lui avessero
i Fiorentini anteposto il Baglione.
Conferito col Malatesta l'ordine dell'assalto, due ore prima del
giorno il signore Stefano uscì di porta a Faenza conducendo seco
Giovanni da Turino, Virgilio Romano, Ivo Biliotti, Antonio Borgianni,
Gigi Niccolini, Zannone da Borgo, Piero Bolzoni, Cristofano da Fano,
Domino e Parigi da Fabbriano, Morgante da Urbino e tutta la banda del
Vaio condotta da Dante da Castiglione; fra tutti oltre due mila. Da
porta del Prato uscì Pasquino Corso e Cencio Guercio col colonnello
dei soldati del Malatesta: questi poi uscì per la porticciuola della
Mulina, attelandosi con millecinquecento fanti lungo la riva dell'Arno,
acciocchè se i nemici avessero voluto soccorrere i Tedeschi, non
potessero varcare il fiume. Il signore Stefano e Pasquino dovevano
percuotere il campo da due parti: prima il Colonna, Pasquino quando
chiamato; scelse quegli la più lunga via, questi la più breve. Cencio,
percorsa mezza della sua strada, disse a Pasquino, di lasciarsi
dietro parte del colonnello e procedere con l'altro alla volta del
nemico: il qual consiglio sembrando stolto a Pasquino, l'altro riprese
andasse pure innanzi, ch'ei troppo bene sapeva quello che si facesse.
S'inoltrano e, giunti presso ai ripari, Cencio, messa la corda sopra
l'archibugio, lo sparò contro una sentinella, gridando ad alta voce:
Svégliati, Tedesco, chè siamo venuti a portarti treggia di piombo. —
Il campo, che, essendo il caldo grande e la notte inoltrata, se ne
stava a dormire, fu subito sveglio, e corse frettoloso all'arme. I
Perugini molto di leggieri superarono i primi ripari, ed inondati gli
alloggiamenti, quivi quanti trovarono o ignavi, o vecchi, o infermi
nei letti tanti ne uccisero poi secondo il mal costume dei soldati si
sbandarono per saccheggiare. Il signore Stefano, tutto cruccioso per
la contravvenzione all'ordine stabilito si voltò al Castiglione e gli
disse. «Messer Dante, comincia a manifestarsi il Malatesta.» — Quindi
accelerando i passi dette dentro i ripari, e commecchè trovasse svegli
i soldati, con tanto impeto gli assalse che presto vinse le prime
trincee, ed oltre procedendo prese ancora le seconde: molto più che,
ad accrescere lo spavento dei nemici, Giovanni da Turino aveva portato
seco alcune trombe di fuoco, le quali gittate tra mezzo ai Tedeschi
sonnacchiosi partorirono effetto maraviglioso. Il conte Ludovico
facendo buon viso alla fortuna formò uno squadrone dei più valorosi,
ai quali impose abbassassero le picche e stessero fermi. Il signore
Stefano manda subito ad avvertire Pasquino che lasci di inseguire chi
fugge e si affretti a soccorrerlo, e intanto si spinge ad affrontare
il Lodrone. Ivo Billiotti comportandosi con la consueta sua audacia
fu quegli che gridò: «Su, valenti uomini, lasciamo gli archibugi e
mescoliamoci.» — Obbedendo volonterosi al consiglio si cacciarono tra i
ferri delle picche, combattendo più micidiale battaglia: pel bujo della
notte si udivano gemiti, ferri cozzantisi e un chiamare affannoso che
faceva l'uno dell'altro, non sentendoselo più a canto per sospetto non
fosse caduto ferito. I giovani Fiorentini, per quello che assicurano
gli storici, gareggiarono co' soldati vecchi, e assai chiaramente
dimostrarono come per essi si sarebbe potuto salvare la patria, se un
capitano meno tristo lo avesse voluto. Intanto il signor Stefano non
vede comparire il soccorso di Pasquino, e ben si avvisa della cagione.
Il valore dei prodi uomini che gli stanno d'intorno lo assicura di
non perdere, ma, per vincere conosce abbisognare di sforzo maggiore;
tuttavolta riappicca con sempre crescente avventatezza la zuffa contro
i Tedeschi, che si difendono con l'estremo della possa loro; stanno
davanti alle percosse saldi come muro di bronzo. Qui fu che il Colonna
rilevò due ferite, una nella bocca con perdita di più denti, l'altra
nelle parti pudende. Così si travagliavano da una parte e dall'altra
quando, cominciando farsi giorno, Malatesta, udendo il suono delle
trombe e vedendo che i cavalli nemici si apparecchiavano a guadare
il fiume, invece di opporsi, come era suo officio, richiamò Margutte
Perugino, che aveva mandato avanti con cento cinquanta archibusieri,
e Cencio cogli altri soldati. Dante da Castiglione, accorgendosi del
brutto abbandono, corre alla volta del Colonna e lo prega a ritirarsi;
egli rimarrà a sostenere l'assalto. Il signore Stefano soldato vecchio,
a cui pareva troppo grande vergogna lasciare il campo mentre il
Castiglione, giovane e nuovo nell'arme, vi si mantiene, rifiuta. Non
riuscendo Dante a persuaderlo con le parole, si volge ai circostanti ed
esclama: «E che! lascerete voi finire il valente capitano Colonna così
malconcio della persona? Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore
della milizia italiana.» — Lo trassero a braccia; appena raggiunse il
Malatesta, che si era fermato davanti la porta della Mulina.
«Gran mercè, capitano» gli disse, «il soccorso di Perugia vale peggio
del soccorso di Pisa: questo venne tardi ma il vostro non giunse mai.»
«Signore Stefano, non vedete voi che i cavalli di Orange hanno già
presso che guazzato Arno? Se si spingevano tra la porta e me, dove
sarei andato io?»
«All'inferno, dove dovresti essere andato già da gran tempo», gli
rispose concitato il Colonna, a cui l'ira toglieva la consueta
prudenza.
Indi a poco sovraggiungevano i giovani fiorentini non in sembianza di
fuggiaschi o di perdenti, bensì invece di uomini che non avevano vinto
come voleano. Anch'essi comparvero carichi, non già di preda a modo dei
soldati, specialmente quelli del Malatesta, sibbene dei fratelli loro
morti e feriti, che pietà cittadina e gentile alterezza aveva persuaso
a non gli lasciare sul campo. In fondo della colonna si vedea un fitto
polverio, e quinci muoveva strepito d'armi, uno sfidarsi scambievole,
un dirsi ingiuria. Tentavano i più animosi tra i nemici sturbare la
ritirata; più volte si avventarono, e sempre furono con molte morti
respinti da Dante da Castiglione e da alquanti incliti giovani che gli
faceano corona. Pur finalmente accorgendosi gli Oragiani essersi anche
troppo inoltrati sotto il tiro delle artiglierie, voltarono frettolosi
le spalle. I nostri si fermarono, e quelli che poterono inviarono al
nemico fuggente un ultimo saluto di piombo e di fuoco.
Al termine estremo della colonna ecco comparisce Dante; gli è uscito
l'elmo di testa, ha i capelli rabbuffati e sordidi di polvere, la
faccia nera dal fumo della polvere; stringe nella destra un troncone
di spada; preoccupato dalla intensa passione, senza pure vederlo si
accosta al Malatesta. Questi raggiante in volto occorrendogli lo chiama
a nome; Dante lo guarda traverso, poi torce la persona, come si fa
quando a caso s'incontrano gli oggetti abborriti. Insiste il Perugino e
giuntogli sopra, si curva sul mulo per abbracciarlo e baciarlo. Non lo
sostenne quell'anima sdegnosa, e da sè ributtandolo proruppe:
«Va' va'; tutto questo ho già letto nell'evangelo di San Matteo, e vi
ho letto eziandio un'altra cosa che tu non attendi, oppur ti sovrasta,
il capestro e la infamia.»
«Messer Castiglione, uditemi per Dio.... Una forte gazzarra mi ha
percosso dalla parte del monte; io mi sono tratto indietro forte
temendo non assaltasse il principe di Orange i bastioni di San Miniato.
Incolpatene i giovani lasciativi a guardia, che hanno messo fuoco alle
artiglierie in festa della rotta dei lanzi.»
«E dell'uomo mandato stanotte ad avvisare l'Orange chi ne fu colpa,
Baglione? Credi forse che Dio non sia, o credi che, essendo, non ti
abbia egli a far render ragione dei prodi uomini morti in battaglia pei
tuoi tradimenti? Guai a te, Malatesta! Pensa al fine!»
«Ormai mi sembra», favellava Cencio Guercio mentre il Castiglione si
allontanava, «che sul conto nostro vadano tutti d'accordo.»
«Ma era quello che pensava ancor io; ecco il mal passo: ormai non
possiamo ingannare più nessuno; d'ora innanzi ci conviene procedere a
visiera levata.»
In questo mezzo tempo, quasi tante e siffatte sventure non bastassero,
sopraggiunsero novelle di Francia, le quali diceano Sua Maestà
Cristianissima negare ai mercatanti fiorentini residenti a Lione i
sessantamila scudi d'oro del sole già dai medesimi a lui prestati nelle
scorse urgenze, a fine di potere sovvenire con quelli la patria ridotta
in tanto estremo; anzi avere usato Sua Maestà queste espresse parole;
che, nel caso avessero i Fiorentini a contendere con Cesare, non
volea che ciò facessero co' suoi denari; e poichè l'oratore insisteva
a rappresentargli che li danari resi a chi gli ha imprestati non
possono dirsi propri, ma altrui, egli, mostrando avere quei discorsi
in fastidio, aveva alzato le spalle e risposto più nulla. Sapersi
all'opposto, e per mille riscontri confermarsi, che il re desiderava
tornasse Firenze sotto il dominio dei Medici, e in ciò adoperarsi con
tutti i nervi per far quindi a Clemente papa palese pe' suoi interessi
giovare meglio i trattati di un re di Francia che non le armi di un
imperatore; essere egli parato per tanto a qual si voglia infamia a
patto di venire a capo di nemicare Arrigo d'Inghilterra e il pontefice
contro Carlo, stringere nuova lega e vendicare con nuove battaglie
le offese apportate alla sua anima superba[293]. Essersi gli oratori
rivolti a madama Luisa, e averle rammemorato le tante e con tanti
giuramenti reiterate promesse di soccorrere i Fiorentini, restituiti
appena che le fossero i nepoti: farla adesso lieta di loro presenza
i nepoti; ricompensasse dunque la fede della lealissima città di
Firenze, la quale col mantenere viva la guerra aveva contribuito non
poco alla restituzione degli incliti principi: alle quali esortazioni
la invereconda donna avere risposto non volere più guerra, essere pur
tempo il mondo si pacificasse, tratta appena da un mal passo guardasi
molto bene a non porre il piede in fallo; avere ella acconciato i
casi suoi, pensassero i Fiorentini a' loro. «Talchè» conclude l'ultima
lettera dell'oratore Carduccio, «è necessario fondarci in su l'ajuto
divino e su i provvedimenti gagliardi di modo che più facilmente e con
più reputazione si possa con cotestoro comporre[294].»
Così brutto mancamento di fede abbiamo veduto rinnovare dai Francesi
ai giorni nostri. Taccio della Polonia, parlo d'Italia: minacciati
dalla lega settentrionale, concitarono gl'Italiani a levare le armi per
ricuperare l'antica libertà, si fecero un riparo di animali viventi,
e quando si furono apparecchiati a sostenere l'urto nemico, lasciarono
precipitare chi si era levato per loro, motteggiarono sopra i supplizi,
ai caduti schernirono, e quando stretti dalle imprecazioni del
mondo doverono rispondere, uno di loro salì su la tribuna e al mondo
stupefatto gridò: Il sangue della Francia è per la Francia!