mentr'ella crede di rimanersi ferma; — gli alberi le appaiono la
schiatta dei giganti resuscitata che corre al giudizio finale; —
l'agitarsi e lo stormire delle frondi un piegare dei capi loro e
un susurrarsi parole misteriose di favella sconosciuta; — un suono
di gemiti e di preghiere di trapassati ingombra quanto è vasta la
campagna. Se atterrita volge lo sguardo al cielo, ecco ella contempla
rovinare da un lato le nuvole e dal lato opposto precipitarsi la luna
colla foga di cavalla selvatica per le lande della Lituania; — vede
ruotare vorticoso il firmamento, sicchè teme l'ordine della natura
consumato, le leggi dell'armonia sospese e la creazione prorompere
nell'antico suo caos.
E Vico sentendo intorno ai fianchi una stretta convulsa le domanda:
«Lena, tu tremi?»
«Sì, ma di freddo.»
In questa medesima maniera è fama rispondesse Silvano Bailly al
carnefice quando lo strascinava assiderato per le vie di Parigi
al supplizio; — e forse Silvano Bailly, come il mio personaggio,
non diceva il vero, imperciocchè l'anima che si consacrò intera al
miglioramento degli uomini, se consideri gli schiavi liberati avere
convertito le loro catene non già in ispada per difendersi contro i
tiranni, sibbene in mannaia per percuotere i liberatori, ha paura, —
ella trema dei destini della umanità, — e se può non tremare per sè,
trema per Dio!
Venuti al sommo di una altura, lanciano lo sguardo nella sottoposta
vallata e vedono facelle andare in volta di su e di giù, quasi lucciole
vaganti alla campagna nelle notti di estate. Da prima Vico n'ebbe
sospetto; — si fermarono tutti; — all'improvviso uscendo egli dalla
meditazione,
«Avanti,» esclamò, «non v'ha pericolo... indovino l'avventura.»
Nè furono andati gran tratto di strada che sentirono i passi
precipitosi di uomo che fugge, e poco dopo videro trapassarsi d'accanto
un'ombra, e dietro alla lontana accorrere un altro che affannosamente
gridava:
«Alla croce di Dio! misleale, marrano, fermati... se ti aggiungo, ti
ammazzo come un cane... ahi! tristo ladro! — Arrestate il ladrone — Al
ladro! al ladro!»
Quando fu presso a Vico, questi gli domandò:
«Che hai tu, villano?»
E il villano rispondeva:
«Oh! messer cavaliere... udite la mala azione che mi ha fatta Giomo di
Lapo... Eravamo andati insieme a spogliare i morti... perchè in verità
nei tempi che corrono non abbiamo altro mezzo da campare la vita... ed
avevamo raccolto un buon fastello... un pesante fastello in verità; ed
egli disse: Mariotto, portalo prima tu, e quando ti sentirai stanco,
io ti rileverò; — ed io com'ei disse feci, e non credeva mi volesse
ingannare, che uguanno a maggio gli battezzai un figliuolo; — e quando
mi parve essere lasso lo chiamai: — Fratelmo, dammi aita, ch'io più non
posso; — e il tristo rispose: Va pure innanzi un altro mille passi,
che io allora prenderò il fastello e senza darti altro impaccio lo
porterò fino a casa: — ed io mi sforzai, finchè, rifinito di lena, fui
per cadervi sotto. — Giomo allora, ch'è giovane ed aitante di persona,
mi tolse il carico e, recatoselo prestamente in ispalla, cominciò
a camminar forte e a dilungarsi da me; — alla prima svolta della
strada con quanto aveva di forza nelle gambe si cacciò alla dirotta
a fuggire», ed io vecchio e stanco ormai dispero raggiungerlo; — egli
dimani ciberà sè e la famiglia... io, se torno a casa, vedrò morire di
fame la mia... Oh! io non tornerò a casa... tanto anche qui vi è terra
da seppellirmi!»
E piangendo lasciò cadersi in mezzo della via. Vico gli gittò un
fiorino. Il villano, quando l'ebbe riconosciuto al tatto e al chiarore
della luna in quel punto velata da nuvole meno dense, balzò in piedi e,
senza rendere grazie, deposta a un tratto la vecchiezza, la stanchezza
e il dolore, con alti scoppii di risa si dileguò per la campagna.
Proseguono la via, ed ecco un nuovo incontro; — due villani avviluppati
insieme rotolavano sul fango; — alfine uno prevalse, e puntato un
ginocchio sul petto dell'altro e forte stringendolo per la gola, gli
diceva:
«La catenella dorata la voglio per me... me la darai?»
«Io la vidi primo, — dammela... o ti strangolo...»
E l'altro, quantunque dalle fauci compresse potesse appena articolare
parola, ostinato nella rabbia della rapina, rispondeva:
«Io prima la presi... la voglio per me...»
«Dunque ti ammazzerò.»
«Ammazzerai tuo fratello? — E che dirai a nostro padre?»
«O scellerato!» grida Vico mettendo fuori la spada, «lascia il tuo
fratello, o se' morto...»
La libidine di guadagno vinceva nel nuovo Caino la paura della morte; —
sentiva il ferro penetrargli nelle carni e non abbandonava la gola del
fratello: fu mestieri che Vico e il padre di Annalena scendessero e a
forza gli separassero: — appena il fratello ebbe lasciato la gola del
fratello, come se uscisse dal fascino gittatogli addosso dal demonio
del fratricidio, si percosse la fronte e si allontanò traendo dolorosi
guai:
«Ohimè! Qual confessore mi darà l'assoluzione di tanto misfatto? Ohimè!
che se adesso io mi morissi, me ne anderei dannato. Tienti la roba, io
non la voglio, — mi rammenterebbe il mio delitto.»
E l'altro, quasi non si accorgesse del pericolo da cui era scampato o
non lo rammentasse, gli tenne dietro parlando:
«Avrai il tuo mezzo dei gabbani, delle spada, — di tutto avrai il
mezzo; — ma la catenella la voglio intera per me che intendo donarla
alla Ginevra mia... Che vuoi tu farne, fratello? tu non hai innamorata,
nè mai ch'io sappia ti sei fidanzato con alcuna fanciulla della
pieve...»
Alla fine i nostri personaggi si trovarono in parte che, per aver dato
campo a mortalissimo scontro tra i soldati del Ferruccio e le bande
imperiali scorrenti pel paese, era piena di uccisi; le varie e tutte
miserevoli attitudini di morte offendevano la vista; più offendeva
l'odorato un fetore infame di corpi corrotti; — e non pertanto queste
sensazioni erano di gran lunga superate dal turpe spettacolo della
umana avidità.
I saccomanni, con gli occhi cupidamente intenti a trovare cosa che
loro piacesse, senza pietà scorrevano sopra le sconcie ferite; le
mani rapaci senza tremare si bruttavano di sangue e di marcia; — le
ultime vesti toglievano, restavano i nudi corpi in disonesta mostra
nel mezzo della via; e se s'imbattevano in alcuno che portasse anella
o cerchietti di oro alle orecchie, se riusciva loro agevole di quinci
rimuoverli, sì il facevano; — altrimenti le orecchie e le dita ornate
del metallo prezioso tagliavano e dentro lo zaino riponevano — alle
figliuole e mogli loro serbavano la cura di separare con comodo a casa
le dita dagli anelli, le orecchie dai cerchietti.
E videro un corvo posato con gli artigli sui labbri di un morto
pascersi avidamente degli occhi di lui; — di repente balzò fuori da un
folto cespuglio un lupo, stese le branche sul cadavere e ne cacciò il
corvo; il quale volando altrove manifestò coll'osceno gracchiare l'ira
di trovarsi sturbato nel suo festino di putredine: — e il lupo ebbe
appena bevuto un sorso di sangue, stracciato un brandello di carne, che
ecco gli fu sopra l'uomo, il potentissimo tra gli animali di rapina;
sicchè, mal sazio e ringhiando di furore, toccò al lupo sgombrare
davanti all'uomo, come il corvo sgombrava davanti al lupo.
Questa avventura illuminata dal raggio sanguigno che tramandavano le
lanterne portate dai villani, durò appena due minuti, ma lasciò in
coloro che la videro tale impressione da non dimenticarsi nè anche
quando poseranno il capo sul capezzale di pietra dentro al sepolcro.
Vico sciolse un lungo sospiro ed esclamò:
«Ecco la storia degli uomini che furono, sono, ed ahi! Dio voglia che
non sia, di coloro che in futuro vivranno.»
Davano forte degli sproni nei cavalli per lasciare il luogo maledetto
da tanta e siffatta manifestazione di umana tristizia; ma la fortuna
parava loro davanti un nuovo scontro.
Le zampe del cavallo del vecchio percuotono sul petto di un giacente
traverso il cammino; le ossa delle costole sotto il colpo sgretolarono,
— l'aria violentemente compressa si sviluppa dalle viscere e manda
suono come di sospiro: — fremerono tutti e scesero precipitosi di
sella.
Con molta cura furono attorno al giacente, — e lo ponendo a sedere,
se residuo alcuno gli fosse rimasto di vita investigarono; male però
riuscivano nei tentativi loro, sepolti com'erano d'ogni intorno nel
buio. Come volle fortuna, alcuni villani carichi di preda passavano
quinci poco discosto portando lanterne, — li chiamarono e li pregarono
per Dio volessero essere cortesi di aiuto a cotesto infelice.
[Illustrazione: ... tentando liberare le mani e i lembi della
veste dal bacio dei suoi servitori;... _Cap. XXII, pag. 479._]
E poichè l'uomo è creatura strana, sebbene nel richiamare quel nemico
alla vita corressero rischio di consumare poi a sanarlo parte e
forse tutta la preda, accorsero i villani alla voce di carità e lo
sovvennero.
Appena però eransi curvati, si rialzarono atterriti da un urlo
spaventevole che aveva gittato il vecchio, e nel punto medesimo lo
videro protendersi ferocemente, avventare le mani intorno al collo
di quel corpo, quasi intendesse strangolarlo; per certo il furore
gli accecava l'intelletto, dacchè, scorto il giacente alcun poco al
chiarore del lume, conobbe essere da gran tempo fatto cadavere.
Il vecchio muta all'improvviso consiglio; toccato appena il giacente,
si rileva da terra e, scopertosi il capo, gli occhi affissando al
firmamento favella in suono ispirato:
«Dove passò la vendetta di Dio che cosa mai aggiungerebbe la mano
dell'uomo? — Io aspettai lunghi anni invano questa vendetta, e poichè
non la vidi, ti rigettai dal mio seno, — ora che hai posto l'uccisore
del figlio sotto la zampa del cavallo del padre, io tremo tutto davanti
alla tua tremenda giustizia, o Signore!»
Tacque e dopo un silenzio non breve riprese:
«Costui, non che i più scellerati tra gli uomini, vinse in nequizia
le più feroci tra le belve; però la sua iniquità non toglie l'obbligo
a voi di mostrarvi pietosi, dacchè egli ebbe nascendo il segno della
salute: — dategli pertanto sepoltura, ma non gli ponete memoria; — il
suo nome rammenterebbe delitti che per decoro della umana natura è bene
s'ignori che possano essere stati commessi: — non gli dite preghiera,
ella andrebbe dispersa; comunque infinita la misericordia di Dio, i
suoi misfatti la superano. — Patria di quell'anima era l'inferno.»
Si allontanò precipitoso; — i villani impauriti non osarono accostarsi
e le fiere lo divorarono.
Il vecchio abbandonate le redini, si lasciava in balía del cavallo;
avvertito di badare alla strada, non pareva intendesse; domandato a
grande istanza più volte chi fosse colui del quale gli era occorso il
cadavere e per quali casi a lui noto, non dà risposta: molti argomenti
adoperati e tutti riesciti a vuoto, Annalena e Vico non cercano
rimuoverlo dal suo pertinace silenzio.
Annalena, volgendo il discorso a Vico, incominciò:
«Vico, quando ti curvasti a soccorrere quel corpo che tanto par che
abbia in odio il padre mio, ti cadde il piego dei Dieci...»
«Ben me ne accorsi, e me lo riposi nel seno», riprese Vico, tentando
con la mano se vi fosse pur sempre.
«Ma tu non ti accorgesti che cadde sopra una piaga del morto e
s'imbrattò di sangue...»
«Ti sei ingannata; per certo scambiasti il suggello rosso con una
macchia di sangue.
«Io non isbaglio... guarda...»
Pur troppo la fanciulla aveva ragione; il piego era macchiato. Vico nel
riporselo di nuovo sotto le vesti continuò:
«Non credo si rimarrà per questo di spiegarlo il signor commissario...»
«Lo spiegherà, io ne sono sicura.»
«E tu lo dici in suono di pianto? E di che temi?»
«Non so, Vico; — ma vedi, quel sangue mi arriva di sinistro augurio...»
«Da quando in qua gli uomini di guerra tolsero per sinistro presagio il
sangue dei nemici?»
«Io odio la guerra... e quel sangue mi spaventa...»
«Consòlati; — per noi una spada tagliente val meglio di un buon
presagio.»
«Ah! tu non sai quanto è duro il destino.»
«So che un re di Roma recise col rasoio una pietra.»
«Sì, ma l'avrebbe egli tagliata con gli occhi? L'uomo sopra il suo
destino può, io dubito, quanto gli occhi possono per tagliare le
pietre.»
«E allora che importa sgomentarci? libiamo, come costumavano gli
antichi, agli dèi infernali e moriamo.»
* * * * *
«Significate al signor commissario che Vico Machiavelli giunto or ora
da Fiorenza ha da consegnarli lettere degli magnifici signori Dieci
di libertà e guerra», diceva Vico, smontato in Empoli al quartiere del
Ferruccio, alla lancia spezzata che v'era posta di guardia.
«Non si può. Il commissario ha comandato che per cosa al mondo non si
turbasse prima dell'_Ave maria_ del giorno.»
«Andate tuttavia; e se dorme, svegliatelo.»
«Ferruccio non dorme: — guardate quella grand'ombra sopra l'opposta
muraglia, — è il signor commissario Ferruccio che passeggia su nella
sala del primo piano.»
«Dunque avvisatelo.»
«Non si può; l'ordine non lo concede.»
«Almeno portategli o fategli portare questo piego.»
«Non si può; — l'ordine non lo concede.»
«Il diavolo riposi le tua ossa», mormora tra i denti Ludovico, e subito
dopo riprese: «Ebbene, tostochè giunge l'_Ave maria_ recategli questi
fogli: se mi vorrà, ditegli che sono al quartiere; se mal ne avviene,
il mio debito è compito.»
E quinci si partiva sdegnoso; ma appena fu in lui un poco queto quel
primo impeto d'ira, ripensando come il Ferruccio, avendo tolto l'arduo
incarico di ripristinare l'onore della milizia italiana, doveva
mostrarsi zelantissimo della disciplina, e il danno poco ed incerto
che poteva derivare dal soverchio rigore non era da paragonarsi a
gran pezza al danno immenso e sicuro che sarebbe nato dalla troppa
rilassatezza, — concluse, siccome gli avveniva il più delle volte, di
dar torto a sè, ragione al Ferruccio.
Si ridusse ai quartieri — apre la porta rimasta socchiusa, penetra
nella stanza e vede Annalena e il padre di lei seduti davanti al
focolare e così sprofondati nelle proprie meditazioni che non si
accorsero della sua presenza, — presa pertanto una scranna, egli si
pose dall'altro lato del focolare di faccia a Lena.
Lucantonio all'improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra,
senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di
pietra, in suono roco parlò:
«Annalena..., voi cesserete d'ora in poi di chiamarmi padre...
perchè... perchè voi non siete mia... figlia...»
La fanciulla, presaga di sventura, teneva l'animo apparecchiato alla
rassegnazione, come colei che attende di sentire una condanna: ma le
parole del vecchio superarono in dolore ogni sua aspettativa; prorompe
in istrida angosciose e corre a gittargli smaniante le braccia al
collo.
Lucatonio stette immobile alle carezze; le lacrime della bella
sconsolata cadevano invano sopra di lui, come le stille della rugiada
sopra i leoni di marmo posti nella loggia della piazza dei Signori; non
l'accolse, non la respinse; si sentiva impietrito.
Passò forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma
questa volta con voce tremula, che l'umanità tornava a soperchiare sul
cuore del vecchio, riprende:
«E' mi era così dolce sentirmi chiamar padre...! e da te, Lena! — ed
ora mi chiamerai Lucantonio senz'altro, — perchè non mi sei figlia.»
La passione gittò gli argini; scoppiò da' suoi occhi irrefrenato il
pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed
Annalena lui: pareva ambedue s'ingegnassero mantenere a forza di amore
quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni
gli univa.
«Ahimè!» riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla
fanciulla, «questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male
neppure all'insetto che ti pungeva, ed ora dovrà contenere il germe
dell'odio ch'io vi semino dentro... Dio voglia che rimanga senza
frutto! — D'ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese
di maggio, i fiori non avranno più profumi per te, non più canto
gli uccelli, non più sorriso la natura: — occuperà l'anima intera
una tremenda contemplazione di misfatti; — i tuoi sogni verginali
cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai
paurosa la mano sul guanciale, perchè nel sogno ti sarà apparso
temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu
la crederai appena, tanto ella è truce; — io la vidi con questi occhi,
con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la
millesima parte del vero. — Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io
nacqui in Casa di tuo padre; — a lui per fortuna sarei stato famiglio,
ma l'amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli,
imperciocchè avendo egli ucciso nascendo la madre sua, noi bevemmo la
vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s'intrecciarono da pargoli
sopra un medesimo collo. — Taccio le voglie e gli studi della infanzia:
giungemmo agli anni della giovinezza; percorrendo il nostro cammino
egli lasciò per la via il suo genitore, — io il padre e la madre; — a
lui rimase la madre di suo padre, ma non per durare; a me nessuno; egli
vinceva me negli studii, io vinceva lui nell'esercizio dell'armi: —
entrambi però agli studii anteponevamo il diletto di vagare pei monti,
d'inseguire le fiere, di lanciare il falcone per aria, e il mantenere
cani e cavalli. — Un giorno, trafelati dopo lunga corsa, perduti di
vista i famigli, rinvenimmo un luogo delizioso per l'ombra che vi
facevano antichissimo pioppi, — l'erba folta invitava a ristorare il
corpo stanco, — ci ponemmo a giacere; non alternammo parola; da tutto
il corpo aspiravamo il misterioso diletto che muove dalla faccia lieta
della natura: — all'improvviso ci percuote un canto, — un angelico
canto che diceva versi di amore, — li quali noi riconoscemmo fattura di
Dante; — ben mi ricordo che terminavano così:
E par che dalla sua labbia si muova
Uno spirto soave e pien d'amore
Che va dicendo all'anima: Sospira[257].