«Io sono uno dei vostri padroni; — io posso, quando se ne presenti il

bisogno, essere uno dei vostri giudici: rispondete...»

Malatesta, percorsa con obliqui sguardi la sala, si assicurò prima se

i suoi cagnotti tenevano i posti e quindi soggiunse:

«Credete voi, messere Castiglione, ch'io non abbia altro a fare che

a salire in bigoncia e mettere tutto giorno male parole contro chi

sento migliore di me? La Dio mercede, la mia giornata va piena di bene

altre occupazioni. Se io dovessi denunziare tutte le sollecitazioni

che m'indirizzano i cittadini di Fiorenza per tradire l'obbligo mio,

non potrei attendere alle cure della guerra; io mi contento sprezzarle

e mantenermi nel dovere senza troppo gonfiare le gote, m'intendete?

Io non ho mai creduto servire bene il mio paese spaventandolo ad ogni

momento con vani terrori. Le proposte del Soderini pensai che, movendo

da leggerezza, non avessero séguito, epperò le obliai. Ora che, la fama

m'istruisce i costui divisamenti essere più pericolosi di quello ch'io

dubitava, vengo prontissimo a illuminare la coscienza dei giudici, mi

affretto a destarvi dal sonno che dormite su l'orlo del precipizio:

giunge sempre bene colui che arriva a tempo...».

«Ma per voi, mi sembra, avremmo potuto dormire, quanto i sette

dormenti, sul margine dell'abisso...»

«Silenzio!» interruppe il gonfaloniere; «magnifici cittadini,

apparecchiatevi ai giuramento ed ai voti.»

Malatesta chiese ed ottenne commiato; il gonfaloniere lo licenziò

adoperando umane parole, levando al cielo la sua lealtà e l'obbligo

che gli avrebbe in ogni tempo la Repubblica professato grandissimo.

E non pertanto vuolsi credere che, senza gli uomini di arme i quali

accompagnavano Malatesta, primo il gonfaloniere Girolami avrebbe

ordinato si sostenesse e innanzi al Soderino nel capo si condannasse.

Concede questa facoltà alle parole e al volto il cuore riposto in mezzo

del petto e diligentemente coperto sopra di carne e di ossa.

«Che pártene? Meritai io la tua lode?» uscendo di sala appoggiato sul

braccio di Cencio Guercio, gli andava Malatesta susurrando entro le

orecchie.

«Avanti, — avanti», risponde quel terribile Cencio; «così continuando

voi diventerete la disperazione di Dante.»

«Dante! Com'entra qui Dante?»

«Più che voi non pensate, o dolce signor mio; imperciocchè,

resuscitando, egli non saprebbe in qual parte del suo _Inferno_

riporvi; sì, voi mi pare le meritiate tutte...»

«Va', — il demonio dell'acutezza ti possiede.»

«Perchè no? In cielo e in terra tutto mi comparisce epigramma. Sapete

voi che cosa ella sia la vita? Ve lo dirò ben io: — un epigramma di

messere Domeneddio...»

Si allontanavano motteggiando da un luogo dove stava per condannarsi

una famiglia inclita a perdere la fama, un uomo la vita. Soderini,

traditore infelice e pentito, perisce; eglino traditori avventurosi e

indurati si affrettano di mandare a fine il tradimento. La provvidenza

li contempla dall'alto e lascia fare.

Secondo il disposto della legge della Quarantia, primo il gonfaloniere

e dopo lui gli altri magistrati componenti quel tribunale, succedendosi

per ordine di dignità, giurarono nelle mani dei frati di palazzo di

dovere senza passione alcuna e giusta la coscienza loro giudicare.

Dipoi sopra una cartuccia scrissero la pena che parve loro si meritasse

la querela e la depositarono sopra l'altare; donde poi rimesse tutte

le cartucce per opera dei frati e dentro una borsa raccolte, furono

consegnate al notaio dei Signori, affinchè a norma delle solennità

prescritte dalla legge ne eseguisse la estrazione.

Dalla estrazione resultarono più maniere di pene: a taluno pareva non

dovesse applicarsene alcuna, a tal altro parve qualunque pena poca a

tanto misfatto; da una parte perigliosa indulgenza, dall'altra efferata

immanità, — estremi entrambi biasimevoli e consigliati da studio

di parte. Poichè, non so s'io l'abbia già detto altrove, e avendolo

detto, piacemi e giova ripeterlo adesso, per l'uomo di stato il delitto

comincia quando la necessità delle pene cessa; i facili in ogni caso al

perdono, specialmente se per motivi privati, si abbiano per traditori.

Le diverse pene dovevano mandarsi a partito; quella vinceva cui

numero maggiore di voti favoriva, ma che però superasse i due terzi.

Lasciarono i magistrati la sala per ridursi nelle stanze dello

squittinio. I rei rimasero soli con i rimorsi e le catene.

Dopo molte ore, la porta della stanza dello squittinio si apre

silenziosa su i cardini, poi si presenta improvviso come lingua di

fuoco, sopra la soglia, un mazziere vestito di rosso con lo spadone

dritto nelle mani; segno di morte.

Si riposero i magistrati nei seggi; i passi e i moti loro non

suscitavano rumore alcuno; pareva una processione di spettri. Al cenno

della mano che il gonfaloniere gli fece, il notaio dei Signori si alza

e con voce tremante legge:

«Invocato il nome di Cristo Redentore, della Repubblica Fiorentina

re. La Quarantia dichiara rei di tradimento contro la patria Luigi di

Tomaso Soderini e frate Vittorio Franceschi, li condanna nel capo,

ordina agli spettabili signori Otto di mandare ad esecuzione la

presente sentenza. Data, ecc.»

Il gonfaloniere, profondamente commosso, si leva sorreggendosi con

ambe le mani ai bracciuoli della sedia e indirizzatosi ai condannati,

favella:

«Uomini colpevoli, la giustizia umana ha dovuto condannarvi; non

perdete tutta speranza, volgetevi alla immagine di questo Cristo: egli

tiene le braccia aperte per accogliervi al suo seno; il battesimo

delle lacrime di penitenza basta ad acquistare il paradiso...» — Nè

potè parlare più oltre, chè il singulto gli strinse la gola, e cadde a

sedere di nuovo.

I cittadini componenti la Quarantia cominciarono a vuotare la sala,

— alcuni con la ingiuria alla bocca, la minaccia negli occhi passando

dappresso ai condannati inasprivano la sentenza col sarcasmo; altri,

i favorevoli a loro, temendo essersi avventurati anche troppo, non

ardivano sollevarli con parole di conforto; entrambi opprimeva un peso

d'ineffabile angoscia.

Passa il nostro Dante. Egli ha dato il voto di morte, egli combattè

il consiglio di più mite sentenza, e non pertanto adesso procede col

sembiante compunto, la faccia tiene dimessa, sinistri pensieri lo

ingombrano. Lorenzo Soderini, giunto a tale estremo, cercava con i suoi

occhi velati e non rinveniva persona che lo assicurasse di pietà, — la

pietà refrigerio dell'anima contristata: appena la figura di Dante gli

strisciò traverso le pupille, ebbe quiete quel suo volto atterrito;

— voleva chiamarlo e non ardiva toccarlo, e la lena gli mancava alla

mano; pur senza accorgersene, la sua destra fece un atto, e la catena

risonando aggiunse i lembi del lucco del Castiglione; questi trasalisce

e si volta indietro e con voce profonda gli domanda:

«Che vuoi?»

«Una bocca che non mi maledica, un cuore che mi aiuti a morire.»

«Io!» proruppe Dante rifuggendo lontano con atto di abborrimento;

se non che mutato di subito consiglio si accosta con impeto e,

«Perchè?...» interroga, — e poi si rimane; quindi stringendo quanto

poteva nella destra la sua barba che era tornata a crescergli

foltissima, due o tre volte la squassa con violenza: «No, no»,

riprende, «la tua misura è colma e non ha mestieri di rampogna; io non

devo aggiungere altra pena a quella che la legge ti ha dato. La colpa

impunita fa bestemmiare l'Eterno, ma nello spazio che corre tra la

condanna e la esecuzione della pena anche la colpa è sventurata e va

soccorsa: — noi piangeremo insieme.»

Senza altre parole aggiungere gli si posa al fianco per accompagnarlo

alla cappella.

Gli altri passarono; parte di loro notarono Dante, parte no: uno solo

si avvisò favellargli, e fu l'Antinori; egli, ostentando maraviglia, lo

richiede:

«Che fate voi qui al lato di questo traditore, messer Dante?»

E quel magnanimo senza muovere membro gli risponde:

«Qui sto a confortare un moribondo, perchè non disperi della salute

dell'anima sua, e per seco supplicare Dio, affinchè egli sia l'ultimo

a tradire questa dolcissima patria.»

Subito dopo si voltò dal lato opposto, come insofferente di più lunghe

domande.

* * * * *

Lorenzo Soderini e fra' Vittorio furono condotti alla cappella.

Il maggior bene che possa farsi ad un frate sta nel non dirne nulla, ed

io farò questo bene a fra' Vittorio, — non parlerò di lui. Due furono

frati, per quanto io sappia, nel mondo sublimi davvero, e forse tre: —

Arnaldo da Brescia e Girolamo Savonarola; e perchè i popoli le costoro

ossa non convertissero un giorno in reliquie, i re mitrati del Vaticano

gli arsero vivi e ne dispersero le ceneri ai venti; ma coteste ceneri

ricaddero per i campi d'Italia e vi diffusero il germe del martirio

e della libertà: le ceneri e il sangue ottimi fecondatori sono di

libertà, e lo vediamo. Il terzo frate fu Domenico Campanella, il quale

per cacciare via i barbari d'Italia intendeva legarsi co' Turchi e si

sarebbe confederato col diavolo. Stupende menti e stupendi cuori furono

cotesti frati; e noi ci accorgiamo che pur troppo osservarono il voto

di serbarsi casti, imperciocchè morissero senza posterità!

La cappella è angusta; la luce del giorno impedita da tende nere non vi

penetra dentro; molti ceri accesi sopra l'altare mandano un chiarore

pallido e rendono grave l'aria che vi si respira; due battuti della

compagnia del Tempio noti col nome di Neri, incappati e incappucciati,

stanno genuflessi davanti l'altare recitando le preghiere dei defunti:

ad ogni ora che passi, due nuovi fratelli della medesima compagnia si

succedono in cotesto ufficio lugubre. Dante da Castiglione sta seduto

sopra un lettuccio posto in disparte, le braccia ha incrociate sul

petto e tiene il volto dimesso. Lorenzo Soderini anch'egli seduto sopra

uno sgabello a piè del lettuccio vi protende abbandonate le braccia, il

capo e parte della vita. Un tremito fitto fitto gl'increspa la pelle

e gli addrizza la più molle calugine del corpo: dalle tempie livide e

cave emana sudore perenne che scendendo giù per le ciglia si confonde

su l'angolo degli occhi con le lacrime e le rende più amare.

Quali pensieri lo attristano?

Dapprima nessuno: tutto il cervello gli doleva siccome offeso da forte

battitura; tentava inutilmente volgere il pensiero a un punto fisso;

la fonte sembrava inaridita; si affaticava invano a suscitare la

mente percossa da paralisi; — l'anima gli era morta prima del corpo;

e sì che tanto breve ora gli avanzava di vita, a tante cose doveva

meditare e a tante ancora provvedere... Oh Dio! questa impotenza lo

contristava come i sogni sinistri, nei quali ti pare sentirti il ferro

dell'assassino nei fianchi e tu non puoi aiutarti con la voce nè con

la fuga. Ma di un moto convulso gli venne fatto cambiare positura, ed

allora la immaginazione, quasi vento burrascoso nei campi, prorompendo

sommosse un turbine di affetti e di memorie. Come baleno per notte

profonda illuminando largo tratto di paese rivela allo sguardo

pianure e colli e fiumane e alberi e case, obietti in somma infiniti e

infinitamente svariati, così la immaginazione ricercò, — rischiarò, —

vestì di bellezza i casi più riposti della vita: — sentì di nuovo il

Soderini le gioie dell'infanzia, quando è dolce voltolarsi su l'erba

verde, e punge cura di aggiungere correndo la farfalla, o desiderio

di possedere l'uccello che canta e il pomo che rosseggia sopra i

rami dell'albero: seguitarono i piaceri dell'adolescenza, — il primo

cane sguinzagliato dietro la fiera, il primo cavallo stretto tra le

ginocchia poderose; — e qui cominciava a mescolarsi una immagine di

vergine ch'egli desiderava ardentemente, e non ne sapeva la causa, —

che lo faceva sospirare, e ne ignorava il perchè; amava il suo riso

pel riso, gli occhi per gli occhi; la fiumana del cuore era gonfia

e non pertanto scorreva entro i suoi argini. Quanto ebbe diletto in

quei giorni slanciare il cavallo di piena carriera lungo la via che

passava davanti alla casa della fanciulla vagheggiata, circondarsi di

un nuvolo di polvere, e traverso quel nuvolo scorrere come saetta e

gittare un bacio a lei, che sporgendo dal balcone mostrava la guancia

pallida pel pericolo del giovanetto! Gli si presentava alla mente il

verde della campagna fresco, rugiadoso come su l'alba di un bel giorno

di primavera o sul crepuscolo di un giorno di autunno, quando la

pioggia lieve è caduta, e poi il cielo si fece all'improvviso sereno:

vedeva l'emisfero colorito del più bell'azzurro che mai abbia sorriso

sul nostro capo, e in quegli spazi rotare con magnifici giri il falco

pellegrino... Oh felice, felice quel falco! Poi gli tornava alla mente

la madre, o come quando curvata sopra la culla gli sorrideva e, lieve

vellicando il suo corpo tenerello, convertiva in riso anche i pianti di

lui povero infante, o quando, inconsapevole il padre, gli somministrava

danaro per le sue voglie di fanciullo, o allorchè, amorosa troppo,

celava i suoi falli giovanili per non provocare lo sdegno paterno: —

povera madre! non gli aveva mai detto parola che sapesse di acerbo,

— dalla sua bocca non era uscita nessuna rampogna mai, — non sapeva

vietargli nulla; dov'egli si fosse ostinato in cosa che le tornasse

spiacevole, — Tu mi farai piangere! — ella diceva e nulla più. Oh! come

le immagini mutarono nell'agitato suo spirito! il capo volge da una

guancia all'altra, non trova quiete. All'improvviso pargli vedere per

mezzo sentieri ingombri di pantano e di sterpi avanzarsi penosamente

una femmina; ella mostra il sembiante disfatto, spessi sospiri le

prorompono dal seno, i piedi muove pel fango, le vesti ha sordidate e

le membra, e la bufera le sventola dietro le spalle i capelli bianchi,

cade la pioggia a rovescio; i nuvoli spinti dal vento scorrono pel

cielo e rassembrano i demoni precipitati quando mossero battaglia al

trono dell'Eterno. — Quella è sua madre; i suoi passi tendono ad un

ampio campo recinto di mura; ella percuote sommesso alla porta: un ente

senza forma, e non pertanto terribile, spalanca i cancelli e le domanda

che cosa cerchi a quell'ora. — Piano! ella risponde per l'amore... è

egli sacrilegio rammentare qui Dio! — Silenzio! — Ebbene, prosegue,

per l'amore di Dio, sono una madre che vorrebbe piangere sopra la

sua creatura; ella fu scellerata, ma io la portai nove mesi nelle mie

viscere. — Cercala, riprende la voce; in cotesto spazio di terra, colà

da quella parte il campo maladetto accoglie i cadaveri dei figliuoli

che uccisero i propri parenti. — Non è qui. — Più in là vi sono i padri

che hanno ucciso i figli, le madri che dispersero i loro portati. —

Non è là. — Più oltre giacciono i fratricidi. — Nemmeno. — Là in fondo

stanno i Giudei che crocifissero Cristo. — Neppure. — Femmina, o chi

cerchi dunque? — Altri... altri. — O sciagurata! e allora tu cerchi

un traditore della patria? — Piano! io muoio di vergogna..., sì, un

traditore. — Io non tengo ricordo di costoro: corre gran tempo che la

corda della forca lo ha scaraventato fuori del mondo? — Ieri all'ora

del crepuscolo. — O dannati! cominciò la voce a urlare come un tuono,

— o dannati! sapreste voi dire dove giaccia il corpo dell'anima che

ieri cadde tra quelle che si tormentano nell'inferno? — La terra si

commosse quasi la scuotesse il terremoto, e dalle fosse infinite che

coprivano la campagna uscirono urli che dicevano: Lorenzo Soderini,

Lorenzo Soderini! ben venga la madre sua! — scopérchiati, Soderini,

fa accoglienza a tua madre! — E a lui sembrava udire sotto terra

coteste parole di scherno, e con ambedue le mani afferrava la lapide

per non essere scoperchiato; invano però, chè una forza irresistibile

toglieva via la pietra, ed egli compariva davanti a sua madre ignudo,

nero, arsiccio in mezzo di una fossa di fiamme, sicchè la madre

urlava anch'essa: Ahi! povere mie carni! — e le mani cacciatesi nelle

chiome, faceva atto di precipitarsi nella fornace del figlio. — Il

figlio invece la respingeva, e la sua mano posta sul seno che l'aveva

allattato, vi levava la fiamma e vi lasciava la scottatura, e con

feroci accenti la rampognava: — Ora che hai pubblicata la mia infamia

anche a' morti, va', io maledico il tuo fianco che mi ha portato. — Il

condannato intanto arronciglia con le dita attratte la copertura del

letto, scuote smanioso la testa e geme:

«Povera madre!»

Dante da Castiglione contemplando il nuovo spasimo, volgendo il

pensiero alla femmina angosciata, ripete:

«Povera madre!»

Il Soderino temendo di beffe solleva la faccia; ma viste due lagrime

scorrere giù per la barba del Castiglione, come furente strinse la

destra di lui, la baciò con immensa passione e proruppe in pianto

irrefrenato. Il Castiglione lo conforta e spesso gli viene ripetendo:

«Sii uomo!»

Frattanto sopraggiungono nuovi battuti per rilevar i fratelli che hanno

consumato l'ora. A Dante viene fatto, senza riporvi mente, di stendere

le dita quasi per contarla. Lorenzo, che si accorge del moto, domanda

affannoso:

«Quanto mi avanza a vivere? — Ditemelo, — sei ore, — quattr'ore, — due,

— una? — Io non voglio morire, non posso morire così presto. Questa

luce mi offende gli occhi, — quest'aria mi pesa sul petto»; e correndo

con impeto apre le tende e le finestre. «Oh! — egli prosegue, — aria

fresca che porti refrigerio al mio sangue infiammato dalla febbre,

domani per me soffierai invano; addio, patrie valli, addio, fiume

patrio, addio, colline... Sopra uno di quei monti a cielo aperto,

fornito lo spazio di vita che natura concede agli uomini, l'emisfero

stellato sul capo, la cara famiglia d'intorno, sarebbe meno trista,

forse piacevole cosa la morte; ma ahimè! tra i miei occhi moribondi

e il cielo io vedrò un ferro tagliente, un uomo che non conosco e che

m'uccide... ah! egli è crudele.» — E qui caccia fuori un terribile urlo

e con ambe le mani si cuopre gli occhi.

Dante accorrendo gli domanda qual cosa l'offendesse.

«Colà, — colà, — ed accennava col dito, — ho ravvisato la villa della

mia famiglia, — la stanza in che nacqui: chiudete le finestre, — calate

per carità le tende, — io non posso sopportarne la vista.»

Continuava a percorrere la stanza. Il suono monotono dei fratelli

del Tempio gli percuote da prima fastidioso l'orecchio, poco dopo

insoffribile; si ferma davanti al Castiglione e in voce spenta gli

dice:

«Dante, io non sono disposto a morire, e pur conviene ch'io muoia; mi

sento le membra valide, i visceri sani; e tutto questo mi renderà più

dolorosa la morte... Se tu immaginassi come agiti tremenda la preghiera

dei moribondi profferita sopra un uomo pieno di vita, tu allora

sapresti quando sarebbe pietà imporre silenzio a quei battuti: finchè

non tacciano, io non potrò sollevare il mio spirito al cielo.»

Dante ristrettosi con i due neri da parte gli supplicava:

«Fratelli, vorreste voi andarvene nell'altra camera e colà pregare

sommessi? — La vostra sembianza contrista il condannato.»

«Fratello», risponde un battuto, «la nostra regola ci ordina di pregare

nella stanza del giustiziato.»

«Sì, sì, ma la vostra regola ha fondamento sopra la carità, fratello;

il divino Maestro lo ha pure insegnato: la parola uccide, e lo spirito

vivifica: voi non farete opera meno meritoria per voi nè meno giovevole

al condannato, ritraendovi nell'altra stanza; i desiderii dei moribondi

son sacri, — ed a lui, voi lo sapete, avanzano appena sei ore da

vivere...»

«Se ci mandate via, noi ce ne anderemo; e se cotesta anima per difetto

di preghiera si perde, cada il castigo sul capo di cui n'era la colpa.»

«Noi non vi cacciamo, sibbene vi scongiuriamo a non funestare quel

misero...»

«O noi preghiamo qua dentro e ad alta voce, come dobbiamo, pregheremo

per lui, o ce ne anderemo.»

«Andatevene dunque. Voi avete di carità la forma, vi manca il cuore:

voi movete le labbra, spingete una parola, ma la fiamma manca alla

voce, e la vostra preghiera ricade come un crasso vapore che non

può sollevarsi fino al cielo: andate! — Dio non ha mestieri della

mediazione degli uomini per soccorrere l'uomo: il Redentore, che la

pecora smarrita antepone alle rimaste nel branco, gli stenderà le

braccia: Cristo, per ascoltare costui, non chinerà le orecchie più di

quello che si curvasse per ascoltare voi superbi ministri del Dio di

umiltà. Andatevene: se voi vi ricusate pregare, pregheranno gli angioli

per lui.»

Poi dopo successe un silenzio profondo tanto che si udiva il crepitare

dei ceri accesi dentro la cappella.

Ecco s'inoltra un uomo vestito di nero; — le sue sembianze paiono

scolpite nella pietra, — i suoi capelli sembrano metallici; dai

modi lo diresti un maggiordomo, — ed è veramente tale. Io non saprei

descriverti per l'appunto le sue maniere, ma potrai vederle uguali

nei cortigiani e in quelli altri che chiamano diplomatici, — specie

di pifferi dove non soffia Minerva per paura di sconciarsi le gote;

coteste sono maniere che sbigottiscono gli affetti e respingono

atterrite nel cuore le dolci espansioni pronte a sgorgare.

Il nuovo personaggio, seguito da valletto il quale gli veniva dietro

recando una guantiera, fermatosi dinanzi al condannato, con voce

impassibile e cerimoniosa incominciò:

«Fratello in Cristo, e' dovete sapere, come fino dal 1300 e tanti,

messer Amedeo degli Amedei, in quel tempo rettore della cappella di san

Giuliano in San Nicolò delle Monache, e della chiesa di San Remolo, pei

rogiti di ser Giovanni del Guiduccio ordinasse che i suoi successori

nel patronato della cappella suddetta accompagnassero i condannati

alla morte e li confortassero con un panellino confetto di once tre.

Messere Ieronimo, mio signore, abborrendo farsi vedere in cammino con

un condannato, e per altra parte desiderando mantenere il lodevole

costume dei suoi maggiori, mi manda a voi per presentarvi il panellino

confetto, e la mancanza della sua presenza redime con l'aggiunta di

questo nappo di malvagia.»

Dante credeva trasognare, ma poi l'ira lo vinse, e con dura favella

domandò:

«E chi è cotestui che tu chiami signore? La prima volta è questa ch'io

lo sento rammentare in vita. Non lo conosco...»

«Colpa vostra», riprese il maggiordomo; «avreste dovuto andare a

trovarlo.»

«Colpa sua», interruppe con voce terribile il Castiglione; «colpa

sua se, nascendo degli Amedei, ha fatto ignorare fin qui la sua

esistenza in Fiorenza; — colpa sua se tanto è da poco di cuoprire la

sua abiezione con la fama dei maggiori. Non so se il privilegio di

cui parli sia vero; quando pure lo fosse, riporta al tuo signore il

vino e il pane, e a nome di Dante da Castiglione Catellini Filettieri

gli dirai essere cotesto privilegio cessato dacchè la casa Amedei si

spense; ch'egli non deriva da loro, — che mentisce stirpe, e che io

sono pronto a provarglielo a tutta oltranza con lancia e spada, a piede

o a cavallo, prima che il sole tramonti.»

Lorenzo, curvo con la persona, gli occhi incavati, che i minuti adesso

passavano gravi sopra il suo corpo come anni, si accosta al maggiordomo

e con voce cupa gli dice:

«Fratello, gran mercè, — ma per qual cagione prenderei io cibo e

bevanda? Non è questo un oggi senza domani per me? Nel giorno che

succederà a questo dovranno le membra mie triste fare altra cosa che

rimanersi ferme nella fossa? — Riprendi dunque cotesti alimenti...

non versa la tesserendola nuovo olio nella lucerna quando sta per

coricarsi... Riportali al tuo signore, e gli dirai dalla parte del

condannato che i suoi maggiori ebbero per avventura carità, ma furono

certamente stolti... forse non sapevano che al condannato non rimane

altro sapore tranne quello della morte? Quel vino avrebbe sulle mie

labbra il gusto del sangue; anche non fosse stato aceto e fiele quello

che dettero a Cristo nella sua ultima ora, qualunque liquore gli

sarebbe parso ben tale.»

«Va'», con mal piglio continua il Castiglione al maggiordomo, «e di' al

tuo padrone che aggiunga quel nappo al vino che ha costume di bere: —

così almeno diventerà qualche cosa, — forse un briaco!...»

Il maggiordomo uscì salutando con la solita gravità.

Passò altro tempo senza proferire parola; adesso sporgendo attento le

orecchie il Soderini mormora numeri progressivi e dice:

«Anche di un'ora mi sono accostato al supplizio.»

«Io non ho inteso nulla», soggiunse il Castiglione.

L'assedio di Firenze · 第 57 / 81 段