«Ah! messer Dante, i sensi prossimi ad abbandonarci diventano

più perfetti, come il cuore pronto a cessare di battere estende e

moltiplica i suoi palpiti; voi lo sapete, anche a Dio parve fuori

di misura amaro il calice della ultima ora e pregò il Padre di

allontanarlo dalle sue labbra: — arguite da ciò s'egli sia angoscioso.

Ma pensiamo a morire, soggiunse scotendo tristamente la testa; —

venitemi accanto, messer Dante, qui; — porgetemi ascolto, chè dalla

gola m'esce piccola voce, e mio malgrado la lena mi manca. — Del

conforto che, abbandonandomi tutti, vi compiaceste compartirmi,

vi rimeriti Dio, ch'io nè con parole nè con altro posso. — Se di

tutt'altra morte io mi morissi e per diversa causa, io vi direi, —

e qui si trasse un anello dal dito, — messer Dante, portate questo

in ricordanza di me; e voi lo porterete per amor mio; — ma io non

ho diritto di raccomandare la mia memoria; — si raccomandano ai

superstiti le cose infami? — Via da me questo superbo desiderio»;

e così favellando gittò in un canto della cappella l'anello:

«dimenticatemi...»

Di nuovo silenzio; alla fine del quale, a voce più fioca, quasi con

pena continuò:

«Messer Dante, voi ve n'andrete, vi scongiuro, da mia madre»; e poi,

come se avesse fatto uno sforzo superiore alla sua lena, si tacque.

[Illustrazione: ... affrettatevi... volate... Viva la

Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero... _Cap. XXV, pag.

577._]

Il Castiglione, con gli occhi chini al pavimento, aspettò lungo tempo

che il Soderini continuasse. Poichè ebbe invano aspettato, egli stesso

riprese con suono di voce che studiò rendere quanto meglio poteva

soave:

«Andrò da vostra madre...»

Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non

potè proferire parola.

Chi può ridire il dolore che Lorenzo soffrì in cotesto istante supremo?

Il suo corpo non meno che la sua anima stette percossa dall'atroce

catalessi. Quando pure potesse descriversi, le lagrime cancellerebbero

l'inchiostro, la mano tremante impedirebbe si formasse la parola; — io

passo questo momento senza narrarlo.

E nondimeno volendo Lorenzo esprimere quel suo concetto, per riuscirvi

cominciò da più lungo circuito e riprese a dire:

«Io già sono morto; la pena mi ha colpito prima della scure: in faccia

alla legge, la terra raccolse le mie ossa; — l'estremo bene concesso

ai moribondi mi è negato; — io non posso fare testamento; nè ciò mi

duole perchè mi premesse beneficare amico o parente: in questa ora

mi accorgo avermi circondato lusingatori pessimi, non amici; — ma sì

perchè avrei voluto istituire mia erede la Repubblica. — La Repubblica,

— voi mi direte, — non ha mestiere de' tuoi doni, e lo so; ma io la

supplicherei, quanto meglio umilmente potessi, a non rifiutare le mie

sostanze, — le accettasse come offerta espiatoria, come testimonio di

pentimento che non cesserà con la vita. Ciò che mi è conteso faccia la

madre mia; finchè vive ella goda dei miei beni; — ella però vivrà poco,

— non istarete gran tempo a riaprire la lapide del domestico avello per

lei: mal si accosta alla bocca il pane bagnato di lacrime, o se pur vi

si accosta, non si converte in alimento, sibbene in veleno dentro le

viscere... Messer Dante, voi andrete da mia madre e le significherete

questa mia volontà; — ditele come la sicurezza mia che per lei venisse

soddisfatto questo mio desiderio empiva di pace gli ultimi istanti

della mia vita... Ella mi ha amato sempre..., e lo farà...»

Ad un tratto Lorenzo stende la mano verso la daghetta di Dante e

trattola prestamente si allontana. Il Castiglione gliela vedendo

brandire, caccia un urlo ma non si muove. Lorenzo, reciso che s'ebbe

una ciocca di capelli, gliela rigetta sul letto e muove le labbra a

mesto sorriso.

«Non temete, io non posso uccidermi, — sarebbe aggiungere a delitto

delitto. Dopo la colpa di avere tradito la patria non mi rimane altra

colpa a commettere che sottrarmi alla sua sentenza: no, il mio capo

mozzo dal carnefice giova che dia salutevole esempio a chiunque tanto

fosse infelice da seguitarmi nel misfatto, — ed io per certo non vorrò

privare la patria di questo spediente per atterrire i traditori,

perocchè, Dante, — vedete se ridotto a tale estremo io volessi

ingannare nessuno! — assicuratevi che io non era il solo nè il più

terribile degli altri: — guardatevi dal Malatesta. — Ora, messer Dante,

voi recherete questi miei capelli alla mia genitrice e le direte che

avrei voluto mandarle il cuore: — ella avrebbe allora conosciuto che se

il cuore di suo figlio fu infedele alla patria, non lo è mai stato per

lei, — che i suoi ultimi palpiti furono per Dio e per lei; epperò non

gli dia al vento, ma se li serbi per sè sola nel seno ch'io ho ferito

di tanti dolori, — che gli abbia cari, che pensi a me, — che viva, non

posso raccomandarle felice, — e non mi maledica... Anche una grazia

Dante, una sola grazia, — e poi le mie labbra non favelleranno più di

cose terrene; — io non ho diritto a domandarvela, e non pertanto la

pretendo da voi; — me la farete, Dante? — Dite che me la farete...»

«Parla, e Dio non mi accolga in luogo di salute se io non te la faccio,

perocchè l'angoscia ti abbia rigenerato, e i tuoi pensieri appartengano

al paradiso. Spera; — il pentimento ha il suo battesimo, come l'ha la

speranza, ed anche al caduto resta una gloria, ed è questa: poter dire

rilevando il capo dalla polvere: Detesto la colpa.»

«Sentitemi dunque: quando udrete insultare la mia vecchia madre...,

difendetela voi, trattenete le mani dallo avventare pietre su quella

testa che non ha più lacrime e pure trabocca di affanno; — fate

osservare che i suoi capelli, più che per gli anni, diventarono

canuti per una disperazione che non ha misura; — impedite il popolo

di sfasciarle la casa[279]; se in lei albergò un traditore, adesso è

stanza di madre sconsolata; — perchè io la feci tra tutte le femmine

la più infelice, non dovrà avere un riparo per riparare il suo corpo

dalle intemperie delle stagioni? — Ella non ebbe parte nel misfatto

del figlio nè deve renderne ragione: deh! almeno morto io non le debba

essere causa di amarezza. Se poi vorranno ad ogni modo sfasciare la

casa..., il cielo vedrà più scoperta la sua miseria, e ne sentirà prima

compassione... Oh quanto fui scellerato!...»

«Spera», riprende Dante e gli pone ambe le mani in atto amorevole

sul capo; «quanto di nobile si contiene in Fiorenza consolerà la tua

genitrice; — anche i tristi rispetteranno lo spasimo di una madre senza

fine dolorosa; sulla testa piegata dall'Eterno non deve posarsi mano

mortale.»

«Ah! consolatela! parlatele d'un premio che diventa maggiore pei

patimenti sofferti, — mostratele sempre il cielo, ond'ella non abbia

ad abbassare gli occhi e vedere la fossa del suo figliuolo maledetta;

— beata lei, se non le s'inaridisce il fonte delle lacrime! — Infelice

me, che in ricompensa dei mali per me sofferti non posso altro migliore

bene desiderarti che la facoltà di piangere!... Ahimè misero!...»

E qui tornava alle lacrime e tra il pianto ad ora ad ora veniva

sclamando:

«Senza speranza di salute eterna! — infamia e supplizio

interminabili!...»

Dante racconsolava cotesta smania e rispondeva.

«Confortati, Lorenzo, non disperarti; Dio non ti sarà più severo di

quello che ti sieno stati gli uomini... le tue lacrime hanno estinto

l'accusa; mira, Cristo placato ti apre le braccia.»

Si mitigò lo spasimo nel Soderini, cessarono le lacrime, si rimasero i

singulti; una specie di letargo investì quel corpo spossato.

In mezzo a cotesto silenzio squillò più acuta la voce del bronzo che

annunziava la penultima ora destinata al supplizio. Dante fremè per

tutte le membra, volse lo sguardo pauroso sopra al Soderini e respirò

più libero lo vedendo assopito:

«Dio lo ha perdonato», pensò tra sè, «poichè gli risparmia anche questo

dolore.»

Nell'alzare degli occhi ecco vede presentarsi sopra la porta due strani

sembianti, — il cappuccino e il carnefice: — parvero quasi la lingua

biforcata vibrata da vipera in furore: — uno, quello del cappuccino,

era pieno di angelica bellezza; l'altro, del carnefice, sembrava uscito

dall'inferno; eppure in quell'ora male avresti saputo distinguere qual

fosse stato dei due più sinistro dell'altro.

Vedendo che s'inoltravano per isvegliarlo, Dante si fece loro incontro

e prendendo ambidue per le mani li trasse indietro favellando sommesso:

«Non lo destate.»

«E la confessione?» replicò il cappuccino.

«E il supplizio?» soggiunge il carnefice.

«Uditemi», riprende il Castiglione: «l'ufficio vostro in parte è

uguale; voi, frate, dovete sollevargli lo spirito, — a te, carnefice,

spetta di risparmiare dolori al suo corpo. Se il suo spirito ricava

d'altronde che da voi, o frate, la sua pace, il vostro ufficio torna

inutile, come lo sarebbe il tuo, o carnefice, se in questo punto ei

morisse. Frate, non gl'invidiate il sonno; Dio sa come l'anima nostra

si consoli meglio dell'uomo assai, nè quel sopore lo addormenta senza

consiglio divino; voi fareste contro al vostro ministero svegliandolo,

poichè lo contristereste; pregate basso; lo sovverrete quando vi

chiamerà. Per te poi, o carnefice, se il cielo abbia sede anco per te

dubito forte: ma se tu speri nella misericordia divina, aspetta senza

moverti dal tuo posto che la giustizia umana ti getti una vittima

da sagrificare, e aspettala col cuore mesto, come se la sventura ti

aggiungesse; e sappi che qualunque passo tu moverai incontro alla

tua vittima, quel passo come delitto ti sarà contato nel libro delle

colpe.»

Il cappuccino piegò umile il collo e rispose con voce soave:

«Fratello, la vostra parola è buona; aspetterò che mi chiami; intanto

io pregherò per lui.»

Il carnefice si accovacciò come un mastino minacciato di percosse e

brontolava tra i denti:

«Alla fine dei conti il mio viso somiglia quello degli altri; — prima

o poi mi ha da vedere e sentire.»

Quando Lorenzo si risvegliò, si guardò ansiosamente dintorno e non vide

più il Castiglione: un suono languido gli uscì a fiore di labbra che

disse:

«Ahimè sono solo! — Mi hanno tutti abbandonato!»

«Dio è con te, fratello!» rispose il cappuccino, e gli pose davanti gli

occhi il crocifisso, il quale preso tosto dal Soderini, lo baciò con

intentissimo affetto.

Sonarono le quattordici.

La porta del palazzo dei Signori dal lato della dogana fu aperta; ne

usciva prima una banda dell'ordinanza con la fronte spessa di uomini; i

tamburi battevano scordati; la campana grossa del comune empiva l'aria

a tocchi lenti che parevano singhiozzi, — le rispondeva la campana del

Bargello, sicchè avresti detto essere coteste due campane le prefiche

della patria che lamentavano la morte di un figlio scellerato. Subito

dopo la milizia seguiva la compagnia dei Neri; l'antesignano portava

il Cristo con la faccia rivolta verso i condannati; — dalle mani,

dai piedi, dal costato e dalla testa pareva che grondasse sangue,

— immagine terribile di compassione e d'orrore! — Al termine della

compagnia venivano Lorenzo Soderini e frate Vittorio Franceschi.

Menare un frate al supplizio non fu anche pei tempi che correvano cosa

agevole e piana, avvegnadio, quantunque allora come ora i Domenicani

detestassero i Minori Osservanti, questi gli Agostiniani, gli

Agostiniani gli Olivetani, catena di odio interminabile, pure, fatta

adesso causa comune non pel frate, dicevano essi, ma per l'ordine,

scombussolavano il mondo perchè ne uscisse pel rotto della cuffia; —

e le dicerie che andarono d'attorno erano state infinite: ai deboli

cacciavano addosso la paura dell'inferno, agli altri il sospetto della

divisione e dell'abilità fatta alle armi imperiali di penetrare in

Firenze se nasceva trambusto; e sarebbe nato di certo, ma gli Otto, non

badando il dire, avevano molto bene atteso a fare e mandavano il frate

così vestito dei panni della sua religione al patibolo.

Si presentava appena la processione a capo di una contrada che la gente

a furia chiudeva le botteghe, le donne forte sbattevano i balconi,

ognuno si affrettava a ripararsi altrove, e ciò per la superstizione

che se gli occhi del condannato si fossero incontrati nei tuoi, ti

portavano malaventura; la quale però, anche nel caso che siffatto

incontro fosse avvenuto, poteva di leggieri evitarsi col toccare

immediatamente un'altra persona e rigettarla sopra di lei[280]. Le

strade per cui procedevano, comparivano deserte; sembravano fuggissero

tutti dall'aspetto dei traditori.

I condannati camminavano con passi incerti; frate Rigogolo poi aveva

sembianza di ebro. Da una parte il cappuccino, dall'altra un battuto,

i quali gli sostenevano sotto le ascelle e di qua e di là ponevano loro

davanti gli occhi tavolette con immagini, affinchè non si distraessero

dalla preghiera e riposassero gli occhi sopra oggetti dolenti.

Il cappuccino che confortava Lorenzo gli ripeteva con molto fervore:

«Sperate, sperate, — Dio vi apre le braccia.»

E il Soderini tutto umiliato gli andava rispondendo:

«Io spero...»

Ben altramente camminava la bisogna con frate Franceschi: — a lui pure

il frate assistente favellava di paradiso, di perdono, di Cristo che

lo aspettava a braccia aperte, di angioli che stavano ad ammanirgli

la palma del martirio. Ma frate Rigogolo con un tal suo aggrinzamento

di bocca come chi mangia limone, mostrando disdegno, con piccola voce

diceva:

«Non mi state mo' a rompere il capo; assai ne ho con questo volermelo

levare senza misericordia dalle spalle, perchè voi veniate a metterci

la giunta delle vostre parole sceme. Eh! frate mio, rammentatevi

che frate sono pure io e che conosco quanti paperi vanno al paio;

se voi andaste a contare le vostre novelle ad un altro, pazienza! Lo

comprenderei ancora io; — ma che veniate a contarle a me che sono del

mestiere! — Davvero gli è tempo perso. — Dunque mi dite piuttosto, se

a levarmi di mano a questi giudei ci hanno pensato. — Si sono uniti? Le

armi le hanno pronte?»

«Affrettate il passo. Gli spettabili signori Otto hanno ordinato che

alle quindici ore sia spedita ogni cosa.»

Queste parole dette dal sergente maggiore della milizia fiorentina

interruppero il tristo frate.

Alle quattordici circa e tre quarti giunsero presso la porta

alla Croce, dove avevano innalzato il patibolo. Lorenzo Soderini,

soffermatosi a piè della scala e alzati gli occhi, gemè dal profondo.

«Fate cuore, fratello», lo avvertiva il mansueto cappuccino, «non è mai

troppo dolorosa quella scala che mette al paradiso.»

Di repente, una femmina prossima alla vecchiezza, di nobile portamento,

vestita a corruccio, sbuca di sotto al palco: e si pianta ferma davanti

al Soderini presso la scala.

«Sgombrate il luogo, femmina....»

«Io! — Io sono colei che mette posta maggiore in questo giuoco di

sangue.»

«Ahi madre mia!» urla Soderini, e si voltola smanioso ai piedi della

sua genitrice.

Ella poi non muta positura e nè anche sembiante; immobile e severa

favella:

«Qui ti aspettava.»

«Per pietà trascinatemi al supplizio; — chiudetemi presto gli occhi, —

fate che i miei orecchi non ascoltino....»

«I tuoi orecchi non cesseranno di ascoltare prima che dentro loro

risuoni una parola. Solo hanno potenza i genitori di proferire questa

parola, ma ella porta seco la sentenza di morte contro l'anima —

ella continua a perseguitare oltre la fossa lo scellerato che la

provocò....»

«Ah! non la dite, madre, questa parola... il cielo vede il mio

pentimento, — apritemi il cuore, vedetelo anche voi... e non mi

maledite.»

«Donna, la polvere presumerà più del suo Creatore? Perdonate questo

infelice; — Dio lo ha già perdonato», diceva il cappuccino.

«Se Dio ti ha perdonato, se detesti la tua colpa, allora anch'io ti

perdonerò: tu mi nascesti dilettissimo e solo, — tu dovevi essermi

corona di gloria, — tu mi sei stato corona di spine; — tu hai morso le

mammelle che ti davan il latte. — Se sei pentito, il seno di tua madre

ti fu di guanciale nel nascimento, te lo sarà anche in morte. Ecco, ti

abbandonano tutti... anche Dio, — ma tua madre non ti abbandonerà, —

salirò teco la scala del supplizio... perocchè la madre non si vergogni

mai del suo figliuolo.»

Gli astanti piangevano: solo veniva interrotto quel pianto dallo

stridere che faceva le scure acuita dal carnefice con la pietra nel

modo stesso che fanno i mietitori.

E la madre continuava:

«Oh Vergine santissima, vedi, io sono più derelitta di te; tu sapevi

il figliuol tuo morire a torto, — sapevi ancora aspettarlo risuscitato

una gloria per secoli senza fine...» — E poichè il figlio continuava a

piangere: — «Perchè piangi? Tu mi hai resa la più misera tra tutte le

donne, — eppure io non piango. Io ti aveva dato il mio sangue perchè tu

lo trasmettessi ai tuoi figliuoli e non perchè me lo rendessi esecrato

sopra un patibolo; io ti aveva donato tutte le mie sostanze, ed ora

vuoi che raccolga la tua lagrimevole eredità come un peso che le mie

spalle non possono sostenere, come un ferro infuocato che mi brucia le

mani. Vieni, ti precederò al supplizio; se io non seppi insegnarti a

vivere, deh! fammi contenta imparando a morire da me....»

Nessuno ardiva opporsele. La disperazione della madre esercitava sopra

tutti i circostanti virtù di fascino. Il carnefice ardì stendere la

mano per trattenerla; — la donna dignitosamente superba lo respinse

e subito dopo si trasse il guanto e glie lo gettò nel volto dicendo:

«Carnefice, rammentati che tu devi toccare soltanto col ferro.»

Sventurata! Ora pone la mano sotto le braccia del figlio, e lo sovviene

a salire.

«Pensa un po'», gli mormorava agli orecchi, «qual cuore sia il mio!

Certo il piacere ineffabile che provai quando, affidando te povero

infante alla balia per recarti al battesimo, le raccomandava badasse

bene fosse tepida l'acqua che ti avrebbe il sacerdote versato sul capo

e poco il sale che ti avrebbe posto sopra la bocca, — quel piacere,

dico, è ben pagato, — troppo pagato eh! col dovere adesso raccomandare

quel medesimo capo al carnefice perchè... te lo spicchi prestamente

dal busto... con un colpo solo. O figli! voi non pensate alle vostre

madri; imperciocchè, se la metà dei dolori che soffrono per voi vi

fosse manifesta, non le travagliereste come fate. Tu sapessi quante

volte, tardando a ridurti alle nostre case, se mai udiva per la notte

sonare a disgrazia la campana della compagnia del Tempio, come cotesti

squilli mi paressero voci interrotte della tua agonia, ed ogni squillo

mi fosse una coltellata nel mezzo del cuore: ma ormai al passato non

pensiamo più oltre, al presente nè anche: il nostro presente appena lo

segna il sole sopra la meridiana; avvertiamo al futuro; se mai non mi

uccidesse il dolore, mi aspetti la tua anima, perchè, senti, grande

veramente è la misericordia di Dio, ma anche il tuo peccato è fuori

di misura grande; ti sei pentito, sta bene; ma se ti accogliesse in

paradiso, io temerei che Giuda mandasse dal profondo dell'inferno una

voce a Dio che dicesse: Anch'io mi sono pentito; perchè non mi togli da

questi tormenti, dove patisco da mille cinquecento e trent'anni? — Ma

Giuda forse non ebbe madre che supplicasse per lui; aspettami, tu l'hai

e oltremodo sventurata; io ti raggiungerò ben tosto... non piangere!

Mi desidereresti per avventura la vita? In ciò che mancherà al tuo

pentimento suppliranno i miei spasimi. La Madre celeste, che anch'ella

vide pendere il suo figliuolo dalla croce, conosce a prova un'angoscia

che altrimenti non si potrebbe immaginare, ed intercederà per noi. —

Ecco siamo giunti.»

Il carnefice si accosta per bendargli gli occhi.

Il cappuccino, baciandolo, gli ha detto:

«Andate in pace.»

La donna parla di nuovo al carnefice:

«Fosse la tua anima dura quanto la tua accetta, ascolterà nondimeno

una preghiera. Sono io la madre che nove mesi l'ho portato, che col

mio latte l'ho nudrito; io, che, le intere notti ho vegliato a mitigare

le sue doglie infantili, a ventilare l'aria d'intorno alla sua culla,

perchè placido dormisse i suoi sonni; — io, che, lui morto, non ho più

nulla sopra questa terra; io che, per dimostrargli l'amore immenso che

per lui ho sentito e tuttavia sento, mi trovo ridotta a supplicarti,

come si fa i santi, che tu... carnefice... assesti bene il colpo...

non me lo straziare!... soffra meno che si può... se un rincalzo molle

sotto al suo capo può... rendergli il colpo meno penoso, vi porrò

le mani... vuoi? Non vuoi. — Ebbene, mi rimarrò. E se la preghiera

non giova, prendi... questi sono fiorini... ti basteranno sei mesi a

nudrire la tua famiglia... Lorenzo, l'ultimo bacio su questa terra...

fra un istante ci rivedremo in cielo....»

Il Soderini si è genuflesso, il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta

in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva

la scure....

Perche non vibra il colpo? Qual mai forza lo trattiene a mezzo? Gli

manca per avventura l'animo? No; egli ne ha spacciati ben molti da

questo mondo. — Nell'abbassare la scure egli incontrava gli sguardi

della madre. La virtù che immaginarono i poeti emanasse dalla testa

di Medusa, e i naturalisti raccontano da certi serpenti dell'Asia,

adesso provava il carnefice; quegli occhi gl'impietrano il sangue nel

corpo, — gli pareva di fare, — e forse faceva disperati sforzi, nè gli

riusciva pure di un pelo declinare le scure. Allora penso gli avesse

soffiato addosso qualche gettatura, e per malignità d'incantesimi lo

avesse costretto a rimanersi tutta la vita senza potersi punto muovere

da cotesta terribile attitudine; e a questa paura straluna gli occhi —

i capelli gli si drizzano come stecchi sopra la fronte.

Forse queste cose tutte avvenivano in meno di due secondi: mutata

positura, il carnefice si accorse rimanergli libero l'esercizio delle

membra; — non pertanto abborrì cimentarsi di nuovo sotto lo sguardo

della trucissima donna; — pianamente si volta dall'altro lato e fa sì

che le rimanga dietro le spalle; — guarda davanti a sè per sospetto,

— non vede nessuno; — si avaccia con tale un moto che parve di rabbia,

e aspirando col seno capace largo tratto di aria, solleva con ambe le

mani la scure.

Il Soderini aveva cominciato una invocazione; la prima sillaba uscì

chiara e distinta, la seconda no, perchè fu proferita dalle labbra di

un capo che rotolava sanguinoso sul pavimento del patibolo.

La madre si mosse incontro al capo per impedirgli che traboccasse dal

patibolo giù sopra la piazza, ma all'improvviso cadde quasi fulminata.

Ella gittò uno strido che percosse come dardo le orecchie degli

astanti; — quell'urlo corrispondeva all'ultimo palpito di un cuore

spezzato.

Poi andarono pel frate: senonchè questi, sperando nel soccorso di un

qualche tumulto, s'ingegna differire, quanto meglio per lui si può, il

momento del supplizio. Le mani aveva legate; co' morsi si affatica, co'

piedi e col capo; — prega, minaccia e bestemmia, muggisce di affanno;

male gli giovano i conati; — comechè reluttante, lo trascinano a forza.

Il popolo, il quale ha sempre plaudito il gladiatore che muore con

sembianze animose, vilipeso il codardo, non frenando lo sdegno alla

vista di cotanta viltà, irrompeva con urli e schiamazzi da scuotere la

terra: «Taglia, taglia....»

L'assedio di Firenze · 第 58 / 81 段