il campo fatto apparecchiare alle radici del poggio Baroncelli sur
un prato che giace a mezzo della strada che conduce al convento dei
religiosi chiamato comunemente la Pace[247]; e poi mandò una guardia di
Tedeschi e Spagnuoli, onde ricingesse lo steccato e, che alcuno vi si
accostasse, impedisse.
Era lo steccato un luogo quadro, separato all'intorno da pali di legno
fitti in terra, dai due lati paralleli aperto per lasciare libero
l'ingresso e la uscita; dagli altri lati s'innalzava un palco ornato
di bandiere pel principe, giudice del campo, e dirimpetto a questo un
lieve rialto di terreno pel contestabile. Oltre i cancelli sorgevano
due padiglioni dove i combattenti aspettavano il segnale per comparire
dentro la lizza.
Poichè ebbe ogni persona occupato il luogo che secondo il suo grado le
conveniva, o che per fortuna le toccava in sorte, il principe mandò
l'araldo in mezzo del campo, che a voce alta e sonora pubblicò il
seguente bando, di cui è notabile la evidenza:
«Per parte dell'eccellentissimo signore Filiberto di Chalons, principe
di Orange, generale dell'esercito per Sua Maestà Carlo V imperatore
e re, si fa divieto a chiunque qui presente che nè in fatti nè in
detti favorisca alcuna delle parti combattenti, nè in qualunque altro
modo, cenno, via, maniera, forma o colore avverta una parte, o mostri
vantaggio o svantaggio dell'una contro l'altra, sotto pena della forca
da essere allora allora eseguita, ecc.»
Ritiratosi l'araldo, e fattosi un solenne silenzio, si udiva lo squillo
delle trombe; cessato che fu, comparvero fuori dai padiglioni i padrini
seguiti dai loro principali, che a passi lenti e con sembianza severa
s'incamminarono alla volta del principe; — seguivano dalla parte
dei provocati, due araldi portanti un fascio di armi, imperciocchè
spettasse loro il carico di provvedere stocchi e manopole. Venuti
alla presenza del principe, i padrini posero un libro degli Evangeli
sopra certo altare, e fattosi ognuno alcun poco da parte, lasciarono
ai lati dell'altare Ludovico Martelli e Giovanni Bandini: — sporse il
primo bramoso la mano sinistra e, stringendo la destra al secondo e
tenendogliela ferma sopra il libro, proruppe con terribile impeto:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi la
mia querela contro a te buona e giusta, e tu combattere proditoriamente
contro la patria.»
Il Bandino subito svincolando la mano e afferrando a sua posta con la
manca la destra del Martelli, con voce cupa rispose:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi
essere la tua querela contro di me temeraria, e possa il tuo sangue
ricadere sopra la tua testa.»
* * * * *
Un soldato spagnuolo si accosta quanto può meglio vicino all'orecchio
di un soldato italiano che la perorazione del bando del principe aveva
fortemente commosso, e susurra con voce dimessa queste parole:
«Signor soldato, non vi par egli il giuramento imperfetto?»
«Per qual cagione, Moreno?»
«Hanno omesso giurare che non avevano addosso nè pietra nè erba,
incantagione, fattucchieria, _la camicia della necessità_[248], od
altro sussidio diabolico, deliberati in tutto di vincere con l'aiuto di
Nostra Donna del Pilastro e di Dio.»
«Don Moreno, voi prendete un granchio per due ragioni, una meglio
dell'altra: primo, perchè la vostra Madonna del Pilastro qui non
conta proprio nulla essendo posta Fiorenza e il suo contado sotto la
protezione della Madonna della Impruneta e di san Giovanni Battista...»
«Ah! questa vostra ragione, signor soldato, e' pare che abbia qualche
parentela col senso comune.»
«L'altra ragione si è, che il diavolo non usa più in Italia.»
«Diavolo! Oh! come non usa più?»
«Che cosa volete ch'io vi dica, don Moreno? — E' pare che il diavolo
abbia abbandonata la Italia dacchè ci siete entrati voi altri
fedelissimi sudditi di Sua Maestà l'imperatore d'Austria; forse perchè
vi conosce più demonii di lui.»
* * * * *
Mentre cosiffatto colloquio avveniva, Pagolo Spinello con quel suo
piglio soldatesco favellava:
«Or sarà bene che proviamo un poco le armi, dacchè ai tempi nostri
abbiamo veduto inganni e malefizi infiniti: armi avvelenate, guanti
che nel chiudere il pugno cacciavano fuori punte da ferire la mano, e
simili altre ribalderie; sicchè la diligenza è a senso mio una delle
poche cose dove il soverchio non rompe il coperchio.»
«Usate del vostro diritto di padrino», notò il conte di San Secondo
con alterezza, «ed astenetevi da parole gravi all'onore di questi
cavalieri.»
«Io vo' che sappiate, messere lo conte, che quarant'anni nella milizia
non me gli sono mica giocati a primiera; conosco meglio di voi quanti
piedi entrano in uno stivale: — parola non è mal detta, se non è mal
pensata; — e se la giornéa vi fa male, allentatela come vi aggrada.»
Ed a questi aggiungendo, secondo il suo costume, più altri proverbi
assai, tolse dalle mani dell'araldo una spada e, provatala, disse:
«Questo è buono stocco, e questa è buona manopola; — prendete, Vico:
quest'altro è pur buono stocco, — e la manopola senza eccezione; — a
voi, Dante. Signori, ho fatto il mio ufficio.»
«Concedete adesso che noi facciamo il nostro», riprese don Ferrante,
volendo provare a sua posta le spade rimaste; ma lo Spinello lo arresta
parlando:
«Parmi che buttate via l'opera e il tempo; — non avete portato le armi
voi stessi? Or come volete provarle?»
«Lasciate», soggiunse svincolando la mano don Ferrante; «se portammo
le spade, non per questo le abbiamo provate. Messere Bellino, questa
ci pare spada di buona tempra, — quest'altra... per Dio! la si è
spezzata... io stupisco.»
«Ed io me l'aspettava!» esclama Pagolo; «conciossiachè come dic'egli
il proverbio? In chiesa co' santi, e in taverna co' ghiottoni. L'arme
era falsa, e si conosce espresso; — chi portò l'arme se ne rese
mallevadore; combatta dunque col troncone il Bandino; — questo caso fu
preveduto dal Codice della cavalleria...»[249]
«Noi non saremo per consentire giammai che il cavaliere scenda con
tanto suo vantaggio nello steccato», riprese il conte di San Secondo.
«Porti la pena del tradimento», grida Pagolo.
«Di che tradimento parlate? Voi ve ne men...», urla il conte; se non
che don Ferrante gli pone la mano pronto su i labbri e gli dice:
«Tacete: volete voi fare la querela vostra? Egli è padrino...»
* * * * *
Intanto correva la fama celere e varia ad ogni moto, siccome si nota
avvenire delle nuvole portate dal vento traverso il cielo. Le teste dei
popoli quivi raccolti agitavansi rumorose a guisa delle onde di un mare
in burrasca: secondo le diverse passioni diversi erano i detti, tutti
però esagerati o mendaci. Lo spagnuolo Moreno, riappiccando il discorso
col soldato italiano.
«Vedete, signor soldato», diceva, «ciò avvenne perchè non recitarono
il giuramento intero: a qualcheduno di loro io porto opinione che
abbiamo trovato addosso la fattuccheria; il diavolo usa sempre anche in
Italia.»
* * * * *
Giovanni da Vinci e Pagolo Spinello con grandissimo impeto sostengono
dovere il Bandino combattere col troncone, altrimenti ritirarsi dal
duello i principali loro: questa la legge; dove presumessero non
osservarla, avrebbero pubblicato la infamia degli avversarii, la
querela vinta e mandato la notificazione a tutti i principi della
cristianità.
«Pace!» non si potendo più frenare, grida il Bandino, «io non provvidi
l'arme, si tolse questa cura il conte Piermaria qui presente; — mi
smentisca, se può. — Ora tregua alle parole: io mi cimenterò col
troncone... siete voi contenti? — O si finisca una volta!»
«La vittoria non mi darebbe pregio, la perdita infamia. Ludovico
Martelli potrà forse chiamarsi, se così vuole la fortuna, cavaliere
sventurato, ma nessuno lo potrà dire scortese; — abbia l'avversario
nuova spada nonostante qualunque cosa in contrario: se fu caso, lo
ripari; se malizia, mi basta la sua vergogna.»
«Cercatevi dunque, messere Ludovico, un altro padrino, dacchè io mi
ritiro.»
«Vorreste voi per avventura mancarmi in questo estremo, messer Pagolo?»
«Non sono io che vi manco, sibbene voi mancate a voi stesso. Io non
voglio si dica un giorno avere male sostenuto le vostre parti: — ogni
uomo deve conservare la sua fama, specialmente noi vecchi, perchè il
tempo ci manca a riparare un fallo, se mai avessimo la sventura di
commetterlo: a voi piace il nome di cortese, a me quello di austero;
a voi la rilassatezza, a me l'osservanza delle regole. Nè per la
mia assenza voi scapiterete in nulla, chè vi manderò Jacopino dei
Pucci. Non pertanto mi piace in questa ora porgervi un consiglio che
la dolorosa esperienza del vivere tra gli uomini mi ha dimostrato
buono e di cui vi desidero possiate far senno in processo di tempo:
non prestate mai danaro agli amici; non dite mai il vostro segreto a
femmine; non siate mai cortese verso i vostri nemici. Addio.»
Nè preghi nè scongiuri valsero a trattenere quel vecchio caparbio;
mentre si partiva dalla lizza, il generoso Dante scotendo il capo
diceva:
«Il popolo sostiene che la morte sopraggiunge improvvisa: — non è vero;
— giunti che siamo a certa età, ogni anno ci porta via una virtù: la
vecchiezza è il vestibolo della morte: prima l'uomo serve di camposanto
alla sua anima, — poi la terra di camposanto all'uomo. Io udiva lodare
Pagolo come uno dei più gentili cavalieri d'Italia, e ora...»
Iacopino dei Pucci, mandato dallo Spinelli a sostenere le sue veci si
presenta: il momento del duello si avvicina.
Suonarono le trombe e fu fatto silenzio.
I combattenti e i padrini si divisero in due partite. Dante, Bertino,
Giovanni da Vinci e il conte Piermaria si pongono da un lato del campo,
— Ludovico, Giovanni, don Ferrante e Iacopino dall'altro.
Allora tesero due corde che in due lizze uguali partirono il campo.
I padrini con molta avvedutezza avvolsero e legarono i cordoni pendenti
dall'elsa degli stocchi intorno al polso dei combattenti; quindi
toltili pel braccio, li guidarono a mezzo il campo, dove distribuito
con vantaggio eguale il vento e il sole, si ritirarono dicendo:
«Dio vi aiuti!»
Dante tiene fitti gli sguardi sopra il suo avversario, e lo vedendo
così bello di forze e di giovanile baldanza, nè ricordandosi averlo più
mai incontrato altrove e pensando come ora dovesse con lui cimentarsi
all'ultimo sangue, se ne sta a guisa di trasognato, poi con voce che
studiò rendere, quanto meglio poteva, soave, gli domandò:
«Che ora fa egli, giovanetto?»
E il Bertino, a cui parve essere tolto a dileggio, rispose con accento
di minaccia:
«L'ultimo della tua vita.»
Dante con un suono pur malinconico soggiunse:
«Oh! figliuolo mio, la morte degli uomini sta nel pugno chiuso di
Dio...; non potrebbe anche essere l'ultima della tua?... e allora che
cosa direbbe tua madre?»
«Ciò che dirà la tua.»
«La mia? Oh! la mia direbbe: egli morì per la patria e non piangerebbe.
— Ma tu ti chiami Aldobrandi e sei fiorentino, — perchè dunque Dante da
Castiglione t'incontra nel campo nemico? — Vedi! nella mano mi tentenna
la spada, pensando che sta per versare sangue cittadino..., e tu non
pensi a nulla?
«Nel contemplarti così aitante della persona, penso al Filisteo
abbattuto da David.»
«Ma David» riprese tosto il Castiglione infervorandosi nel dire, «ma
David combatteva per la sua patria, e Dio lo sovveniva!»
«A me poco preme che il diavolo mi aiuti, purchè tu muoia.»
«Ma non ti sta punto a cuore la tua patria?
«La mia patria è la spada.»
«Ahi! serpente... la tua anima è un nido di vipere, — muori!»
proruppe Dante; «dacchè il tuo cuore trabocca di veleno, si rompa...
la tua tristizia supera i tuoi anni; — muori! — tu hai vissuto anche
troppo...»
E sollevò lo stocco.
* * * * *
Io ho veduto questo stocco! — E lo baciai, perocchè fosse impugnato per
la difesa della patria, — e lo bagnai di pianto, imperciocchè versasse
sangue fraterno.
Lungi circa otto miglia da Firenze, continuando per la via che mena
a Carreggi, dove morì impenitente il magnifico Lorenzo del Medici del
più atroce peccato che uomo possa commettere quaggiù, e pel quale gli
uomini meritamente non danno perdono nè Dio, voglio dire il disegno di
togliere la libertà alla patria[250], tu incontri un'erta malagevole:
percorrila intera e troverai su la cima, come aquila che riposi dentro
il suo nido, Cercina castello della casa Castigliona; — davanti le
si mostra Firenze, dietro ha un dirupo: — il tempo avendo cacciato
la mano nelle viscere della montagna, la costrinse da questa parte
ad avvallare, sicchè i muri di Cercina squilibrati, per molte frane
paurosi, minacciano precipizio.
[Illustrazione: E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un
guanto ai piedi del Bandini,... _Cap. XX, pag. 453._]
Io imprendeva cotesto breve pellegrinaggio con uomini ai quali il
cielo fu largo di arguto intelletto e, meglio dell'intelletto, di cuore
gentile che sa amare la patria quanto ella è più sventurata[251].
Trovammo il castello abitato da un nepote di Dante, povero e solo.
Egli ci mostrava sembianza selvatica, quasi leoncello sorpreso nella
sua caverna; anni correvano ed anni che orma di piede italiano non
era comparsa lassù! Ma quando egli udiva essere noi saliti a venerare
l'onorata reliqua, esultò: — una stilla del sangue dei Castiglioni
gl'infiammò la faccia, ci offerse cortese la tazza ospitale e trasse da
un vecchio armario lo stocco, di cui all'elsa stava appeso un cartello
che a lettere d'oro diceva: _Questo è il famoso stocco col quale Dante
da Castiglione combattè il duello... nel_ 1529. — Posto perpendicolare
al terreno mi giungeva a mezzo il petto, — tagliava da due parti;
— la impugnatura e il pomo tutto di ferro, se non che si vedeva sul
pomo alcuna traccia di doratura; — il guardamano si componeva di una
sbarretta di ferro posta a traverso, — sulla sbarretta un cerchio,
dove insinuandosi l'indice e il medio, si potesse stringere la radice
della lama in cotesto punto scavata; — e intorno la sbarra e il cerchio
copia di cordone di seta bianco e rosso, forse per meglio impugnarlo
e acconsentire il campo, — e questo cordone prolungandosi da ambe le
parti termina in due nappe, — prolungamento il quale serviva, come
vedemmo, ad avvolgerlo intorno al braccio del combattente, onde per
lassezza o per altro caso non rimanesse disarmato.
O casa Castigliona, ecco quanto rimane di te! — Un castello che
rovina[252] — una fama che si perde, — una spada che la ruggine
consuma! — Però, qualunque tu sii, o nepote di Dante, che te ne
stai come uno spettro custode delle tombe a vigilare su la spada
dell'inclito tuo avo, — esulta! — esulta! — tu non sei povero! Tu hai
in casa un ferro che può servire di leva al trono più superbo della
terra; — tu hai un ferro che alzato può infondere un magnetismo di
gloria nell'animo di un popolo — un ferro che posto nelle mani anche di
un morto avrebbe la virtù galvanica di farglielo brandire minaccioso. —
Esulta! la povertà di te abitante il castello de' tuoi padri commuove
la nostra ammirazione, mentre la dovizia di quelli che abitano
l'avvilita Firenze fa piangere. Dappertutto può concepirsi l'antica
Firenze meglio che nella Firenze moderna; — colà tralignati nepoti
hanno venduto l'usbergo che difese il petto ai loro parenti, — colà la
spada impugnata per la patria scambiarono in scuriada. — Vuoi leggere
le carte dove i nostri grandi vergarono l'eterne sentenze? Va nelle
biblioteche dei popoli stranieri[253]: — questa stirpe svergognata ha
venduto la sua eredità per un pugno di monete: che cosa non venderebbe
ella mai? l'anima se l'avesse, — l'ossa degl'illustri antenati, se non
fosse stupida tanto da ignorare dove riposano, l'azzurro e le stelle
del firmamento, se le potesse stringere nelle sue mani codarde.
Miseria e sventura!
Oh! se potessero queste pagine scritte col sangue durare, io da
gran tempo mi sarei aperto le vene, perocchè vorrei rimanessero in
testimonianza che nel presente deserto delle anime visse un precursore
di cui la voce protestò contro la tristizia dei tempi ed invocò
l'aurora di un giorno di gloria; perocchè vorrei che i nostri figli,
entrando per avventura in qualche antico camposanto, si trattenessero
dall'oltraggiare le ossa paterne, pensando come fra tante miserabili
reliquie forse si trovano mescolate quelle dell'uomo che l'amor santo
di patria accettò come mandato di grandezza e di martirio, nè gli fu
mai infedele finchè i suoi occhi poterono versare una lacrima, la sua
bocca proferire una parola, il suo cuore mandare un sospiro per la
libertà[254].
* * * * *
Intanto Dante e Bertino hanno mutato molti colpi senza offendersi.
Bertino, agilissimo, dall'uso quotidiano esercitato, muove così veloce
la spada che a gran pena la seguita l'occhio. Ora si distende sul
terreno, quasi a toccarlo col petto, e là puntando la mano manca si
sostiene; ora balza di un salto da un lato, ora dall'altro; — spesso
aperte ambe le braccia ed abbattuta la spada, invita con perfida
lusinga il nemico a ferirlo nel petto; — e' par che scherzi intorno
alla spada nemica a guisa di farfalla intorno alla fiaccola senza
bruciarsi mai l'ale. Certamente cotesto è giuoco pericoloso da volere
spacciato il duello con un colpo solo.
Dante, accortosi non potere, a cagione della gravezza delle sue membra,
reggere la prova coll'avversario in cotesto assalto procelloso, se
ne sta guardingo, tutto in sè ristretto, vigilando a non perdere la
misura; anzi è fama che prevalendosi della sua molta forza, lo stocco
sostenesse pel pomo, e così spazio tale acquistasse per cui Bertino
non sarebbe mai giunto a toccarlo nel petto, se non che deviandone
fortemente la lama dalla parte destra o dalla sinistra. L'Aldobrandi,
sdegnoso di resistenza così lunga, raddoppia i conati, all'improvviso
finge di accennare alla spalla e di repente descrive mezzo cerchio con
la punta e minaccia il torace, quindi replicando col ferro in senso
inverso la curva, ferisce al Castiglione il braccio diritto verso la
scapula.
«Ah!» urla Bertino, «l'ho pure veduto il tuo sangue; — ma per renderti
il ben dell'intelletto mi è forza aprirti più largamente la vena.»
E prevalendosi del ribrezzo che ogni uomo prova nel sentirsi un ferro
tagliente e ghiacciato penetrare nelle carni, vibra lo stocco di nuovo
e lo aggiunge leggermente nella bocca.
«Dimmi, Castiglione, or che lo assapori, ti par egli buono il tuo
sangue?»
Dante non rispondeva, ma digrignava i denti da mettere ai meglio
animosi spavento, le sopracciglia orribilmente stringeva, gli erano
diventati ritti i capelli; — non pertanto fermo osservava con risguardo
il nemico.
* * * * *
«Per santo Jacopo!» esclama Moreno il soldato spagnuolo, «cotesto
vostro gentiluomo fiorentino mi sembra lo scoglio del quale fece Moisè
scaturire la fontana: — versa sangue da due ferite e non si move.»
«Guai all'Aldobrandi, se si moverà!» risponde l'italiano.
«Ei mi parrebbe tempo; — vedete, — ecco, — ha toccato un'altra ferita
nel pesce del braccio sinistro.»
«O santo Giovanni Battista, assistetelo voi!» supplicò il soldato
italiano, «messere Dante corre pericolo presentissimo di vita: —
vedete, — per la seconda volta ha rilevato un fendente nel braccio
sinistro.»
* * * * *
Invero Dante già da quattro ferite è impiagato; — e comecchè leggere
elle sieno, non cessano per questo di indebolirlo e d'affliggerlo:
— fu suo proponimento, quando prima scese nel campo, vista la furia
dell'avversario, stancarlo; e quantunque egli avesse in questa parte
conseguito l'intento, ciò non era avvenuto senza suo danno: ond'è
che, sentendosi adesso venir meno la gagliardìa, deliberò, deposta la
difesa, assaltare francamente l'Aldobrandi.
E per meglio investirlo alla sprovvista, finse indietreggiare come
smarrito. Se Bertino lo incalzasse improvvidamente baldanzoso non è
da dire; — già nell'accesa fantasia lo spinge ai pali dello steccato,
già lo costringe a rendersi; — gli dona la vita; — le sue orecchie
intendono il grido della vittoria, — la sua anima s'inebria di gloria!
Mutati anche due passi, Dante si ferma. Bertino, divampante d'ira a
cagione della resistenza impreveduta, mena la spada con tanta rapidità
che coruscando la lama al raggio del sole declinante toglie la vista al
Castiglione.
Ah! giovanetto, tu se' prode in battaglia, ma tu potrai più presto
smovere le Alpi dalla base loro che spingere vivo il tuo avversario
dal posto nel quale egli ha deliberato omai di vincere o di morire;
un'altra volta vibri la spada, e un'altra volta la fortuna te la tinge
di sangue nemico... ultima però; — lo spazio ascendente della curva hai
percorso, ti rimane lo spazio che discende e declinando conclude con la
morte.
La quinta ferita colse Dante nel braccio sinistro, e forte gli lacerò
la carne; onde, preso da terribile furore, cacciato via ogni riguardo,
venne a mezza spada. — Molti poeti assomigliarono l'ira umana, come per
dimostrarla fuori di modo spietata, a quella dei leoni, degli orsi e di
altri cosiffatti animali. — Male accorti! — Il furore dell'uomo non ha
paragone; egli è solo in natura. — Dante tempestava, — il battere de'
suoi denti scuoteva i nervi dei circostanti: — imbrattato di sangue,
sozzo di polvere, alza con ambe le mani la spada... guardati, Bertino,
che ti cala adosso un colpo tremendo.
E fu tremendo davvero, chè il taglio del suo stocco scontrato il taglio
dello stocco avversario, lo incise profondamente per traverso, e poi,
mutando direzione, fece scoppiare un pollice di lama, la quale scheggiò
via sibilando intorno al capo di Bertino, come palla di archibuso.
— Il braccio di Bertino con impeto irresistibile sbalestrato lontano
dal cuore lascia scoperto il seno di lui; — ci si avventa la punta del
ferro di Dante bramosa di sangue.
Non pertanto schivò l'Aldobrandi l'assalto volgendosi spedilo a mancina
di faccia al sole: il Castiglione si prevalse del vantaggio allargando
un passo da parte e non concesse campo a Bertino di mutare cotesta
posizione senza suo grave pericolo.
E cotesta situazione di per sè stessa lo esponeva a pessimo partito,
dacchè i raggi del sole gli abbagliavano gli occhi, e tra quella luce
scintillando la spada nemica gli balena funesta sugli occhi quanto
quella dell'angiolo che allontanava dall'Eden i primi padri colpevoli.
Il conte di San Secondo, male sapendo come potere in tanto estremo
sovvenirlo, immemore delle leggi della cavalleria stese l'alabarda su
la quale erasi fino a quel punto abbandonato, come per accennare, e con
grave voce esclamò:
«Bada al sole! — Poni mente al sole, — o tu sei morto!»
Giovanni da Vinci, padrino di Dante, il quale a cagione della
immobilità e taciturnità sua aveva fatto dubitare se fosse un cavaliere
vivente o piuttosto un colosso inanimato, ruppe il silenzio dicendo:
«Signor conte, per avventura dimenticaste il bando?»
«Me ne ricordo, capitano; il peggio che può andarmene è la forca.»
«No, il principe di Orange non vi condannerà ad essere appeso, ma io vi
passerò molto bene da una parte all'altra con la mia partigiana.»
«Voi?»
Un urlo immenso, doloroso, troncò cotesta lite.
Tacquero entrambi ed attesero a contemplare il campo di battaglia.
Miserando spettacolo!
Giace l'Aldobrandi supino con le braccia prosciolte; — la manopola
uscita dalla mano si era tratta dietro la spada che stava adesso
lontana dal braccio che l'aveva impugnata; — dalla gola aperta versa un
fonte di sangue.
Confuso dal bagliore, scambiò Bertino un istante il raggio del sole
col baleno dello stocco avversario; — un solo istante smarrì il ferro
nemico, e Dante sottentrando allungò le braccia con quanta forza gli
aveva concesso natura e gl'immerse la spada nella gola: penetrò la
punta omicida nell'ugula, ruppe l'osso del palato, e l'occhio sinistro
si rovesciò sanguinoso fuori dell'orbita. — Un momento prima tanto
bello, tanto leggiadro, — adesso orribile... orribile a vedersi!
«Arrenditi!» gli grida il Castiglione, «arrenditi, o ti finisco!»
«A molto... migliore cavaliere... che non sei tu... io mi arrendo»,
risponde con parole interrotte Bertino Aldobrandi; «mi arrendo... a
Dio.»
Percosso il Castiglione dalla voce e dalle parole, punta a terra la
spada; la sua naturale pietà adombrata come da una nuvola di furore
tornò luminosa a spanderglisi su l'anima, e ridivenuta mite, si curva
affannosa sopra il morente.