Si resse prima con proprie leggi; e tanto i suoi antichi cittadini o

amarono la libertà o abborrirono la tirannide che ordinarono nessuno

di loro tenesse i magistrati, ma annualmente si concedessero agli

schiavi fatti liberi: quale tradizione riportata da Aristotele non so

come si accordi con l'altra che quivi ponesse sua stanza il principale

lucumone di Etruria. Come che sia però, se a lei piacque la libertà,

la invidiò in altrui; e gli storici ci riferiscono ch'ella, collegata

con Arezzo, Chiusi, Rosselle e Populonia, tentasse restituire Tarquinio

in Roma. Male incolse a Volterra provocare l'aquila romana, dacchè,

quando usciva appena di nido, rimase da lei malamente ferita; fatta

adulta, la divorò. Elio Vuturreno con sessantamila Toscani, comportando

acerbamente il minacciato servaggio, giurarono vincere o morire:

giacquero spenti sul campo di battaglia presso al lago di Valdimone.

Volterra e la rimanente Etruria diventarono da prima municipio, poi

colonia romana. Nelle contese tra Mario e Silla, Volterra seguì le

parti del primo: superando il secondo, ne sottopose alla legge agraria

il contado.

Durante il medio evo la ressero conti, marchesi e gastaldioni, poco

dopo, i vescovi; ma questi più di nome che di fatto, imperciocchè

nell'esercizio dell'autorità temporale li troviamo contrariati tutti,

spesso banditi, uno — Galgano vescovo — trucidato.

A libertà scomposta successe tirannide sfrenata. I Belforti, congiunti

finchè attesero a dominarla, si divisero poi su lo spartire della

preda: i deboli ricorrono ai Fiorentini per aiuto. Secondo l'antica

natura dei potenti, i Fiorentini sovvengono i deboli contro i vincitori

per opprimere entrambi. Volterra, col nome di socia, diventa sottoposta

a Firenze. Però, se togli qualche ingiustizia commessa dal popolo

fiorentino per necessità della sua politica, se dalla parte dei

Volterrani qualche impeto per rivendicarsi nell'antica libertà, tra

signore e servo non vedemmo mai concordia più diuturna nè più sicura di

questa.

La maggiore iniquità che avessero a sopportarvi i Volterrani venne

da Lorenzo dei Medici il vecchio. Siccome il racconto di questa

avventura giova a svelare l'ingegno di un uomo che la fortuna sembra

proteggere anche, dopo la morte così che perfino il titolo di onoranza

a tutti i cittadini comune muta in attributo singolare della sua

magnificenza[261], non mi sarà grave esporla con qualche larghezza.

Mentre mi dispongo a farlo, mi occorre alla mente un pensiero

importuno, ed è questo. L'unico conforto che avanza al magnanimo

oltraggiato da' suoi contemporanei consiste nel confidare il proprio

nome al futuro e dal sepolcro, dove precipita col cuore rotto,

appellare alla fama. E pure anche questa fama diventa ancella della

fortuna e dura a celebrare, per inerzia e per costume, morto colui che

adulò vivente. Lorenzo dei Medici salutano tuttavia i posteri col nome

di Magnifico, lui dicono grande, lui generoso e sapiente. Scrittori

stranieri impallidirono sopra antichi volumi per rinverdirgli la corona

e nascondergli officiosi sotto le fronde dell'alloro la impronta di

tiranno che un ferro popolano gli segnava sul collo. — Quanti furono

coloro che encomiarono il Ferruccio? E non pertanto questi morì

per la libertà della patria, — quegli, come vedemmo, moriva senza

l'assoluzione del Savonarola promessa a patto di restituire la patria

alla libertà.

Or dunque si narra come Bernuccio Capacci da Siena offerisse alla

Signoria di Volterra di condurre in affitto per dieci anni i pascoli

del Sasso e le miniere dello allume; la quale offerta, quantunque

fosse da autorevoli cittadini vigorosamente contradetta, non pertanto

venne dai priori e dai collegi approvata. Il popolo cominciò a

riprendere come lesivo l'affitto. Il Capacci, per assicurare il

negozio, ci chiama a parte Paolo Inghirami, uomo fiero e potente, e

Lorenzo dei Medici. Aperte le miniere, tanta fu la copia dell'allume

che, tra per invidia di alcuni contrarii allo Inghirami e la lesione

che veramente sentiva il popolo, invocato il disposto delle antiche

leggi, si ottenne cassarsi il partito e di nuovo proporsi il negozio

davanti il magistrato. Varie ebbe vicende questa trattativa; e forse,

cresciute a termine conveniente le offerte, usata modestia e blandizie,

sarebbesi condotta la bisogna di quieto a buon termine, se l'Inghirami,

trasportato dalla superba natura, fidandosi nella forza, non avesse

preferito ai modi benigni i riottosi. I magistrati offesi, volendo far

mostra di autorità, ordinano gli operai dalla miniera si cacciassero,

gli edifizii si demolissero. Paolo, bollente di sdegno, si riduce a

Firenze per avvisarne Lorenzo; e questi, ne' suoi privati interessi

mescolando la patria, fa decretare si rimetta ad ogni costo l'Inghirami

nel possesso della miniera; i giudici che ardiscono amministrare la

giustizia a suo danno s'imprigionino: Rafaello Corbinello, capitano

di Volterra, provveda onde abbia forza il decreto. Paolo torna in

Volterra, percorrendo le strade con accompagnatura di Côrsi armati, in

sembianza e più nei modi tiranno. Il popolo, che in moltissime cose

si assomiglia al bove, lo assomiglia anche in questa, che, quando è

quieto, un sol fanciullo lo mena, ma quando monta in furore, cento

uomini lo fuggono. Al popolo dunque un giorno scappò la pazienza; —

l'accompagnatura dei Côrsi disparve, distesa appena una delle sue mille

mani; — Paolo e i suoi aderenti, costretti a salvarsi, riparano nel

palazzo del capitano. L'autorità e la paura di pena remota mal giovano

contro a furore presente: a malgrado le dimostranze, cadono spezzate le

porte; il popolo irrompe; Romeo Barbetani, che primo si oppone, riduce

in pezzi, — gli altri ristretti in cima della torre collo zolfo e col

bitume soffoca, — poi ne strascina per le strade i cadaveri, miserabile

trofeo di cittadina discordia.

Lorenzo dichiarò la maestà del fiorentino popolo offesa per cotesta

strage, pernicioso l'esempio dove si lasciasse impunita. I priori

gli ebbero fede o s'infinsero, chè ormai in lui di tiranno era tutto,

tranne la corona, superflua eppure ambita insegna di potenza.

Un popolo si armava ai danni dell'altro per sostenere Lorenzo dei

Medici nella impresa degli allumi: fu questa guerra avaramente

incominciata, crudelmente combattuta. Lorenzo mosse contro Volterra

Federico duca di Urbino con poderosissimo esercito; e poi impedì che

la città si soccorresse, — gli amici di lei corruppe o spense; sicchè

abbandonata, soprafatta dal numero e dal tradimento, cedè alla fortuna

del nemico. Con quanta misericordia si comportasse verso i vinti

Lorenzo, che la posterità si ostina a chiamare _Magnifico_, si dimostra

da queste poche parole di uno scrittore volterrano: «Io non istarò a

narrarvi la universale desolazione, gli incendii e gli spogliamenti

di cui vanno piene le storie del tempo. Basti dirvi che la rovina di

questa patria fu tale che pochi esempi sono accaduti simili a questo,

per cui non è risorta mai più[262]»

Alcuni cittadini di Volterra, i meno, — perchè i generosi non furono

mai troppi, anteponendo alla servitù l'esilio, ricoverarono in varie

terre d'Italia. Poco dopo sopraggiunse nella rovinata città Lorenzo

con pecunia per corrompere il popolo e per innalzare la fortezza; ogni

privilegio le tolse, di libera la ridusse serva, e tali e tante vi

commise enormità che presso a morte la memoria di quelle lo travagliava

fino al punto di disperarlo del perdono di Dio.

Il popolo fiorentino, scacciati i Medici, attese a riparare le ingiurie

del tiranno, restituì ai Volterrani il governo e l'entrate; ma,

ormai troppo profondamente offesi, non poterono risorgere all'antico

splendore.

Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò

sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello

imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla

Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano.

Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio,

ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di

provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa

della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente

cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in

mezzo a fortune per lo meno incerte e difficili, e con la speranza dei

beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura,

senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico

infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma

potentissima paciera, — la prosperità.

A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare

cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi

lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli

venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e

ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue

quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, —

ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare

in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa

sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle

porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i

canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza

rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare

i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.

Adesso il commissario abbandona per istoltezza quanto aveva in virtù

della forza conseguito. Lasciandosi aggirare dalle insinuazioni dei

maggiorenti tra i Volterrani e malgrado le proteste dei più savi,

impone ai capitani Goro da Monte Benichi e Paolo Côrso ritornino

alle stanze fuori di Volterra. Usciti appena dalle porte, chiudono i

cittadini le imposte e si fanno ad assaltare le due compagnie rimaste:

insufficienti a sostenere l'impeto, uscirono anch'esse, più che di

passo, di Volterra, ed accozzatesi con le altre due, piene di mal

talento presero la volta d'Empoli.

Parendo, com'era, grave fatto cotesto, la Signoria di Firenze provvide

ai rimedii mandandovi Bartolo Tedaldi con due compagnie; partito

intempestivo quando inefficace. Avendo prevalso le parti dei Medici,

al Tedaldi parve somma ventura ricoverarsi co' soldati in cittadella. I

Volterrani, liberati dalla sua presenza, convengono a patti con Taddeo

Guiducci commissario del papa; poi mandano oratori a Clemente e ne

ottengono laudi, benedizioni e promesse, di cui non fu mai penuria in

corte di Roma.

Procedendo del tutto avversi alla Repubblica i Volterrani, ed a ciò

confortandoli Alessandro Vitelli, costruiscono bastioni, innalzano

cavalieri, turano le bocche delle strade che menano alla cittadella,

e le case opposte riducono ad archibusiere per offendere chiunque si

avvisasse sortirne per irrompere nella terra. Temendo poi fossero pochi

i soldati stanziati colà per sostenere le parti del papa, condussero

dugento fanti, poi altri cento, finalmente chiesero ai Sanesi

artiglierie e munizioni. I Sanesi dettero cinque bariglioni di polvere,

le artiglierie promisero, non mandarono: onde si volsero ai Genovesi;

i quali, desiderando gratificare al pontefice, concessero due cannoni,

due colubrine, un mezzo cannone e un sagro, con trecento venti palle

di ferro: e perchè nessuno dei popoli italiani mancasse a spegnere

il focolare della libertà d'Italia, Luigi da Bivigliano dei Medici,

spedito in poste dal marchese del Vasto dopo la prima ributtata dalle

mura di Volterra, dette ventiquattro bariglioni di polvere[263].

I chiusi in cittadella non si restavano; e comecchè avessero piccola

artiglieria, giorno e notte indefessamente traevano contro la città:

per altra parte cominciavano a patire difetto di vettovaglie; sicchè,

mosse parole di accordo, convennero in una tregua di due mesi, a patto

che l'uno non dovesse offendere l'altro, i Volterrani pagassero al

Tedaldi commessario della cittadella scudi trecento, e giornalmente pel

giusto prezzo gli dessero copia di vettovaglie necessarie al bisogno

degli assediati. Siccome avviene, firmati appena i patti, l'una parte

e l'altra attese a non mantenerli; per la qual cosa indi a breve

riassunsero le offese molto più gagliarde di prima, ed alla fine,

volendo ad ogni costo il pontefice porre fine alla impresa, ragunato

sforzo di gente e di arme, deliberarono venire all'assalto.

Tale era la condizione della città quando Francesco Ferruccio,

ordinandolo i Dieci, abbandonava Empoli per sovvenire alla fortuna

pericolante della Repubblica in queste parti del suo dominio.

Ferruccio, affrettati i passi, giunse in Volterra il giorno stesso

26 aprile che si partì da Empoli, trascorsa appena la ventunesima

ora: subitamente introduce i fanti per la porta del soccorso nella

cittadella; fatti smontare i cavalleggeri e cavare le selle ai cavalli,

per la medesima via gli mette dentro. Se i soldati lo accogliessero con

dimostrazioni di allegrezza è agevole immaginarlo; egli, come uomo a

cui il tempo tardi, imposto modo a coteste gioie, favellò brevi parole:

«Attendano i soldati a riposarsi, — di cibo si confortino e di bevanda;

tra mezz'ora io gli richiamo alle armi.»

Uno dei cittadini di Volterra chiusi in cittadella accostando la bocca

all'orecchio di certo soldato fiorentino, mormorò:

«Ecco un comando ch'è più facile a darsi che ad eseguirsi. Come faremo

a confortarci di cibo e di bevanda che in cittadella avanzano appena

sette barili di vino, e dei pani forse ne avremo cento?»

E il Fiorentino ghignando:

«Sta quieto; non sai tu che il nostro capitano si è fatto imprestare il

miracolo di multiplicare il pane quante volte egli vuole?»

«Ahi tristo! per poco voi altri Fiorentini non diventate luterani: tu

schernisci il miracolo; non ischernirlo, perchè io, alla croce di Dio,

ti giuro che l'ho veduto.»

«Lo hai veduto?» riprese il Fiorentino spalancando gli occhi; «amici,

apriamogli la vena.»

[Illustrazione: «L'amore.» «Ho giurato! ho giurato! Lasciami...

io sono sacra... _Cap XXXI, pag. 514_]

«Che vena e che non vena! io ti dico che costà nella terra dentro la

chiesa di San Francesco si conserva un frammento del pane moltiplicato

dal Redentore, — è di orzo e fresco, come se uscisse pur ora di

forno[264].»

«Io non dileggio: — guarda; — il miracolo si opera.»

I soldati, aperti gli zaini, ne avevano cavato pane e vino, e stesi

per terra, dimentichi dei disagi della vita, improvvidi dei futuri

pericoli, motteggiando e ridendo di gran cuore, adempivano il

comandamento del capitano.

Ferruccio intanto, quasi il sole non gli avesse riarsa la faccia, il

cammino stancate le membra, la fatica e la polvere assetato, taciturno

si aggira per le mura della cittadella, specola i luoghi, esamina i

muri, nota le archibusiere avverse, poi assente col capo ad una sua

interna determinazione e, percotendo della palma aperta il parapetto,

esclama: «Può farsi!»

E subito dopo chiamò Vico e gl'impose portassegli una tazza di vino;

si trasse l'elmo, non scosse la polvere, raddrizzò il cimiero. L'elmo

pesante gli avea segnata sopra la fronte una traccia di sangue pesto;

non importa: vi sovrappone di nuovo l'arnese di ferro; ei non ha tempo

di sentire il dolore.

«Oh! questo è un uomo davvero», discorreva un soldato asciugandosi

col dorso della mano la bocca dopo di aver bevuto; «egli principia

dal principio; quando il soldato si è cibato e ha dormito, riprende

allegramente il suo cammino, fosse anche per la eternità.»

«Certo, il capitano Ferruccio», discorreva un altro, «ha avvertenza a

tutto: infatti qual concetto dovrebbero formarsi nell'altro mondo dei

soldati della Repubblica fiorentina, se, arrivati appena in paradiso,

chiedessero da mangiare?»

«Ouf!» esclama un terzo sbadigliando e stirando le braccia «muoio di

sonno... Lasciatemi dormire.»

«Soldati!» tuonò all'improvviso la voce del Ferruccio, «soldati!»

E gli uomini d'arme, fanti e cavalieri, assursero come se una bombarda

fosse loro scoppiata vicina.

«_Mi dispiace che la necessità mi costringa a menarvi a combattere

senza che vi abbiate tolto ristoro al disagio sofferto; ma la prontezza

dello assalto levando ai nemici l'animo di difendersi, con poco di

fatica vi procaccerete riposo durevole e sicuro_[265]. Or dunque perchè

vi farei io lunghi discorsi quando è duopo adoperare le mani? La mia

pazienza è metà più corta della mia picca: vedete costà quella torre?

la ravvisate voi?»

«Sibbene la ravvisiamo: ella è la torre del palazzo dei Priori.»

«Or dunque sappiate che stanotte voglio giacermi là dentro; aiutatemi

a conquistarmi il letto; mi tarda dormire.»

«Lo pensate voi? sapete che ora fa egli?»

«Che importa l'ora? Qualunque istante è buono per combattere e per

vincere i nemici della patria.»

«Ma le ventidue ore si avvicinano: siete voi Giosuè? — Pretendereste

arrestare il sole su in cielo?»

«Con l'ajuto di Dio, intendo affrettare le mani sopra questa terra.

Rompete gli indugi, — attelatevi, — seguitemi, — la città è nostra!»

E fece aprire le porte e si spinse avanti abbassando la testa, come

uomo fa per riparare il volto dalla procella. Da una mano brandiva la

picca; dall'altra teneva la rotella e una scala.

I Volterrani avevano, come narrammo, recinto intorno la fortezza con

archibusieri e bastioni; e di questi ne avevano innalzato fino a tre

nella strada di Santo Antonio, donde, sortendo dalla fortezza, è forza

passare se vuolsi riuscire sopra la piazza e quindi nello interno della

città: da cosiffatti ripari cittadini e soldati mandavano continue

scariche contro i Ferrucciani; ma, o sia che le feritoie mirassero

alto, o nel precipizio dei moti non aggiustassero i colpi, nessuno

rimase morto su quella prima sortita.

Il capitano appoggia la scala: per meglio resistere all'urto delle

pietre che gli rovinano sul capo, prende tra i denti la picca, e con

ambe le mani afferra la scala. A vederlo innalzarsi di grado in grado

imperturbato tra mezzo il turbine dei sassi che gli rimbalzano su

l'elmo e su le spalle; a vederlo ora comparire, ora mezzo dileguarsi

tra un nuvolo di terra e di polvere di calcina, non paveva cosa umana,

bensì paurosa apparizione di spirito soprannaturale; amici ne tremarono

e nemici.

Tentano respingere la scala dal bastione e cacciarlo riverso a rompersi

sul terreno; non vi riescono; quando poterono aggiungerlo pel cimiero,

s'ingegnarono tanto squassarlo che cadesse; ed anche questo fu invano;

egli torna a brandire l'asta e le vibra veloce come il serpente la

lingua; da destra, da sinistra spesseggiano i colpi; già il sangue

colora la parete esterna del bastione; — morto il quarto ed il quinto,

gli altri nemici non aspettano le percosse poderose: al Ferruccio viene

fatta abilità di piegarsi col torace sul parapetto, poi mettervi la

gamba destra; — eccovelo in piedi[266].

In altra parte non favorisce la fortuna i suoi soldati. Il primo che

ebbe montati i gradi supremi della scala tocco in fronte da una palla

precipitò sopra i suoi. Vico, appunto atterrito, gli tiene dietro

sopra la scala perigliosa. Iacopo Bichi e Amico Arsoli, vergognando

lasciarlo solo al mal passo, appoggiano accanto altre scale e ascendono

deliberati a vincere o a morire: ben fu opportuno a Vico il sussidio,

perchè a mezza scala una pietra lo colse così sconciamente sul capo che

stordito sarebbe per certo caduto, dove non lo avessero sorretto e con

le rotelle tutelato dai colpi succedenti quei due valorosi.

Da questo punto a quello superato dal Ferruccio era tirata una cortina

senza terrapieno forse larga due palmi; simulazione di difesa piuttosto

che difesa vera, — distava da terra dieci braccia circa, — piena di

pericoli pel trapasso, come quella che era stata composta di varie

maniere sassi lasciati nella naturale loro informità. Il Ferruccio vi

si avventura: grave di armi vi corre leggiero quasi sopra un prato;

— tutta la sua forma alta ed asciutta si disegna sul cielo scoperto;

pareva volasse; mercè il suo ajuto anche quel punto venne sforzato: la

bandiera della Repubblica sventolò sopra i bastioni volterrani.

Vinto il primo bastione, rimase ad espugnarsi più ardua difesa;

tutte le case avevano ridotto a trincera, e internamente sfondate

potevano scorrere dall'una all'altra ed essere pronti ai soccorsi;

non visti offendevano, con ogni arnese ferivano, dal basso lanciavano

fuoco e ferro, dall'alto tegoli e materie ardenti. Coteste strade

anguste, paurose per tanti modi di morte, mettevano sospetto nei

meglio arrisicati; e il sospetto accrebbe quando all'improvviso

percosso da mano invisibile il capitano Balordo da Borgo San Sepolcro

vacillò e senza pure raccomandare l'anima a Dio stramazzò spento. I

soldati balenavano; anche un momento concesso al pensiero, volgeranno

le spalle. Ferruccio, il quale in cotesta impresa si comportò più

da soldato che da capitano, ha incorso il biasimo degli storici,

principalmente del Segni. A parere nostro il Segni merita quel biasimo

che troppo facile compartiva al Ferruccio: guerre erano quelle che al

capitano non bastava disegnare, bensì gli correva il bisogno di propria

mano in gran parte eseguire; non come ai giorni nostri il problema

della vittoria poteva sciogliersi dentro un gabinetto mediante i

calcoli fatti con cifre di carne e di ossa: questo vanto era anch'esso

serbato a noi Italiani, ma più tardi, — parlo di Napoleone Buonaparte.

In somma, il Ferruccio con la sua mente pensò quell'assalto e con le

sue mani lo vinse; preso da furore, cominciò da ferire quanti tra i

suoi mostravano viltà, e fatta una testa di cavalleggieri armati a

piede, si caccia avanti e riesce a capo della Via Nuova. Allora presero

a rompere i muri delle case e sforzarsi di entrare; la disperazione da

un lato e la speranza presentissima di vincere dall'altro riaccendono

la mischia; di qua e di là, morti e ferite. Pur finalmente i muri

furono rotti, — i Ferrucciani si spandono nelle case. Allora comincia

una guerra spicciolata su pei tetti, nelle cantine, di stanza in

stanza, con molta strage dei soldati e dei cittadini di Volterra. I

Ferrucciani, dalla dura resistenza inacerbiti, non serbano più modo,

ed agli orrori già tanti aggiungono il fuoco, il quale apprendendosi

agli antichi edifizii, come voglioso di primeggiare nella opera della

distruzione, in breve ora riduce in cenere quaranta case: le avrebbe

distrutte tutte, se all'improvviso squarciandosi il cielo con procella

di saette e di tuoni non avesse mandato giù un acquazzone, il quale

spense il fuoco e le forze degli assalitori spossati dal cammino e da

sei ore di affannoso combattimento.

I capitani stavano attorno ai soldati e con ogni industria

s'ingegnavano stimolarli: Ecco, dicevano loro, e dicevano il

vero, più poco rimane a vincere la città, il più è fatto; un lieve

sforzo, e basta; pensate quanta gloria e quanta utilità ci viene

dall'acquistarla, e quanta vergogna e danno ci verrebbe dal perderla

ora che i nemici sono battuti: considerate il pericolo di lasciarli

ad agio onde le forze rinfranchino e gli animi; e durante la notte

potranno raccogliere gente dai paesi circostanti e metterle dentro,

fabbricare nuovi ripari, ricevere soccorsi dai militi che scorrono

il contado: in somma chi non coglie il frutto quando e' può, pensi

che mille ostacoli si metteranno poi fra la mano e quello. Non gli

ascoltavano; imperciocchè dove abbia la fatica vinto il corpo davvero,

nè volere proprio nè esortazioni altrui giovano nulla. Più degli

altri, ma con profitto pari, procedeva acceso ad eccitare i soldati il

capitano Nicolò Strozzi, strenuissimo cavaliere, a cui taluno, potendo

appena aprire gli occhi, rispose:

«Vedete, anche il signore commessario ha lasciato la presa: l'uomo fa

quello che può; lasciateci in pace.»

L'assedio di Firenze · 第 53 / 81 段