di quello che ne fosse accaduto, seppe essersi ritirato poco prima
in fortezza; e là essendosi fatto con presti passi a cercarlo, lo
trovò che, avendo rilevato un embrice sul capo, temendo venir meno
dallo spasimo, ed i suoi si perdessero di coraggio, si era ridotto
in fortezza per prendere un po' di ristoro e poi tornare. Appena il
capitano Strozzi con parole succinte gli ebbe esposto la causa la
quale a lui lo conduceva, il Ferruccio, senza profferire motto, salta
su in piedi e corre via; dietro a lui si mette Nicolò. Passando per
le strade della città, lo Strozzi dal rinnovato traboccare dalle
finestre di sassi e tegoli si accorse che i Volterrani riprendevano
fiato, e si accorse eziandio come il commessario, spinto dalla sua
impetuosa natura, fosse uscito senza celata, sicchè ad ogni istante
correva pericolo di restar morto sul tiro. Nemico era lo Strozzi del
Ferruccio e per causa onorata; e la guerra e il comandamento espresso
dei Dieci avevano piuttosto sospesi che spenti gli scambievoli rancori:
non pertanto, conoscendo come nella virtù di cotesto uomo fosse ormai
riposta la salute della patria, si levò di capo la celata e la pose
su quello del Ferruccio, senza che questi, tanto era preoccupato a
rinnuovare l'assalto, ci ponesse mente.
Non era impresa umana reintegrare le forze dei soldati; nè al Ferruccio
riuscì meglio degli altri impartire loro non l'animo, bensì la balìa
di muovere le braccia: allora, altro non potendo di meglio, pensò di
mettere al sicuro l'acquistato, ordinando ai suoi prendessero i canti
della piazza di Santo Agostino e ritraessero sotto la cittadella due
pezzi di artiglieria caduti in sue mani; distribuì le sentinelle,
trasmise istruzioni, e nulla trascurò, dopo essersi mostrato audace
guerriero, di quanto si addice a prudente capitano.
Rivolgendo con animo pacato i passi alla fortezza, come per lenire il
fiero dolore di capo che lo travagliava, si cava la celata, e vede non
essere la sua; guardandola meglio, la riconosce per quella del capitano
Strozzi; ond'è che, scorgendoselo vicino e scoperto, gli domanda:
«Come va che la celata vostra io mi ritrovo in capo?»
«Ce la misi io, perchè usciste senza e correvate pericolo di rimanere
côlto dai sassi.»
«E voi?»
«Io non sono il commessario... dei capitani se ne trova su di ogni
canto.»
Il Ferruccio tacque; e andarono anche alcuni passi; poi il primo si
fermò e disse:
«Nicolò, noi avemmo lite insieme e rappacciati siamo per ordine dei
Dieci... Volete voi che ci rappaciamo per ordine dei nostri cuori?...
il mio almeno mi comanda di fare così...»
E gli stese le braccia: il capitano Strozzi lo abbracciò e lo baciò, e
si dissero amici fino alla morte[267].
Mentre i due valentuomini procedono con le braccia conserte verso la
fortezza, ecco d'improvviso percuote il Ferruccio un suono di pianto
e voci sconsolate che gridavano: Al fuoco! al sacco! — E levati gli
occhi, mira traverso la vampa delle fiamme correre donne sbigottite
co' pargoli in collo, traendosi dietro altri figliuoletti attaccati ai
lembi delle vesti, e uomini carichi di varie maniere di masserizie,
e finalmente un vecchio tratto sopra le spalle di due giovani, il
quale dandosi di una mano nella fronte e in atto d'angoscia, sclamava:
Federigo da Urbino e Ferruccio da Fiorenza, distruggitori di questa
nobile patria! I miei occhi hanno veduto il saccheggio nel 1472, ma la
seconda calamità supera la prima; il capitano della Repubblica ci si
mostra più fiero del capitano dei Medici. Ahi! Patria mia![268]»
Divampante d'ira, il Ferruccio si spicca dalla folla dei circostanti
che aspettano i suoi ordini e si precipita a furia nella Via Nuova,
dove scorge ad ora ad ora le fiamme scaturire fuori dai fessi, ed ogni
volta più ampie circondare le pareti; — urta chiunque gli si para
davanti: — un soldato carico di preda afferra pel collo, e caccia
uomo e cose a rotolare lontano da sè sopra il selciato; — ad altro,
non lo potendo arrivare, avventa la picca tra le gambe, e quegli pure
stramazzando percuote della faccia la terra: — feriva, mordeva; tanto
fece in somma che giunse a penetrare là dove brulicavano più spessi i
rapaci.
«Ah! ladroni, non soldati! Voi mi rapite la bella fama! Io non potrò
domani mostrare più il volto! Davanti i traditori voi mi farete
arrossire! Per Dio! spegnete il fuoco, lasciate il sacco, o vi mando al
capestro, per la fede di Cristo!»
La sua voce era fioca, l'armatura coperta di polvere e sordidata di
sangue, la faccia parimenti brutta di sangue e di polvere d'archibugio,
sicchè i soldati non lo ravvisando gridavano:
«Morte al ribelle! — Dategli su la testa! — Un palmo di lama traverso
il ventre per elemosina della predica! — Chi è costui? — Chi sei tu?»
«Chi sono io?» tuonò con voce minacciosa balzando sopra una pietra
che si trovò vicina; e con ambe le mani traendosi verso le orecchie le
chiome lunghe intrise di sangue, mostrò il volto terribile di furore e
di grandezza: «chi sono io? sono il Ferruccio...»
Ai più protervi mancò il coraggio, e non sostennero quella vista; un
profondo silenzio successe.
Ma riprendendo lingua uno più petulante degli altri:
«Capitano», soggiunse, «io vengo di Lombardia e combatto per la paga;
voi nè ci date il soldo nè ci consentite il saccheggio: a quali guerre
ci menate voi?»
«Questa è guerra domestica; non dobbiamo sterminare nemici, sibbene
ridurre al buon cammino uomini traviati che ci furono e che ci saranno
fratelli...»
«Fratelli! Si fanno ai fratelli le accoglienze col ferro e co' sassi?
Credeva che voi steste d'accordo come il diavolo e la croce.»
«Taci, mercenario! Tu non puoi sentire in qual modo sei figlio di una
patria comune. Io ti ho comprato, ubbidiscimi: e poichè voi tutti alla
fama anteponete il guadagno, cessate dal sacco, spegniamo l'incendio,
e vi prometto due paghe.»
Spensero il fuoco, si rimasero dalla rapina, e, tranne quel primo
tumulto, stette incolume ogni cosa. Scrittori volterrani che esposero
in processo di tempo quel caso, intendendo con iniquo consiglio
a lusingare il principato calunniando la Repubblica, narrarono di
orribile saccheggiamento, di ferro e di fuoco e di atti altri più
nefandi[269]. Essi mentono. Il Varchi, storico dabbene, il quale,
comechè dettasse le sue storie per espresso comando di Cosimo I, osò
dire la verità, dichiara al libro undecimo: «Ai Volterrani fu salvata
la vita e la roba, alle donne l'onore; il che veggendo i soldati,
cominciarono a dolersi pubblicamente di lui... perchè il Ferruccio,
parlando loro coll'aiuto dei capitani, fermò il tumulto e promise loro
due paghe.»
Il giorno seguente, spuntata appena fu l'alba, mise il Ferruccio tutta
la milizia in ordinanza per espugnare quanto rimaneva della terra, e
la confortò ad operare animosamente. I Volterrani, perduto l'animo,
avviliti per le molte morti, la più parte della terra in potestà
del nemico, gl'istigatori già in salvo, mossero parole di accordo,
alle quali il Ferruccio rispose si rimettessero in lui liberamente:
e poichè i cittadini, avendo avuto avviso che Fabrizio Maramaldo
era in via per soccorrere Volterra, cercavano con subdolo consiglio
dilazionare la conclusione, Ferruccio impone si risolvessero tra un
quarto d'ora, altrimenti riprenderebbe la battaglia: e' fu mestieri
accomodarsi a quei patti: i soldati, con le insegne basse e ravvolte
su l'aste, erano rimandati, — tutti gli altri trattenuti prigioni.
Giovambattista Borghesi, capitano per la parte del papa, innanzi
della partita domandò in grazia rivedere il suo fratello morto la sera
precedente al bastione di Santo Agostino; glielo contese il Ferruccio
acerbissimamente dicendo: «Cotesto tuo affetto perchè? chi non ama la
patria non può amare persona; e in quanto al morto, fortuna sua morire
così, che ai felloni della propria terra aspetta il capestro.» Indi
appresso, Bartolo Tedaldi e Nicolò dei Nobili restituisce nel palazzo
del capitano: egli ferma la sua stanza in quello dei Priori, che
privi di ufficio rimanda a casa; — poi, ragunati i principali, favellò
loro agre parole; alle quali umilmente risposero rammentasse che un
cittadino di cotesta città, perchè ebbe nome Clemente e ingegno pari
al nome, fu accolto da Dio nella gloria dello empireo, e gli uomini lo
adorarono sopra gli altari. — E Ferruccio di rimando soggiunse che se
v'era un santo chiamato Clemente, eravene un altro da tutti i popoli e
da loro medesimi Volterrani adorato; e che a lui garbava meglio di san
Clemente e si diceva san Giusto; che in lui non istava facoltà di far
grazia: — quando pur fosse, non l'avrebbe fatta. Dicono gli adulatori
dei principi essere la grazia il migliore giojello della corona: la
quale sentenza forse deve intendersi che tra le cose pessime di cui
si fregiano costoro sia per avventura la meno trista; imperciocchè la
grazia comprenda in sè ingiustizia, offesa per quelli che ne rimangono
esclusi, oltraggio alla legge, turbamento agli ordini sociali: con
tutto questo non volere però egli adoperare rigore estremo; — se così
intendesse, avrebbe dovuto sovvertire di cima a fondo la città e tra
le macerie piantare un palo con la iscrizione: — qui fu Volterra! —
Rammentarsi la passata lealtà, scusarli da un canto come traviati;
sebbene per altra parte pensando che, appena veduto l'antico amico
afflitto e in pericolo, lo avevano abbandonato, e rivolto contro il
suo fianco il ferro traditore, si sentiva ribollire il sangue a tanta
turpitudine. — Quali beni vi procacciarono i Medici? Le vostre mura
portano tuttavia impresse le tracce dell'incendio che appiccarono qui
dentro; forse vivono ancora femmine che alla memoria dei Medici si
nascondono il volto nelle mani... Generazione tralignata e codarda,
almeno uno dei tuoi padri volle col ferro vendicare le offese della
sua patria[270]; — tu non pur le perdoni, ma invochi dal cielo catene,
come s'invoca la pioggia su i campi inariditi: tu supplichi un piede
che ti calchi il collo... Oh! io mi vergogno di avere sembianze simili
alle vostre. Confessate dunque il misfatto, e se ne roghi pubblico
strumento, affinchè ne rimanga memoria eterna negli annali delle
infamie di questo popolo.
Piangenti, a voce mesta, confessarono, tranne due, Cornelio Inghirami
e Filippo Landini; se non che il Ferruccio avendo detto loro con mal
piglio: «Voi lo confesserete in ogni modo o qui o al sacerdote perchè
io vi farò impiccare per la gola», confessarono anch'essi, e ne fu
stipulato contratto.
Allora il commessario Tedaldi manifestò ai Volterrani essere decaduti
da tutti i privilegi ed esenzioni, ed impose eleggessero dodici
cittadini co' quali potere convenire intorno ai nuovi capitoli. Dipoi
fu promulgato un bando, che tutti i soldati albergassero in Volterra,
— che nessun cittadino andasse armato, pena la forca; — che in quel
giorno medesimo gli fosse rimessa nota precisa di tutto il grano,
farine e grasce, per farle con le artiglierie riporre in cittadella;
— dalle tre ore di notte in poi non si suonassero campane; chiunque si
era rifuggito di Volterra vi avesse a tornare sotto pena di confisca;
ogni cittadino portasse la croce bianca, antica insegna del comune
di Volterra, altramente andasse in prigione. — Bandi e pene, comechè
incomportabili, nondimeno sopportate senza querela: ma quando si venne
all'imporre seimila fiorini di gravezza, si udirono gemiti, voci d'ira
a mala pena compresse e querele umilissime. Non increbbe a costoro la
infamia del malefizio e neppure la turpitudine della pena; nulla i
perduti privilegi, la trista condizione della città nulla, — i soli
denari strapparono da quei cuori di pietra un sospiro che affetti
più generosi non avevano saputo suscitare. Però inutili riuscirono le
rimostranze: e perchè indugiavano a pagare, il Ferruccio, presi alcuni
dei maggiorenti, li cacciò nel fondo della torre di Rocca Vecchia e
fece loro intendere che non ne sarebbero usciti se non gli pagavano
la pecunia richiesta. Non li potendo vincere cotesta minaccia, gli
spaventò col capestro; pagarono quando videro alzare la forca, tranne
solo uno, e fu Bartolomeo Falconcino, uomo abbietto, nel quale molto
più potè l'amore del danaro che la paura del capestro, e si rimase in
torre fino al termine della guerra.
Grave carico danno, io non lo vo' tacere, a Francesco Ferruccio, di
aver mandato alla forca Buonincontro Incontri ed un altro Volterrano, e
rimesso a Nicolò Gherardi molto maggiore peccato: ma le sono novelle.
Innanzi tratto vuolsi considerare come i Dieci gli avessero commesso
di cavare dai Volterrani ribelli non solo tanto danaro quanto bastasse
alle paghe dei soldati che di presente con esso lui militavano, ma
altresì sopperisse ad assoldare mille fanti, i quali, uniti co' due
mila che Giampagolo di Renzo da Ceri doveva condurre a Pisa o con gli
altri che in pari numero avrebbe raccolto Andrea Giugni in Empoli, e
sotto la sua condotta sarebbero comparsi da qualche parte alle spalle
del nemico a combattere onorate non meno che utili fazioni. Due fini
pertanto ebbe in mira il Ferruccio: procacciarsi pecunia per assoldare
soldati, e averli bravi e fedeli. Però impiccava l'Incontri, il quale
avendo ricevuto danaro dal Ferruccio per soldare gente, vista la città
sua tôrsi alla ubbidienza della Repubblica, truffò le paghe, gettandosi
dalla parte nemica: questa colpa meritava, giusta la legge del tempo,
la forca, ed era dovere; il Ferruccio poi, versandosi in pericoli
tanto supremi, dovendo tenere osservanti tante maniere di gente di
ogni risma, ed anco per la sua natura austera, avrebbe fatto errore a
rimettere il castigo. Impiccò l'altro Volterrano perchè colto su l'atto
della fuga, da lui massimamente abborrita, come quella che, oltre a
dare indizio di animo avverso, gli toglieva il modo di procacciare
danari. I ricordi dei tempi testimoniano come il Ferruccio non potesse
apprendere cosa che tanto lo mettesse in furore quanto questa di
sottrarsi con la fuga a partecipare, mercè poca moneta, alla salute
della patria; così vero che il conte Gherardo da Castagneto soldato
devoto alla repubblica, avendo chiesto licenza di menare seco fuori
delle mura Flaminio Minucci suo cugino, il Ferruccio gliela concesse
a ritroso, non senza molto ammonirlo che badasse a non lasciarselo
scappare; e poichè avvenne appunto come Francesco dubitava, quando
il conte gli si parò dinanzi tutto avvilito, egli, postergato ogni
riguardo alla potenza ed ai meriti del personaggio, tratta la spada
voleva ammazzarlo ad ogni modo; e lo faceva se non lo avesse ritenuto
il signore Amico d'Arsoli ed altri capitani di vaglia, che con molta
fatica lo raumiliarono. Perdonò al Gherardi, mosso dalle supplicazioni
della moglie che con quattro figliuoli gli si era inginocchiata
davanti, e perchè la colpa di tenere pratica col campo nemico non
compariva del tutto chiarita, lo mosse eziandio la persuasione di
Pagolo Corso capitano di valore cui gli premeva tenere insieme agli
altri bene edificato; e finalmente perchè ne trasse somma notabile di
argento pei servizii della Repubblica.
Però, non bastando le somme raccolte alle paghe dei soldati e agli
altri bisogni della guerra, il commessario cominciò a porre mano sugli
argenti delle chiese, non mica sopra i vasi necessarii al culto divino,
ma sopra statue di santi condotte in metalli preziosi e sopra arredi
per troppa copia superflui. Se preti, e frati subissassero, non è a
dirsi; a pensare che quei bei santi di argento stavano per ridursi in
moneta, e in moneta destinata non per loro ma pei soldati, erano per
dare del capo nel muro. In Firenze i sacerdoti chiamavano Ferruccio
Gedeone, in Volterra Acabbo o peggio; — egli però non era uomo da
rimanersi; chiamati alquanti di loro, egli si fece trovare seduto
davanti una tavola sopra cui stava aperto il libro degli Evangeli.
«Perchè», levandosi in piedi esclama il Ferruccio, e la destra tenendo
sopra il libro aperto, «perchè ricusate partecipare alla commune
difesa? non comandarono gli apostoli agli universi cristiani, e non
insegnò san Pietro che, comperati a prezzo di sangue, non dovessimo
diventare servi degli uomini? Guardate, questa è l'epistola che
egli scrisse ai Corintii; vorreste per avventura smentirla? Di che
vi lagnate? Voi mi chiamate empio, perchè statue d'argento e d'oro
rappresentanti immagini di Dio e dei santi io intendo convertire in
moneta in pro della patria? Empio fu chi prima adoperò la materia a
figurare l'Eterno con forma che perisce! Leggeste voi mai, o sacerdoti,
i libri sacri? Udite Isaia: — Gittarono nel fuoco gl'iddii loro perchè
non erano iddii, anzi opera di mano d'uomini, — pietra e legno, onde
gli hanno distrutti. — Porgetemi ascolto, io vi leggerò un'altra
sentenza del profeta[271] «A cui assomiglierete Dio, e qual sembianza
gli adatterete? Voi non avete conoscimento. Egli siede sul globo
della terra, e gli abitanti di essa al suo cospetto appaiono locuste;
egli stende i cieli come una tela e gli tende come un padiglione;
egli riduce i principi a niente, e fa che i rettori della terra sieno
come una cosa vana, come se non fossero pure stati piantati, nè pur
seminati, o che il ceppo loro non fosse radicato sopra la terra; solo
che soffi contro a loro, si seccano, e il turbo li porta via come la
stoppa.» — A cui dunque lo agguagliereste voi? Non prendete di Dio
maggior cura di quella ch'egli stesso si prenda: — pensate abbisognare
egli della protezione vostra? Dio padre non isdegnerà sovvenire con
le sue immagini la causa santa che difende col suo spirito dall'alto.
Temete che pel cessare delle immagini d'oro e di argento venga a
mancare la fede di Dio? Forse non illuminerà il sole, non isplenderanno
le stelle, non lo sentirà il cuore dei generosi, non parlerà di lui
tutta la natura? Andate ed assumete sensi di carità per la patria
vostra; — ricordatevi che a Cristo serviamo meglio con l'esempio che
non con le parole, — e Dio redentore si aperse le vene per salvarci col
sangue[272].»
Piegarono il capo, non ammollirono i cuori, e giù per le scale si
susurrarono agli orecchi essere il Ferruccio ariano, luterano, ateo e
manicheo insieme, perocchè tra tutte le ire quella dei sacerdoti come
la più cieca così è la più codarda e spietata.
E poi siccome, malgrado le esortazioni, nessuno dava gli oggetti
richiesti, Ferruccio se li prese: e siccome i frati di Sant'Andrea
avevano celato i loro e giurato non possederne, ne mandò tre in
carcere, donde non poterono uscire se prima non ebbero pagato duecento
cinquanta fiorini d'oro.
Il commessario pel papa, Taddeo Guiducci, essendo rimasto prigione,
Ferruccio se lo fece comparire davanti, ed è fama che appena lo vedesse
con questi accenti gli favellasse:
«Messer Taddeo, se io non temessi di rincrescere a Dio col farmi
micidiale del mio sangue, vi troncherei in questo punto con la vita la
facoltà di commettere altri misfatti.»
Era Taddeo Guiducci zio materno del Ferruccio; uomo di lieta vita,
pingue del corpo, di guance piene, ridondanti, color pavonazzo, segnate
di una rete di vene chermesi e azzurre, con gli occhi sfavillanti, le
labbra perpetuamente aperte al motteggiare o al bevere. A quel fiero
rabuffo rimase quasi fuor di sè; di lì a poco riprendendo fiato, si
attentò a domandare:
«Francesco mio, dite voi da senno? Non vi rammentate che siete
figliuolo della mia sorella.»
«Io lo rammento pur troppo! Per lei nascendo mi seguita un peccato
contro cui acqua di battesimo non vale; ormai la vita sarà per me
una battaglia tra il voto della mia anima e il tristo germe che mi
contamina il sangue; per voi io mi trovo in istato di affaticarmi non
per conquisto di onore, ma per fuggir vituperio.
«Figliuolo mio», riprese amorevolmente il Guiducci, «te fino da
fanciullo sconvolsero sempre queste parole prive di senso. Or odimi
bene: o il principato prevale, o la Repubblica; se il principato, primi
ad oltraggiarti saranno coloro nei quali massimamente confidi; — se la
Repubblica, il popolo mal vedemmo sopportare sempre il benefizio: ti
pagherà coll'esiglio, e Dio voglia che non adoperi il capestro.»
«Voi non intendete la fama ch'io desidero; — nella gratitudine
altrui non confido nè devo confidarvi, imperciocchè operando il bene
compiaccio a me stesso. L'assentimento della mia coscienza propongo
alla lode di mille generazioni: sommo de' miei voti egli è questo, che,
la sventura cogliendomi, io possa levare al cielo la faccia e domandare
animoso: — Perchè mi opprimi?»
«Sconsigliato! Dà retta a me. Ormai la fortuna abbandona la Repubblica,
— unisciti ai più forti e comanda...»
«Via dalla mia presenza; — le vostre parole non hanno facoltà di
vincermi, e tuttavolta mi turbano, come i vapori della terra che non
offendono, eppure velano la faccia del sole. — Soldati, custoditelo
con diligenza; — quest'uomo che in altri tempi dove ci fosse offerto
schiavo noi rifiuteremmo, vuolsi serbare caro adesso, perchè lo
potremmo cambiare con qualche nostro fratello di arme rimasto in mano
al nemico.»
«Francesco! e il sangue?»
«La infamia, come la morte, scioglie ogni vincolo; in voi ravviso un
traditore, non un congiunto... vi risparmio la vita, e forse faccio
male... Levatemivi dinanzi... traetelo fuori della presenza del vostro
capitano[273].»
* * * * *
Fabrizio Maramaldo napoletano ebbe indole codarda e feroce; cupido
di rinomanza quanto meno si sentiva a conseguirla capace; invidioso
e superbo: costui militava nell'esercito imperiale e, fortuna fosse
o favore, pervenne a tenere gradi supremi. Quando gli giunse la nuova
della espugnazione di Volterra, trovandosi su quel di Siena, si vantò
che gli sarebbe bastata la vista per menarsi dietro legato il venditore
dei panni, chè tale ei chiamava il Ferruccio; lo avrebbero riveduto tra
giorni; e mosse le compagnie, si portò sotto Volterra, dove con tutte
le sue genti si pose alla porta di San Giusto. Appena fermato, manda
un trombetto al Ferruccio intimandogli la resa, salve le vite: al tempo
stesso con ispregio così del diritto delle genti come del Ferruccio gli
confidava parecchie lettere dei fuorusciti scritte ai loro consorti,
onde s'ingegnassero di levare a rumore Volterra, aiutando con le mene
interne gli assalti di fuori. Venuto costui alla presenza del capitano
della Repubblica malgrado gli avessero fermato addosso le lettere,
non rimessa punto la napolitana burbanza, superbamente espose la
superba ambasciata. Il Ferruccio non gli rispose parola; bensì presolo
per mano lo riconduce verso la porta, e sul punto di accommiatarlo,
presentandolo di alcuni fiorini, gli favella così:
«A cui ti manda dirai che le città si prendono con le bombarde, non con
le parole; che tra poco noi gli faremo in persona più ampia risposta;
— te poi messaggero avverto che a soldato, quale sei tu, disconviene
portare proposte infami a soldato quale sono io; e peggio poi ordire
tradimenti: per questa volta hai ricevuta benigna accoglienza e doni;
— non ritornare; — quest'altra tu avresti il capestro: va via.»
E senza por tempo tramezzo, messi in ordinanza alcuni de' suoi, uscì
fuori di Volterra ed appiccò una grossa scaramuccia con le genti di
Fabrizio. Dove i soldati nemici non fossero stati meno tristi del
capitano quel sùbito assalto dava al Ferruccio vinta la impresa; ma,
usi alle guerre, di per loro stessi si rannodarono, strinsero le
ordinanze, e conoscendo pericoloso il luogo dove gli aveva spinti
Fabrizio, a canto la porta di San Giusto, si ritirarono nel borgo,
dove parve bene al Ferruccio di lasciarli stare. Ora, nel mentre ei
tornava baldanzoso in Volterra, ecco farglisi innanzi il trombetto da
lui testè dimesso, col duplicato delle lettere addosso dei fuorusciti
ai consorti loro, e di più un bando che promettea grossissima taglia a
chiunque ammazzasse il Ferruccio: ancora recava la seconda intimazione
al commessario di rendergli la città; insane cose e incredibili, se le
non fossero, vere[274].
«Impiccatelo!» appena lo ebbe scorto, grida con voce concitata il
Ferruccio.
«Signor capitano, rammentatevi che io sono un trombetto; —
l'ambasciatore non porta pena.»
«Mia non è la colpa: ti aveva pure avvertito; — ricada il tuo sangue
sul capo del Maramaldo. — Impiccatelo!»
Non valsero scongiuri, non lo mossero i volti dei circostanti nè la
gioventù del messaggero, nè lo spesso invocare ch'ei faceva i parenti
e la madre; stette inesorabile, e fu impiccato.
Gli storici del tempo biasimano cotesta azione del Ferruccio, e
Benedetto Varchi, comunque espositore pacato delle cose di cotesta
guerra, e delle virtù di quel capitano innamorato, non dubita
qualificarlo superba e crudele e forse finalmente cagione della morte
del Ferruccio.