mormorio delle acque vicine, sicchè ci parve ch'ei tenesse bordone
a quelle rime: — nè io lo proposi a lui, nè egli a me, — eppure
ci levammo entrambi e c'indirizzammo colà donde usciva la voce;
l'intelletto pieno di libri latini, noi pensavamo incontrare una driade
o qualche altra ninfa più gentile, — ma il cuore co' suoi palpiti
m'assicurava avrei trovato una sorella di amore: un ventilare di
veste bianca ci fece scorti della presenza della donna... poco oltre
ce ne occorse un'altra; — una cantava e l'altra coglieva fiori sopra
l'argine ombroso; — spigliate entrambe di persona, di piè leggiero, di
gioventù splendide e di bellezza, — questa coglieva fiori e ne tesseva
ghirlande! l'altra se ne incoronava così per vaghezza il capo, quasi
a santificarle col tatto delle sue chiome, e poi le appendeva ai rami
degli alberi: noi ci mostrammo così umili in vista che non ne presero
sospetto e ci guardarono di tale uno sguardo che parve dirci: Noi vi
aspettavamo. — Simili alla rosa nascosta nella valle che attende il
raggio del sole per colorirsi e per ispandersi, ambedue attendevano
uno sguardo di amore; — noi le guardammo, ed esse si fecero vermiglie.
Per singolare accidente erano entrambe sorelle di latte, entrambe
orfane, e così strettamente unite da amoroso legame che in nessuna
delle due appariva sforzo per dimenticare da una parte i troppo
superbi, dall'altra i troppo umili natali. Dicono nessun maggior
dolore travagli l'uomo che quello di rammentarsi dei tempi felici
nella miseria; — io però non conservo idea distinta del bene goduto...
tanto peso di sciagura gravitò sopra il mio intelletto! — Io scorgo
confuso traverso una caligine, — la mia anima ha perduto perfino i
piaceri della memoria. Taccio i dolci desiri; — io amai Selvaggia, tuo
padre Tomaso madonna Ermellina; ci fidanzammo; — il giorno destinato
alle nozze venne. Tomaso aveva da fanciullo avuto dimestichezza con
Naldo Monaldeschi, gentiluomo del contado di Prato, dimestichezze
che l'anima bisognosa di amare confonde con l'amore, e sovente non
sono altro che infermità dello spirito; — costui abbandonò le case
paterne, corse varii casi di fortuna, fu soldato e combattè, spada di
ventura, ora per impero, ora per la Francia, nelle guerre di Napoli e
di Lombardia. Rimasta la guerra, se ne tornò a casa con qualche danaro
di meno, qualche anno di più e per aggiunta alcune ferite riportate
sopra campi dove bene si poteva acquistare o morte o preda, ma gloria
non mai. Tomaso, quasi questo tempo fosse scorso pieno di soavi cure
e di esercizio di gentili discipline al compagno come a sè stesso,
ricominciava l'antica comunanza di affetti, la fraterna intimità. Lo
volle pertanto compagno agli sponsali, convitato al festino: — quando
andammo a tôrre le spose a casa, Naldo era della comitiva; — egli non
aveva mai veduto le donne: allorchè si apersero gli usci, e vestite di
bianchi panni, inghirlandate di rose si presentarono alla nostra vista,
Naldo le guardò, allibì e si accostò tremante alla parete, — sì forte
il tremore lo assalse; io me ne accorsi e ne sentii orgoglio, comecchè
non sapessi chi di loro fosse capace a recare siffatto turbamento
nell'animo del soldato; ma, o movesse dalla mia o dalla donna del mio
fratello, era per me la causa dell'orgoglio medesima. — Ci prostrammo
agli altari, si compirono i riti: Naldo, come se fosse tramutato in
uno dei santi di pietra che occupavano le nicchie, non faceva atto di
seguitare la comitiva quando usciva di chiesa; — lo scotemmo per le
vesti, — ei risensò e ci tenne dietro col capo chino, a passi lenti.
Fu imbandita la mensa: quivi non mancarono voti di poeti che dovevano
rimanersi inani ed augurii che riuscirono bugiardi. Quando una voce
chiamò i convitati a propinare alla salute di madonna Ermellina, le
labbra di Naldo non si mossero — la coppa gli stette colma davanti.
Però da quel giorno in poi Naldo si prese usanza della nostra casa,
sempre più si pose avanti nell'animo di Tomaso ed anche nel mio;
imperciocchè sia l'amicizia un tesoro che per divisione non iscema,
all'opposto dell'amore. In lui mi piaceva la saldezza del corpo, la
faccia tinta dal sole delle battaglie, uno sfregio sopra la fronte tra
ciglio e ciglio, e poi la comunanza dei diletti: — ma non andò guari
tempo ch'io l'odiai, dacchè senza nessuna reverenza parlasse delle
donne; le quali ci largiscono piaceri ed affetti che se durassero,
potremmo esser contenti della terra senza più oltre desiderare il
paradiso; — in ogni caso rispettate la donna, perchè vostra madre
fu tale: — ancora, se narrava le geste passate, egli non toglieva
argomento di onore dai colpi arditamente feriti, sibbene dalle insidie
parate con sottile scaltrezza, dalla vittima improvvidamente caduta,
dalla morte con animo tranquillo arrecata; e a caccia, quando il cervo
rifinito si abbandonava in balia dei veltri, e il cavaliere pietoso
allo strazio del nobile animale scende di sella e gli dà il colpo di
grazia, egli invece si rimaneva immobile a cavallo contemplando le
viscere di lui palpitanti sotto i denti dei cani. — Spesso lo smarrimmo
per la foresta e lo trovammo tornato a casa... Insomma a che mi vado
io dilungando? Egli aveva concepito ardentissimo amore per madonna
Ermellina; se non che tanto lo tratteneva la virtù della castissima
donna che ben si accorse sarebbe speso ogni consiglio invano di tentare
apertamente l'onor suo; — sentendosi inetto a inspirare amore, ogni
suo studio pose a seminare la discordia. In questa opera d'iniquità,
i più tristi i migliori; — quindi egli riusciva anche troppo. — Era
tuo padre superbo, tua madre timidissima; i cuori si gonfiavano, ma le
labbra stavano mute; intanto la rifiniva l'angoscia — il verme rodeva
il bel frutto, e da qual parte vi fosse penetrato non appariva. —
Certa volta mi occorse una doviziosa catena appesa al collo della mia
Selvaggia: lo domandai da cui le venisse e come; — mi disse avergliela
donata messer Naldo, onde io le notai: Selvaggia, le catene di oro si
adoperano a tenere schiava l'anima, come le catene di ferro a tenere
schiavo il corpo; chi dono accetta padrone riceve; mal facesti a
tôrla, ma dacchè l'hai presa, bada al fine. — Nè stette molto la mia
povera Selvaggia che venne a me tutta tremante, dichiarandomi messere
Naldo dopo molte parole e larghe promesse averle raccomandato l'amor
suo presso madonna Ermellina; essere il suo amore divenuto furore;
non vedere nè ascoltare più nulla; volerla sua ad ogni costo, viva o
morta. — Deliberai meco stesso il giorno appresso, mentre erravamo pei
boschi, dichiarare pianamente la bisogna a Tomaso e farlo scorto del
pericolo che correva; ma il giorno dopo, così consigliando od ordinando
Naldo, ci dirigemmo verso la foresta, dove occorreva certo ponte sopra
un torrente copioso nell'inverno di acque, nelle altre stagioni arido
e di letto orribilmente scabroso. Naldo prese a favellare meco e mi
trattiene indietro, narrandomi alcuni fatti d'arme avvenuti tra gli
Spagnuoli e i Francesi nel regno ai tempi del gran capitano Consalvo.
Tomaso, come vaghezza lo consiglia, precede spronando a precipizio,
— tocca il ponte, e il ponte sparisce sotto le zampe del cavallo: —
tavole, pietre, cavallo e cavaliere vanno a rifascio sossopra. — Dio lo
salvò; — il cavallo si ruppe tra i massi: Tomaso, in più lati ferito,
ebbe salva la vita: — quando lo rinvenimmo vivo, Naldo si morse le
labbra e ne fece scaturire il vivido sangue; io stetti per piantargli
il pugnale nel cuore, ma subito dopo tanto amorosa sollecitudine
ostentava, in così angosciosi lamenti irrompeva, ch'io bandii dalla
mente il truce sospetto con la prestezza con la quale vi era comparso:
— risanò e, appena ebbe alzato il fianco infermo dal letto, chiese di
esser tratto nel giardino a respirare l'aria aperta; gli fu impedito
quel giorno, pel seguente concesso: — venuto al barco del castello,
volle dimorarvi anche dopo il tramonto per rinfrescarsi del vento
vespertino; — cominciavano a non bene distinguersi le cose circostanti,
quando ad un punto stesso udimmo lo scoppio di un archibuso ed il
ronzio di una palla. A Tomaso fu portato via, senz'altra offesa, il
tôcco di capo, e la palla oltrepassando sfiorò la pelle delle spalle
di madonna Ermellina che in piedi al fianco dello sposo ne sorreggeva
la testa; proruppe la donna in un grido e cadde con la faccia sul
terreno. Naldo, tratto fuori di sè dall'ira soverchiante, mormorò tra i
denti: Ahi! male accorto! — e cavando la spada si avventò dalla parte
donde era mosso il colpo. — Io lo seguiva; uno scherano con le mani
e co' piedi si affaticava arrampicarsi su pel muro che circondava il
barco del castello; ei gli fu sopra e con ispaventevole soprammano dai
reni lo passò al ventre, sfregiando con la punta della spada l'opposta
parete; rovesciò supino lo scherano, e sollevati gli sguardi già
pieni di morte vide il suo uccisore, lo riconobbe ed esclamò queste
parole: Oh! come voi, messer Naldo?... Ma questi non gli diè tempo di
continuare, — forte lo calcò di un piede sul petto, gli spinse dritta
la spada verso la gola, e sopra appoggiandovisi con ambe le mani gli
ruppe le fauci. Per quanto investigassimo, non giungemmo a scuoprire
alcune traccie di delitto, — solo trovammo sul morto copia di monete,
prezzo certamente del sangue. I miei sospetti si accrescevano, ma
ormai non mi si offriva più comodo di restringermi a parlamento con
Tomaso. Naldo gli aveva atterrita la mente: — forse i suoi nemici,
forse, e con più verosimiglianza, i parenti gl'insidiavano la vita;
non volergli mancare in tanto estremo non consentire ad abbandonarlo,
ed altre siffatte novelle pretestando, fermò sua stanza al castello.
Adesso si attacca a Tomaso come un rimorso, non gli lascia ora senza
paura, gli empie le notti di angoscia; la stessa sposa Tomaso riceve
sospettando, — accumula arme di ogni maniera nella sua stanza,
raddoppia la spessezza dei muri, munisce di ferro le porte, prende a
custode degli agitati suoi sonni un molosso delle Alpi. I servi la
più parte accommiata, i ponti levatoi alzati; i cavalli percuotono
invano le selci delle scuderie; i cani stanno pigramente distesi a
canto del focolare. — La fortuna ordinò che, recandosi certo giorno
per mie bisogne da Tomaso, il suo cane, sia che lo spingesse maligna
natura o non mi ravvisasse, mi si avventa alla persona per mordermi:
io tento placarlo, egli vie più s'inferocisce; allora consigliato dalla
tutela di me gli sferro tale un pugno nel capo che lo mando a rotolarsi
per terra: Tomaso, di cui era infermo l'intelletto, arde di sdegno,
abbranca una mazza d'arme e me la lancia contro; beato me, ch'ebbi
agile il fianco per ischivarmi, e l'ira gli faceva tremare le mano!
la mazza dette in pieno nella porta e vi si fermò confitta. — Rimasi
immobile, smarrii la vista e vacillai un istante: subito dopo rinvenuto
esclamai: O Tomaso, vi sono io diventato tale che la mia posponiate
alla vita di un cane? — Tu sei un cane..., tu m'insidii la vita... — E
tra il fascio dell'arme afferrata una spada, si avventò contro di me;
io pure trassi fuori la mia... ma Annalena, ti giuro per il tuo amore
che mi è sì caro, non averla tratta ad offesa del padre tuo, soltanto
a tutela di me: — a qual miserevole fine sarebbe riuscito cotesto caso
non saprei dirti, se Naldo e madonna Ermellina sopraggiunti non lo
trattenevano. — Io gittai il ferro e fuggii via. Giungo ansando nelle
mie stanze e, fatto rifascio di quanto mi cade tra mano, esco dal
castello del tutto compreso da terrore: — corso ch'ebbi grande spazio
di via, la coscienza prese a domandarmi: E dove vai? Dove lasciasti
Selvaggia? Come vivrai senza il tuo Tomaso? — Gittai il fastello, mi vi
posi a sedere e vôlto dalla parte del maniere cominciai a vagheggiarlo,
come donna innamorata; mi si sciolse il furore, e copertami la faccia
con le mani piansi; — poi mi alzai e ripresi la via del castello: —
qui giunto, rimisi con diligenza le cose donde le tolsi, e mi accorsi
allora nella mia preoccupazione non aver badato come la più parte
fossero vesti ed arnesi donneschi. — Correva l'ora nella quale secondo
il costume scendeva a invigilare la profenda dei cavalli: — andai
alle scuderie e attesi al governo degli animali con maggiore cura del
solito. Mentre uscito dalle scuderie mi volgo a chiuderne le porte,
ecco mi sento percuotere leggermente sopra una spalla: — era Naldo.
Costui veniva a invelenirmi la piaga; io lo ascoltai e ormai pacato
finsi assentire ai suoi detti; — che più? — Il tristo mi propone
mescere nel vino di Tomaso un liquore che mi darà vendetta piena e non
sospettata; tale, insomma, da bastare a qualsivoglia offesa, comunque
atrocissima. Presi la caraffa e subito dopo, mutata voce a sembiante:
Ahi perfido e misleale uomo! voi cristiano battezzato non abborrite
dal consigliare un delitto che menerebbe alla eterna perdizione l'anime
nostre? Io da gran tempo studio le vostre storte vie, e poichè la paura
dell'inferno non vi rattiene, forza è che vi trattenga una scure sul
capo. — Egli poi non mutò sembiante, ma, forte com'era della persona,
mi venne addosso, mi abbracciò e, côlto il destro, mi tolse la caraffa
di mano esclamando: Io m'infingeva: tu sei il migliore uomo che io mi
abbia conosciuto; oh raro esempio di virtù vera! — ed altre siffatte
parole aggiungendo, ruppe la caraffa sul selciato. — Così come l'acqua
contenuta nella caraffa si disperde, egli soggiunse, si disperda ancora
la memoria del fatto, o si rammenti soltanto per celebrare la virtù
del servo fedele. Lucantonio, nei detti acerbi contro di me profferiti
ebbi dimostrazione dell'animo tuo: — se altri tu ne avessi adoperati, a
quest'ora io ti odierei; io primo narrerò a Tomaso la tua magnanimità!
— E mi lasciava.
«M'ingannassi nel mio sospetto! — Guardai il selciato e vidi l'acqua
innocente aver corroso la pietra; — mi feci cuore e mossi ratto alle
stanze di Tomaso; mi negarono l'entrata; pregai ed anche minacciai, ma
non riuscii nell'intento. — In questa scendeva la notte, ed io, pieno
di rabbia, improvvido di consiglio, contemplando il male nè lo potendo
prevenire, mi caccio tra gli alberi del barco del castello: immemore
di me calcava e ricalcava le medesime vie, quando mi accorgo di uno
stormire di fronde; mi soffermo e al tempo stesso sento percuotermi a
tergo e stracciarmi violentemente e vesti e il giustacore di bufalo, —
Spicco un salto, volto la faccia, e l'omicida è già lontano. Quantunque
l'ombre fossero già alte, io ravvisai nel fuggente lo scudiere di
Naldo. O casa dei Tosinghi a quale estremo ridotta! Il pugnale mi
era rimasto fitto nel corame; ne lo trassi fuori, e al primo lume
conobbi essere quel desso che Naldo portava sempre alla cintura, quel
desso ch'egli soventi volte mi diceva aver avuto a gran prezzo da un
mercatante saracino perchè maravigliosamente attossicato. — Deliberai
di farmi a trovarlo e mi avviai al maniere; uomini sconosciuti vi
stanno a guardia, — il passo precluso alla maggior parte dei vari
appartamenti, — quelli di Naldo e di Tomaso sopra tutti vietati;
— era per disperarmi. All'improvviso si apre fragorosa una porta,
e n'esce Naldo, com'uomo cui prema altissima cura; udendo rumore,
alza il torchio e mi ravvisa, — prorompe in un grido di meraviglia,
e quindi, ostentando sicurezza, Lucantonio, comincia, voi qui? — Io
qui; vi sorprende per avventura, messere? Io vengo a riportarvi cosa
che avete smarrita. — Smarrita io? — Sì bene voi: ecco il vostro
pugnale. — Pugnale! Non riconosco cotesto pugnale... e si tirava
indietro per sospetto. — Colpa della poca luce: egli è il vostro famoso
pugnale avvelenato; il pugnale che porta sul pomo la vostra arme di
cesello... — Gran mercè dunque... e dove lo trovaste mai? — Fitto nel
mio giustacuore, mentre tentava addentrarsi nelle viscere...; però
ve lo riporto. Quando voi, messere Naldo, troverete il mio, non me lo
riporterete, perchè vi starà fitto nel cuore: — e mi salvai, essendo
egli armato di tutte armi, ed io in giustacuore di bufalo. — M'ingegno
penetrare nelle stanze di Tomaso; mi vengono meno gli scaltrimenti
e l'ardire, — trovo, dovunque mi volga, gente nuova e di sinistre
sembianze; — si preparava il misfatto. Un buon consiglio mi venne
dal cielo: — la notte aveva consumato la metà del suo corso; — scendo
nel parco e cauto mi porto sotto le finestre di Tomaso. Infelice! Il
sonno non iscende più sopra le sue palpebre, un'ombra nera traversa la
finestra rischiarata dalla lampada interna, — la notte gli accresce
i terrori. Allora io presi a cantare la canzone che udimmo nel tempo
felice dai labbri di madonna Ermellina, quando prima la incontrammo
sull'argine fiorito: l'ombra non comparve più, ristette il mio signore
pensoso e, come mi narrò in seguito l'unico scudiere che gli avevano
lasciato attorno della sua buona famiglia, e dopo avere lunga pezza
porto ascolto, domandò: Ella è questa la voce di Lucantonio? — Mai sì,
messere. — Mi avevano pur detto ch'egli si fosse allontanato! Va' e
caccialo via. — E siccome lo scudiere non si moveva: Guai! continuò
Tomaso percuotendosi la fronte, guai al signore di cui il famiglio
vergogna obbedire quei comandi ch'ei non vergogna trasmettere! — E
poi mutato animo, Va', ordinò allo scudiere, e digli apparecchi il
mio cavallo; — mi accompagnerà a Fiorenza, dove mi chiamano a render
ragione di accusa di fellonia. — Che rete infame si fosse questa non
comprendeva; — di madonna Ermellina non udiva novella, di Selvaggia
nemmeno; apparecchiai i cavalli e mi posi ad aspettare sopra la soglia
del maniere — Silenzio e tenebre: — un'ora prima del giorno, porgendo
attentissimo l'orecchio, ascolto rumore di pedate; — si accostano; — si
aprono le porte, e vedo comparire Tomaso squallido, gli occhi spenti
entro un cerchio colore di piombo che assai gli scendeva sopra le
guance; — lo séguita il fido scudiere, da un lato ha Naldo che sembra
dargli conforto, e dietro sei uomini d'arme a me del tutto nuovi.
Giunto sul limitare, afferra con la manca le redini e i crini del collo
del destriero, e la diritta porgendo al perfido amico, favella: Naldo,
io temo che noi non ci rivedremo più; nelle cause di stato la innocenza
non giova, imperciocchè non puniscano il fatto, sibbene la potenza di
commetterlo, e gli stati deboli conoscemmo sopra gli altri crudeli.
Avrei potuto fuggire, ma non si porta mica la patria sotto le suola
delle scarpe, e a me aggrada assai meglio restarmi in patria tradito e
sepolto che ramingare vivo presso popoli stranieri; abbi in custodia il
mio castello, fa buona guardia a madonna..., t'ingegna celarle, quanto
più puoi, il mio fato; e se i casi mi volgono siccome prevedo...,
ramméntati la promessa, e addio. — Messere Tomaso! allora io proruppi
di forza e tentai significargli la frode; ma Naldo, avventatomi
negli occhi un suo sguardo pieno di ferocia, mi strinse la gola e
sorridendo rispose: Tomaso, fatevi animo, il cuore mi dice che presto
ritornerete; il vostro castello sarà ben guardato dai vostri nemici,
— io vi ho messo gente che a un cenno mio si lascerebbero andare
giù dai torrioni... parate a tutto, — e qui guardandomi di nuovo: —
assolutamente a tutto; avrà la vostra donna leale custodia e i conforti
dell'amicizia; andate presto per ritornare più pronto. — Tomaso crolla
il capo in segno d'incredulità, scioglie un sospiro, solleva lo sguardo
al maniere, e saltato in sella, caccia via il cavallo alla dirotta.
Io mi era taciuto per timore di lui, vedendo come fosse in potestà di
Naldo convertire in opera di sangue l'opera di frode, però sul punto
di allontanarmi non potei contenermi dal dirgli: Naldo, badatevi;
Iddio non paga il sabato. — Ed egli a me irridendo: Il diavolo è
molto miglior pagatore, — ei paga in tempo debito. — Spronai il mio
destriero per raggiungere Tomaso. Provveduto di più poderoso cavallo,
egli mi precedeva di non poco cammino; — lo chiamo, non mi ode o non
mi porge ascolto; — urlo, percuoto, mi affatico tanto che alla fine
gli sono vicino: allora, tra per l'affanno della lunga corsa e per la
passione che forte mi agitava, presi a parlare parole confuse a guisa
di forsennato. — Tomaso temè avessi perduto lo intelletto; io quanto
più m'infiammava, tanto meno riusciva a farmi comprendere; certo si
perdeva un tempo oltremodo prezioso, ma, per concludere qualche cosa,
era mestieri di esporre partitamente i miei sospetti a Tomaso; lo feci;
dapprima egli m'interrompeva, non consentiva udire muovere dubbio sopra
la fede di Naldo; poi gli parve il cumulo delle prove tanto grave che
stette a intendermi pensoso; all'improvviso esclama: Ahi! tristo servo,
perchè non mi hai avvisato? — Oh Dio! risposi, — quando ebbi piccola
prova, non ardiva parlarvi perchè voi non mi avreste creduto; — quando
invece ebbi prove anche troppe, trovai preclusa ogni via per giungere
a voi. — Ma Selvaggia? — Io non so più che cosa sia divenuto di lei. —
O perfido, ora conosco la cagione per cui con diversi argomenti ti sei
ingegnato a tenermi lontano da madonna Ermellina... Lucantonio, diamo
volta... e accorriamo... — A farci ammazzare come scomunicati neh? Non
vi movete di qui, che io corro per provvedere al vostro bisogno.
«Eravamo prossimi alla casa di persona devota; la destai, in brevi
parole le esposi quanto avesse a fare; — i suoi molti figliuoli
giovarono; — sparsi di qua e di là per la campagna, adunarono in poco
tempo buona quantità di villani; — avevano tutti chi archibuso, chi
spada, che le guerre degli stranieri hanno fatto simili arnesi comuni
nelle più riposte terre d'Italia. In questo modo armati, c'incamminammo
cautamente alla volta del castello; — chiuse le porte principali, i
ponti levatoi alzati, — nel circuirlo occorremmo alla postierla di
tramontana; — quivi fuori varii scudieri tenevano allestiti alcuni
cavalli, — apparecchio di prontissima fuga. Agevol cosa sorprenderli;
— ordinammo loro tacessero, pena la vita. Passammo oltre e giungemmo
alla sala terrena del maniero; una voce di donna ci percuote; — era
Selvaggia che, svelta a forza dalla sua diletta signora, plorava
sconsolata e Dio chiamava e gli uomini in soccorso della male arrivata
donna. Feci atto di muovermi a cotesta volta, e meco coloro che io
aveva condotto. Tomaso si stava, — non ardiva manifestarmi il suo
concetto; — io lo compresi e, mutato animo, gli strinsi la mano;
— i miei affissi negli occhi di lui e mormorai: Confortatevi, a me
penserò dopo; ed egli, lo sguardo e le parole considerasse come il
sacrifizio più grave di cui potessi dargli prova, o come rimprovero
della passata ingiustizia, diventò rosso e mi tenne dietro coprendosi
il volto. Madonna Ermellina erasi ricoverata nella stanza di Tomaso:
colà, stretta una spada, come meglio poteva si aiutava. Noi giungemmo
allorchè Naldo, smesse le dolci parole, le manifestazioni dell'osceno
suo amore e le preghiere, riassumeva l'impeto della feroce natura.
Alle minaccie mesceva giuramenti da subbissare il castello; — ormai,
diceva, avere aspettato anche troppo; pericoloso l'indugio; lo seguisse
per amore, altrimenti lo avrebbe seguito per forza; fin qui essersi
astenuto dal sangue; comincerebbe adesso e al sangue aggiungerebbe
l'incendio. In chi fidare costei? Il marito lontano, la casa piena
di suoi fedeli; temesse che il suo amore ad un tratto per tanta
repugnanza non si convertisse in odio... e, — Vieni, accostandosele
aggiungeva, vieni; Naldo vale quel tuo stolto Tomaso. — La donna
schivandolo rifuggiva nell'angolo opposto della stanza e lo rampognava:
— Vorreste voi usarmi violenza? e non temete? — E di che ho a temere
io? Nessuno qui può trattenermi. — E Dio? — Egli è troppo buon compagno
per impedirmi nelle mie bisogne. — Madonna Ermellina allontanandosi
da colui passava traverso la porta dietro la quale noi dimoravamo;
Naldo la incalzava ardentissimo. Tomaso si pone improvviso tra la
sua donna e lui. Naldo, come percosso sui capo, impallidì, vacillò,
gli occhi declinò a terra, poi gli rilevò pieni della malignità dei
serpente; ma avendo veduto la stanza ingombra di villani con l'arme,
si conobbe spacciato. Tomaso con voce solenne gli disse: Naldo, fate
che gli occhi vostri mai più s'incontrino su questa terra co' miei...
potete partire. — Mentr'egli si allontanava con l'inferno nell'anima,
io lievemente percotendogli la spalla gli susurrai nell'orecchie: Dio
non paga il sabato; — ed egli a me: Mal ride chi ultimo non ride, ed
io vivo pur sempre. — Di lui non udimmo più novella; — tornò il corso
della nostra vita lieto, e se alcuna volta rammentammo i sofferti
travagli, ciò fu per meglio rallegrarci delle gioie del tempo presente.
Nel bel mese di maggio, quando il prato è verde e l'aria serena, giova
rammentare le brume dell'inverno e la tempesta. I servi accommiatati
ripresero gli antichi uffici, suonarono di nuovo le volte del castello
di canti; giullari e menestrelli lodarono la cortesia del cavaliere
e la beltà della dama. Finalmente per colmo di esultanza fu la nostra
vita coronata di figliuoli; — voi, Annalena, con altra fanciulla e due
giovanetti, formaste l'orgoglio di vostra madre... io... ahimè! ebbi un
figlio... Beato me, se non lo avessi avuto mai!»
Il vecchio si tacque, come spossato dall'amarezza della memoria,
quindi, ripresa lena, continuò:
«Correva l'anno 1512; — la fortuna di Francia dopo la battaglia di
Ravenna scadde in Italia. — Cesare nemico a Fiorenza, perchè amica di
Francia; papa Giulio avverso anch'egli alla patria nostra pel concilio
di Pisa; — i Fiorentini poveri di armi, di valore e di consiglio.
Giovanni cardinale de' Medici, che poi fu papa Lione, scampato come
per miracolo di mano ai Francesi, incita Raimondo di Cardona, vicerè di
Napoli, ai danni della patria sua: di presente gli pagava buona somma
di danaro, assai maggiore gliene prometteva, conquistato il paese,
perchè i Medici furono sempre generosi ladroni. L'esercito spagnuolo,
superati i monti del Mugello, allaga il piano. Tomaso, devoto alla
Repubblica di Fiorenza, provvede il castello di ogni cosa al combattere
necessaria e si rimette in arbitrio della fortuna. Noi vedemmo
dall'alto dei muri l'oste nemica e non la tememmo, perchè, manchevole
di artiglieria, non avendo in tutto l'esercito che due soli cannoni,
poco danno poteva apportarci; inoltre difettava di vettovaglia; — la
gente del contado non lasciava occasione di tribolarla con la guerra
alla spicciolata. Tentarono i soldati spagnuoli una volta l'assalto,
ma, quantunque valorosamente si comportassero, furono respinti: —
presto speravamo ci liberasse il flagello. Tomaso, percosso di palla
d'archibuso, non potè certo giorno vigilare alle ronde consuete: finchè
le gambe mi ressero, mi aggirai io sopra le mura. A notte inoltrata mi
raccomando alle guardie stessero all'erta: poi me ne andai a riposare
qualche ora al maniero. Mi svegliano furiosissimi colpi: confuso
dal sonno, sicuro del presente pericolo, pensando fosse al di fuori
sopraggiunta cosa che domandasse nuovi provvedimenti, apro le porte...
Ahi vista!... Tra il chiarore di torcie bituminose, circondato da una
mano di nemici, io riconosco Naldo. Appena ebbi tempo di gettare un
grido; fui stramazzato al suolo, strette le mani, chiusa la bocca. Il
notaio del castello, Francesco da Puglia, ci aveva traditi[258]. — Si
empie il maniero di singulti e di aneliti, la infame strage incomincia;
— da ogni parte sangue. Tomaso, la consorte, i figli, Selvaggia mia,
a forza erano tratti nella sala dov'io mi giaceva legato. Qui, Naldo
propone a Tomaso che se la moglie e i figli di sua mano trucidasse,
gli salverebbe la vita. Tomaso assente, e gli dànno una spada. Le mie
viscere fremevano: egli guarda prima Naldo con occhi pieni di morte, —
ma vedendolo cinto di armatura di ferro, circondato da troppi scherani,
all'improvviso volta la spada contro il suo petto e cade morto ai piedi
dei figli. Il mio cuore riprese i suoi palpiti; un grido d'imprecazione
si levò dalla bocca delle vittime contro l'empio assassinio: egli
pensando che, quelle voci tacendo, tacerebbe eziandio la sua coscienza,
ordinava trucidassersi. Si avventarono iniqui contra a quei corpi
delicati, nei seni, nelle gole immersero i ferri, — e quelle misere
creature non si difendevano, — non imprecavano, — invocavano solo
il nome santissimo di Dio. Alla rabbia degli uomini si aggiungeva la
rabbia del cielo; — cadeva la pioggia a torrenti, — l'uragano rovesciò
edifizii, schiantò alberi, — un fulmine rovinò la cappella e, rotta
la lapida di un'arca antichissima murata su la parete, sparse per
la terra le ossa degli antenati della famiglia. Era il mio voto a
Dio distruggitore perchè sobbissasse gli uomini e la terra che gli
sostiene. — Mi si accosta Naldo e, toccatami la spalla, vi lascia la
impronta delle dita sanguinose: — Mal ride, egli esclama, chi l'ultimo
non ride. — Per suo comando mi levano da terra; nulla curato il furore
degli elementi, mi traggono nel barco e mi legano ad un albero; — io
non proferiva parola. Giunto a cotesto estremo, abborriva la vita,
ed anche con isperanza di salvarla non avrei fatto mostra alcuna di
viltà; e poi tra tante immagini di morte non essendomi comparso davanti
il figliuol mio, consolazione ineffabile in quella ultima ora erami
il pensare che, non trovato da quei feroci, vivesse... Un vortice di
fiamme scaturisce dalle più alte finestre del maniero, — al chiarore
dell'incendio della mia casa vedo il mio figliuolo legato... in mano
dei feroci ancora esso: ogni mio proponimento venne meno; supplicai...
mi avvilii... e, oh Dio! con qual frutto? Ah! io non posso dirlo...
questa memoria mi abbrucia il cervello... No... dolore non fu mai pari
al mio su questa terra di maledizione... ahimè!..., ahimè!»
Povero Lucantonio! doveva bene angustiarti tormentosa la memoria del
caso; imperciocchè dopo diciasette anni ti agitava una smania convulsa,
e fremevi e battevi i denti e percotevi dei piedi la terra, sicchè
poco più avresti fatto, se in quel punto ti avessero lacerato le membra
con le più crudeli torture. Poi lo sovvenne il conforto estremo della
sventura, il pianto. Annalena e Vico piangevano anch'essi.
[Illustrazione: «Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il
Bandino,... _Cap. XXII, pag. 499._]