«Udite... se mai fu strazio più osceno di questo... venitemi a

canto... abbracciatemi... imperciocchè senta che l'animo non mi

basterebbe al nefando racconto, se l'amore... se l'aspetto vostro

non mi sostenessero.. Venitemi appresso... più presso al cuore...

non mi lasciate... io finisco. — Me lo appiccarono... Geri... il mio

bel figliuolo... l'unico mio figliuolo... che tanto rassomigliava

Selvaggia... me lo appiccarono ai rami dell'albero sul mio capo... me

lo appiccarono... e mi lasciarono; — e per tutta la notte m'intronò lo

sghignazzare di Naldo e la sua voce che ripeteva: Mal ride chi ultimo

non ride. — I piedi del giovanetto agitati dal vento mi scompigliavano

i capelli; — una lastra di ferro rovente offende meno. Sforzo con

tremendo conato i lacci che mi legano all'albero, — i miei polsi

rimangono più dolorosamente stretti che mai, la corda cede tanto

ch'io posso levarmi su la punta dei piedi... il corpo di Geri non

oscilla più... i piedi del figlio riposano sopra il capo del padre!

— Geri..., se sei vivo, rispondimi per amore di Dio... Geri, aiùtati

con le mani... allárgati il capestro... Geri, rispondimi... — E Geri

non rispondeva. Chi potrà dirvi tutte le parole ch'io proferii, —

con quanti cari nomi io lo chiamai? Chi lo spasimo durato allorchè, i

piedi rifiutando sostenermi in cotesta sconcia positura, mi era forza

riposarli a terra; e allora io non sentendo più il corpo del figliuolo

sfiorarmi, dondolando, i capelli, temeva che quel momento di sostegno

cessato avrebbe potuto cagionargli la morte? Chi la lunga contesa, il

disperato dolore e l'esitanza?... Rifinito di forze, mi abbandonarono

gli spiriti; misericordia di Dio fu sospendermi in quel punto la

vita, maggior pietà sarebbe stata tôrmela affatto. — Quando gli occhi

miei tristi si riapersero alla luce, mi trovai sciolto, — molti miei

conoscenti mi stavano attorno contristati; — il capo, i piedi e le

mani acerbamente mi dolevano, tentai levarmi e non potei; mi posi a

sedere, e gli occhi drizzai all'albero maledetto; io non vedeva bene.

— O voi pietosi, io cominciai, che mi circondate, ditemi per pietà, se

mio figlio pende tuttavia dall'albero! Lo avete salvato? — Mi risposero

singhiozzando, e poi uno di loro riprese: Lo abbiamo sepolto accanto a

voi. — Piegai la faccia, e al lato destro mi occorse una fossa coperta

di piote recenti. Il delirio mi vinse, e mi atteggiai come il cane

quando raspa per iscavare. — Ah! prima che la terra me lo ricuopra per

sempre, ch'io lo rivegga anche una volta. — Mi levarono per le braccia

onde allontanarmi dalla vista di tanta miseria. Giungemmo presso

al castello; la pioggia aveva spento l'incendio, la parte superiore

rovinata, la inferiore illesa: io non so come mi tornarono le forze;

mi liberai da coloro che mi tenevano, e corsi alla volta della casa...

penetrai nella sala... deh! mi sia concesso non ricordarvi la strage

nefanda: così potesse non rammentarla l'anima mia!... Selvaggia mia, se

il cuore non mi ti avesse indicata, non avrebbero saputo ravvisarti i

miei occhi... come orribilmente ti avevano lacera la gola, con quante

ferite guasto il castissimo corpo!... Mi prostrai... la faccia posai

sul pavimento, e dai precordii sospinsi una molto terribile bestemmia,

però che maledissi colui che, avendo dei fulmini pei giusti, sembrava

impassibile agli scellerati. Per Dio! odo il mio nome susurrato da una

voce che sorge dalla terra: — vivesse Selvaggia? La sua gola non fosse

insanabilmente lacerata? — Levai la faccia... ahi dolore! pur troppo

la testa appena giunta le stava al busto per la pelle della nuca...

ella era morta... irrevocabilmente morta! — Caddi di nuovo, e il mio

nome da capo susurrato mi percuote le orecchie... temei fosse un errore

della fantasia commossa, — e non mi levai finchè una terza chiamata

mi assicurò che io non m'ingannava: la voce si partiva dal cumulo

dei cadaveri della famiglia del povero Tomaso: vinsi il ribrezzo e mi

detti a frugare con cupide mani tra quella massa di carne sanguinosa...

Tranne uno spregio sopra la spalla, tu eri rimasta illesa... la tua

genitrice una volta ti porse la vita col latte del suo seno medesimo...

ella riparò le tue ferite, ella ti coprì col corpo; comunque morta,

ti aveva difesa, e tu cauta per istinto ti eri taciuta finchè non ti

comparve davanti una faccia amica... Sventurata, e pure non del tutto

misera, madonna Ermellina, se morendo potesti salvare i giorni della

tua pargola... mentre io infelicissimo padre... oh!»

La fiamma del focolare all'improvviso cessa, e dalle legna vermiglie si

leva una colonna larga, bianchissima: nel tempo medesimo un gran colpo

fu bussato alla porta.

Vico, Annalena e Lucantonio si strinsero in un solo abbracciamento e

proruppero in grido doloroso.

Passata la prima impressione del terrore, Lucantonio asciugandosi la

fronte col dorso della mano, mormorò:

«Ah! mi era parso vedere l'anima del mio figliuolo.»

Annalena giunse le mani e alzandole al cielo diceva:

«O Signore, io sperava tu mi avessi conceduto la vista della mia

genitrice.»

E Lucantonio riprese:

«I luoghi che prima amai m'increbbero: raccolto quanto meglio potei

dal naufragio della nostra fortuna, mi ridussi ad abitare su quel di

Fiorenza: a te costumi diedi convenienti alla nuova condizione; tacqui

i natali e le sventure per non ti contristare la bella giovinezza: due

amori suscitai nel tuo seno, quello della patria primo, poi quello di

me; non perchè lo meritassi, ma perchè ne aveva immenso, irresistibile

bisogno... Adesso in te se ne leva un altro il quale per certo non

ispegnerà gli altri due... Se ciò avvenisse... sento che la tazza del

dolore non si vuota mai. Di Naldo che avvenne? Voi lo avete veduto, or

non è guari, cadavere miserabile sotto le zampe del mio cavallo.»

I giovani stavano per consolarlo, quando furono trattenuti da un

secondo colpo più fortemente bussato.

CAPITOLO VENTESIMOQUINTO

VOLTERRA

Tanto fischiar di strali,

Brillar di brandi ignudi,

Colpi così mortali,

Urto sì fier di scudi,

Sangue non fu mai tanto,

Nè più letizia e pianto.

ARMINIO, _tragedia._

Era Francesco Ferruccio. Egli s'inoltrò con passi gravi, e in sembiante

severo; ma quando vide la fanciulla atteggiata di dolore, quasi

statuetta che un bel pensiero di artista abbia posto sul sepolcro di

un primogenito o di sposa nuovamente divelta dalle braccia — forse dal

cuore — dell'amato consorte quando dal volto di Vico e di Lucantonio

conobbe l'angoscia esser passata colà, di severo divenne mesto ed

appoggiò il gomito destro sul pomo dello spadone, sopra la mano la

faccia.

E dopo alcun tratto di tempo incominciò:

«Ludovico, io sono venuto a dirvi addio. Prima che nasca il sole,

mi è forza partire in servizio della Repubblica per impresa piena

di pericolo e di gloria. I giorni dell'uomo sono uguali ai passi del

viandante, — i giorni del soldato trovano appena paragone nei passi del

cavallo che fugge.»

Ludovico alzò gli occhi attonito e rispose:

«Perchè rimango io?»

«Per ordine dei signori Dieci consegnerò la terra al nuovo commissario

Andrea Giugni... Costui conobbi sempre studioso della licenza, la

quale, finchè non trovi luogo a dimostrarsi nel suo brutto sembiante

intera, assai sovente si scambia con la libertà, — uomo di corrucci

e di sangue, non di quell'animo fermo che i gravi casi della patria

domandano, — di costumi corrotto e superbo, — ogni bene riposto nei

grossolani diletti della vita. La impresa a cui mi prepongono i Dieci

gioverà assai alla salute di Fiorenza, perchè, vincendola, come, da Dio

sovvenuto, confido, ridurrà alla sua devozione una città ribelle, e il

suo credito scaduto verrà a rinverdire; in ogni caso, scemerà forza

all'esercito, perchè Orange manderà gente a tentare di ricuperarla.

Però il danno non compenserebbe il vantaggio perdendo Empoli: finchè

conserviamo questa terra, non sarà mai spacciata la patria; la campagna

ci è aperta fina a Pisa, — comodissima ci sovviene la facilità di

provvedere gli assediati; — insomma il Palladio di Fiorenza si conserva

qui dentro. Or dunque voi comprendete di quanta importanza mi sia

lasciarvi persona sicura che vigili attentissima tutti i casi che

possono accadere alla giornata e me ne ragguagli con diligenza.»

«Ma», riprese esitando Ludovico, «la promessa che voi faceste al padre

mio moribondo mi suona diversa; o non prometteste voi ch'io vi sarei

morto al fianco per la patria combattendo?»

«Vico, io non muto mai; ma dite: — voi da quel tempo in poi nulla vi

sentite mutato? Allo amore di patria non si mescolò per avventura un

altro amore? Vostro malgrado, non si levò nel cuor vostro un istinto di

conservazione per la vostra vita dacchè un'altra vita vi preme molto

più della vostra? È santo il vostro affetto, ed io lo approvo; pure

sarebbe stato meglio che vi avesse acceso in altra stagione. Ma i fati

reggono gli eventi; io poi non domando mai cose superiori alla umana

natura; — male, penso, si lascia il fianco della sposa per affaticarsi

quotidianamente al raggio del sole in battaglia.»

«Amaste voi mai?» una voce soave interrogò il Ferruccio, e si partiva

dalla fanciulla.

«Io? — Amai mio fratello Simone, valente spada e fidato consiglio; —

amai l'uno e l'altro mio genitore, ed amo le mie due sorelle, che,

rimaste a casa, certo nè anche a quest'ora cessano dalle notturne

preghiere per la tutela della mia vita... ma sopratutto amo la patria;

— donna amata e gelosa, custodisce tutti i miei affetti... la mia anima

è a Fiorenza, intorno al gonfalone della Repubblica; — la mia anima sta

sulla corona che circonda la testa dei lioni del Comune... gran parte

della mia anima posa eziandio su questa spada... oltre di ciò, io temo

non avere anima per nessuno.»

«Misero voi!»

«Misero io! — e perchè, giovanetta?»

«Perchè», risponde Annalena sollevando all'improvviso le ciglia e con

ardentissimi sguardi fissando il commessario, «perchè amando avreste

appreso nessuno intelletto essere tanto grande nè cuore gagliardo ai

quali il buono amore non aggiunga grandezza e gagliardia; la patria

nuda di affetti a me rassembra un sepolcro: — l'uomo difenderà per

religione quel sepolcro, perchè contiene le ossa de' suoi congiunti e

conterrà le sue; — ma se vi aggiungi la difesa della sua sposa e dei

figliuoli, allora il soldato ti parrà fulmine di Dio contro i nemici:

io mi rammento avere udito raccontare dal padre di Vico come gli

antichi Spartani non accettassero combattenti nella falange sacra dove

non fossero innamorati...»

Ferruccio crolla, sorridendo, la testa; e la fanciulla con maggior

fervore continua:

«Voi altri, perchè dotò natura di più salde membra di noi, non rifinite

mai di lamentare la nostra debolezza; ci pretendete più forti e non

vi restate dallo sconfortarci in ogni maniera; l'avvilimento nostro

volete a un punto e rimproverate. Or dunque da che traete argomento di

sospettare che l'amore sarà d'impaccio alle opere generose di Vico?

Se dall'esser mio di donna, senzachè vi ricordi più remoti esempi,

qual cittadino di Fiorenza fin qui ebbe virtù che potesse, non dirò

superare, ma reggere al paragone di quella di Lucrezia Mazzanti? Ed

io fui sua figliuola d'amore, ed io con questi occhi contemplai gli

estremi aneliti della sua vita mortale. Ai giorni nostri, donna Maria

di Padilla non difese vivo il consorte, non lo vendicò morto e, quando

ai più animosi mancò l'ardire, non sostenne ella sola la libertà della

Spagna contro lo sforzo di Carlo, che Dio confonda? Se perch'io mi sono

Annalena... voi non mi conoscete ancora.»

«E che vorreste fare, giovanetta?» le domanda amorevolmente il

Ferruccio.

«A lui», riprese Annalena additando Vico, «quello che spetta a moglie

d'uomo che combatte per la difesa della patria; a voi quanto incombe

a figliuola di padre affettuosissimo: — io per me abborro il sangue,

— e la guerra è necessità che deploro con tutta l'anima; — la vita

considero dono di Dio, la quale non possiamo spendere mai tanto

bene quanto nella tutela della libertà...; e quindi io pregherò il

Signore che volga gli occhi alla terra e favorisca non il più forte,

ma il più giusto; — appresterò bende e rimedi alle ferite mentre voi

vi avventurate al pericolo di riceverle; — vi veglierò infermi; —

vi tempererò con freschi pannilini l'ardore delle membra quando vi

travaglierà la febbre; riceverò nel mio seno il colpo che vi sarà

indirizzato... vivrò con voi, e per voi morirò.»

«Padre! su, padre!» esclama il Ferruccio agitando il braccio di

Lucantonio; e questi:

«Chi mi rammenta che una volta fui padre? Quale spietato rinnovella in

me l'antico dolore? Sei forse Dio, per potermi rendere il figliuolo?

Uomo, — intendi, — tu puoi schiudere la bocca del sepolcro, ma per

traboccarvi dentro il tuo simile, non già per trarnelo fuori.»

Ferruccio attonito non sapeva che cosa volessero significare coteste

lugubri parole: Vico gli espose in breve i fieri casi di lui e come non

fosse sua figliuola Annalena, sibbene orfana e nata di messer Tomaso

Tosinghi da Ponzano.

«La donna, comunque si chiamasse, che fu degna del tuo cuore ben poteva

ottenere anche il tuo nome; e non pertanto mi piace ch'ella esca dei

Tosinghi; — così per te riviverà un gentile e onorato lignaggio. —

Lucantonio, io sono il Ferruccio. — A me il padre di Ludovico morendo

commise la cura d'incamminarlo nella vita: vorreste voi unire la vostra

Annalena col mio Vico? Pari di età e di animo, paionmi concepiti da un

medesimo pensiero del Creatore.»

«Di', l'amerai come l'ho amata io?» con immensa passione Lucantonio

interroga Ludovico senza badare alle parole del Ferruccio; «la

sosterrai nella vita, le torrai dal sentiero che deve percorrere i

triboli e le spine? Io, vedi, quando era stanca me la recava in collo

e la portava finchè le braccia intormentite potevano sorreggerla:

— guarda i bei piedi ch'io le ho saputo conservare; — se il freddo

l'agghiadava, io le sue mani mi riponeva nel seno e col calore del

mio cuore le riscaldava, sicchè il gelo non le stagnò mai il sangue

sopra le dita, — ed ora nota come le ha bianche e delicate: quando

camminammo nella estate per le aperte campagne, tra il sole e lei

posi il mio corpo, e la sua pelle rimase intatta; — col mio fiato

le inumidii i capelli; — quando ebbe sete, io le porsi tutta l'acqua

della mia tazza... Abbile cura... allorchè dorme le solleva la testa,

imperciocchè il suo alitare sovente sia soffocato... e in quel momento

Dio ti salvi dalla tremenda paura che mi ha travagliato. Se così

l'amerai, prendila; — siate due in una carne; — tu, Lena, appóggiati al

nuovo sostegno; — appena io posso ormai sostenere me stesso... Ora non

mi avanza altra causa per dimorare su questa terra... Accoglimi dunque

nella tua pace, Signore.»

Il Ferruccio, modesto com'era, andò egli stesso pel prete. Il

matrimonio fu celebrato nelle domestiche pareti, chè prima del concilio

di Trento molte formalità, diventate in seguito sostanziali, si

trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assistè la corona dei

parenti e degli amici. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di

perdere la vita, — alla donna che corre pericolo di diventare vedova

prima che sposa. La religione del cuore supplì alle pompe religiose,

l'amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.

Compiti appena gli sponsali, Vico baciò in fronte la sua donna e tenne

dietro al Ferruccio disposto a partire. Annalena, comunque abbattuta

dalla notte vegliata e più dalle sensazioni sofferte, apparecchiò

le poche masserizie a trasportarsi necessarie; Lucantonio taciturno

l'aiutava senza mostrarsi affaticato. Tal era quel vecchio che gli

anni non sapevano aggiungergli una ruga sopra la fronte, l'angoscia una

puntura sul cuore, il disagio indebolire que' suoi nervi di ferro.

Il sole co' suoi primi raggi faceva coruscare la picca brunita in cima

all'asta che regge il gonfalone del popolo fiorentino. Prossimo d'ora

in poi a ricercare invano la bandiera della libertà sopra la nostra

terra, pare ch'ei la vagheggi con aumento di luce. La brezza mattutina

svolge agitando le pieghe del gonfalone, e n'esce un fruscio confuso

che ti fa credere che, animato per miracolo, voglia all'improvviso

favellare, e per troppo affetto la parola non si formi distinta, come

immaginò l'Alighieri di quel suo avo Cacciaguida quando gli comparve

davanti nel Paradiso.

Millequattrocento fanti stanno schierati sopra la piazza maggiore di

Empoli sotto diverse insegne e divisi in sette compagnie capitanate

da Nicolò Strozzi, Paolo Corso, Sprone, Balordo e Giovanni Scuccola

da Borgo a San Sepolcro, Goro da Monte Benichi e Tomè Siciliano. Si

aggiungevano quattro compagnie di cavalleggieri sotto la condotta

dei meglio animosi cavalieri che agli stipendii della Repubblica

militassero, Amico Arsoli, Iacopo Bichi, Gherardo conte della

Gherardesca e Musacchino[259].

Il Ferruccio, accompagnato dal nuovo commessario Andrea Giugni e

dai capitani che lasciava alla difesa di Empoli, Piero Orlandini cui

egli stesso con fervidissime istanze aveva più volte raccomandato ai

Dieci come prode non meno che prudente uomo di arme e della libertà

sviscerato, Tinto da Battifolle, Bocchino Corso e il conte di Anghiari,

percorre le file, esaminando se avessero trasgredito in nulla i

comandamenti di lui.

Imperciocchè egli avesse prescritto che ogni soldato si provvedesse

di pane per due giorni, apparecchiassero picconi e strumenti altri

siffatti da espugnar terre, una soma di polvere d'archibuso, due

some di corda cotta e tre some di scale. Quando co' suoi propri occhi

conobbe essere stato obbedito in tutto, si volse ad una banda della

ordinanza fiorentina distinta dalle altre compagnie per la sciarpa

verde che costumavano i giovani ascritti alla medesima, in segno,

dice lo storico Nardi, dello sperato frutto delle loro fatiche, e pel

gonfalone del Comune, insigne di una croce bianca in campo rosso.

«A voi», incominciò egli con forza, «non dico nulla. Quando vi cadrà

dalle mani la bandiera, un'altra cosa vi cadrà sul collo, — la scure

del tiranno. La libertà sta impressa sopra la vostra testa, — l'una

non può reggersi senza l'altra. Allorchè l'animo non vi bastasse

ad essere eroi, siatelo per disperazione; da una parte troverete

gloria, sicurezza, leggi buone, vita larga e tranquilla, — dall'altra,

vituperio e sangue.»

Ciò detto, stese la mano e indirizzò la voce alle compagnie stipendiate:

«L'ira di Dio e i misfatti degli uomini ci hanno reso stranieri tra

noi; — noi favelliamo uno stesso idioma, noi allevò una medesima terra,

e tuttavolta la nostra patria non è la vostra; — ben potrei dirvi

difendersi in Fiorenza la libertà dell'universa Italia, — qui essersi

quasi intorno al cuore ristretti gli ultimi palpiti di lei; — fiaccola

accesa sopra il faro illuminare anche i popoli che non contribuiscono

coll'olio a mantenerne il lume. Ma io la vostra condizione presente

comprendo e compassiono. Privi da gran tempo di libertà, ella vi sembra

nome vano e senza idea; all'amore di gloria or si sostituisce in voi

l'amore di un frammento di metallo coniato; — combattete senza passione

perchè non avete patria. Però io non pretendo da voi cose superiori

all'opera comunale del soldato pagato. Chiunque non si sentisse

gagliardo abbastanza per seguitarmi nelle nuove imprese, rimanga; —

adesso gli concedo facoltà ampia a restarsi; varcata che avrà di un

passo la porta di Empoli, non sarà più a tempo; — un passo indietro

lo spingerà irrevocabilmente alla morte. Intanto mi corre l'obbligo di

saldare i debiti. Romanello, uscite di riga.»

A queste parole si fece innanzi un giovane di forme egregie, nato nel

contado di Arezzo, il quale si era virtuosissimamente adoperato in

quelle quotidiane avvisaglie; il Ferruccio, sorrisogli alquanto, gli

disse:

«In premio delle prodezze vostre vi dono una celata ed un cavallo. La

Repubblica adesso non può guiderdonarvi nè di più nè di meglio. Sta in

arbitrio vostro lo stare come l'andare[260].»

«Con buona licenza vostra rimarrò a provare se buon cavallo e buona

celata mi donaste voi.»

Gli accenti severi e il dono onorato commossero i soldati, — i volti

loro avvampavano di vergogna, — il cuore battè con violenza sotto gli

usberghi di ferro, imperciocchè l'uomo, come la pietra sotto la mano

del fabbro, diventi ad un tratto o la statua d'un Dio, o un mortaio da

sale, — e con unanime grido risposero:

«Noi verremo tutti: — voi siete la nostra patria.»

I soldati amavano il Ferruccio più che padre, — ed io ebbi luogo di

notare che il capitano giusto e severo è temuto a un punto ed amato;

— i soldati riconoscono la pena non da lui bensì dalla legge, mentre

il premio all'opposto, anzichè dalla legge, da lui solo derivano. Io

però non affermerei questo avvertimento tanto generale che non andasse

soggetto a gravi eccezioni; — nondimeno io l'ho fatto replicate volte

con animo quieto e forse preoccupato da pensieri poco onorevoli alla

umana natura: — certamente l'uomo è migliore della sua fama.

Il Ferruccio, agitando la destra, di nuovo favella:

«Or dunque deponete le vostre particolari bandiere, accoglietevi tutti

sotto il gonfalone della Repubblica; — per ora abbiate una bandiera

comune: — tra poco, Dio sovvenendoci, ci acquisteremo comune anche la

patria.»

E come disse, fecero. Allora egli si strinse da parte col nuovo

commessario Giugni e, prendendogli ambe le mani, favellò:

«Messere Andrea, per lo corpo santissimo di Nostro Signore vi

raccomando la difesa di Empoli. S'egli non è tale, come ho scritto agli

magnifici signori Dieci, che le donne, non che altri, lo possano con le

rocche e coi fusi difendere, certo i soldati con le picche e con gli

archibusi molto agevolmente il potranno. Questo Popolo ha buona mente

verso la Repubblica; ma voi sapete bene essere il popolo voltabile cosa

e pronto a levarsi al primo vento che vi soffi dentro. Il migliore

spediente ond'ei non senta la fatica consiste nello affaticarlo del

continuo: pensate ch'Empoli perduto darebbe vinta ai nemici la guerra;

fate buona guardia; in caso di assedio, badate alle mura verso la

porticciuola d'Arno e verso San Donnino; — da questi lati paionmi più

deboli che altrove: — praticate un fosso interno, — a me il tempo mancò

per farlo; — giù in fondo conficcatevi aguti di legno o di ferro; —

innalzate un argine: in castello troverete legname a ribocco, e quando

le terre possiedono legname, le non si ponno sforzare; troverete copia

di munizioni tanto al vivere quanto al combattere necessarie. Addio,

messere Andrea; fino dalla gioventù prima procedeste sviscerato della

libertà e mille volte poneste a sbaraglio della vita per cause da

nulla; adesso pertanto rammentatevi che sopra il vostro capo riposano

i destini di Fiorenza e forse d'Italia; abbiate fisso nella mente che

voi avete a perdere una patria e un nome che di padre in figlio a voi

pervenne onoratissimo e splendidissimo. — Partiamo»

Iacopo Bichi, piegandosi sopra la sella del cavallo, mormorò nelle

orecchie del Ferruccio:

«Di nemici va pieno il contado, commissario; non parrebbevi prudente,

onde fuggire ogni impaccio, che ripiegassimo il gonfalone, e i tamburi

e le trombe tacessero?»

«No, Iacopo», riprese il Ferruccio; «e' bisogna incamminarci al

conquisto di gloria non come ladri, sibbene da eroi. — Date nei

tamburi. Viva la Repubblica!»

I soldati ripeterono il grido _Viva la Repubblica_ e si posero in via.

* * * * *

Volterra è città antica, posta quasi nel mezzo della Toscana, sopra

un monte assai alto: sedendo sopra cinque gioghi, dicono gli storici

che presenti per pianta quasi la figura di una mano. Chi prima la

edificasse ignoriamo; alcuni le danno origine propria, altri straniera;

tra questi chi l'attribuisce ai Lidii, chi a' Pelasgi, chi a Tirreno;

non manca chi ne affermi fondatore Noè: incertezze e favole le quali

nonpertanto valgono a dimostrare i suoi remoti principii.

Ciò che apertamente possono esaminare i pellegrini sono le reliquie

delle mura ciclopiche che occorrono pur sempre nel suo territorio, e

scritture di lingua che ormai non intendiamo più: le prime fanno fede

che visse un di una schiatta di uomini dotati di forze assai superiori

a quelle dei popoli moderni; — le seconde, di un tempo tanto antico che

mal si accorda colla età attribuita alla nostra terra. Dicono Giano

nascesse in lei; affermano quivi ancora trovasse i natali san Lino;

i quali casi, se come narrano, avvennero, segno è certo avere usato

sempre benigno riguardo a quella città la Idea, che i popoli posero

con vicenda perpetuamente alterna nel cielo a disimpegnare le funzioni

di Dio. Volterra fu delle dodici città etrusche sede dei lucumoni;

qualche archeologo volterrano sostiene essere stata prima tra tutte;

gli antiquari aretini scrivono lo stesso di Arezzo; altri altre cose:

la quale questione di preminenza, come delicatissima, lascio alla

decisione del benigno lettore.

L'assedio di Firenze · 第 52 / 81 段