«Bene via: ora dunque, Madonna, ascoltatemi se volete, non sono
troppo destro nell'arte di favellare con femmine; voi mi confondete,
— quasi mi fate obbliare la cagione per la quale mi condussi in vostra
casa... però, siccome penso essere le vostre parole sincere, io ve ne
profferisco col cuore quelle grazie che so e posso maggiori, — e di
ciò basta. — Conoscete voi Ludovico Martelli? Se voi nol conoscete,
non monta, — egli invece conosce, e più che non gli farebbe di
mestieri, voi; — insomma egli sembra preso da svisceratissimo amore
per voi, madonna Maria; — già corrono venti giorni dal duello, le sue
ferite si rimarginano, ma il suo cuore ha tale una piaga alla quale
eccellenza di fisico o virtù di farmaco non giovano; — il più del tempo
vaneggia, e voi chiama e voi prega che non lo sprezziate, altri non
gli preferiate in amore; ed invero qualora ciò faceste, voi avreste
il torto, madonna, perocchè sia il più gentile cavaliere che viva
in Italia. — Ora non credete voi che la presenza e parole vostre gli
apporterebbero altissimo conforto? Io penso che sì, — e forse varrebbe
a fargli deporre quella ostinata voglia di morire che tanto lo assale;
— venite dunque, madonna, e per voi sia conservato un difensore alla
patria, un amico ai suoi amici, a molti infelici un benefattore, i
quali da lui in fuori non hanno sostegno altro su questa terra. — In
quanto all'onor vostro non dubitatelo vi giuro in fede di gentiluomo
che non solo non iscapiterà, ma acquisterà nuovo pregio; imperciocchè,
se a voi piaccia, — rimarrà ad ognuno celata la cortesia vostra, o
se venisse per accidente a sapersi, fu ed è sempre nobile ufficio di
gentildonna sovvenire senza pregiudizio della sua onestà di pietosa
aita un cavaliere prestante.»
«Messere Castiglione, che cosa mai pretendete da me?»
«Nulla, madonna, che a me non paia convenevole al vostro decoro, al
giusto consentaneo ed all'onesto; io per me, quando sto in procinto di
commettere azione la quale possa essere giudicata diversamente dagli
uomini mi pongo una mano sul cuore e mi consiglio da lui; se egli
approva, ed io con animo lieto la imprendo, imperciocchè quando l'uomo
sta bene con sè, vedrete che gli altri terminano sempre di star bene
con lui.»
«Non vi sia grave, messere, attendere per brevi momenti», interruppe
Maria; e lasciato Dante soletto, passò in altre stanze.
Dante, rimasto senza compagnia, si pone a passeggiare turbato
mormorando:
«Ma doveva pure conoscere che non vi sarei riuscito! Io non mi sento
acconcio a cosiffatte bisogne; la parola stretta in quattro mura mi
manca; dei concetti che penso ad aria aperta non mi riesce aprire la
millesima parte dentro una stanza; avrei dovuto affidarne l'incarico
a qualcheduno dei miei amici così valenti a ragionare per filo e per
segno su la stagione, sul caldo, sul freddo e su tante altre belle
cose che pare un incanto; — io non so quali argomenti adoperino, ma,
a sentirli dire, e' ti sembra proprio vedere quello che espongono; e
se ti vogliono cacciare addosso il furore, tu sbuffi come toro ferito;
se piace loro farti piangere, tu piangi... Oh! se potessimo tornare
a vivere due volte io porgerei ascolto a quel buon padre Zaccaria il
quale sudava acqua e sangue a farmi leggere su que' suoi libri latini:
— ma a quei tempi io ne facevo turaccioli per l'archibuso! Quante volte
ho ammazzato un colombo con un'egloga di Virgilio e con un pezzo di
piombaggine levata dalle vetriere della cappella...»
Gli troncava le parole Maria, la quale, tornando coperta di una specie
di gabbano di colore sanguigno, disse:
«Deh! cavaliere, siatemi cortese di porgermi il vostro braccio, e
andiamo...»
«Favellate da senno? Oh siate benedetta! Dopo Maria Santissima, e
madonna mia madre, la femmina che d'ora in poi terrò più in pregio
sarete voi...»
* * * * *
«Ludovico!» chiamò Dante con voce soave accostandosi al letto.
«O Dante mio, se' tu?»
«Ti senti un po' sollevato, Vico?»
«Sollevato? Sì... certo... sollevato verso il cielo; — il mio fine si
avvicina... eppure mi parrebbe di morire contento, se potessi una volta
— una volta sola contemplarla... udire dalla sua bocca che... non mi
abborre... Maria!»
«Senti, Vico... e s'ella venisse?...»
«Chi venisse?»
«Colei che desideri tanto, — colei che così spesso chiami, — Maria.»
«O mio diletto, e perchè vuoi rendermi fuori di misura angosciose le
ore della mia agonia? Forse non ho sofferto abbastanza? — Io manco
di vigore per consumarmi nell'anelito di speranza che ha da riuscire
vana...»
«Ella verrà.»
«S'ella avesse promesso di venire tra un secolo, io, vedi, Dante, amico
qual tu mi sei, ti ruberei la vita per aggiuntarla alla mia e così
poterla aspettare...»
«Ed io non aspetterei che tu me la togliessi... io te la donerei;... ma
ella verrà prima...»
«E quando?»
«Tosto; anche adesso.»
«Oh venga!... subito... venga! — Il mio cuore non m'inganna., — io non
la vedo, — ma il mio sangue sente la presenza di lei. — O Maria! — o
Maria! — Guarda in che stato si trova ridotto il tuo Ludovico — Maria!»
«Ahi Ludovico! Non ti bastò vedermi sventurata, tu mi hai voluta anche
iniqua.»
«Nè sventurata nè iniqua. Io ti ho mantenuta la parola. — Non ti giurai
lasciarmi uccidere? Ecco, come vedi, io batto alla porta della morte;
— desiderava di non arrecarti l'affanno di udirmi un'altra volta... al
cielo piacque altrimenti... io non poteva fare di più... apersi il mio
seno all'odiato nemico. Oh! perchè non vi spinse la spada più forte —
Non pertanto, vicino a comparire davanti al tribunale di Dio, nel mio
seno mortale comprimo la rabbia... ed ogni altra passione che ci viene
dalla terra, per dirti che Giovanni Bandini... non è un codardo.»
«Ludovico!»
«Poichè gl'istanti della mia vita sono numerati, non mi volere
interrompere, Maria. — Egli non è un codardo... bensì traditore...
in ciò non lo scuso, nè Dio lo scuserà... — Io amerei poterlo avere
in pregio, — vorrei potere renderlo onorato, — degno in tutto di te.
Forse le lagrime del pentimento hanno la virtù del battesimo... San
Pietro rinnegò Cristo... San Paolo lo perseguitò... Tu dunque imprendi
a fargli detestare il suo misfatto... convertilo alla patria...
almeno tentalo; e se il cielo seconda la tua opera, Maria, confida
a quell'uomo la tua sorte... amalo... che bene lo amerai. — Per me
poi... io era nato a morir presto — troppo gran fiamma ardeva nel mio
petto perchè non mi consumasse veloce; — non mi uccide il ferro del
Bandino bensì la mia passione, — il tempo mena l'oblio; — bene spesso
la lapide del sepolcro seppellisce col morto gli affetti dei vivi.
— Nè, quando pure mi fosse concesso, a te felice vorrei comparire
dinanzi ombra dolente, nè desidero insinuarmi pensiero miserissimo
a turbarti le gioie dell'anima — E' v'ha un'ora nella notte, nella
quale i sepolti nei chiostri dei conventi sembra che mandino su pel
campanile una voce di bronzo ai morti della prossima chiesa, e questi
a quelli di un'altra, finchè quel suono si disperde nello spazio quasi
per domandare a tutti se debbano continuare a dormire o se pur giunse
il tempo di presentarsi al giudizio finale... ora consacrata alle
meste memorie — alla ricordanza degli antichi trapassati... Maria, in
quell'ora... in quella invocazione dei defunti alla preghiera pei vivi,
ricordati di me che ti amai tanto... tu poi non mi ami, o Maria...»
«Io?»
«Tu non mi ami, e lo so; — perchè vorresti lusingarmi adesso? Io
intendeva assuefarmi a questo veleno... egli fu assai più potente
di me e mi ha divorato le viscere. — Che cosa vuoi farvi? — ormai le
viscere sono corrose. — Però non dovrebbe increscerti ch'io muoia per
te... anche a Dio piacciono gli olocausti di sangue... Addio! — Talora
vorrei supplicare l'Eterno, che a tanto peso di sciagura condannò la
mia giovanezza, di poterti mettere in oblio, Maria,... ma io non posso
invocare il mio inferno... e d'altronde quanto è tremenda angoscia,
mio Dio, quella di uno spirito immortale che per la durata di secoli
senza fine si affanna in un amore che non può ispirare altrui... O
Creatore! sovvieni alla tua creatura. O Cristo! alle spine, ai chiodi,
alla lancia nel costato la tua anima spirò... io sopravvivo alle mie
ferite...»
«Ludovico, confortati, vivi per essere felice; — se, come dici e
come credo, tu mi ami tanto, a nome dell'amor tuo, io ti prego, — io
t'impongo di vivere: — la mia vita ebbe uno splendido mattino; tu vedi
come la funesti tenebroso il vespero; — beato te, a cui certamente si
apparecchia una vicenda diversa!»
«E il tuo destino, Maria?»
«Io sono morta al mondo: — anche me ha consumato la mia passione; — io
per me credo avere vuoto il seno, — o se alcuna cosa dentro vi avanza,
ella è un pugno di cenere. — Gli affetti d'ora in poi traverseranno il
mio cuore quasi pellegrini nel deserto, o affrettandosi a fuggirlo,
o vi rimanendo sepolti; — ma il cielo, — e solo il cielo lo può —
nella sua misericordia illuminerà con speranza questa caligine di
dolore, — ravviverà lo spirito contristato col refrigerio della divina
compassione.»
«Ahi Bandini! Bandini!»
«Deh! Ludovico, che questo nome non ti sfugga dalle labbra più mai; —
io non ho fibra che mi stia ferma nell'udire cotesto nome d'infamia; io
lo abborro: lo avrei amato infelice e perseguitato, — lo avrei seguito
sposa, ancella, tutto, in qualsivoglia plaga del mondo; se il sole
avesse troppo ardenti piovuti i suoi raggi, nè albero o frasca avesse
portato la terra per ripararlo, io mi sarei sciolta i capelli, e,
glieli diffondendo sul volto e sulla persona, gli avrei detto: Riposati
all'ombra, diletto mio; — se trapassando una landa nevosa non avessimo
trovato asilo nessuno, io mi sarei incisa le vene e lo avrei scaldato
nel tepido lavacro del mio sangue... La vita, oh! è egli un sacrifizio
dare la vita per l'uomo del nostro amore? — Adesso... io lo abborro;
il traditore non potrebbe dirsi punito, se trovasse un asilo dove
ricovrare il suo capo; — a lui sia padre il delitto, consorte la paura,
figlio il rimorso, — in lui si rinnovi la maledizione di Caino; — viva
una lunga agonia, — col terrore di essere riconosciuto e lapidato, viva
una vita immortale.»
«Se come parli, tu senti, Maria, — ecco, io ti aspetto a braccia
aperte... vieni... oh! vieni... a farmi palpitare di speranza e di
amore...»
«Ormai io sono sacra: con giuramenti solenni io mi legava a Dio; — lo
supplicai di pace, ed egli m'indicò la quiete del monastero: — tra
poco queste mie chiome cadranno recise; — in breve udrò su me viva
salmeggiare le preghiere dei morti: null'altra cura in me, tranne
quella di scavarmi la fossa, — null'altro pensiero tranne quello di
stancare quotidianamente il mio Creatore, onde gli piaccia abbreviarmi
questa veglia incresciosa che si chiama vita; null'altro mi starà
a cuore, Ludovico, finchè le mie labbra si chiudano alla parola,
che offrire voti a Gesù e alla santissima sua madre Maria, onde ti
concedano giorni riposati e dolcezza di sposa e orgoglio di figli
generosi, — magnanimi, — a te somiglievoli.»
«Odi, Maria, — senza ferro, o laccio, o veleno, o mezzo altro esterno
di levare me stesso dal mondo, io sento stare nella mia volontà sola
il vivere o il morire; se il tuo destino vorrai, aggiungere al mio, —
ecco, io vivo; se tu lo neghi, io spiro.»
«Ludovico, ho giurato...»
«Un sacerdote ti scioglierà dal giuramento e ti porrà in pace col
cielo.»
«E chi mi porrebbe in pace colla mia coscienza?»
«L'amore.»
«Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra... Invano
speriamo felicità dallo spergiuro. Dalla soglia del sepolcro, dove io
m'incammino a seppellirmi viva, ti supplico a vivere... Addio! Perchè
prolunghiamo questa ora piena di amarezza? Addio! Il Signore, che
contempla il nostro sagrifizio, ci somministrerà forze non isperate per
consumarlo... rammentati in cielo chiamarsi gloria quello che in terra
si va dicendo martirio[256].»
«Or dunque addio! Però, in questa ultima ora dalla quale ogni vivente
tremando rifugge, una grazia ti chiedo, Maria, una grazia che può
rendermela la più lieta di quante io ne abbia goduto nel mondo, tale
per cui il paradiso e le sue gioie mi sembreranno una continuazione di
morte...»
«Chiedila, Vico...»
«Nè io oserei domandartela, se subito dopo non dovessi avvilupparmi nel
manto della eternità. Ma il volto di colui che sta per essere coperto
da una lapida può animosamente svelare il suo desiderio. Il mio sangue,
più che mezzo gelato, non colorirà più la mia fronte col vermiglio
della vergogna...»
«Parla, via, in nome di Dio!»
«Maria, ho sete di un bacio... Maria, questa è la sete degli
agonizzanti... Ah! lo rifiuta. Spinto desolato traverserò lamentando i
regni della morte, siccome disperando ho consumato la vita.»
«Ludovico!» tutta tremante favella Maria e nel favellare si curva,
«possa non prenderne nota l'angiolo accusatore, o cancellarlo l'angiolo
della pietà... eccoti un bacio...»
«Un altro! Oh un altro!... mille altri ancora!»
E con un impeto che sembrava, ed era, rabbioso, forte le avvinghia
ambedue le braccia intorno al collo: — la testa della donna tiene
strettamente congiunta con la sua; l'una respira l'anima dell'altro. —
Ludovico, traendo un gran sospiro, esclama:
«Questo abisso di contentezza supera la mia natura mortale!...»
La donna, immemore, non ardisce abbandonare quella bocca; intanto il
suo pensiero volgendo a considerare quanto fedele amatore si fosse
costui e qual tesoro di affetti nel suo cuore accogliesse, sente
vacillare il suo proponimento di rendersi a Dio; spera le sia rimesso
il voto, nella sua mente delibera premiare tanto amorosa costanza: —
la concetta durezza le si scioglie, quasi neve tocca dal sole, e giù
per le guancie le scorre uno sfogo di dolcissime lacrime. — Allora
raddoppiando il delirio dei baci esclama:
«Vico, tu hai vinto Dio.... io ti amo!»
Non risposta, — non moto, — non fremito di fibra: — or come può esser
questo? — Ella guarda.
Ludovico tiene gli occhi dischiusi... ma fissi... ma vitrei: — le
labbra aperte, — tese, — scolorate, — fredde.
«Gran Madre di Dio, che avvenne mai?»
Ella tenta svincolarsi; — le braccia di Ludovico la stringono come
tanaglie; prorompe in altissime strida, — accorrono... ahimè! ahimè!
Ludovico è morto e par che seco voglia strascinare nel sepolcro la
donna amata.
Povero Ludovico! Infelice Maria!
* * * * *
Il giorno appresso, in mezzo alla sala del palazzo Martelli, sopra
magnifico letto il corpo del defunto Ludovico era esposto alla vista
dei popoli.
Giannozzo apparecchiò quel letto, l'ornò dei panni più doviziosi
serbati nelle arche della famiglia; intorno intorno vi dispose i
drappelloni con tutte le armi entrate per via di parentado o in
altra guisa in casa, siccome correva il costume di fare ai funerali
dell'ultimo fiato d'illustre prosapia; — poi lavò diligentemente il
cadavere del suo diletto signore, lo profumò con acqua nanfa ed altri
preziosissimi odori, gli pose addosso la vesta dei giorni solenni: —
ciò fatto, gli stette accanto immobile, come ogni giorno vediamo lo
scheletro davanti un feretro; — quantunque al fedele Giannozzo la vita
tuttavia durasse e il dolore, nessuno oggetto avrebbe meglio di lui
rappresentato la immagine della morte.
* * * * *
E il giorno dopo aprirono l'avello della famiglia Martelli; — ma per
due. Giannozzo, colto nella notte di apoplessia, che in quei tempi
chiamavano accidente di gocciola, fu trovato alla dimane ghiaccio nel
letto, — e il letto era bagnato... segno certo che il buon servo non
trapassò dal sonno alla morte, — sibbene dal pianto alla eternità. Dio
apra le sue sante braccia a cotesta anima degna!
* * * * *
Su quell'avello nei tempi susseguenti furono veduti venire
quotidianamente a pregare un uomo ed una donna: — erano l'uomo d'arme
mutilato e la vedova.
Certo dì la femmina non comparve; — simile al corvo dell'arca,
dimenticò l'asilo che l'aveva riparata. Mercè le larghezze del nobile
Ludovico, le fu fatta abilità di accasare la figlia con certo giovane
di onesto lignaggio. Caduta la Repubblica, istituito il principato,
quel giovane ottenne di presente notabile ufficio, lo sperò nel
futuro maggiore: allora, consapevole del come procedesse sospettosa
la nuova tirannide, consigliò la suocera di rimanersi da coteste
visite giornaliere; e la suocera cessò, imperciocchè all'utile d'oggi
ci riesca lieve, oh! anche troppo lieve, sagrificare la gratitudine
di ieri: — e poi tutti gli affetti hanno la propria stagione, — e
adesso per quelli della vedova correva la stagione dell'inverno. La
riconoscenza si stava attaccata alla sua anima come una foglia pallida
al tronco inaridito, — qualunque soffio di vento bastava a divellerla
e fu divelta: — inoltre quello andare incessante la infastidiva, e
nondimeno senza sapersene dire la ragione continuava: — quando cessò
si accorse come il cuore da gran tempo non vi contribuisse più in
nulla; — le faceva forza l'abitudine: — prossima a morire, la sua
anima assumea la durezza della lapide. Il mutilato invece nè per tempo
sinistro nè per ingiurie, che gravi e spesse n'ebbe a soffrire sotto il
duca Alessandro, nè per minaccie che contro di lui operassero, mancò
un giorno solo di visitare il sepolcro del suo benefattore; — però
anch'egli alfine una volta non venne, — ma la scusa non recò ingiuria
alla pietà; — lo aveva trattenuto la morte.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO
IL SACCO DI PRATO
Ma chi pensasse al poderoso tema
E all'omero mortal che se ne carca
Nol biasmerebbe, se sott'esso trema.
DANTE.
Sei tu mai salito in cima alla cupola di Santa Maria del Fiore?
Se vi sei salito, ti ricorda del punto in cui, abbandonate le consuete
scale, ti fu forza appigliarti alle staffe esterne di ferro per
giungere alla palla che incorona la cattedrale di Firenze.
In quel momento ti venne fatto per avventura di porgere l'orecchio
verso la terra? Allora tu avrai udito un rumore indistinto di voci
umane che muore poco oltre i lembi del cielo. — mentre invece, quando
il cielo parla alla terra, egli la scuote ne' suoi più intimi penetrali
con la magnifica voce del tuono. — E se nel medesimo tempo ti piacque
declinare lo sguardo, avrai veduto gli uomini, e ti saranno parsi
quello che veramente sono: insetti brulicanti sopra una terra che li
produce e li divora.
O superbi! Si annoverano esse le foglie che cadono nei giorni
d'autunno? Voi siete meno che foglie cadute o cadenti dallo immenso
albero della natura.
Se tu pertanto, sospeso tra il cielo e la terra, queste cose udisti o
vedesti, e non ti strinse la paura di precipitare, — beato te! — Dio ti
concesse nervi di ferro.
A me giunto in questa parte del mio faticoso lavoro sembra sentire lo
sconforto che in quella occasione mi assalse: mi trema l'animo.
Fossi io potente come l'aquila delle Alpi! Dalla vetta del più alto
comignolo dei monti patrii caccerei un grido che scuotesse dal capo
alle piante la mia patria diletta e mi nasconderei volando nella
immensità.
Ma io sono un povero novellatore; ho sbozzato un colosso, ed ora mi
fa ribrezzo a vederlo; — non mi attento accostarmivi per sospetto
che, debole com'è sopra la base, non mi si rovesci sul capo e non
m'infranga...
Oh la vita misera ch'io meno! Il mio cuore ha sentito una voce che
l'intelletto non seppe comprendere e le labbra non sanno ridire. Con
pochi cannelli di carbone sopra una rozza parete mi prese vaghezza di
effigiare l'Iliade... il divino poema! — Accorre la gente e ride; —
pochi, i migliori, ne sentono compassione.
Dite, — pensate voi forse essere questa opera di gloria od esercizio
di vanità? Voi v'ingannate, — ella è opera di dolore e di amaritudine
di spirito: ella è opera di vendetta e di terrore: ella è opera di
eccitamento e grido di resurrezione: io la porterò al termine senza
soccorso di Cireneo, quando pure dovessi cadervi sotto tre volte,
— quando pure dovesse, come la croce di Cristo, convertirsi nel mio
supplizio.
Che importa poi che la sua memoria vada dispersa con le sue pagine? Nè
a me nè ad altrui dorrà di certo che caschi nell'obblio; di lieto cuore
invoco che la scintilla rimanga perduta nelle vampe, a patto però che
desti lo incendio.
Questi libri battaglie, queste scritture agonie non ponno e non
vogliono essere compresi che dalla gente oppressa da lunga, immane e
abborrita tirannide, e che ha fermo di strozzare anche quando dovesse
morire un'ora dopo.
Imperciocchè due cose non possono contemplarsi senza pianto come senza
ira nel cielo o sopra la terra: — la morte di un Dio e la morte di un
popolo.
Ma Dio dopo tre giorni risorse; — a quando la resurrezione del popolo?
Se le giornate della servitù si compongono di cento anni, — tre secoli
già sono scorsi dacchè il mio popolo cadde...
Si approssima l'ora? — non so, ma gli armati vigilanti alla custodia
del sepolcro tremano; non gli assicura la pietra che vi posero sopra...
Intanto io piango la morte di un popolo, perchè un altro ne rinasca.
Però alla mia mente per ora si affacciano solo sinistre fantasie,
perchè il mio cuore è inebbriato delle ultime lacrime piante da una
nazione caduta, perchè il sibilo delle ossa de' suoi grandi travolte
dalla bufera forma il suono che accompagna la mia storia.
Tristo o beffardo, il mio grido move dallo spasimo di piaga insanabile.
Via, lasciatemi lamentare in pace sopra la terra de' miei padri, — poi
mi coprirete con le ceneri delle sue desolate città.
Perchè, quando il poeta stenderà la destra al salice per istaccarne
l'arpa e cantare l'inno della risurrezione, possa con la manca
raccogliere i fiori che la natura avrà fatto germogliare sopra la mia
fossa e comporsene una corona.
O Italia mia, tutte le miserie di Gerusalemme ora tornarono più
incomportabili che mai ad aggravarsi sopra di te; — nulla ti manca
della città riprovata, tranne il compianto de' suoi profeti.
A me basta l'animo per essere il tuo profeta.
* * * * *
«La miglior patria nel mondo è la groppa di un cavallo che corre», ha
detto il poeta arabo, e il poeta per questa volta non disse la verità:
buono è il cavallo che corre quando la notte ingombra la terra e la
necessità ti stringe di passare tramezzo ai nemici che occupano il tuo
paese all'intorno.
Allora, anche quando il corsiero divorasse la via, come nella ballata
di Leonora, il cavaliero griderebbe pur sempre: All'ali! all'ali!
Allora se volge gli occhi al firmamento, invidia la facoltà che Giob
attribuisce al Signore di tenere suggellate le stelle, e maledice la
quarta giornata della creazione.
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli,
fuggivano traverso la moltitudine dei nemici; ogni speranza di salute
ponevano nella velocità.
E a Vico, oltre quei due capi diletti, importava di porre in salvo
cosa da cui forse pendeva la salute della Repubblica; — la commessione
dei Dieci al Ferruccio di tentare gli estremi rimedii alla tutela
della patria: — egli non aveva potuto consentire di separarsi dal
fianco nei pericoli di quella fuga la sua amata Annalena; — malgrado
il disagio, la volle seduta in groppa al suo corsiero e con ambedue le
braccia stretta intorno alla sua vita. In questo modo correvano e non
proferivano parola.
Dalla rapidità del moto nasce durante il giorno una specie di ebbrezza
lieta di fiori, di luce, di cose e di animali: — nella notte, piena
d'immagini sinistre e di fantasime spaventose; — e poi l'aria soffiava
umida, — investiva le membra un tepore quasi alito di febbre, — il
sangue si rimescolava nelle vene a modo di metallo fuso.
Annalena chiude gli occhi e sempre più forte si appiglia ai fianchi
di Vico, ma indi a poco il tenerli chiusi le incresce, e li riapre non
già riposati, anzi maggiormente sconvolti dalle tristi visioni del suo
pensiero.