«Cencio, andiamocene; sento un'aria di forca che mi stringe la gola;

va', sella i cavalli... mi pare che la terra mi manchi sotto...»

«Parlate daddovero, messero? Adesso? Sul punto di raccogliere la

mercede delle onorate nostre fatiche?... io rimango.»

«Cencio, i beni senza la vita non valgono nulla.»

«E la vita senza i beni vale anche meno; addio al sangue dei Baglioni

vostri crudeli parenti e nemici; — addio Bevagna, Tunigiana e le altre

terre e castella: rimanga il nipote senza vescovado, — Ridolfo vostro

senza la duchessa di Camerino. — Ah! voi mi fate pietà.»

«Usciamo da questo inferno, — diamo la porta al Principe e lasciamolo

a sbrogliare le sue faccende con la Signoria...»

«Ma allora chi vi assicura della fede del papa? E poi per questo

estremo noi siamo sempre a tempo. Abbiate pazienza, lasciate a me la

cura d'ingrandirvi un tal poco; altrimenti nessuno vorrà credere che

una nobile repubblica come questa sia stata condotta in rovina da un

goffo come siete voi: la nostra nicchia è la ribalderia; sta bene, ma

almeno occupiamone quanto basta per farci figura... che cosa direbbe il

diavolo di voi?»

«Cencio... ascoltami una volta per sempre... A cui darai vanto del

suono, al citarista o alla cetera? Tu sei in mia mano la cetera —

ricercandoti, ne ricavo ora il basso ora l'acuto; un giorno o l'altro

potrei anche lasciarmiti sfuggire di mano e mandarti a rompere sul

terreno.»

«Novelle! Voi fate l'altero per isprezzarmi, ed io vi domando: va egli

il cieco senza la guida? — Io sono il fidato destriero che vi mena per

balze e per dirupi; voi mi tremate sopra quando muovo sul ciglione

del precipizio e vi raccomandate a tutti i vostri santi; io procedo

sicuro e vi tolgo dai mali passi; — sono l'anima, la mente del vostro

corpo...»

«Se presumi tanto di te, — va' solo, — e vediamo...»

«Solo non posso andare, mi manca stato; la fortuna mi ha posto in

tal condizione che le opere mie mi darebbero fama nella taverna che

frequento o nella contrada in cui nacqui: il diavolo conta tutte

le ribalderie, ma lo storico segna quelle soltanto commesse sotto

l'insegna di un leone, di due pesci o di una corona; insomma anche

le scelleraggini, onde non muoiano presto nella memoria degli uomini,

abbisognano di una marca imperiale, reale o almeno baronale...»

«Ed in prova che, dove io non fossi, tu saresti un fantastico senza

vergogna, ti osservo che, spaziando sempre nel passato e nel futuro, tu

non ti risovveresti del tempo presente.»

«Ogni uomo venne al mondo col suo patrimonio di ambizione... perchè non

dovrei avere ancora io la mia? Per me, vorrei acquistarmi un bel tocco

di fama o d'infamia, — insomma essere rammentato, come una eruzione

di Vulcano, un terremoto, un diluvio; e malgrado il mio ingegno e

la potenza di fare da me, voi, pur troppo io sento, mi divorerete la

esecrazione dei posteri. Dio mi ha mandato Malatesta addosso come la

ruggine del ferro. Se potessi rivivere fra tre secoli, leggerei sopra

i ricordi dei tempi: Malatesta il più astuto... Ah! storico, invece di

spendere in inchiostro, comprati elleboro, tu sei pazzo; Malatesta fu

il più innocente, il più semplice uomo del mondo.»

«Ah! mi farai dormire: Cencio, invecchi e sermoneggi. — Va', muta

veste, e studia indagare quali voci corrano per Fiorenza. — Mi viene

un pensiero in mente. Vedi questa carta? — È una lettera del Papa.

Sai a cui è diretta? — A me. — Indovini dove intendo depositarla?

Alla Quarantia. — Ne comprendi la cagione? — No. — Va', va', mio buon

Cencio...; col tempo imparerai a tua posta; per ora io ti saluto col

nome di novizio nell'arte del tradimento.»

Cencio alzò le spalle e, avviluppatosi entro una cappa spagnuola, si

accinse a partire. Malatesta, lo richiamando addietro,

«Guarda», gli disse, «che sia bene sbarrata per di dentro la porta, e

i Perugini veglino.»

Cencio alzò di nuovo le spalle con tale un atto che avrebbe potuto

significare: io non comprendo nulla.

Malatesta volle avviare a certa meta i suoi pensieri, ma non gli

riusciva; il timore che la porta non fosse ben custodita gli teneva

la mente del tutto ingombra: si levò dal letto con pena, e aiutandosi

appoggiato ad un bastone si strascinò per le stanze giù per le scale,

— toccò le sbarre, le tentò con quanta forza gli era rimasta nelle

mani attrappite, e, assicurato da questa parte, si diresse al corpo di

guardia.

I suoi fedeli Perugini vegliavano, la noia della veglia ingannando col

giuoco e col vino: inosservato egli apparve in mezzo di loro e alzò la

mano per favellare. I soldati cacciarono un urlo, non di sorpresa, ma

di terrore, così che Malatesta se ne sentì avvilito; un pensiero gli

traversò il cervello, doloroso come ferro rovente: tu sei già più che

mezzo cadavere, — la tua vista mette spavento; cuopriti di cenere e

muori. — Egli non potè proferire parola, stette alquanto con la mano

quasi in atto di lanciare una maledizione, — poi ritornò silenzioso

nelle sue stanze.

Ad ora di notte inoltrata tornò Cencio: — la pioggia cadeva giù a

torrenti; la cappa e le altre vesti di lui erano imbevute d'acqua;

mormorava tra i denti mozze parole. Appena Malatesta lo vide,

incominciò:

«Cencio, che nuove?»

«Mi sono bagnato fino all'ossa», e senz'altro aggiungere spremeva

l'acqua dalla cappa in sembianza di uomo stupido.

«Cencio, dimmi, quali parole ti venne fatto raccogliere?»

«Il freddo mi ha preso tutto il corpo; tremo come la cicogna...»

«Vuoi tu ragguagliarmi di quanto hai ascoltalo tra il popolo?»

«Il popolo, signor Baglioni, all'ora che fa, pensa ad altro che a

novellare; — egli gode ciò che non possiamo ottenere più noi, — la pace

del sonno.»

«Io ti comprendo, Cencio; il dispetto ti rode; tu mi porti rancore e

immagini arrovellarmi col tuo segreto: — tientelo, non so che farmene,

— se l'acqua ti ha concio, peggio per te. Io ho bevuto intanto del buon

vino, e mi riconfortò le viscere; poc'anzi hai confessato che senza

di me non potresti andare; io invece procedo molto bene senza di te; —

va', lasciami dormire.»

«Or via, udite Malatesta...»

«Non voglio ascoltar nulla. Vassallo, obbedisci al tuo signore e

lascialo in riposo... i rimorsi mi fanno morbido il guanciale, — il

pericolo mi serve di letto: — anima volgare, a te lascio la veglia con

tutte le sue paure di questo mondo e dell'altro.»

«Non ha per ora più bisogno di me!» susurrava Cencio Guercio;

«sconterai la superbia alla prima occasione.»

* * * * *

Venti giorni dopo il colloquio riferito qui sopra, la campana del

palazzo di giustizia, chiamato volgarmente il Palagio, suonava a

raccolta.

Chiamava la Quarantia al giudizio di sangue: di ciò facevano fede i

leoni coronati, il gonfalone appeso accanto alla porta del Palagio,

i magistrati che si vedevano traversare il cortile e salire su per la

immensa scala vestiti di cappe rosse.

Quando accennammo brevemente la forma del governo di Firenze, dicemmo

come levata agli Otto la facoltà di far sangue, la concedessero alla

Quarantia, ed avvertimmo ancora come dei due fondamenti i quali

costituiscono l'ordinato vivere civile i nostri padri, periti del

primo, cioè del diritto di ogni cittadino a partecipare la suprema

autorità dello stato, ignorassero il secondo, la sicurezza personale.

Nel 1527, sul principio della rivoluzione, vollero in parte mettervi

rimedio e lo fecero instituendo la Quarantia. Certo non conseguirono

lo scopo: i popoli procedono lenti, che la verità percuote obliqua

i loro sguardi; comunque sia, cercarono per trovare. I delitti, in

ispecie quelli di stato, dovevano notificarsi dagli Otto alla Signoria,

la quale era obbligata estrarre a sorte quaranta uomini dalle borse

degli ottanta, che insieme al gonfaloniero, ad uno dei priori, tre

gonfalonieri delle compagnie, due dei dodici buoni uomini, due dei

dieci, uno dei nove, uno dei capitani di parte guelfa, uno degli

uffiziali di monte, due dei conservatori, uno dei massai di camera,

dentro i quindici giorni dal di della tratta dovevano spedire la causa.

Qual procedura tenessero nel giudicare vedremo in seguito.

[Illustrazione: ... il Ferruccio vi si avventura: grave di

armi... _Cap XXV, pag. 559_]

Due uomini apparivano sopra la panca degli accusati, — entrambi

stretti di pesanti catene: il primo, disfatto nella sembianza, con

i capelli stesi lungo le guance, come se si fosse tuffato nel fiume,

imperciocchè un sudor freddo emanasse senza mai cessare dal suo corpo;

— le tempie avea cave, — le labbra pendenti e colore di piombo, — gli

occhi bassi circondati da un cerchio nero; tutto svelava in lui il

rimorso aver precorso la pena; — questi era Lorenzo Soderini: l'altro

pochi giorni avanti fu mirabile per adipe e argomento di motteggio

a chiunque lo avesse veduto per via; la paura gli aveva tolto ad un

tratto la pinguedine, le guance gli cascavano giù dai lati grinzose

come la pagliolaia dei bovi; il vermiglio che un dì le imporporava si

era mutato in una tinta violacea, e il bianco degli occhi gli appariva

chiazzato di macchie gialle solite a precorrere la itterizia; egli non

imitava la immobilità del compagno, — anzi irrequieto agitavasi, gli

occhi rivolgeva del continuo da un lato all'altro pieni di terrore, e

con la bocca facea greppo, col capo ammicava in atto di domestichezza

a quanti entravano nella sala; — e siccome la più parte passava senza

badarlo, e gli altri lo guardavano biechi, egli per farsi avvertire

da' primi tossiva, stropicciava i piedi, si alzava ritto ritto su la

persona, non ometteva industria per richiamare la costoro attenzione;

ed ai secondi si sprofondava in inchini per modo che col mento quasi

veniva a toccare terra. Anche il delitto può parere sventura quando

il reo prossimo ad essere colpito dalla legge si mantiene composto

nella sua umiliazione e mansueto come quegli che sente essere la pena

effetto di causa con le proprie sue mani fabbricata; quindi mentre

l'aspetto del Soderini gli conciliava favore, rifuggiva ognuno dalla

impudenza fratesca del secondo accusato; — ed infatti egli era Vittorio

Franceschi, nominato fra Rigogolo, minore osservante.

Seduto ognuno al suo luogo, si alza il gonfaloniere Rafaello Girolami

e con voce alquanto tremula incomincia:

«La Quarantia si trova ella di presente composta nel numero prescritto

dalla legge?»

Il notaio, scopertosi il capo, risponde:

«Magnifico messere gonfaloniere, i presenti superano i due terzi.»

«La Quarantia», soggiunse il gonfaloniere, «vuole ella decidere la

causa in questa mattina?»

Da tutte le parti si levò la voce:

«Vuole.»

Il gonfaloniere torna a sedersi; dopo alquanto di pausa si volge agli

accusati e dice:

«Lorenzo di Tomaso Soderini, lo spettabile magistrato degli Otto vi

accusa di pratiche secrete con i nemici della patria, di tentativi

per sovvertire il reggimento, di voler ricondurre lo stato sotto gli

antichi tiranni... Che cosa potete voi opporre a questa querela?»

Il Soderini schiuse a fatica la bocca, e dalle fauci gli proruppe un

singulto; — nel tempo stesso sopra i contorni dei labbri gli comparve

una bolla vermiglia, — scoppiò, — e dagli angoli della bocca gli gocciò

una bava sanguinosa: una volta gli tremarono gli occhi, poi stettero

quasi ghiacciati; crollò la persona e cadde sul pavimento; — non

sospiro, — non gemito per lui; — il fragore delle catene fu l'unico

suono che si fece sentire sul traditore caduto.

«Frate Vittorio», continua il gonfaloniere, «voi siete querelato del

medesimo delitto: — che avete ad opporre per la vostra difesa?»

«_Domine, in adiutorium_, io vi dirò, magnifico messere Rafaello, la

verità tale quale ella sta; perocchè, vedete, io sia semplice come un

fanciullo pur mo' nato: il gentiluomo che voi testè interrogaste, certo

giorno su l'ora di vespro, mi fece chiamare in sagrestia, dove io,

credendo volesse accostarsi al tribunale della penitenza, lo segnai e

gli dissi: Dite su; — ma egli mi rispose: Non occorre per oggi, frate

Vittorio; io vengo da parte di Sua Santità a proporvi e, in quanto

bisogna, ordinarvi di porgermi aiuto per ristabilire la sua famiglia in

Fiorenza...»

«Perchè non veniste a denunziare il fatto alla Signoria?»

«Onorando messere, voi sapete da noi altri frati richiedersi tre voti

soltanto, di obbedienza, di castità e di povertà; — se esigessero da

noi anche quello della scienza, i monasteri sarebbero vuoti, come le

aie...»

«Oh! no», interruppe una voce, «voi altri frati giurereste anche questo

voto, nè lo adempireste meglio degli altri.»

«Ah! ah! come vi piace, padroni miei spettabilissimi; e infatti ogni

giorno una pioggia di motteggi si rovescia sopra le nostre povere

spalle, e non rifiniscono mai dal proverbiarci sopra la nostra testa

rasa e il piè di legno: poc'anzi entrando qui dentro ho udito due

gentiluomini che mettevano a partito se io mi avessi più duro il di

sotto o il di sopra...»

Siffatta plebea umiliazione di sè, anzichè movere il riso, concitò lo

sdegno degli ascoltanti; per la qual cosa il gonfaloniere lo avvertiva

restringersi nella difesa: — ma il Carduccio, modestamente levandosi,

tal dirigeva al Girolami grave consiglio:

«Messere, sacra cosa è la difesa dei querelati: se il frate parla

scempie parole, nostro danno; noi non lo ascoltiamo per diletto sibbene

per dovere; lasciamogli il conforto di dedurre difese inutili, dacchè

non gli è dato promuoverne delle concludenti.»

«Dunque», seguita il frate, «io credei che mi burlasse, e con mal viso

gli voltai le spalle garrendolo di venire ad uccellare i religiosi nei

loro sacrosanti asili, massime nell'ora di vespro, in che facciamo la

siesta.»

«Perchè avete tentato, dopo l'arresto del Soderini, trafugarvi dalla

città sotto spoglie mentite?»

«Eh! ma la giustizia del bargello ha l'ale alle mani per prendere, e

per lasciare soffre di gotta. Quando l'uom cade tra cotesti roncigli,

avviene di noi come della pecora che capita nel pruneto; quando le

va bene, qualche fiocco di lana vi lascia: onde io che aveva sentito

raccontare in qual modo certo villano a cui apponeva avere imbolato il

campanile della pieve se ne andasse a casa e dicesse alla donna sua:

Mogliema, ti avaccia a far fagotto delle masserizie e andiamcene con

Dio, imperciocchè mi accusino di avere rubato il campanile. — Statti,

gaglioffo, che io di qui ne vedo la croce e ne sento le campane che

sonano a gloria, gli rispose la donna; — ma il villano insisteva:

Partiamo tuttavia, che al bargello per udire e vedere le campane e

il campanile un anno potrebbe sembrare poco, e in questo tempo meglio

giova essere pollo d'aia che pollo di stia. — Per le quali ragioni e

cagioni deliberai mettermi in salvo, e ch'io non argomentassi poi male

lo vedete col fatto: se mi riusciva sgombrare, non sarei qui con queste

smaniglie addosso.»

Cominciarono gli esami dei testimoni, nessuno a discarico; molti

deponevano come frate Vittorio, convertito il confessionale in

bigoncia, quinci diffondesse parole di veleno contro la Repubblica e

instigazioni al tradimento; altri gli contestarono la proposta da lui

fatta di accompagnarlo a inchiodare i cannoni sul poggio San Miniato;

non mancarono i soldati ch'egli con impudenza pari alla goffagine

s'industriò contaminare per introdurre i nemici nel convento di San

Francesco vestiti a modo di frati; in somma un cumulo di prove, di

riscontri e d'indizii si aggravò sopra il suo capo da convincere

la mente degli uomini meglio esitanti. Per un pezzo il frate durò a

gridare calunnia e vomitare contro i testimoni atrocissime contumelie;

poi all'improvviso gli mancò l'ardire e si gettò genuflesso sul

pavimento piangendo dirotto e gridando:

«Misericordia! misericordia! vi prenderà ira contro un cane morto?

Vi appoggerete sopra la canna rotta? Abbiate compassione di un povero

folle....»

«Ed io pure sono folle, ma non ho mai morso le mammelle che mi porsero

il latte!» esclamò improvviso Pieruccio, il quale, introdottosi

furtivamente nella sala, se ne stava accovacciato a mo' di cane

sotto le panche tra i piedi dei padri, — e meglio delle parole erano

rampogna il suo aspetto attrito e le sue piaghe tuttavia sanguinanti.

Poi sollevando le braccia in atto solenne, così favellava ai cittadini

adunati: «Voi li salverete, voi non avrete cuore di condannarli...

Sventura a voi! L'albero che avete piantato non alligna nella terra

dei codardi e dei traditori, — e sì, — e sì che l'albero piantato da

voi, quando non frutta libertà, somministra il legno per costruire il

patibolo!...»

Il gonfaloniere, supponendo offesa la maestà del luogo da quei

detti acerbi, ordinava traessero altrove il Pieruccio; se non che

egli, vietando ai mazzieri di toccarlo, dignitoso e superbo, sgombrò

da per se stesso dalla sala. Dal rumore che si levò da ogni lato,

dall'agitarsi dei capi dei cittadini, parve quasi turbine trapassato

per le piante della foresta.

Intanto Lorenzo Soderini, rinvenuto dal suo sfinimento, occupava di

nuovo il posto di accusato. Raffaello Girolami, con voce che studia

rendere quanto più poteva soave, gli domanda:

«Lorenzo Soderini, avete da opporre discolpa all'accusa che vi danno

gli spettabili signori Otto, di guardia e balia?»

Il Soderini mosse le labbra per parlare, ma non ne uscì suono; — una

mano di ferro gli stringeva la gola.

Allora il Girolami si piegò all'interno domandando,

«Ecci nessuno che prenda le difese di Lorenzo Sederini accusato di

tradimento?»

«Nessuno. — Mandatelo alla forca senz'altre formalità.»

«Che sensi, che voci sono queste?» riprende il gonfaloniere; «mi trovo

io tra uomini civili, o...»

«Su, dite tra chi?» interruppe Lionardo Bartolini.

«O tra chi mi trovo?» ripiegò in buon tempo il Girolami avvertito dalla

interruzione del Bartolini che stava per uscirgli di bocca qualche

grave parola. «Perchè non avrebbe messere Lorenzo le sue difese? Finchè

la legge non pronunzia sopra di lui, non può dirsi reo. E alla patria,

meglio che con le ire e l'impeto, si serve coll'adempire ai buoni

ordinamenti di lei.»

Questa proposizione che denotava un grado di civiltà non consentito dai

tempi giunse malgradita tra quelle menti accese; parve provocazione

e rimprovero; gli odii riarsero; ella fu quasi bitume sopra legna

infiammate, — i cuori si chiusero alla pietà, — la sentenza non

pronunziarono ancora, ma ormai la sorte del Soderino e di fra' Vittorio

è decisa.

Il gonfaloniere, cui studio di giustizia moveva e forse anche amore

della casa Soderina, interroga da capo:

«Chi difende Lorenzo Sederini?»

«Nessuno.»

«Affinchè i posteri», continua il Girolami, «non abbiano a dire che, la

ragione postergata allo sdegno, la nostra magnificentissima Repubblica

commise fatto turpe nel presente giudizio, ecce, deposta un momento la

maestà del grado, io scendo alla difesa del querelato Sederini.»

«Voi non lo farete. Rimanetevi! rimanetevi!» gli gridavano d'intorno

tutti commossi, come mare in tempesta.

«Quando lo statuto non lo vieta», risponde con grande animo il

gonfaloniere, «staremo a vedere chi usurpa qua dentro maggiore autorità

della legge!»

E si pose sotto la panca dell'accusato. Quindi acconci detti

adoperando, chè fama aveva e prestanza di buon parlatore, orò

fervorosamente in difesa del Soderini: disse quanto più atroce il

delitto maggiore richiedersi la prova; essere contro messere Lorenzo

atroce l'accusa, gli indizi incerti, perchè delle prove non ne

concorreva pur una; la fuga notturna e l'arresto nulla concludere;

era forse vietato uscire per la città ad ora insolita? non doveva

presumersi ch'egli andasse attorno per cose da tacersi a cagion di

onestà? Male condannarlo, se dal silenzio e dal pallore traessero

argomento della colpa: — a cui di noi l'accusa di traditore non

terrebbe, non dico la parola, ma la vita? — Lodò casa Soderina,

rammentò i molti beneficii da lei operati in vantaggio della

Repubblica, onorandissima famiglia la disse e tale da pregiare di sè

qualunque più chiaro stato del mondo; ricordò Piero, al quale se mancò

per avventura il senno, certo non ebbe difetto di volontà; ma non gli

mancò neanche il senno, sol che si pensi ai tempi difficili, al viluppo

dei contrari interessi, allo sforzo di principi contro ai quali non

valeva potenza, e la fortuna dei quali non poteva prevedersi; che se

molti lo accusano, ciò avviene perchè, come spesso ho udito dire da

messere Iacopo Nardi, dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse;

e più di Piero lodò Giovambattista, di cui volendo tutti gli encomi

raccogliere in uno, lo salutava col nome di maestro di Francesco

Ferruccio, áncora validissima della pubblica salvezza; concludeva

finalmente che, quando la coscienza dei padri fosse convinta di qualche

trascorso essersi reso colpevole il Soderino, procedessero con mite

consiglio, con intendimento di chi corregge per migliorare, non con

pena che paia vendetta. Restituissero un cittadino alla patria, non

consegnassero un cadavere all'avello.

Giunto a questa parte della sua orazione, s'intese strepito di armi e

rumore di passi, come di molte persone che camminano strette tra loro

a modo di soldati, — si apersero fragorose le porte, — e le lancie

spezzate del Malatesta si posero sul limitare.

«Chi è il temerario che ardisce presentarsi così alla Quarantia?»

— domandarono alcuni cittadini; — altri guardavano sorpresi e

ansiosamente attendevano.

«Malatesta Baglioni!» rispose con gran voce Dante da Castiglione.

Infatti Malatesta comparve tutto dimesso in vista, ma circondato da

spesso stuolo dei suoi più fidati, con Cencio Guercio al fianco, le sue

povere membra gravi di giaco, di gorgerino ed altre armi da difendere

e da offendere.

S'inoltra fino al banco dei principali magistrati, vi depone una carta

dalla quale pendevano vari suggelli, e tenendovi pur sempre la mano

destra sopra, in questa guisa favella:

«Figlio ossequente della Repubblica Fiorentina, a me parrebbe mancare

(e mancherei certo all'obbligo che le professo grandissimo e di cui

non potrò sdebitarmi, quando anche eterna mi durasse la vita) dove io

nel presente caso non cercassi, per quanto è in me, chiarire la mente

vostra, magnifici cittadini, e non mi adoperassi con ogni mio sforzo a

far sì che per voi si dia insigne esempio al mondo del come in questa

terra s'invigilino e si puniscano i traditori.»

I circostanti maravigliando aspettavano il fine delle parole.

Malatesta, additato il Soderini, continua:

«Costui ardiva in nome del papa propormi il tradimento di questa

diletta patria: qui, voi vedete la commessione mandatagli a così

onorata impresa; io la ritenni nelle mie mani in testimonio della

nequizia dei nostri nemici e della mia lealtà.»

Il gonfaloniere, udita siffatta proposizione, gesteggiando a mo' di

forsennato, si stacca dal fianco del Soderino. Giunto la mezzo la sala,

gli si volge contro e, alzate le mani in atto d'imprecare, esclama:

«Sventura a te ed a me, che mi hai fatto dire parole le quali peseranno

contro di me sulla bilancia dell'Eterno nel giorno finale!»

Si passavano di mano in mano il breve apostolico; pur troppo egli

comprendeva la commessione di un cittadino a tradire la patria, la

preghiera del padre dei fedeli per le spargimento del sangue cristiano,

anzi pure fraterno e innocentissimo; pur troppo la feroce dimostrazione

di calpestare la testa dei suoi concittadini per qualsivoglia via,

comunque snaturata. Il breve portava il suggello dell'umile apostolo

che pesca, del primo vicario di Cristo redentore!

Lorenzo Soderini fece prova di favellare, ma glie ne tolse il potere

lo sguardo che incontrava del Malatesta: se l'occhio del serpente

affascina per la sua malignità, Malatesta superava in questo la fiera

più trista che mai partorisse natura.

Quando il breve venne nelle mani di Dante da Castiglione, questi, dopo

averlo letto ed esaminato molto attentamente, mosse i labbri a certo

suo garbo che stava a denotare trapassargli adesso per la mente un

pensiero molesto, e poco dopo con occhi bassi incominciò:

«Posso io domandare al magnifico messer Malatesta la cagione dell'avere

indugiato tanto a partecipare alla Quarantia un simile fatto?»

E qui sbarrati gli occhi, glieli avventa ardentissimi nel volto.

Malatesta, preso alla sprovvista, non seppe ripararsi meglio che

ostentando superbia.

«E chi siete voi e con quale autorità interrogate il generalissimo

della Repubblica Fiorentina?»

L'assedio di Firenze · 第 56 / 81 段