Dio mi rischiara l'intelletto... ahi tardi!... pure in punto che basta
a pentirmi... Perdonami... e vogli una grazia concedermi... Deh! gentil
cavaliere, non volermi questa grazia negare... non maledire alle mie
ossa... ma le seppellisci pietoso... nell'avello de' miei maggiori...
credo in Santa Maria novella... Ahi! madre mia!...»
«O giorno di dolore! o giorno d'ira!» esclama Dante appoggiando il
mento sul pomo della spada; «Ecco, i fratelli uccidono i fratelli,
e figli di una stessa terra si lacerano tra loro! — noi bagniamo
questo suolo col sangue del parricidio, — e il suolo sconsacrato
produce un frutto amaro, — il frutto della schiavitù. — O patria mia
ridotta a tale che non sai se devi affliggerti maggiormente delle
sconfitte o delle vittorie dei tuoi figliuoli! — miseri noi, cui la
morte del nemico tormenta con i rimorsi medesimi del delitto! — la
congratulazione pesa come una rampogna; — la fama turba come il chiodo
che conficca il nostro nome alla storia quasi a gogna perpetua, —
ormai la nostra scelta sia nel vivere codardi o nel vivere iniqui.
— O giovanetto! — fossi tu spagnolo, o tedesco; la mia anima si
allegrerebbe: — ora ella piange, — ella maledice la sua fortuna, — ella
desidera scambiare teco il destino. — O Dante! tu che tanto amasti
la patria, qual giudizio ti aspetta in faccia dei posteri! — Tu hai
spento un uomo che valeva meglio di te. — E chi ha detto ch'egli sia
spento? — Egli se ne mente... egli vive, ed io l'ho conquistato alla
patria...» E qui, buttate via manopola e spada, s'inchina palpitante
sopra Bertino; — mancandogli pannilini, straccia la sua camicia, tenta
arrestare il sangue della ferita, gli fascia con amore la gola, e poi
corre a raccogliere lo stocco e la manopola caduti al trapassato, e
l'una e l'altro gli adattando alla destra, «Sorgi», continua con voce
di comando, «tu non sei morto; — io appena ti vidi, ti amai, — come
dunque posso averti ucciso io? — Stringi la spada. Fiorenza aspetta la
tua difesa... affrèttati... stringi la spada, ti dico; oh! dolore...
dolore... la morte gli tiene irrigidite le braccia... egli è morto!...
ed io l'ho trucidato!...»
La stanchezza, il dolore e il molto sangue perduto lo facevano
vaneggiare; forse sarebbe caduto, se Giovanni da Vinci nol sosteneva;
con lo aiuto di alcuni staffieri accorsi egli lo trasportò fuori
del campo, non senza avere prima gettato uno sguardo sopra la lizza
gridando:
«Vittoria! — vittoria!»
Il conte di San Secondo, fieramente turbato, si volse con man piglio
verso il capitano da Vinci e gli parlò minaccioso:
«Tu rompi la legge del bando...»
«Tu la rompesti primo, — solo faresti troppo trista figura sopra la
forca: appesi insieme poi le daremo sembianza di gentildonna con le sue
gioie da festa. — Vittoria, Martelli! vittoria!»
Ma la vittoria aveva abbandonato Ludovico Martelli.
Quando prima scesero in campo, Ludovico e il Bandino si gittarono giù
dalle spalle un mantello che gli riparava dal freddo, nè presero cura
di metterli tanto in disparte che non potessero in seguito apportare
loro impedimento.
Tremavano entrambi; se alcuno dei due avesse avuto animo più pacato, al
primo colpo terminava la battaglia. I circostanti mandavano un mormorio
simile a quello degli spettatori mal soddisfatti di uno spettacolo
scenico: — pareva che non osassero, — eppure cotesta esitanza nasceva
dall'odio soverchio che infiammava ambedue; — avevano per trucidarsi
mestiero che quella ardente passione si sfuocasse. — Alloraquando
diventò l'ira pacatamente omicida cominciarono le disperate percosse, e
furono poste in pratica le arguzie tutte, gl'inganni e le orribili arti
di tagliarsi le membra.
Volle sventura che, mentre dava il Martelli un passo indietro per
ischifare una botta, il piede gli s'intricasse nel mantello, sicchè
venne a perdere l'equilibrio del corpo, onde il Bandino sottentrando
veloce lo giunse, comechè leggermente, con la punta della spada sopra
la fronte tra ciglio e ciglio. Ludovico, toltosi d'impaccio, rispose
di una stoccata tesa, la quale avrebbe da parte a parte trafitto il
Bandino, dove questi non avesse piegato speditamente il corpo, non
tanto bene però che lo stocco nemico non gli forasse la carne sotto la
poppa manca e via gli portasse una lunga brandella di pelle.
La ferita riportata da Ludovico sopra la fronte stillando sangue
glien'empie gli occhi e gl'impedisce la vista: — egli fruga per trovare
un pannolino: — non lo avendo o non lo trovando, tenta strappare una
nappa di seta pendente ai cordoni avvolti intorno alla sua mano. Un
solo istante china lo sguardo per vedere di bene afferrarla, e questo
istante bastò al Bandino per sollevare la spada e calargliela sopra la
testa.
Improvvido di consiglio, ma ben fermo da saltare indietro o da parte,
il Martelli allunga la mano e stringe il taglio della spada nemica;
il Bandino la tira a sè con forza e gliela recise fino all'osso; —
intanto il sangue negli occhi si condensa più copioso; — egli comincia
a scorgere mezzo gli oggetti, — confusamente, — circondati da iride
sanguigna; — gli scorre un sudore ghiacciato per tutto il corpo;
sente intronarsi le orecchie di un zufolio fastidievole: — due volte
si vide il ferro del Bandino minacciante sul capo, e due altre volte,
riportandone sempre profonde ferite, si difese con la mano sinistra;
fermo di morire, ma bramoso di trascinare seco l'avversario nella
tomba, punta la spada al petto e precipita là dove gli sembra che
stesse il Bandino: — fu agevole a questo sfuggire quel cieco moto,
— pure così rapido gli venne addosso che gl'incise buona parte del
braccio di larga, non già pericolosa, ferita. Il Martelli rimane
scoperto — e in qual parte siasi ritirato il suo avversario non vede; —
mentre brancolando si sforza incontrarlo, una fiera percossa gli spezza
la testa e lo costringe a vacillare come uomo ebbro di vino; — barcolla
tre volte e quattro... sta... trema... e finalmente cade stampando
della sua persona un'orma sanguinosa sopra la polvere.
«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino, e curva la
gamba sinistra, stesa la destra, ambe le mani levate, l'intero corpo
acconsentendo all'urto, si atteggiava a fendere fino al mento la
testa del caduto; — ma non ancora aveva percorso la metà del giro,
che un'altra idea di vendetta più truce gliela fermò, nè gli parendo
potersi ormai trattenere più oltre, chiuse le mani, e la spada cadde
inoffensiva sul fianco del Martelli; — egli poi si rimase con le
braccia aperte nella guisa dell'uomo che manda una maledizione: —
infatti egli intendeva lasciare a quel prostrato la vita come una
maledizione. — Se muore — egli pensò, — il suo tormento cessa; — se
vive, gli si rinnoveranno ogni giorno i dolori della morte; non che
tôrgli il sentimento, avrebbe dovuto dargli parte del suo; — se non
sente, non soffre, ed egli stava per aiutarlo a riparare dietro al
sepolcro! Oh! viva e racconti la sua bocca al mondo la disfatta patita,
— palesi il suo aspetto al mondo la propria vergogna, — duri testimonio
vivente che Dio non esiste, o, esistendo, non prende cura degli uomini;
o se pure la prende, i suoi giudizi paiono oltraggi di cinico, non già
consigli di suprema intelligenza.
«Vivi!» replicò il Bandino; «tu mi salvasti la vita, io te la rendo.
Dio ha giudicato tra me e te: — impara a rispettare chi val meglio di
te: — il cielo ti dichiara traditore... non sono eglino infallibili i
decreti del cielo?»
«Tu hai vinto la persona... e non la querela....»
«Ho vinto l'una nell'altra... arrenditi!»
«Dio mi ha abbandonato... una volta abbandonò il suo figliuolo...
adesso abbandona la libertà... ma che più nulla di divino deve durare
sopra la terra?»
«Arrenditi!»
«Mi arrendo al marchese del Guasto...»
«A me devi arrenderti... a me che tengo sotto i miei piedi la tua
testa...»
«Oh! io mi arrendo...»
E che? — Egli aveva giurato di voler morire, egli un'ora innanzi
avrebbe tagliato la gola a chiunque si fosse osato proporgli di
comporsi in pace col Bandino; — e adesso si arrende così? Gran parte
e la migliore di sè gli sfuggiva dal cuore insieme col sangue; dianzi
le arterie gli vibravano piene di vita, — adesso languidissime sembra
appena che palpitino; — il dolore gli tiene l'anima ingombrata per
modo che non lascia luogo a pensiero di sorte. — Quanti superbi
disegni si porta via la vecchiezza! — Quanti orgogliosi proponimenti
all'appressarsi della morte impallidiscono! — Gli anni penetrano nel
sangue, come il mercurio, e lo irrigidiscono; — la stupidità, scacciati
via l'odio e l'amore dal cuore umano, se ne compone quasi un sepolcro
di pietra; — l'uomo è signore del momento presente; e tosto che conosce
esserne signore, il momento è passato; quello che segue rimane fuori
della sua potestà.
* * * * *
Ma quando assale un pensiero di orgoglio o turba la invidia,
m'incammino là dove sopra lieve eminenza giace il cimitero della mia
città: — quivi, appoggiando la spalla alla soglia della porta, mi volgo
a contemplare la terra che abbandonai, e, immaginando essere convertito
nel Tempo, esclamo: O città dei vivi, tu sei grande, ma questa città
dei morti già ti contiene dieci volte, e ti conterrà venti, cento,
quanto parrà a me, perchè il sepolcro è una delle cose nel mondo che
non dice mai: Basta! — Io compendio tutto, — uomini e cose; — io solo
posso comporre in pace nella medesima fossa l'oppressore e l'oppresso;
— per me il conquistatore si contenta di tre braccia di terra, e se gli
pongo al fianco un cadavere, ve lo sopporta mansueto e paziente senza
dirgli: Fatti in là; — egli ve lo sopporta, mentre vivo imponeva a'
popoli interi sgombrassero le provincie per lasciargli libero il passo,
ordinava al mondo estendesse i suoi confini, ai cieli si allontanassero
per respirare più aperto: — io riduco in essenza gli enti creati,
— degli animali mi basta la cenere, — delle città la polvere; — nel
cavo della mano porto l'esercito di Cambise, — su le mie spalle in un
sacco Sodoma e Persepoli. — Un giorno verrà ch'io mi volgerò al sole
e gli dirò: Chiudi le palpebre e dormi, tu hai vigilato assai; — e
poi soffierò su le stelle e le spegnerò come fiaccole rimaste accese
dopo la fine del festino... e perchè no? — Forse non ho cacciato dai
cieli una moltitudine di numi, come il castaldo, terminati i lavori
dei campi, licenziate le opere? — Forse non ho lasciato appesa alle
volte del firmamento una serie di dii, quasi scheletri di condannati
al patibolo... spettacolo pieno di miseria e di scherno? — Un giorno,
stanco di distruggere creatori e creature, cause ed effetti, io
staccherò dai cieli il manto azzurro e me ne comporrò un sudario
funebre per addormentarmi nel seno della eternità... Eternità! — Io
me ne torno alle domestiche mura salutando umilmente per via anche il
mendico che mi domanda l'elemosina per l'amore di Dio.
* * * * *
Da ambedue le parti sconfitta: — dall'un lato e dall'altro silenzio
di trombe, mormorio di voci inquiete: — i baroni tedeschi e spagnuoli
irrompendo dentro lo spazio vietato ricordavano i colpi e le vicende
del duello.
«È stato un nobile duello, — quale avrebbero potuto combattere due
cavalieri castigliani!» esclamava uno Spagnuolo, cui uno smilzo Tedesco
rispondeva:
«Certo degno di due baroni alemanni.»
La querela dichiararono non persa nè vinta, e dalle genti credule fu
reputato segno che la fine della guerra avesse ad essere per ambedue le
parti infelice; per la quale cosa avesse a giudicarsi la ragione stare
di qua e di là, o piuttosto non fosse ragione in nessuna[255].
Dante avendo con giuramento dichiarato ultima volontà del morto
Aldobrando essere stata di avere sepoltura negli avelli de' suoi
maggiori, potè trasportarsi seco il suo cadavere. Lo accomodò pertanto
con amore infinito dentro ad una bara, lo fece con diligenza lavare,
poi gli mise attorno l'armatura completa, sicchè pareva un guerriero il
quale col sonno rifacesse le forze.
Nell'altra bara composero il Martelli.
Giannozzo, il servo fedele, sostenuto dalla speranza di salvare la vita
al diletto padrone, vigilava il trasporto.
Sul tôrre commiato dal principe, in segno di militare onoranza, ordinò
si sparassero tutte le artiglierie; al quale frastuono la città,
paurosa di sventura, rimase taciturna.
CAPITOLO VENTESIMOTERZO
LA MORTE
Nelle man vostre, o dolce donna mia,
Raccomando lo spirito che muore
E se ne va sì dolente che Amore
Lo mira con pietà...
DANTE, _Rime._
In sull'una ora di notte, la medesima via seguitando, se ne tornarono
a Firenze, dove, avvisati i capitani di guardia alle porte e fortezze,
risposero con le artiglierie levando clamorosa gazzarra.
Il convoglio procedeva lentissimo; — ad ora ad ora si fermava, affinchè
il moto non riuscisse funesto al Martelli; molte torcie bituminose
gettavano luce vermiglia, come se per ardere si alimentassero del
sangue versato in cotesta infelice giornata: si udìa pel bujo un
accorrere di gente e voci confuse ricambiate alla lontana, — poi si
vedevano figure avvolgersi intorno alle bare simili alla ridda dei
demonii esultanti per qualche gran delitto commesso dagli uomini.
Dante con passi rigidi, le braccia fasciate, il capo pensoso rivolto
a terra, cammina in mezzo alle bare; le sue forme, michelangiolesche,
l'espressione che loro comunicava lo splendere sinistro delle torcie,
incutevano in chiunque lo riguardava meraviglia e spavento.
Giunsero in via del Parione: la medesima gente della mattina si stava
affollata alle finestre, — però non come la mattina salutante, agitante
i fazzoletti per dare conforto o per causa di onore: nè al suo balcone
mancava Maria... misera! gli occhi di lei per troppo piangere non
distinguevano bene; — un sentimento indefinito di sventura la teneva
oppressa; ma la sua testa cominciava a diventare immemore, — le idee
vi trascorrevano sconnesse, o nessun altro vincolo conservavano fra
loro, eccetto la continuità di tormento. Non per tanto con le pupille
dilatate cercava, come per istinto, un oggetto che non le riusciva
incontrare, quando Giannozzo, levando la faccia lagrimosa, le gittò
tale uno sguardo che le sommerse l'anima dentro un abisso di dolore:
passò l'angoscia ogni segno mortale, e dalle sue fauci ingrossate
sfuggì un grido.
Forse il grido della madre che veda l'unico suo figliuolo precipitare
nel torrente può assomigliarsi a quello che in cotesta ora lanciò per
la notte la povera Maria. — Ma qual cosa quaggiù può assomigliare il
grido della madre disperata? Io per me credo che torture d'inferno
non valgano a strapparlo uguale dai labbri dei dannati. Gli astanti a
quello strano lacerarsi dell'aria portarono ambe le mani agli orecchi,
imperciocchè temessero di averli feriti, e pregarono il cielo che per
pietà di loro non si rinnovasse. Bocca mortale non può cacciare fuori
due volte un suono siffatto.
Passando dalla chiesa di San Michele Berteldi, vi depositarono il
corpo di Bertino Aldobrandi: il giorno appresso che avesse sepoltura
convenevole piuttosto alla pietà di chi gliela dava che ai meriti
di lui curarono. Lo rammentarono pochi; — più pochi lo piansero; il
cuore di sua madre, quando ne seppe la morte, sentì dolore per tutti,
gli occhi di lei lo lacrimarono per tutti... misera madre! pienamente
misera, imperciocchè la gloria mai si inchinasse a consolare quel
pianto.
* * * * *
«Alzati!» grida un servo investendo co' piedi il soldato rimasto
immobile nel cortile del palazzo Martelli; «alzati e cibati, perchè
messere Ludovico ritorna; — e non morto...»
«Oh!» esclamò saltando da terra l'uomo d'arme mutilato; e, immemore di
sè, solleva il moncherino in atto di battersi la fronte.
Di fuori si udia come fremito di mare in lontananza; — dentro si
vedevano lumi correre di su, di giù, e un affrettarsi di servi e un
irrompere senza saper dove. Chi mai aveva così presto apportato la
notizia nella casa Martelli? — Un vento precorre l'infortunio, siccome
le procelle della natura.
Il mutilato si precipita alle porte, quinci tende lo sguardo per le
prossime vie; dappertutto erano tenebre, se non che all'improvviso il
popolo allaga il terreno, non pure a udirsi, ma ben anche a vedersi
somigliante all'onda nera di torrente infernale: poco dopo le torcie
diffondono sinistro splendore, — poi appariscono le bare, — poi il
gigantesco Dante da Castiglione, davanti al quale l'onda del popolo si
apriva, non altrimenti che le acque del fiume grosso davanti il petto
di poderoso cavallo intento a guadarlo.
Nè il mutilato potendo, atteso la gente, percorrere lo spazio che lo
divideva dalla bara, mandò fuori un guaito in accento di domanda:
«Morto?»
Dante rimase percosso da cotesta voce, e sebbene non si accorgesse da
cui moveva, pur comprendendo dal suono quanta angoscia travagliasse
l'anima di quello che lo proferiva, rispose per tôrlo dalla incertezza:
«No: vive.»
Con infinito amore fu il Martelli portato e deposto entro al letto; —
gli rinnuovano l'apparecchio; — lo circonda Giannozzo con le cure di
madre: Dante non si mosse più dal suo fianco; — seduto sopra un basso
sgabello, con le mani si abbracciando le ginocchia su quelle riposava
la faccia ed attentissimo porgeva l'orecchio se più o meno uscisse
affannoso l'anelito dal petto dell'infermo.
Le ferite erano di per sè stesse pericolose, non mortali; — ma l'anima
stette percossa in maniera che forte dava a dubitare se si sarebbe
rilevata più mai. Il volto gli si faceva con incessante vicenda
ora bianco, ora di fuoco; — la vergogna gli spingeva il sangue alla
fronte, urtandogli dolorosamente il cranio, — l'ira glielo richiamava
intorno al cuore: non tregua mai nè riposo: un zufolìo acuto gli
strazia i nervi, sicchè spesso si scuote e si distende rigido, come
se il trisma lo assalisse; — talvolta un rapido roteare di fiamme par
che lo investa e seco lo trascini; onde, temendo gli manchi sotto
il terreno, sporge le mani per afferrare un oggetto qualunque, e
supplica Dio che alcuno lo liberi dal precipitare. Sovente si lamentò
che sua madre lo lasciasse così nudo e assiderato giacersi in mezzo a
nevi insopportabili; più spesso esclamò: «Levatemi questi carboni di
sotto, perchè mi arroventano le carni! — Mi avete esposto alla bocca
dell'inferno! — Voi mi avete tradito! — Mi avete sorpreso in mezzo
al sonno per trasportarmi nei deserti dell'Africa! — È il tormento di
Busiride!...»
Questo delirio nasceva, per così dire, dai dolori fisici; a mille doppi
più doloroso era quello che ei cacciava fuori stretto dallo spasimo
morale, e:
«Dove mi trascinate voi?» gridava. «Io non voglio il paradiso, tenete
per voi, angioli e Dio, le vostre celestiali allegrezze, — il mio
cuore mortale non sa concepirle. — Tu sei, Maria, il mio paradiso; —
Maria, vedi quell'aquila sopra codesta roccia dirupata?... vieni...
vuoi tu che la raggiungiamo col volo?... vieni... stringimiti alla
cintura... oh! come scorriamo leggieri... come andiamo in alto! —
perchè gemi, Maria? — Ti offende forse quel suono lontano che pare di
sospiri? Non badarvi... e' muove dal brulichio che fa su quel punto
nero la razza delle formiche infernali che si chiama uomini, — la
razza dei miserabili che si vanta simile a Dio e si divora sopra un
pugno di terra insanguinata, — che si contende le sepolture. Maria,
stringimi forte... la procella mi ha rovesciato l'ale... misericordia!
la bufera mi trabalza, mi travolge peggio che filo di paglia... si
fendono i cieli.... ci fulminano coll'acqua e col fuoco. — Bene! se
la tempesta non avesse lampi, io morirei... ma finchè uno splendore
— o di sole o di fulmine — mi mostrerà il tuo volto... io sarò lieto,
Maria. — Guarda, Maria, studia il passo, imperciocchè su queste verdi
erbe e odorose che tu calchi improvvida ha strisciato il serpente,
— e il serpente, lo sai, insidia il piè della femmina da quel giorno
in cui una donna chiamata come te, o Maria, gli calpestò la cervice..
ecco la biscia! salvati! — Gran Madre di Dio, ella non mi ascolta! —
si compiace nel suo sorriso!... il sergente l'ha affascinata!... ti
salverò tuo malgrado... Ahimè! sono ferito! il mio sangue si tramuta in
veleno... come mi pesa il cuore! come mi pesa la testa! — Io muoio di
sonno...»
E qui si addormenta, e tutto il suo corpo stilla sudore; — poi con
piccola voce rispondeva:
«Ti amo tanto, Maria! — non fuggirmi... accostati... io abbisogno di
sentirti alitare... se mi ponessero dove non è aria, io mi nudrirei del
tuo alito... se dove non è luce, mi scalderei al tuo sguardo, — tu mi
saresti il creato; — ma deh! Maria, non amare il Bandino. — In fede di
gentiluomo egli non merita il tuo affetto... senti! — Io ho versato il
sangue per Fiorenza! — egli trucidò la patria; me benedisse il cielo
con un raggio di poesia.... costui è chiuso ad ogni senso di bello... e
poi... io dico o lo taccio? — Te lo dirò... io l'ho contemplato fisso
più di un'ora... ho partitamente distinto il volto e la persona... mi
sono fatto qui nella mente la sua immagine con la tenacità dell'odio,
e subito corsi ad uno specchio per paragonarmi con lui; — in verità io
lo vinco in bellezza; — egli ha gli occhi smorti, infossati, livida ha
la sembianza e truce; — i miei occhi splendono lucidissimi, — ho bianco
il colore... l'aspetto benigno... amami dunque; — e se non vuoi amarmi,
— sia, — ma non abbandonarmi... a me basta che tu mi tocchi con i tuoi
piedi... io porto invidia al pavimento della tua cappella... detesto
quasi il tuo libro di orazioni... lui beato! — Senti, io sarò qual
più mi vuoi... se mi dirai: piangi, io piangerò con tutte le viscere,
perchè sono nato a questo: — se m'imporrai ch'io rida.... ed io mi
sforzerò, — riderò, — e sempre terrò riposto un pugnale nel seno per
uccidermi quando mi dirai: sgombra da questa terra... — perchè non mi
rispondi, Maria? — Dove vai? — Perchè ti allontani? — Chi è colui che
ti chiama? — Ah! — s'intrecciano per le braccia... ridono forte....
bisbigliano sommessi... si volgono... si schermiscono... Morte di Dio!
Il Bandino! — Maria si allontana col Bandino!»
[Illustrazione: ... e spingere la stoccata nella gola
del nemico; insomma gli accorgimenti tutti della scuola
italiana,... _Cap. XXI, pag. 465._]
«Questa è cosa che non può durare!» esclamò Dante da Castiglione la
sera del 3 aprile del nuovo anno 1531.
I miei lettori sanno i Fiorentini avere il costume di cominciare l'anno
il 24 marzo, perchè in quel giorno cade la solennità della incarnazione
di Cristo: l'uso d'incominciare l'anno dal gennaio data da epoca assai
meno remota a quella che percorre il nostro racconto.
«Questa cosa non può durare!» replicò Dante, «corrono ormai venti
giorni dal duello; le sue ferite appaiono rimarginate; — il corpo ha
riposato... nè il delirio cessa... forse... Giannozzo!»
Dante si strinse in segreto colloquio con Giannozzo, e dopo pochi
momenti, tolto il mantello, che la notte era fredda e piovigginosa,
s'incamminò a gran passo verso Parione alla casa della vedova
Benintendi.
«Ella è in casa madonna?» domandava il Castiglione alla fante che venne
ad aprirgli l'uscio.
«È.»
«Ditele, un cavaliere desidera favellare con lei per cosa onde ne va la
morte o la vita.»
«In mal punto veniste, messere; adesso sta rinchiusa in cappella nè
vuole essere sturbata nelle sue orazioni.»
«Non importa: andate in ogni modo.»
«Con buona licenza vostra io non andrò, messere.»
«Va, per Dio! e dille Dante da Castiglione instare per vederla... Il
caso è grave... io voglio vederla, — intendi?»
La fante obbediva, imperciocchè lo sguardo di Dante, commosso a furore
non consigliava a fargli troppa opposizione, — quindi a poco tornava la
fante per dirgli, non senza un qualche dispetto, entrasse liberamente.
* * * * *
«Madonna!» favella Dante con quei suoi liberi modi, salutata in prima
Maria, «spero mi conoscerete... io mi chiamo Dante... e sono di casa
Castigliona.»
«Messere, dei vostri illustri fatti così piena è la fama che...»
«Eh giusto, madonna, si tratta adesso di questo! — Io non lo diceva
mica per quello che pensate voi, nè anco per ombra», interruppe Dante,
il quale, comunque in campo feroce, nel foro audacissimo, manteneva
nei socievoli commerci peritanza virginale, «io lo diceva soltanto per
conoscere se voi mi tenevate in concetto di gentiluomo onorato.»
«Onorato! Voi mi parete quanto onore viva al mondo.»
«Bene; — e sopratutto discreto.»