sapevano i cittadini vivere in sospetto di loro, temerono fosse quello
il segnale della strage; i cittadini ebbero per le medesime cause
uguale paura, e tu avresti veduto all'improvviso in quel mare di popolo
una frotta correre in un senso, un'altra in un altro, simile a correnti
di mare; e quando venivano a urtarsi come i cavalloni che si spezzano
contro gli scogli, andavano all'aria cappucci, elmi, lembi di vesti,
e tra mezzo alla tempesta vedevi alzarsi e calare bastoni, coruscare
qualche spada; inoltre un rovinio, un muggito simile anch'egli al
fragore delle acque sconvolte. Tra le voci discordi superava quella di
_tradimento_; la città tutta si levò a rumore, — il frastuono corse
fino al palazzo dei Signori, i quali, adunatisi per provvedere al
pericolo, dettero ordini di chiamare la milizia. Nel qual caso, scrive
Benedetto Varchi gravissimo storico, si conobbe quanto valgano le armi
bene ordinate in una città, avvegnachè i giovani ad un tratto e di
quieto si ridussero ciascuno al suo gonfalone, e arrivati sul luogo,
parte con buone parole, parte con migliori fatti, sedarono il tumulto.
Il popolo a mano a mano si dilegua; dopo breve ora nessun altro
testimonio avanzava dal naufragio tranne alcuni cadaveri talmente pesti
che mal si sarebbe distinto a quale specie di animali appartenessero.
Fu biasimata molto cotesta giustizia eseguita in quel luogo ed in
cotesta ora.
Il giorno appresso apersero l'avello di casa Soderina e vi calarono
prima un corpo mutilato, poi una donna e per ultimo una testa. Il
manigoldo aveva in un colpo troncato due vite[281].
La pubblica compassione allo spettacolo di tanta miseria rimase
profondamente commossa; una mano pietosa pose alla desolatissima madre
la lapide. Sul principio del secolo passato se ne leggeva ancora una
parte la quale diceva così:
. . . . . . . . . . .
IVSTAM. FILII. NECEM. ADPRECARI
AC. FERRE. NON. POTVI
. . . . . . . . . . .
IN. VITA. IN. MORTE. IN TVMVLO
COMITAVI. ILLVM
. . . . . . . . . . .
A. CAPITE. FILII. MISERRIMI
MOERORE. MATERNO
AVERTE. IRAM. DEI. PUNTISSIME. VIATOR.
Ai tempi nostri non m'è riuscito rinvenire questa lapide; certamente
tra tanto volgere di vicende rimase distrutta con altri incliti
monumenti di storia patria.
CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO
IL CALCIO
«Deinde illis omnibus qui cubantes in
lectulis suis somniant somnium de
universali felicitate filiorum Adam
in terris et expectant libertatem
civitatis ab æquitate potentiam,
abrumpe somnium et spem, et dic
unicuique.»
«Quindi a coloro tutti i quali
prostesi sui giacigli sognano il
sogno della universale felicità dei
figli di Adamo sopra la terra, e
libertà aspettano dalla giustizia
dei potenti, il sonno rompi e la
speranza, e favella a ciascuno.»
_Hypercalypsis_ DIDYMI CLERICI,
c. 18, v. 26.
Una falsa dottrina ha preso per somma nostra sventura a mettere le
barbe negli ingegni della presente generazione italiana; ma tanto mi
affido nel genio della bella contrada che spero non avranno tempo da
diventare radici. Traviando dietro deplorabili vaneggiamenti ai quali
imposero il nome specioso di scienza trascendentale, abbandonarono
i severi precetti della pratica filosofia per correre dietro ad
astrattezze di cui il meno che possiamo dirne si è che tornano inutili.
Per me ho tenuto sempre questi strani cervelli in concetto di uomini
incompiuti, ermafroditi intellettuali, cioè nè osservatori nè poeti;
se osservatori, tu li vedresti speculare argutamente i casi umani,
dedurne le poche conseguenze sperimentali capaci di applicarsi ai
bisogni degli uomini, comporne un libro d'istituzioni accomodato
allo intelletto comune, non già misteri cabalistici dove nè Dio nè il
diavolo comprendono parola; se invece poeti, anzichè immaginare inabile
congerie di strumenti, di ruote, di suste e ordigni altri siffatti
incapaci a imprimere un moto qualunque, i morti dalle antiche sepolture
evocherebbero, a favellare delle virtù e delle colpe passate con la
magia dell'ingegno costringerebbero, dalla intera natura colori per
avvivare i canti loro raccoglierebbero, e poi o Anfioni edificherebbero
Tebe, o Timotei Persepoli incendierebbero. Essi, all'opposto, come
Curzio, si cacciano nella voragine, non già per salvare, sibbene a
perdere le menti in infelici sofismi: nella vertigine incomposta dei
pensieri loro, afferrata una nuvola, si affaticano a foggiarla nel
sembiante del Giove di Fidia, e un soffio leggiero di vento gliela
converte nel più grottesco diavolo che dipingesse il Calotta nella
_Tentazione di santo Antonio._ Icari dalle penne incerate, volano
per cadere, — ogni nome di essi indica un errore, ogni sistema un
grado di avvicinamento alla follia. Questa è la storia dei libri di
siffatti empirici che hanno tolto il nome di filosofi. Tale tra loro
in molti volumi s'ingegnò di provare l'uomo nascere incredulo, la
scienza farlo scettico in prima, poi condurlo alla fede, — altri altre
cose. Sortimmo noi la facoltà di pensare per disperderla in giuochi
siffatti di spirito? E poi hanno preteso descrivere Dio, le leggi
della creazione, e stampare la carta topografica dell'anima con la
famiglia delle passioni e delle idee. Fossero stati almeno cotesti
loro sogni leggiadri! Ma no, tenebrosi, confusi a guisa di deliri,
spossano l'anima e la infastidiscono miseramente. Sempre nel disegno di
sostituire i propri vaniloqui alla esperienza, parlarono di morale e di
politica. Qual morale! Qual mai politica!
Non si adoprarono già a temperare l'orgoglio dei fortunati con la
evidenza di un fine comune, — non intesero a sollevare gl'infelici con
la speranza di più nobili destini, — non ispesero l'opra a provvedere
all'effettuale miglioramento di tutti, — no; pretesero provare ottime
le condizioni presenti della umanità; non dissero al caduto: Sorgi. —
bensì invece: in cotesto fango tu stai da principe, rimantivi e godi.
— Almeno il maligno di Ferney nel suo _Candido_ rideva; questi poi
favellano come se si fossero accomodati sul tripode della pitonessa.
Avrei voluto non rammentare nomi, ma non mi riesce tacere del
Degerando. Immaginatevi, se vi dà il cuore, costui ridotto nella quiete
di stanza riposta davanti un banco elegante, tepide le membra per un
bel fuoco, il capo e i piedi coperti di pelli o di seta, senza pure
sorridere, dettare le seguenti sentenze: «Il cavatore che, sepolto
nelle viscere della terra, del continuo percuote il duro sasso, sembra
piuttosto patire un gastigo che esercitare industria; il minatore vede
la sua esistenza rianimarsi, una luce più pura di quella del giorno
ch'ei contempla lo rischiarerà nel seno delle caverne sotterranee,
riprenderà lietamente il grave arnese caduto dalle mani spossate e dirà
a sè stesso: Ed io pure adempio alla santa legge imposta dalla natura!
E per me pure la vita è preparazione a più alti destini[282]!»
O Degerando! non andate a tenere questo proposito al minatore;
imperciochè s'egli riprenderà il martello caduto dalle mani spossate,
sarà per darvelo sul capo: e farà bene. Povero minatore, intendi tu
queste belle parole? Degradato alla condizione del bruto, e peggio del
bruto, imperciocchè egli almeno goda l'aspetto del cielo e cibi sul
prato l'alimento acconcio al suo corpo ed abbia sortito dalla natura
una pelle che lo ripara dai rigori del freddo; e tu, infelice minatore,
col cervello inselvatichito, con l'agonia della luce, del cibo, della
bevanda, di tutte le necessità, ti placherai a siffatti conforti?
O Degerando! perchè non vi volgete piuttosto alle passioni dei potenti
e non gli ammonite a rinunziare ai metalli che cava il minatore?
Perchè non insegnate a costoro rispettare la immagine di Dio,
rimovendone il piede dal collo avvilito? Quando celebrerete l'uomo
uguale all'altr'uomo, — quando direte la umanità non essere nata onde
una parte di lei sia più che numi, un'altra meno che bestie; allora
sì che vi saluterò filosofo davvero. Che se le condizioni della
pervertita nostra natura non consentono miglioramento, allora tacete.
Non accrescete ai dolori di questa maledizione che si chiama vita il
fastidio delle vostre voci. Nella schiavitù di Babilonia, le vergini di
Giuda appesero l'arpa al salice — e piansero.
Negli ultimi tempi una simile filosofia, ch'io volentieri chiamerei
narcotica, più che altrove intorpidì l'Alemagna. Colà il sospetto aveva
posto un puntello sotto il mento degli uomini e costringeva le teste
a starsi rivolte verso le nuvole, — temeva gli sguardi si chinassero
alla terra. Goethe, ingannato, o ingannatore, a modo di mago aveva
descritto un cerchio e contendeva agli spiriti affollati oltrevarcarlo.
Allora quelle profonde menti tedesche, mancando gli argomenti pratici,
consumarono la copia della interna energia in astrattezze infinite,
in deduzioni di deduzioni, in serie interminabili di vertiginose
fantasticherie. Ma Goethe, il quale gravitava con la propria gloria
sopra il suo paese a guisa di vampiro, cessò: sciolto è l'incantesimo,
il circolo rotto: il braccio della tirannide diventò paralitico,
e l'ingegno tedesco già scende terribile gladiatore nell'arena del
_concreto._ Ora volgono pochi anni, e la filosofia germanica assume
forme convenienti ai bisogni; già muovono guerra agli edifizi feudali,
imperciocchè quivi bene abbia il secolo crollati i castelli dei
baroni, ma non ancora la ragione distrutto le leggi della barbarie.
Scopo presente è la rovina; rifabbricheranno poi; ora non deve
rimanere pietra sopra pietra. Secondi la fortuna i migliori! A savio
cominciamento conséguiti fine propizio! Essi hanno inteso il precetto
di Cristo: Guai a chi appone la toppa nuova al vestimento vecchio![283]
— Le paurose riforme, i provvedimenti codardi alla immensità dei mali
antichi paiono giunchi posti a riparo del mare in burrasca. Sceglievasi
forse tra paralitici o tra infermi il sacrificatore che immolasse di
un colpo la vittima davanti all'altare di Giove? Non è questo lavoro
delle figlie di Neottolemo; qui si vogliono la forza e la clava di
Ercole: non vi pare ella questa nostra società più ingombra delle
stalle di Augia? Badiamo di non lasciarci andare ai sofismi; abborriamo
imbiancare i sepolcri, bensì scopriamoli e diligentemente rimettiamoli
dentro. Altri popoli ci hanno preceduto nel bene; pensiamo allo
spazio da loro percorso e non immaginiamo potercelo risparmiare; chi
dice altrimenti ci porge consigli d'ignavia e ci tronca la via alla
redenzione. La civiltà non procede a mo' di saetta, di cui appena ti
offende il baleno, ed una casa già cade in cenere. Le grandi verità
lasciano una ruga sopra la faccia del mondo; il parto della ragione a
prima giunta conturba la terra quanto la morte di Dio[284]. Innanzi
di giungere al paradiso non percorse l'Alighieri tutti gli orrori
dell'inferno?
La nuova generazione si guarderà dal prosternarsi all'idolo cui
già disertano i meno ostinati fra gli adoratori; noi le lasciamo
un retaggio di falli e di colpe; — ne faccia senno e cammini per la
diritta strada a noi nati e vissuti nelle tenebre procureranno i tempi
pietà, non che perdono: in loro l'abuso dell'intelletto frutterebbe
infamia di traditori. Può l'uomo tradire la patria ugualmente col pravo
che con lo stolto consiglio. A noi la provvidenza concesse e vita
e ingegno e sostanze non come nostra proprietà, sibbene come arnesi
per contribuire al maggior incremento della patria. In quella guisa
medesima che il castaldo nella stagione della messe raccoglie a sera
dai mietitori la falce che loro consegnava sull'alba e gl'interroga
come l'abbiano adoperata e quante biade mietuto; così la patria sul
finire della vostra vita vi domanderà conto dei doni che vi aveva
compartito. Contro i tristi e gli ignavi ella avrà due pene, — due
pene soltanto, ma ch'ella sola può dare e poi imporre ai secoli che le
confermino: la vergogna, o l'oblio.
[Illustrazione: Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi
strinse e le mani e non potè proferire parola. _Cap. XXVI,
pag. 605._]
Già io lo affermava poc'anzi, la morale e la politica compongono una
medesima cosa: non pertanto, avvertendo come la morale domestica possa
talvolta discordare nell'applicazione delle sue teorie dalla morale
pubblica, o contendere con essa, ne hanno fatto una scienza a parte;
ciò poco importa. Ma qui principalmente i sofisti deviando dalle tracce
severe della storia non curarono esaminare gli uomini nel modo in
che esistono, sibbene in quello nel quale vorrebbero farli esistere.
Composto un sistema, si posero alla cerca di qualche fatto che valesse
a sostenerlo; e o sia non darsi genere di assurdità che gli uomini
non abbiano commesso, o sia qualsivoglia fatto tormentandolo possa
presentarsi sotto aspetto diverso dal suo naturale, o sia infine che
adoperassero mala fede nel riferirlo, non mancarono di aggiungere
alla regola l'esempio: ma l'assurdità non somministra fondamento a
speculare, e la tortura dei fatti si assomiglia all'opera di cotesto
avaro che comperava la cornice prima della pittura, e se non vi capiva,
la tagliava; — rispetto a mala fede poi, i filosofi dovrieno lasciarla
ai falsari. Così invertito il metodo di ricavare dai fatti la regola
concreta, alle regole astratte applicarono il fatto, e a questo cumulo
di superbia e di errore imposero il nome di filosofia della storia,
imperciocchè di titoli pomposi non patiscano penuria. Se quei loro
vaneggiamenti non uscissero dalle coperture del libro, basterebbe non
leggerli, e tutto sarebbe detto: invece si avvolgono strepitose per le
scuole, — le menti facili dei giovani sorprendono; e quando giungono
i tempi grossi, i sofisti, chiamati dai settari a far prova dei loro
sistemi, si gittano col corpo traverso la civiltà e ne impediscono il
corso.
La Francia sconta troppo amaramente l'inganno dei suoi sofisti, perchè
noi d'ora in poi non ci guardiamo ben da giurare _in verba magistri._
Colà un sofista s'ingegnava accordare la legittimità con la libertà,
— politico Mezenzio[285], e immaginava un sistema nel quale fosse
concessione quanto doveva resultare da contratto bilaterale tra i
due poteri legislativo ed esecutivo, tra popolo e principe: invece di
tenere la potestà esecutiva emanazione della legislativa, rovesciate le
cose, dava al cielo l'origine di una condizione umana che Dio riprovò
prima del suo nascimento per la bocca del profeta Samuello[286]. Un
altro sofista in cotesto infelice paese non seppe stendere la mente
oltre il suo sistema foggiato sopra le antiche forme della costituzione
inglese: quei nobili inglesi ravvisandole adesso squallide e viete,
si affaticano a modificarle; egli giunse tardi, — non importa, — il
secolo non deve procedere di un punto oltre il segno al quale arrivava
egli. Se costui fosse vissuto ai tempi in che David peccò, quattro
sarieno stati i flagelli minacciati dal profeta Natan, — peste, fame,
guerra e Guizot. Certo, se la Francia avesse potuto scegliere, io per
me penso che avrebbe tolto qualunque altro flagello, tranne cotesto
arido calvinista. Non parlo di cui non ebbe pure il merito d'immaginare
l'_ecclettismo_[287]. I sofisti hanno logorato il tempo a disputare
su la forma e sul peso degli anelli, ma non ebbero mai nè intenzione
nè potenza di rimovere le catene dalle mani di un popolo che libere
intendeva alzarle al cielo per ringraziarlo della ricuperata libertà.
Nè a vero dire essi soli furono i malaugurati sofisti. Tal visse a cui
non era amica la morte: come Cesare sul finire della vita si gittava
il manto sugli occhi; — egli ritardò, chi sa per quanti anni, i destini
del suo paese con quel suo ghiribizzo politico di _trono circondato da
istituzioni repubblicane._ Sarebbe stato più agevole comporre in pace i
truci fratelli i quali chiusi nel seno della madre contesero, in vita
si spensero arsi sul rogo l'odio immortale manifestarono bipartendo
la fiamma che gli consumava, anzichè accordare repubblica e re. Tanto
giovi a quest'uomo lo splendido mattino della vita che lo salvi dal
biasimo di averne in siffatta guisa ottenebrato il tramonto; come
parimenti desidero che rimanga esempio perenne, onde in processo di
tempo si guardino i padri dal giudicare la causa di una generazione con
le arguzie e i motteggi, e abborrano i figli da confidare le sorti di
un popolo a menti affralite dagli anni.
* * * * *
Zanobi Bartolini sopra gli altri contribuì alla perdita della libertà
della patria; non già che le fosse nemico, anzi ei l'amava, ma a
modo suo e non senza vantaggio di sè. Gli altri, come Baccio Valori e
Francesco Guicciardini, le nocquero meno, quantunque le procedessero
apertamente avversi, perchè le suggestioni loro apparvero sospette e
furono respinte; quelle invece del Bartolino benissimo accolte, movendo
da persona che pensavano di ottima mente verso l'attuale governo. Era
l'ingegno di Zanobi in apparenza pieghevole, in sostanza poi piuttosto
ostinato che fermo; avendo egli composto un modo di società al quale da
gran tempo non trovava da aggiungere o da togliere più nulla, chiuse
lo intelletto dentro un circolo determinato, e nella maniera medesima
che aveva posto al suo spirito le colonne di Ercole, così consentiva
la umanità progredisse fino a quel punto e non più oltre; di là dal
segno non sapeva immaginare altro che abisso e rovine. Superbo più che
ad uomo non conviene, pose la sua parola contra l'onda popolare, stimò
l'avrebbe rispettata. Dio solo ha potuto porre tra il mare e la terra
una parola che si mantenne dal principio dei secoli fino a noi, quasi
muro di bronzo alle usurpazioni del soverchiante elemento: quando un
uomo, comunque re, comunque circondato di gloria terrena, ardì imporre
leggi all'Oceano, questo gli rovesciò con la spuma il suo trono, gli
empì la corona di alga, e se men ratto alla fuga era costui, col più
breve de' suoi flutti gli avrebbe dato una sepoltura vasta quanto i
suoi regni. Parlo del re Canuto quando, insuperbito dalle parole dei
cortigiani che gli dicevano potere quanto volesse, ammantato di porpora
comandò al mare che non oltrepassasse il suo trono innalzato sopra la
sponda. Il Bartolino commosse il popolo contro i Medici allorchè si
accorse i Medici attendere a regnare soli ed assoluti signori, e la
tirannide non gli piaceva; nel moto del popolo poi egli non ravvisò
argomento per mutare gli ordini vecchi dello stato, bensì all'opposto
occasione di modificarli, — anzichè rottura non saldabile mai, una
via di transazione; immaginò che i Medici, ammaestrati dagl'inefficaci
tentativi (come se i principi nelle commozioni popolari piuttostochè
insegnamento da seguitare non ravvisassero sempre e poi sempre
delitti da punire), si sarebbero rimasti da toccare uno scettro a
cui quante volte avevano steso la mano, tante se l'erano scottata;
avrebbero consentito reggere come magistrati sottoposti alla legge
ch'essi insieme con gli ottimati avrebbero promulgato; il principio
popolare non doveva starsene mica senza rappresentanza nel consiglio;
al contrario giovava che l'avesse, ma poca, come corpo che abbisogna
di perenne tutela, buono a mantenere, non reggere lo stato. Quando
all'opposto si accorse che il popolo intendeva, licenziati i sopracciò,
camminare speditamente senza pastoie, lo tenne perduto; non potendo con
la man fiacca governare il corsiero generoso, lo calunniò sfrenato, lo
bestemmiò e lo maledisse: antichi vezzi rinnovati allora, rinnovati
più tardi e giù giù per i tempi diversi fino a noi: cauto ed astuto
deliberò rifare i passi, ma, dissimulator potentissimo, mantenne la
consueta apparenza; solo in segreto raccolse intorno a sè tutta la
fazione dei Capponi, e qualcheduno della Pallesca, disse sopraggiunto
il tempo dei Ciompi, sentirsi piovere addosso gli ordinamenti di
giustizia, non sapere dove si andasse a finire. A cui troppo bene
voleva ascoltarlo parlava. I giovani nobili, i quali tanta caldezza
mostrarono da principio, commossi dall'autorità dell'uomo e dalla
gravità delle parole, adesso incerti da qual parte dovessero pendere,
s'intepidirono, in seguito aggirati, dubitando nuocere alla patria,
tenendo le sorti loro più oltre congiunte con quelle del popolo, se ne
staccarono, finalmente gli si fecero avversi, come a nemico.
Malatesta trovò il Bartolino in siffatta condizione allorchè prima
fece cascare sopra l'animo di lui una parola che lietamente accolta
era seguitata da altre più aperte, e finalmente compita con promesse
di aiutarsi l'un l'altro. Malatesta e Bartolino, mulinava il Bartolino
(tanto è vero che in pelliccieria per ordinario occorrono pelli
di volpe) dovevano andare insieme uniti ai più tardi nepoti, come
salvatori della patria. Bartolino avrebbe condotto gli accordi;
Malatesta rimasto con le milizie in Firenze, mantenuto l'osservanza
dei medesimi finchè non si fossero le cose assodate da non far temere
il tradimento; in ciò il Perugino ingannava Zanobi, non già che quegli
superasse quest'altro in astuzia, chè anzi di gran lunga gli restava
addietro; ma perchè lieve cosa sia ingannare chi già inganna sè stesso.
La invidia che i giovani nobili, specialmente l'Antinori, portavano
profonda a Dante da Castiglione, contribuì non poco a separarli dal
popolo.