L'Antinori finchè mantenne la speranza di poter superare il

Castiglione, lo emulò lealmente; però, sentita che ebbe la propria

impotenza a pareggiarlo, non che a vincerlo, prese ad astiarlo.

L'astio, siccome questa perversa passione costuma che tiene della

natura del cancro, appena nato gli divorò ogni affetto del cuore, gli

inaridì qualunque altro o buono o tristo affetto. Comecchè il truce

astio gli ribollisse dentro al cuore ardente e furioso, quivi stette

contenuto alcun tempo prima di giungere agli orli estremi: pure vi

giunse, e l'alito della coscienza che muore lo soffermò anche alcun

poco su questa ultima parte; poi il suo angiolo custode torse altrove

la faccia, e l'astio sgorgò, come torrente di veleno, per tutte le

vene dell'Antinori, — la sua lingua dardeggiò mortale come quella

del serpente, e dalla menzogna, dalla calunnia, dagli altri tutti

assassinii della bocca s'incamminò all'assassinio della mano. Alle

vecchie cagioni di odio che venni esponendo nel corso della storia

un'altra se ne aggiunse e fu questa. Correva in Firenze l'usanza di

giuocare nel carnovale al calcio. Le memorie greche, latine e italiane

raccolte sopra cotesto giuoco lo affermano di origine antica; la

quale cosa credo di leggieri ancor io, perchè, considerando com'egli

principalmente consistesse in calci ed in pugni, penso queste essere

nati gemelli con le mani e coi piedi, che ogni uomo sa esistere

contemporanei al padre Adamo nel mondo. Il conte Giovanni dei Bardi,

tra gli accademici della venerabile Accademia della Crusca il Puro

Alterato, ce ne lasciava la descrizione scritta in lingua che fa

testo per l'acconciatezza delle parole soltanto, perchè in ciò che

spetta alla precisione, poco s'intende e a gran pena[288]. Costumava

farsi simil giuoco sopra la piazza di Santa Croce: si divideva il

campo in due parti uguali e si circondava di steccato: i giuocatori,

sebbene il suddetto Alterato prescrivesse dovere essere ventisette

per parte, trovo nel Varchi che quello di cui mi occorre far parola

fu giuocato da venticinque. Si dividevano in quattro classi: i così

detti _Innanzi_, che stavano presso alla linea partitrice del campo,

gli _Sconciatori_ venivano dopo, succedevano i _Datori innanzi_,

chiudevano finalmente i _Datori dietro._ Vestivano leggieri e spediti

di colori svariati, — rossi e bianchi, verdi e gialli, o simili; premio

della vittoria una gioia, una veste, una bandiera. Ai due capi del

campo alzavano due tende, dove stanziavano gli alfieri o capi delle

parti, i quali appartenevano alle famiglie per chiarezza di natali e

per fortune maggiorenti: questi mettevano tavola ai giuocatori e con

ogni ragione rinfreschi gli regalavano: in processo del tempo sotto il

principato vi si mescolarono burlevoli accessorii. Io ho sott'occhio

una stampa rara che dimostra il calcio fatto in Firenze il dì primo

maggio 1691, per le feste delle reali nozze del serenissimo elettore

palatino del Reno, colla serenissima Anna Maria Luisa principessa di

Toscana, dove tra i giuocatori pronti a pestarsi di busse la persona

compariscono introdotti genii e amorini, poi Giunone da un lato ed

Imeneo dall'altro, la prima in guardinfante, l'altro con un immenso

morione di penne, entrambi abbigliati di manti a strascico; nè qui

finisce: seguitano Giunone, Flora con quattro giardiniere, Minerva con

quattro amazzoni e dodici ninfe, tutte, bene inteso, con guardinfanti

ai fianchi e piume in testa. Imeneo si tira dietro sei sacerdoti (e qui

sta bene, perchè non vi ebbe dio che tanto fosse dovizioso di vittime

come lui), le tre Grazie e per ultimo sei Virtù, ch'io a confessarmi

candidamente, non giungo a comprendere; solo vi scorgo una Giustizia,

ma con certi bilancioni spaiati ch'io non mi attento quasi a sostenerla

Giustizia, sebbene a bilance pari io in coscienza non l'abbia mai

veduta fin qui. Or dunque il giuoco incomincia col battere della

palla: un mandatore vestito di ambedue i colori della livrea batte

la palla al muro, talchè subito risalti in mezzo agl'Innanzi, e si

ritira. Gl'Innanzi accorrono tosto, e quanto più possono si affaticano

a far propria la palla; se ad uno di loro viene fatto di côrla tra i

piedi, gli altri si affollano attorno e lo difendono ond'egli possa

avviarla agli Sconciatori; ma quando anch'egli arriva a distrigarsi

dalla mischia; non così lieve troverà la via dal suo posto a quello

degli amici Sconciatori, imperciocchè gli Sconciatori avversi ecco

che gli correranno sopra di fianco e lo costringeranno a lasciare la

palla, dove gli Sconciatori amici non lo sovvengano di prontissimo

aiuto: bolle il conflitto; se la fortuna seconda i primi conquistatori

della palla, dagli Sconciatori ella passa ai Datori innanzi, e questi

o col calcio o col pugno stretto le danno con forza da spingerla

oltre lo steccato di faccia. Quando poi, per la prossima pugna degli

Sconciatori e degl'Innanzi, i primi Datori non abbiano comodo di bene

assestare il colpo, inviano la palla ai Datori indietro; ai quali,

siccome posti in parte tranquilla, è concesso agio di divisare il come

e il dove indirizzarla. Possono ancora gl'Innanzi quando sieno veloci

di gamba e gagliardi, prendere la palla e via correndo tra gli emuli

destramente serpeggiando portarla dall'opposto steccato con bell'onore

di vittoria; ma ciò pochi tentano, ed a pochissimi concede la fortuna

di poterlo effettuare. Come ognuno pensa, ciò non avviene senza capi

rotti, nasi pesti, occhi contusi e qualche volta costole fracassate;

molto più che l'onorevole accademico Puro Alterato ci fa sapere come

caschi nel gioco certa rifioritura a crescergli leggiadria giovevole

il prendere, quando capita il destro, a traverso la vita l'avversario

e sbattacchiarlo supino a stampare la sua persona sopra l'arena, o

attraversatogli il passo con la gamba insidiosa mandarlo a rompersi i

denti contro la terra: gioconde venustà, piccolezze urbane che mettono

proprio addosso la voglia non solo di vederle, ma di pure provarle.

Due passate laterali della palla, o falli, formano una caccia a danno

di chi li commetta; una palla passata oltre lo steccato opposto fa una

caccia, due, due cacce; allora suonano trombe e tamburi, e i giuocatori

mutano di luogo.

I Fiorentini non vollero intermettere la usanza antica di giuocare

il calcio nell'anno dell'assedio, e all'amore del patrio costume si

aggiunse il desiderio di recare onta al nemico. Fecero pertanto sulla

piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e

venticinque verdi; premio della vittoria una vitella; e per essere

non solamente sentiti, ma veduti dal nemico, misero i sonatori sul

comignolo del tetto di Santa Croce, dove fu loro tratta da Giramonte

una cannonata, che passò alta e non offese persona.

Tra i giuocatori erano Dante da Castiglione dalla parte dei verdi

Sconciatori presso il muro, e il Morticino degli Antinori dalla parte

dei bianchi Innanzi nella quadriglia di mezzo. Dopo varie vicende del

giuoco che qui non occorre rammentare, il Morticino, che audace era

molto e di membra snelle, standosene sbrancato dagli altri, attendeva a

ghermire la palla per portarla poi, correndo e schivando gli avversari,

dall'opposta parte del serraglio; cosa, come vedemmo, altrettanto piena

di pericolo che di gloria; gli riusciva afferrarla; ratto procedendo ed

avvistato, perviene ad evitare gl'Innanzi, e già disegnava oltrevarcare

gli Sconciatori tra lo Sconciatore dritto alla fossa e l'altro traverso

alla fossa medesima, quando il primo correndogli addosso di fianco

lo costringe a piegare verso lo Sconciatore di mezzo; poi, non gli

parendo bastasse lo spazio, s'incammina verso lo Sconciatore traverso

al muro, e all'ultimo, non trovando nè anche qui campo sufficiente al

suo disegno, corse alla volta del Castiglione Sconciatore diritto al

muro. Questi, che si sentiva grave della persona, stava a canna badata,

volendo con la diligenza supplire alla tardità delle membra: onde,

scorto che ebbe il Morticino indirizzare i passi alla sua posta, gli

fece punta addosso correndo in linea retta mentre quegli si avanzava

di scancio: ormai giunge l'Antinori al mal passo; presto curvandosi

s'ingegna sottrarsi alle mani poderose di Dante, che gli cadono

sopra tenaci come uncini di nave e lo tirano a sè prepotentemente. La

bestiale ira che assalse l'Antinori non è cosa da potersi descrivere;

pesta, sgraffia, morde, si agita in modo che poco più farebbe, se

gli fosse entrata in corpo una legione di demonii. Ad ogni invito del

Castiglione di metter giù la palla risponde del pugno o di un calcio,

— poi si fruga, come per cercare il pugnale. Dante, venutagli meno la

pazienza, comanda con con gran voce:

«Innanzi a me, — fatemi spalla; e poichè non vuole lasciare la palla

costui, guadagneremo la caccia spingendo Innanzi e palla fuori dello

steccato.»

Così detto, lo avvinghia intorno ai fianchi e lo leva da terra con

maraviglioso piacere dei riguardanti, i quali, parteggiando pressochè

tutti per lui, col battere delle mani e con voci alte e diverse

applaudivano.

L'Antinori si ostina a non lasciare la palla, che anzi tiene

strettissima col braccio manco, e con la mano destra continua la

tempesta dei colpi sul capo al Castiglione; poi tenta nuova prova

per isvincolarsi. I suoi piedi giungevano appunto alle ginocchia

dell'avversario: pian piano gl'inoltra fin dietro alle giunture della

gamba, e allora, raccogliendo quanto aveva di forza, sferra con i

talloni tale urto che sperò ce ne fosse di avanzo per traboccare il

Castiglione supino. Pari colpo, racconta Omero, fu usato da Ulisse

contro Aiace Telamonio[289] nei giuochi per la morte di Patroclo, ma

con diverso evento, chè Dante non cadde come il Telamonio, ed anzi,

piegato appena il ginocchio, sentì invadersi i precordi di furore,

e col furore nuova gagliarda. Però quella continua grandine di colpi

sul capo, comechè lo riparasse non poco il berretto soppannato, glielo

intronava molestamente, dalla bocca grondava sangue e dal naso; gli

occhi aveva contusi in molto sconcia maniera; con le mani non poteva

aiutarsi, si provò co' denti; una volta gli riuscì azzannare la

manica della veste all'Antinori, — questi a sè la trasse di forza e

lasciandovene un brano riprese il martellare; secondandolo meglio la

fortuna una seconda fiata, il Castiglione perviene a mordergli la nuda

carne; — se adesso stringesse non è da dirsi: — il sangue respinto

nelle vene di sopra e di sotto al morso vi faceva greppo, e pareva

che le volessero scoppiare, — i tendini rappresi non consentivano al

Morticino di bene stringere o bene distendere la mano, — un'angoscia

cocente gli tormenta il braccio fin lungo la scapola; sul punto di

trarre un guaito per vergogna ci raffrena, ma intanto scricchiola i

denti e manda fuori un sommesso mugolio.

I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e

calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso

popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto

la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera

giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine

del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni

caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli

affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante

si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il

Morticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe

e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla

dintorno, — stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti

gli addentra i denti nelle carni, — quindi da sè respingendolo con

veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di

là dei cancelli.

Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe

in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo.

Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la

vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno;

le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani

fronde di alloro.

Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto

come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo,

egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi. Quel

volto, per ordinario pallido, ora livido e nero, il sangue rappreso, lo

sguardo torto empirono di spavento i famigli, che non si attentarono

accostarglisi. Come si narra dell'antico Anteo, che quante volte

traboccato a terra, tante si rialzava di nuovo vigore ingagliardite

le membra, costui se cadde tristo, si levò iniquo: rotto ormai ogni

freno, il pudore postergato al mal talento, irruppe nelle più brutte

turpitudini per offendere il Castiglione: cospirare alla perdita

della patria e della libertà, purchè fruttasse adempimento della

implacabile vendetta, non solo reputa atto indifferente, ma gli parve

merito e dovere; e poichè, o peccato nostro o naturale cosa, troppo

più operative vediamo essere la invidia e le malnate passioni che non

l'amore della virtù e gli affetti gentili, così gli venne fatto di

riuscire oltre le speranze. Tanto si travagliò costui che i giovani

nobili, delusi, desiderarono la tirannide dei Medici, come partito

unico di emanciparsi dal giogo del popolo.

Ad atterrire le menti sopraggiunsero giorni adri per casi lacrimevoli

e per sinistre apparizioni, chiamati dai volgari _egiziachi_ o più

comunemente _uziachi_. Il sole scurò ai ventotto di marzo, e con paura

notarono che quantunque volte il sole eclissava, seguivano in Firenze

tristi accidenti. Pochi giorni dopo fu decapitato Stefanino delle

Doti per avere in compagnia di Piero di Giovanni del Fornajo ucciso a

tradimento messere Bernardino di Arezzo, insegna dei signori Dieci,

mentrechè usciva di palazzo. Otto Cocchi, senza che se ne sapesse

la cagione, di per sè medesimo si tagliò la gola. Un soldato ferito,

mal comportando l'acerbità della piaga, fatto caricare da un garzone

lo archibuso, se lo sparò nel petto. In piazza dei Signori avvennero

tre risse, ed in più parti della città si pose mano alle armi con

ispargimento di sangue ed offensione di molti. Lione di Agnolo della

Tosa, percosso di un sasso nel capo, mentre battevano la torre di San

Giorgio, uscì incontanente da questa vita. E poco prima una masnada

di Côrsi di quelli di Pasquino spensero a colpi di alabarda Andre di

Lionardo Ghiori e lo rubarono. I frati corrotti spargevano veleno dai

confessionali, l'animo ai più baldanzosi scrollavano. I Palleschi già

procedevano a testa levata, col motteggio e la minaccia sulla bocca.

Gli Arrabbiati non cessavano dal rammemorare la profezia del Frate: che

lo aiuto verrebbe quando ogni speranza di soccorso fosse perduta; ma

per questa volta con sembiante allibbito e a fiore di labbra.

A crescere lo scompiglio ebbe parte quella Caterina dei Medici che,

allora fanciulla di undici anni, per comandamento della Signoria

conservata nel monastero delle monache Murate, destinavano i cieli

ad esercitare il truce ingegno sul reame di Francia. In costei la

ragione sopravanzando l'età, non pretermise argomento di sovvenire

alla fortuna della sua famiglia: dapprima vinse parte delle monache

e le indusse a seguitare la sua fazione, sicchè il santuario sonò di

preghiere discordi e più sovente di male parole e di peggiori fatti;

poi divenuta alquanto più baldanzosa, mandò a presentare i sostenuti

e i principali Palleschi, quasi per confortarli a tener fermo, con

paniere di berlingozzi, nel fondo delle quali aveva effigiato per mezzo

di fiori l'arme delle palle. Onde, quando fu deliberato in consiglio

qual partito dovesse prendersi sopra di lei, Lionardo Bartolini,

repubblicano avventato, non senza riprensione dei più tepidi, disse:

«Quando t'imbatti nella vipera ècci forse partito altro diverso da

quello di correrle tosto sopra e di romperla co' piedi? Io per me

sostengo che la si abbia a mettere spenzoloni da un merlo delle mura

contro le prime archibusate del nemico.» — Non pertanto vinse il più

mansueto consiglio, e per tôrre via gli scandali mandarono di queto

messere Salvestro Aldobrandini affinchè quinci la rimuovesse e nel

monastero di Santa Lucia la traslocasse.

Ma sopratutto fu grave sventura la perdita di Empoli. Vi avevano

mandato, come altrove dicemmo, per commessario Andrea Giugni, uomo

conosciuto sempre svisceratissimo della libertà e nella gioventù sua

piuttosto audace che animoso, ma di maniera che sogliono essere i

giovani poco civili. Sul quale proposito il Nardi, santissimo petto,

pone una avvertenza nelle sue storie che importa molto ripetere, onde

gl'Italiani la meditino e se ne giovino: «generosità di animo, che

abbiamo per esperienza di questa guerra veduto essere molto differente

dal valore dell'arte militare, come ancora per l'opposto abbiamo visto

molti giovani di vita modesta e civile essere diventati nella guerra

valorosi soldati[290].» E al Giugni aggiunsero per capitano o sargente

maggiore Piero Orlandini, il quale reputarono infellonito contro i

Medici perchè un suo consorto, chiamato del medesimo nome di lui,

avendo in tempo di sede vacante scommesso con Giovammaria Benintendi

che il cardinale dei Medici non sarebbe papa, quando il Benintendi

gli disse che lo avesse a pagare, rispose voler vedere prima s'egli

era canonicamente stato fatto; quasi intendesse inferirne che, non

essendo legittimo, non poteva esser papa: per le quali parole, preso e

collato, gli fu dopo poco ore barbaramente mozza la testa nella corte

del bargello; molto più poi che Francesco Ferruccio non rifinava nelle

sue lettere ai Dieci di raccomandarlo come _uomo assai pratico della

guerra e che avrebbe fatto loro onore_, chiedendone la promozione

come ricompensa alle fatiche sostenute, che intendeva durare in pro

della patria[291]; ma costui, rotto alle lascivie e solo intento ai

grossolani diletti della vita, esercitava le armi come mestiero atto a

procacciargli il pane giorno per giorno, parato sempre a servire quello

che glielo crescesse e meglio glielo accertasse.

Il principe di Orange, considerando di quanto grave momento fosse per

l'esito della impresa il conquisto di Empoli, deliberò fare ogni sforzo

per ottenerlo: comandò pertanto a Diego Sarmiento vi andasse ad oste

con tutte le sue bande dei Bisogni, alle quali, per dare maggior nervo,

aggiunse alquanti soldati vecchi del marchese del Vasto, impose a don

Ferrante Gonzaga vi cavalcasse con tutti i suoi cavalieri, e commise al

signor Sampietro maestro delle artiglierie il carico di trasportarvi

buona parte dei cannoni del campo; — spedì ancora con diligenza al

signore Alessandro Vitelli che stanziava co' suoi su quel di Pistoia

quinci si movesse, e quanto meglio avesse potuto celato e spedito

si accontasse col Sarmiento sotto le mura di Empoli. Ciò fu ottimo

appresto di guerra. Nè pretermise gl'inganni, in cui forse, più che

nelle armi, riponeva fidanza. Avuto a sè Giovanni Bandini, gli disse:

essere per commettere grave imprudenza, della quale la prospera fortuna

poterlo giustificare soltanto, sprovvedere il campo dei migliori

combattenti, di cavalli e di artiglierie per espugnare Empoli; volere

ad ogni costo prendere quella terra e prenderla presto; lo sovvenisse

in quella sua estremità; l'opera e il consiglio suoi assicurarlo meglio

di venti bombarde; andasse, vedesse se v'era modo appiccare alcuna

pratica con quei di dentro; nelle sue mani depositare il proprio onore

e la propria vita: — e a queste aggiunse tante altre di quelle parole

che i signori sanno trovare quando hanno bisogno degli altrui sussidi.

Promise il Bandini e mantenne oltre la promessa; imperciocchè,

essendosi aggiunto Nicolò Orlandini, fuoruscito di Firenze e sviscerato

Pallesco per soprannome il Pollo, mandò un segreto messaggio al

capitano Piero Orlandini, sua conoscenza vecchia, per fargli palese

che, se avesse potuto ascoltarlo, egli era per dirgli parole che

lo avrebbero reso il più lieto uomo del mondo. Si strinsero tutti a

parlamento, e il Bandino col Pollo, parte col mostrargli la causa della

Repubblica perduta, parte con buona somma da pagarglisi di presente,

molto maggiore in futuro, senza troppa difficoltà svolse l'Orlandino

a fare il piacer suo. Però l'Orlandini lo ammoniva sul Giugni non

potersi contare, avvegnachè ben fosse ignavo e trascurato, ma non

pertanto zelantissimo della Republica; ancora doversi prima ostentare

una grande dimostrazione di forza e battere furiosamente le mura,

dacchè i terrazzani, le reputando insuperabili, e di vettovaglia non

patendo difetto, se ne stavano baldanzosi; e poi quel Ferruccio gli

aveva esaltati in modo che da senno credevano potersi, non che dagli

uomini cogli archibusi, ma dalle stesse donne con le rocche difendere

la terra.

Il Bandino, lasciando l'Orlandino bene edificato, conferisce

partitamente col Sarmiento, e convengono piantare due batterie, una

da parte di tramontana, l'altra verso ponente; alla prima comandò il

Sarmiento, alla seconda il Vitelli. Il Sarmiento, cosa per quei tempi

stupenda, senza punto ristarsi, trasse trecento colpi di cannone:

perchè parte di un puntone e della muraglia si sfasciò con terribile

rovina.

Anche a' giorni nostri chiunque ne avesse vaghezza, soffermandosi

in Empoli, potrebbe contemplare le stimmate impresse sulle mura di

quella terra dallo straniero in pro della tirannide domestica; ma chi

passa per Empoli ad altro non attende che a sollecitare la muta dei

cavalli per attingere presto la Pafo d'Italia; e sì, che se l'aspetto

delle margini sul seno del guerriero reverenza ispirano e amore, amore

e reverenza più grandi dovrebbero infondere negli amici le ferite

della nostra città. E in questa parte sieno grazie alla tirannide,

che lasciava a qualche nuovo Antonio la veste insanguinata di Cesare

da agitarsi un giorno davanti al popolo raccolto in benefizio della

libertà. — Io mi dilungo dal vero: non vive più popolo, bensì un

tristo gregge di animali senza occhi, senza orecchi e senza cuore,

— una mandra di enti abbietti assai più che lo stesso tiranno

non desidera: egli cessò da gran tempo di tormentarli, perchè non

riusciva a strappare loro nè anche un sospiro; li percuoteva sul

capo, rispondevano con un sorriso; le mogli ne stuprava e le figlie,

e gli profferivano grazie; a qualcheduno gittava la testa di suo padre

recisa, ed egli curvo la riceveva e ossequioso come presente di re. Io

continuo la storia.

Rovesciata la muraglia, gli Spagnuoli con furiosissimo impeto si

cacciarono giù nel fosso per salire all'assalto: giunti in fondo,

troppo tardi si accorgono del fallo: quivi la terra melmosa si avvalla

loro sotto i piedi, sicchè rimangono inestricabilmente impantanati;

e quei della terra, inanimati dal capitano Tinto da Battifolle,

gli sfolgorano con gli archibusi, gli ammaccano co' sassi e spesso

uccidono a un punto e seppelliscono sospingendo loro addosso interi

cantoni della muraglia intronata: e' fu mestiere ritrarsi. Dalla parte

di occidente il Vitelli rovesciò spazio non minore di muraglia ma,

capitano più circospetto di don Diego, abborrì avventurarsi in quel

fondo e si rimase contento a quella prima prova. Nella notte, che

come è madre di alti partiti agli animosi così partorisce le paure

e i sospetti nei codardi e i tradimenti nei perversi, si restrinsero

insieme i più doviziosi di Empoli, tra i quali la storia ricorda Nicolò

di Quattrino e Francesco di Tempo, e agli adunati l'Orlandino espose:

— come essi dal resistere più oltre molto avessero a perdere, nulla a

guadagnare; non volessero mostrarsi tenaci a difendere la libertà di

Firenze più di quello che si fosse mostrata la medesima Firenze; già

avere ella capitolato; Ferruccio disfatto esulare di Toscana; ormai

le cose della Repubblica disperate del tutto; in quanto a sè, uomo

di guerra, nulla potere aspettarsi di buono dalla pace; non pertanto

increscergli forte delle loro famiglie e di loro; si accordassero

ora che si trovavano in tempo buono; non vedevano lo sbigottimento

dei soldati dopo che avevano veduto cascare morto su i bastioni il

suo capitano Tinto da Battifolle? pensassero qual prova avessero

fatto le mura della terra, che il troppo fidente Ferruccio sosteneva

bastevoli a qualunque più fiera batteria. In cui fidavano? No certo

nel Giugni, badassero che un giorno o l'altro cotesto accidioso, sè e

i soldati acconciando con gli avversari, non lasciasse i terrazzani a

distrigarsi come meglio sapessero con loro. Dessero pertanto spesa ai

propri cervelli; egli ammonirli a fine di bene. — Senz'altro consiglio

convennero avesse a rendersi la terra, salve le persone ed i beni; e fu

tra loro fermato l'ordine della resa.

Su l'ora del desinare del giorno seguente, per cura dei mentovati

cittadini, e di Piero, si tolsero le artiglierie e le guardie da certa

parte di mura, e gli Spagnuoli non mettendo tempo fra mezzo corsero

a salirvi sopra. Superati appena i ripari, si sparsero per le diverse

vie gridando: Sacco, sacco! — e quanti cittadini empolesi capitarono

loro davanti, tanti ammazzarono; e cui rammentava la capitolazione,

irridendo, rispondevano non avere camminato delle miglia più di mila

per non acquistare roba in Italia: le libidini tacquero, — ma di fatti

crudeli, e più degli avari non ne fu penuria.

Con la perdita di Empoli comincia l'agonia della Repubblica fiorentina.

I nemici accampati sotto Firenze ne fecero festa, e in segno di

allegrezza spararono tutte le artiglierie; i Fiorentini all'opposto

ne sentirono danno e dolore inestimabile: — persero la vettovaglia

quivi in copia raccolta, — rimase loro preclusa strada a procurarsene

della nuova, — l'animo dei cittadini cadde, e per prova vediamo niente

contribuire tanto ad attirarci addosso una sventura quanto temerla e

aspettarla.

Andrea Giugni e Piero Orlandini ebbero fama di traditori, e come tali

furono dipinti; la Quarantia li condannò alla pena infame, comecchè

contumaci, i loro beni posti nel fisco, le case sfasciate[292]. Tutta

speranza di salute riposta nel Ferruccio. La fortuna ha deposto su

quel capo la vita o la morte delle libertà italiane, tre e più secoli

di progressione verso l'ordinato vivere civile o di storno verso la

barbarie. Condizione dolente per un popolo, quanto gloriosa per un

individuo, quando la esistenza del primo s'immedesima al palpito del

cuore del secondo. Il più delle volte rovinano entrambi: quando invece

riescono a stare, la vita di cotesti uomini forma un'era nuova nella

durata dei secoli.

I magistrati di Firenze confermano Francesco Ferruccio commessario

generale e gli conferiscono autorità dittatoria, cioè quanta

n'esercitava la medesima Signoria.

Mentre si disperava del come fargli pervenire la commessione, il

Pieruccio si offerse parato di portare la carta e condurre incolumi

fino a Volterra Marco di Giovanni Strozzi chiamato Mammaccia, e

Giovambattista di Girolamo Gondi per soprannome Predicatore, eletti

commissari di cotesta città in luogo di Francesco Ferruccio. Ora stiamo

a vedere quali saranno le imprese di questo uomo, che in pochi mesi ha

superato in fama i capitani del tempo, e già si avvicina gli antichi.

L'assedio di Firenze · 第 60 / 81 段