Io per me non dissimulo i brutti fatti; e se tale veramente dovesse

reputarsi questo del capitano della Repubblica, non vorrei diminuirgli

in nulla la reprovazione che merita: se non che reputo debito del

mio ufficio fare presente a cui legge che, per consenso degli uomini

intendenti del mestiero delle armi, hassi a reputare verace messaggero

il trombetto mandato a intimare la resa della terra, allorchè questa

assalita nelle regole si trovi ridotta in termine da opporre poca

resistenza o nessuna; mentre per lo contrario, s'ei si presenti prima

ancora che sia stata battuta, si considera provocatore, come quello

che propone atto vituperosissimo, o spia: inoltre bisogna avvertire

altro essere l'animo di quale disamina i casi umani per raccontarli,

altro quello di colui che gli sopporta e gli vendica; e meglio ancora,

— ardua impresa essersi tirata sopra le spalle il Ferruccio, quella

cioè di salvare la patria pericolante con tale uno esercito al quale

mancava ogni senso di moralità, ogni disciplina preordinata al vincere:

effetti che possono in tempi quieti conseguirsi con l'ammaestramento

e con gli esempi buoni; ma quando il tempo manca, nissuna cosa può

meglio provvedervi come la manifestazione di volontà inesorata. Però

prima di giudicare il nostro eroe, si ponga mente alla condizione di

lui, e poi secondo la coscienza consideri ognuno se merita conferma la

rampogna antica, o se piuttosto debba oggi assolversi pienamente. La

quale opinione, degna di benigno riguardo a cose ordinarie, non cade

più adesso che si ha come il trombetto recasse eccitamenti a ribellare

la terra e ad uccidere il commissario; nel qual caso, se il Ferruccio

non lo impiccò di prima côlta, hassi a reputare piuttosto trascurato

che magnanimo. Per ultimo non rimarrò dallo addurre un'altra ragione,

la quale comechè mi paia la meno degna dello riferire, avvegnadio la

colpa altrui non valga ad escusare la propria, tuttavolta in guerra si

mena buona anche oggidì e si chiama rappresaglia: e questa fu che il

Maramaldo aveva impiccato barbaramente il giorno innanzi alcuni uomini

del Ferruccio che gli erano capitati nelle mani[275]. Che se il Varchi

avesse conosciuto questi fatti come sono chiari a noi, si sarebbe

risparmiato di appuntare il preclaro uomo che a ragione salutiamo

l'ultimo degl'italiani.

Fabrizio Maramaldo, inasprito per quel primo scontro e lo attribuendo a

mille altre cause meno che alla vera, la imperizia propria, immaginò,

e gli pareva un bel trovato, di condurre una fossa a onde fino sotto

le mura di Volterra per praticarvi una cava. Invano gli dimostrarono

i più savi sarebbe riuscita cotesta opera disagevole e inutile;

disagevole, a cagione della natura del terreno pietroso; inutile,

perchè immediatamente conosciuta dai nemici, i quali stando in parte

assai alta, avrebbero, per così dire, annoverato i loro passi. Non

gli ascoltava; volle ad ogni costo imprendere la cava. Il capitano

fiorentino fingeva non accorgersi di codeste mene e lasciava fare;

quando tempo gli parve, di notte con diligenza infinita piantò alquanti

pezzi di artiglieria sopra un cavaliere, con la bocca volta verso lo

spazio che correva tra la trincea ed il campo del nemico: ciò compito,

divenuta la notte più nera, ordinò a Goro da Monte Benichi, soldato

di molto valore, uscisse da Porta Fiorentina con la sua compagnia,

e con le corde degli archibugi coperte, per non essere osservato, si

conducesse alla cava e sturbasse la impresa. Andò il capitano Goro,

e comecchè egli restasse sul primo incontro ferito di una picca nel

petto, combatteva con tanta virtù che il nemico non seppe resistergli.

Qui mentre si levava rumore grande di voci, di colpi di archibuso e di

passi di fuggenti e d'incalzanti, Ferruccio col corpo steso sul terreno

oregliava per sentire se alcuno si movesse al soccorso.

Maramaldo, udito il trambusto e prevedendo l'evento, si dava della

mano per la fronte e su l'anca, bestemmiava Dio, se la prendeva

contro le stelle, faceva cose insomma da muovere al riso chiunque

gli stava d'intorno; rimesso alquanto da quel primo furore, ordinò

si soccorresse la cava: sapere bene egli quello che diceva; se non

gliela guastavano, doversi rendere Volterra; andassero, corressero,

mostrassero all'imperatore che anche Fabrizio Maramaldo sa vincere.

Nessuno mutava passo, conoscendo di andare a morte certa ed inutile.

Fabrizio di pazza ira avvampava: irrompendo in parole forsennate, li

tacciò di codardi. Allora quei vecchi soldati risposero: «Colonnello,

voi ci spingete a morire come pecore, e ve lo faremo vedere a vostra

vergogna»; e s'incamminarono verso la cava.

Gli udì Ferruccio ed esultò: non potendo contenere la interna

allegrezza, replicò più volte: «Eccoli! Eccoli!» Allorchè conobbe

essersi tanto inoltrati da percuoterli in pieno, sorgendo in tutta la

maestà della sua persona, con terribile grido comandò: «Fuoco!»

[Illustrazione: Vico, Annalena e il padre di lei, affidati

a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei

nemici;... _Cap. XXIV, pag. 519._]

E i cannoni balenarono; le palle prendendo obliquamente la colonna

dei nemici vi seminarono la strage: ora, mentre, incerti di consiglio,

ignorando da qual lato si partissero le offese, non sapendo, mancati

gli ordini, se dovessero spingersi avanti o ritirarsi, le artiglierie

lanciano di nuovo la morte tra loro, l'istinto della conservazione

prevalse alla disciplina, e laceri, sanguinosi si ritirarono. Fabrizio

Maramaldo chiuso nella sua tenda non lasciò vedersi da alcuno.

Qui fu che i soldati del Ferruccio, usando meno che temperatamente

della vittoria, uncinarono per la pelle della schiena una gatta

penzoloni fuori le mura della terra: la quale miagolando dileggiava

il Maramaldo. Scrivono alcuni che questo ordinasse il Ferruccio, la

quale cosa mi repugna credere di uomo così severo e feroce: ad ogni

modo, o da lui lo illepido scherno movesse o da lui si sopportasse,

non merita meno biasimo, conciossiachè il Sassetti, con parole che nè

più gravi nè più acconce si potrieno immaginare intorno a siffatto

proposito, osserva: «le facezie che mordono, lasciano cruda memoria

di loro, e co' nemici più combattendo che burlando si guadagna.»

Di vero i nemici voglionsi sterminare, non ischernire; ma la plebe

matta e la gioventù folle questo o non sa o non vuol sapere; e tale

vidi io che di venticinque anni non ardiva afferrare una spada per

liberare la patria, prendere ad argomento di scena il Radetzky che

vecchio di ottantaquattro e più anni spingeva il cavallo in battaglia

per opprimere ventiquattro milioni d'Italiani. Non è anche l'ora

di vincere; la vittoria ha da arrivare in compagnia della virtù, o

vogliamo dire ferocia nelle armi; però che pei tempi che corrono di

altra virtù non abbisogni la Italia.

Più fiera tempesta sovrasta al Ferruccio. Il marchese Del Vasto viveva

malcontento nel campo, dove, non che i primi, i secondi onori gli erano

stati negati; agli altri capitani dell'esercito cesareo era come stecco

sugli occhi: per la qual cosa avendo domandato di andare a combattere

pel contado, gli venne più che volontieri concesso; andò di fatti e

insieme con Diego Sermiento capitano dei Bisogni prese Empoli, meglio

delle armi sovvenendolo il tradimento dell'Orlandini e la viltà del

Giugni; del quale infelicissimo caso favelleremo altrove con larghezza

maggiore.

Venuto il marchese a Volterra, per essersi poco diligentemente

accampato di prima giunta presso la Porta Fiorentina, fu subito

dall'infaticabile Ferruccio assalito, — ma, accorso al trambusto,

spinse il grosso dell'esercito contro ai pochi compagni del nostro

capitano e così celere gli si avventò alle spalle, per mozzargli la

strada, che se egli era meno veloce a ritirarsi, non ne usciva in quel

giorno a salvamento; ond'è, che seco stesso considerando allora quanto

lo superasse il nemico di numero, deliberò di non avventurarsi in

troppo fortunose imprese, attendendo a condurre ripari di ogni maniera,

siccome sono ritirate, fossi larghi e cupi, nel fondo dei quali aveva

fatto mettere tavole, con certi aguti da recare certissima morte a

chiunque vi fosse precipitato sopra: tutto il suo sforzo consisteva nel

ben munire la parte delle mura verso San Giusto, sì perchè gli pareva

dal piantarvi che vi aveva fatto i suoi cannoni il marchese volesse

batterla da questo lato, sì perchè, essendo quivi copia di terra,

riesciva agevole al nemico di alzare le difese.

Malgrado la previdenza di lui, l'astuto marchese muta nel corso della

notte, le batterie; da San Giusto le trasporta a San Lino, provvede

alle difese con sacca piene di terra, stipe e argomenti altri siffatti.

Ferruccio si confuse un momento; poi, non disperando riparare alla

trascuranza, moto raddoppia e vigore, — ordina si carreggino i cannoni

alla parte minacciata, l'opera aggiunge al comando: apparecchiano monti

di picche e di accette; ogni altra difesa presto è condotta a quella

parte, — egli in piedi accanto al gonfalone aspetta l'assalto.

Cominciarono a briccolare le palle nemiche su l'aprire del giorno

13 giugno, rade da prima, poco dopo turbinose, e spesse a modo di

tempesta; il muro debole s'introna, la torre della porta a Sant'Agnolo

si sfascia, in poco d'ora quaranta braccia di muro rovinano; al

trambusto che fecero cadendo mancò il cuore ai soldati, i cittadini

pensando alla barbara avarizia degl'imperiali agghiacciarono di

spavento. Ferruccio tra il fumo e la polvere comandava imperturbato; —

ora tutto chiuso nel fumo si udiva soltanto tuonare la sua voce, simile

a Dio quando dettò la sua legge sul Sinai; ora compariva parte del suo

corpo, il capo o una mano agitantesi e il rimanente avviluppato dentro

a nebbia misteriosa, quasi soprannaturale creazione che si affaccia

alla mente nei sogni di terrore. Ferve la mischia; in difetto di terra,

a ciò confortandoli gli stessi cittadini, sia che l'amore antico o

piuttosto, com'è da credere, la nuova paura gli animasse, adoprano

per riparo balle, sacca piene di lana, forzieri, casse, masserizie di

tutte specie dai Volterrani sgombrate nel monastero di San Lino, molto

adoperandosi in questa faccenda il capitano Morgante da Castiglione.

Le palle urtando in quelle fragili difese le dirompevano con alto

fracasso, — i frantumi schizzavano lontano, causa anch'essi di dolorose

ferite.

Ora il marchese, imbaldanzito per lo avventuroso successo, spinge

francamente i suoi soldati all'assalto: e per meglio tutelarli, mentre

si accostano alla breccia, raddoppia il fuoco delle batterie; la morte

passeggia nel trionfo della distruzione.

«Fermi!» urla il Ferruccio, — e il frastuono e l'anelito non gli

concedono formare altre voci: «fermi! viva la Repubblica!»

E nell'estro della battaglia faceva mulinello della picca; una palla

gli porta via la picca, una schiappa nel tempo medesimo lo priva del

cimiero; i suoi gli cadevano attorno come pomi maturi da un albero

scosso fortemente nel fusto.

«Goro!» diss'egli voltandosi al capitano Goro da Monte Benichi, «dammi

la tua picca, e tu va per un'altra, perchè io non mi posso muovere.»

Una archibusata fracassa la gamba al povero Goro, che stramazza per

terra e cadendo risponde:

«Messere Francesco..., anch'io non posso muovermi...; mi hanno portato

via le gambe.»

Il Ferruccio si sentì bagnare il volto, — se lo asciugò pensando fosse

sudore, — ma erano lacrime suo malgrado sgorgate, perchè sebbene avesse

altre volte voluto impiccare questo capitano a Empoli a cagione del

pronto stendere le mani su la roba altrui, ciò non guastava punto

l'affetto che gli portava pel forte menare delle mani contro i nemici

della Repubblica; ond'è che, piegato il capo dalla parte opposta,

soggiunse:

«Signor Camillo, porgetemi la vostra...»

Colpito a mezzo del corpo da una palla di cannone, Camillo da Appiano,

signore di Piombino, trae un doloroso guaito scontorcendosi negli

ultimi moti vitali.

«Muoio! oh muoio!» lamentava; «almeno avessi un po' di confessore...

perchè l'anima di un cristiano è troppo pesa per volare al cielo,

se un confessore non la liberi dalla gravezza del peccato... Signor

commessario, assolvetemi voi... Le mie colpe sono poche... nella

espugnazione delle terre... quando la vittoria ubbriaca il soldato...

intendete!... e poi la repuguanza irrita... e le più volte era

ingiusta... perchè... L'altra è che tutto l'oro che mi trovo sopra

l'armatura non lo aveva mica comperato dagli orafi di Ponte Vecchio...

e... e...»

Un getto di sangue che si scoppiò dalla bocca gli ruppe ad un tratto la

parola e la vita[276].

Gli assalitori si arrampicano sopra le rovine del muro, altri

appoggiano le scale; le artiglierie proteggono l'assalto; nessuna

palla passa senza recare offesa; d'intorno al Ferruccio, o di urto o di

ferita, ad ogni istante casca gente; qualcheduno si rialzava, più molti

rimanevano in terra prostesi, — era un tentare la provvidenza la più

lunga dimora in cotesto luogo. Iacopo Bichi, il quale fino a quel punto

non si discostava mai dal Ferruccio, adesso gli grida:

«Commessario, sgombrate di qui... il nemico ha voltato da questa parte

tutte le sue artiglierie... non è il vostro posto...»

«Non è il mio? — Non vedo altro pericolo maggiore... Lasciatemi stare.»

«Messere Francesco, scansatevi per Dio!» urla da un'altra parte Vico,

«voi siete ferito nel ginocchio...»

«Non me ne sono accorto; — sta cheto, figliuol mio.»

«Venite, o vi faccio portar via dai cavalleggeri di messere Iacopo.»

«Guardati dal farlo, figlio mio, ch'io ti passerei da una parte

all'altra con questa picca...»

«Ah! lo sapeva... Per la testa di san Giovanni Battista!» mormorò

tra' denti Iacopo Bichi nel vedere rotolarsi nella polvere Francesco

Ferruccio, che, percosso nel ginocchio opposto della gamba prima

ferita, non aveva saputo più reggersi in piedi.

«È morto! è morto!» battendo palma a palma, prese ad esclamare Vico

Machiavelli.

«Silenzio!» lo rampogna severo il capitano Morgante da Castiglione,

uomo di vaste membra e di cuore anco più vasto[277]. — «La patria

preme assai più del Ferruccio; è morto da prode uomo di guerra: lo

piangeremo poi; adesso bisogna celare la sua morte, altrimenti ne

seguirebbe sconforto e perdita di tutta la impresa; io gli porrò il mio

elmo e l'assisa; mi vestirò la sua; voi trasportatelo fuori di qui...

trattenete le lacrime... a quanti ve ne domandano rispondete... è il

capitano Morgante ferito.»

In quel viluppo di uomini, nella orribile confusione che sconvolgeva

ogni cosa d'intorno, riuscì agevole condurre a fine il proponimento del

Morgante; nessuno ebbe tempo di accorgersi della mancanza del capitano;

e in quanto al menare le mani, molto bene ne teneva le veci il valente

capitano Morgante da Castiglione.

Colla visiera calata, il corpo coperto di un panno, Vico in compagnia

di due soldati portava il Ferruccio: egli ed un altro sottentrandogli

con le spalle alle ascelle, ricingendolo con le braccia traverso la

vita, lo sostenevano dalla parte del capo; il terzo postosi tra le

gambe e recatelesi su gli omeri, lo teneva sollevato dalla parte dei

piedi. Vico preme la immensa angoscia e morde un lembo del panno che

cuopre il Ferruccio per paura di non si tradire con una esclamazione.

Lo menò nel suo quartiere; licenziò gli uomini, chiuse con diligenza le

porte: e non badando ad Annalena, che pure gli corre dietro smaniosa

e lo chiama co' più dolci nomi nella più soave favella che mai avesse

tocco orecchio d'amante, libera il giacente dell'elmo, e scoperto che

gli ebbe la faccia, incominciò a lamentare:

«O messer Francesco, perchè ci avete abbandonato? Che farò io senza

guida su questa terra? Che farà la patria senza il vostro consiglio? Io

non vi darò sepoltura finchè ella non sia caduta; — voi dovete entrare

insieme nel medesimo sepolcro. Oh! come queste labbra, che pur dianzi

sostenevano con la voce la battaglia, taciono adesso! Come questi occhi

pieni di vita non vedono, non dicono più nulla! Messere Francesco, non

ci abbandonate... non ci abbandonate per amore di Dio!»

A Lena, quando contemplò il volto del giacente, stette per mancare

sotto il terreno; non pertanto, meno sopraffatta dalla passione di

Vico, conobbe il capitano dai colori della faccia non trapassato,

bensì dallo spasimo delle ferite tolto fuori di sè. Con virile animo

ella gli spogliò l'usbergo e le gambiere; vide una contusione sotto

le coste spurie, dal lato destro; esaminò le piaghe delle gambe, — non

le parvero pericolose, — e già si accomodava a medicarle, allorchè il

Ferruccio, sciolto un grande sospiro, con maraviglia e terrore di Vico,

il quale si era lasciato in balìa del proprio affanno, prese a parlare:

«Cavalleggieri, a me! — stringetevi, — incrociate le picche... Schiavi,

all'inferno! E tu, marchese, a tua posta schiavo, sappi che una spada

nella mano dell'uomo libero taglia per sette!» E quindi si leva a

sedere, volge attorno gli sguardi attoniti e grida:

«Dov'è la battaglia? Dove mi avete portato? Vico, sei tu? È distrutto

il nemico?

«O commessario! ai muri si combatte asprissima zuffa; noi vi abbiamo

tolto dal terreno per morto.

«Perchè mi avete tolto? Perchè non mi avete lasciato? Improvvidi! e non

sapete che anche morto avrei potuto spaventare il nemico? Forse non è

il campo di battaglia il letto di riposo pel guerriera? Vico, m'invidii

la morte sul campo? Pensi che sosterrei la vita per terminarla tra il

pianto dei congiunti e le preghiere dei sacerdoti? Su!... ridonami

l'aria aperta, mi sento soffocare qua dentro; datemi la picca...

menatemi contro al nemico... Non sopra inglorioso letto, — non tra

lenzuola ha da morire il Ferruccio... sibbene sul campo, — avvolte le

membra dentro il gonfalone della Repubblica.»

E siccome Vico non si moveva, Ferruccio concitato a profondissimo

sdegno riprese:

«Nessuno sosterrà il guerriero ferito! Mi basterà l'anima... se no,

piuttosto che i miei combattano senza di me, mi spezzerò il capo nelle

pareti.»

Balza dal letto; le gambe addolorate e dalla perdita del sangue

infievolite gli negano l'ufficio; egli cade percotendo della faccia

il pavimento. Vico e Lena lo soccorrono e tentano portarlo nuovamente

sul letto. Ferruccio si oppone con minacce e preghiere, — poi comanda

a Vico di sostenerlo tanto che arrivi contro al nemico. Vico a mani

giunte lo supplica a deporne il pensiero.

«Per l'autorità che in me trasferiva morendo il tuo genitore, t'impongo

di aiutarmi per tornare alla muraglia.»

Vico esitava pur sempre.

«Rompi gl'indugi, — o io ti maledico.»

Vico lo sorregge — invano. — Ferruccio non può mutare due passi;

ambedue si fermano sconfortati; all'improvviso Ferruccio grida:

«Pommi su questa sedia; chiama gente che ti dieno mano e portami così

su la breccia.»

La gente venne. Lena si affaccendava a fasciargli le piaghe, ma il

capitano impazientito la respinge da sè:

«Non importa... vi rimane sangue che basta a salvare la patria...

Sentite!... sentite! — Viva l'imperatore! — Ah! il nemico ha messo

piede su i muri... presto... affrettatevi....volate... Viva la

Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero! morte al papa!»

Il fiero capitano cacciò quel grido con tutte le viscere, sicchè il

suono tonante della sua voce superò lo strepito delle armi e il fragore

delle artiglierie. Tempestando e minacciando ottenne lo riponessero

sulla breccia dirimpetto le artiglierie nemiche, a canto il gonfalone

della Repubblica quivi il terreno appariva solcato dalle palle; i

più animosi si allontanavano dal luogo reso terribile per cumulo di

cadaveri: il marchese Del Vasto, disegnando spingere la sua milizia a

nuovo assalto da cotesta parte, fa drizzare le scale, spinge i soldati

che si precipitano, salgono e già già afferrano la estrema parte

dell'argine rovinoso.

«Cavalleggeri! Lascerete uccidere qui il vostro commessario senza

difesa? — Viva la Repubblica! — La vittoria è nostra! — E staccato il

gonfalone, con quanto aveva di forza lo agitava continuando a gridare:

«Viva la Repubblica!»

Si riaccese la mischia; l'animo inasprito a nuova ferocia non faceva

sentire la stanchezza delle membra e le ferite; unirono gli sforzi, ed

anche per questa volta gl'imperiali furono ributtati dalla breccia. Il

Ferruccio quando li vide in fondo del fosso, si risovvenne di certo

suo scaltrimento di guerra, che consisteva nell'avere allestito non

poche botti piene di sassi, le quali, riputando contenere munizioni,

non avevano in sua assenza adoperato; — le rotolano adesso su l'orlo

dell'argine e le lasciano sopra ai nemici; forte percotendo nel fondo

del fosso le botti si sfasciano con impeto immenso; i sassi schizzano

violentemente, e quale offendono nel piede, quale nelle gambe, tal

altro nel fianco o nel volto; pesti, infranti, non sanno come mettersi

in salvo: coloro che rimangono illesi prorompono in fuga precipitosa;

nuova rovina di sassi, una pioggia dolorosa di acqua e di olio bollente

si rovescia sopra gli offesi; oscene morti avvengono in cotesta infame

fossa: — gli urli dei dannati possono appena uguagliare, non vincere,

i guai che escono quinci entro a funestare le orecchie degli amici ed

anche dei nemici; — membra troncate galleggianti nel sangue.

Il marchese Del Vasto, ineccitabile quanto il ferro che gli vestiva

il petto, conobbe non dovere più oltre ostinarsi nello assalto; si

guardò di sfiduciare i suoi soldati dalla speranza del vincere e sonò

a raccolta; volle risparmiare il sangue, non per pietà di loro ma per

amore di sè, imperciocchè quel sangue fosse venduto e gli appartenesse;

in quel sangue stava riposta la sua gloria e la libidine di censo più

largo.

Il giorno 21 di giugno, il marchese ricomincia la batteria da più

parti, a Sant'Andrea e a Sant'Agnolo; con estremo sforzo si adopera

contro; caddero i muri, corsero all'assalto; — pari l'ira da una parte

e dall'altra, il valore pari; — ma o sia che il valore dei soldati di

libera città comprenda virtù vera, e quello dei mercenarii del principe

partecipi piuttosto del furore, o sia che vicino ad abbandonarle

volesse Dio circondare di luce le armi fiorentine, nei petti degli

uomini trovarono gl'imperiali un muro più insuperabile dell'altro

composto di pietre. Si rinnovarono le morti, i casi miserevoli, le

sconce ferite; — di nuovo i muri grondarono sangue, — il cielo fu

bestemmiato o invocato, — ed ei stette pur sempre azzurro e sereno.

Comecchè l'anima gli ruggisse dentro, e' fu mestieri al marchese

dichiararsi vinto e ritirarsi. Ferruccio gli sorgeva contro invincibile

come la necessità. Partì con vergogna; e la gloria del superbo

guerriero, seppure gloria deve rettamente chiamarsi il rumor vano che

l'uomo acquista combattendo per lo straniero contro la sua patria,

andò a spezzarsi entro le mura di Volterra. Le parole tra lui e il

Maramaldo furono molte e acerbe: crucciato non volle tornare al campo

e si ridusse alla moglie nel regno; colà trasse nell'ozio e consumò

nella inerzia una vita oscura, — invecchiato strumento di tirannide; —

la sua morte non compiansero figli, — gli circondarono il letto parenti

avidi del suo retaggio, come il demonio della sua anima. Possa Dio non

concedere miglior destino a coloro che feriscono il fianco della madre

che gli ha generati[278]!

CAPITOLO VENTESIMOSESTO

IL TRADITORE

Riguardate e vedete

Se v'è dolore pari al dolor mio! —

GEREMIA.

La mia storia si approssima al fine, — ma per arrivarci meglio egli

è mestieri rifare i passi e tornarcene indietro: non te ne dolga, o

lettore; — vedrai una donna, e forse ne sentirai meraviglia, ad un

punto e compassione, perchè questa donna sarà una madre addolorata.

La notte in cui fu arrestato Lorenzo Soderini, Cencio Guercione recò

immediatamente la nuova a Malatesta, imperciocchè Cencio fosse uno di

quelli che dovevano intervenire al ritrovo, ad istanza del Baglione suo

signore, il quale, per istarsene appartato, non voleva meno, a guisa di

ragno al sommo della tela, avere in mano le fila di quanto in Firenze

si operasse o dicesse.

Appena ebbe posto fine Cencio al suo parlare, Malatesta, sporgendo

fuori del letto, dove se ne stava giacente la gamba destra ed

agitandola a modo di spronare un cavallo, prese a dire:

L'assedio di Firenze · 第 55 / 81 段