causa e Dio: non pertanto la vita è fragile cosa, — fragilissima poi
quando la commetti al filo di una spada; — un passo in fallo... una
tarda parata... un battere di palpebra, e il ghiaccio dello stocco
nemico ti penetra nelle viscere; — e il destino sta chiuso nel pugno
dell'Eterno, ed in questa incertezza di morte parmi ufficio di buon
cittadino avere riguardo a tutto.... Però ascoltami.... Non volli
scrivere per l'appunto ogni cosa... sarebbe parsa vanità...; molto mi
è forza commettere alla tua fede. — Alla povera vedova la quale veniva
ogni sabbato di nascosto per la elemosina darai cento fiorini d'oro
per servirsene ad accasare la figliuola con qualche onesto artigiano il
quale valga a farle le spese; ella conserva la superbia della passata
fortuna, — confortala di accomodarsi ai tempi, — rammentale che il pan
bigio acquistato col sudore della fronte nudrisce le viscere, mentre
il pan bianco comprato a prezzo d'infamia si converte in cenere e non
passa la gola. — All'uomo di arme mutilato il quale sovente si ripara
qui in casa come la rondine inferma al suo nido, darai ad abitare
una stanza al secondo piano e lo nudrirai non altrimenti che se fosse
tuo fratello, perchè guai alla città che consente il soldato il quale
per lei perdeva la mano destra stenda la sinistra. — I servi, finchè
rimangono in casa, terrai come tenni io. — Nessuno cavaliere voglio
che prema più il dorso de' miei cavalli, — nessuno; — manda i miei cani
in campagna, tranne solo uno, Italo, il quale auguro ti faccia quella
buona guardia che ha fatto sempre a me. Finchè tu viva, verun parente
entri nel mio palazzo... a ciò provvidi nel mio testamento, — e te lo
ripeto adesso..., stieno lontani i parenti, i quali, chiamati dalla
speranza della mia eredità, mi si sono stretti alla vita, quasi una
cintura di corvi all'odore dei corpi morti.... Conserva i mobili...
i letti... non mutar nulla; se alle anime è concesso visitare le
dimore ch'ebbero care in vita, io tornerò a visitare questa mia — e mi
compiacerò ravvisarla nello stato primiero: — se mai io ti apparissi,
Giannozzo, non prenderne spavento; io non verrò ad atterrirti, bensì
a trattenermi teco in fidato colloquio.... — Coraggio, via, non
piangere, mio buon padre Giannozzo... accostati... Gesù mio! come
tremi... tieni... ristòrati... bevi questo liquore... bene! — Ora
fa di ascoltarmi pacato. Quando sarò morto, mi vestirai della mia
buona armatura di Milano e mi porrai nella cassa questa croce di san
Pietro.... Vanità di vanità, dice il predicatore, ma io l'acquistai col
mio sangue in battaglia, — nè su l'orlo stesso del sepolcro mi riesce
considerare la gloria vanità... — E poi, Giannozzo, questo sopra tutto
ti raccomando.... mi depositerai sul seno dalla parte del cuore questa
borsa di seta cremesina... ah! no, me la rendi, imperciocchè ella non
mi darebbe — nè anche morto — pace.» E ripresa dal servo la borsa, il
quale come stupito la teneva sul palmo della mano, ne sciolse i legacci
e ne trasse fuori due ritratti: — uno di questi lasciò cadere sopra
uno scrittojo; — l'altro si accostò alla bocca e baciò con immensa
passione:
«O madre mia», esclamò fisso contemplando il ritratto, «tu non avresti
voluto concepirmi, se alcuno ti avesse detto che sarei stato tanto
infelice! — Quando fanciulletto io dormiva, con quanta furia accorrevi
a cacciare via l'insetto che scendeva a infastidirmi la guancia con
la sua mite puntura... ed ora, vedi, le angosce mi hanno lacerato il
cuore; — io non ne posso più.... Apri le braccia, o madre, ed accoglimi
sul tuo letto di pietra.»
Giannozzo alla vista delle sembianze della sua signora che aveva amato
e reverito cotanto, ricuperando la parola, le stendeva le mani in atto
supplichevole e pregava:
«O madonna Maria, vi prenda pietà del vostro figliuolo, comandategli
vivere, ditegli di non ispegnere seco la inclita casata vostra,
ordinategli che vi dia un nipote, — ordinateglielo voi, madonna mia,
perchè la voce del vecchio servo non ha potenza sopra il suo cuore...,
parlategli... parlategli voi, madonna, altrimenti ei si lascia morire.»
Ludovico chiudeva gli occhi e declinava il capo, — la sua mano poco a
poco calando depose il ritratto, avendo cura di voltarlo dalla parte
opposta.
Giannozzo, a caso guardando sopra lo scrittoio, fissò lo sguardo sopra
l'altro ritratto; egli era di donna maravigliosamente bella, ma non si
ricordava averla mai incontrata; onde, dopo lungo meditare, quasi lui
non volente, parlò:
«Questa donna io non conosco. — E come si chiama ella?»
Ludovico, balzando in piedi, come se lo avessero toccato con carboni
ardenti, gridò imperversato:
«Si chiama angiolo, si chiama demonio; — questa donna è colei che mi
toccò il cuore e me lo fece di pietra — questa è colei che nella sua
mano atroce strinse i palpiti, le immagini, le soavi illusioni della
mia giovanezza, e mi rese le cure nei tardi anni, la sazietà delle
cose create, il fastidio di me medesimo.... maledetta l'ora in che
i nostri occhi s'incontrarono... e sii maledetta tu stessa; — così
potess'io cacciarti dal mio seno, come ti lancio fuori della mia casa;
— qui si accostando al balcone ne schiudeva furiosamente le imposte,
pur tuttavia esclamando: Va, ogni uomo ti calpesti — ogni sozzura
ti contamini. — E levò la mano in atto di gettarlo, e subito dopo
lasciando cadere abbandonata la mano, con parole interrotte riprendeva:
«Ahi stolto me! misero me! Maria... perdono! — Io non so più quello
ch'io mi dico o ch'io mi faccia; io ti amo... fuori di misura io ti
amo; per te bestemmiai il mio Creatore, ma per te prima imparai ad
onorarlo; — per te soffersi e tuttavia soffro tormenti di dannato, ma
per te mi deliziai di voluttà divina; — ed io ti accuso a torto, — sono
ingiusto con te; — tu ami il Bandino e lo detesti; colpa del destino,
non tua; — tu rodi questa passione come un destriere il suo freno,
e, misera! non ti giova, chè il morso del destino non si rompe... —
Giannozzo, per quanto amore porti al tuo Dio, insieme a quella di mia
madre farai che questa immagine mi riposi sul petto. Maria si chiamò
la diletta mia genitrice, Maria anch'ella si chiama; — entrambe amai...
ad ambedue eressi un tempio nel mio cuore, nè ben distinguo chi più di
loro mi sia cara, — tanto l'amore di sviscerato figlio si confuse con
quello di amante, — per loro io vissi, per loro io perisco: — queste
due immagini deposte sul mio cuore compongono la storia della mia vita;
— la prima lo ha fatto palpitare, — la seconda palpitare troppo... — e
si è rotto... Ch'è questo? — ch'è questo, Giannozzo? — Il suono della
tromba? — Per Dio, mi aspettano... su via... affrettati... presto. Io
che ho sfidato non avrei dovuto comparire secondo alla chiesa di San
Michele Berteldi.»
E tosto di armi apparecchiato e di vesti si cacciò giù a gran furia per
le scale; giunto all'estremo gradino, il suo cane fedele saltò fuori
della casuccia e, le zampe deretane puntando in terra, quelle davanti
tenendo levate col collo teso, faceva prova di rompere la catena per
arrivare al suo signore.
«Italo!» esclama il Martelli, «povero Italo! tu mi ami davvero; dicono
la tua anima morirà col tuo corpo; se così è, me ne duole non tanto
per te, quanto per colui che ti creava: — la tua anima meriterebbe
sopravvivere al sepolcro più che migliaia di anime umane...» Così
discorrendo, con la mano gli liscia la testa; e il cane si distende,
si voltola sul pavimento, poi balza in piedi scrollando la testa, e
come per vezzo mordendo dolcemente la mano a Ludovico; allorquando poi
questi procedendo oltre si allontanava, la bestia amorosa si pose a
guaire come se lo avessero ferito a morte.
Scese nel cortile; quivi lo attendevano i servi vestiti a festa; — la
mestizia dei volti in molto strana maniera contrastava con la vaghezza
degli abbigliamenti: — appena lo videro, lo circondarono e, piegati i
ginocchi in diverse attitudini e pur tutte pietose, gli domandarono la
benedizione.
«Sono io per avventura vescovo o papa, che possa darvi la benedizione?»
gridava egli tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio
dei suoi servitori; — e mentre profondamente intenerito mal s'ingegna a
sostenere cotesta scena, leva gli occhi, e gli occorre davanti l'uomo
d'arme mutilato, il quale con la mano che gli era rimasta reggeva
pel freno il suo bellissimo cavallo turco, e alle continue scosse
del focoso animale se ne stava immobile quanto i colossi di Castore e
Polluce sulla piazza di Monte Cavallo a Roma.
«Il mio destriero a me...»
Il soldato glielo guidava; egli vi salì sopra veloce come baleno, e al
tempo stesso stretta la mano all'uomo di arme, gli disse:
«Gran mercè! — non vi sconfortate; — io ho ben pensato anche a voi...»
«Andate e vincete», rispose il vecchio, «e se san Giorgio non dimentica
di essere santo, vi darà vittoria; io vi aspetterò qui senza bere nè
mangiare finchè non siete tornato... e se non tornerete più... ebbene,
io mi lascerò morire di fame...» — e non versò una lacrima nè mutò
sembiante, ma si avviluppò nel mantello e si stese per terra come uomo
deliberato nel suo proponimento.
Si aprono le porte; — i poveri della contrada, uomini, donne e
fanciulli insieme confusi, urtantisi, affollati, erano accorsi
a salutare il buon cavaliere, il benefattore di tutti: — «Dio lo
benedica! — Dio gli conceda la vittoria!» si udiva mormorare da ogni
parte; e quando se lo aspettava meno, si vide vicina la vedova, la
quale traendo seco una giovanetta sul fiore degli anni, gliel'additava
dicendo: «Vedi, cotesto è il gentiluomo che ci ha salvato
dall'avvilimento e dalla infamia.» — Sicchè, gentile com'era, Ludovico
si tinse di rossore e dette degli sproni al cavallo per sottrarsi a
tanta confusione.
Quando il destriere, percorso buon tratto di via galoppando, si pose
a passo più lento, udì dietro a sè uno schiamazzo indistinto di voci
umane. — ma chiaro e continuo il latrato del cane, e,
«Odi», disse a Giannozzo, «il grido e forse l'amore del mio Italo
superano quelli degli uomini; e' mi manda da lontano il suo ultimo
addio.
* * * * *
La piazzetta di san Michele Berteldi ingombravano infinite persone.
Dante, abbigliato secondo il convenuto, se ne stava circuito dalla sua
comitiva, motteggiando e aspettando; allorchè gli fu presso Ludovico,
smontarono entrambi, e, strettasi la mano, così il primo favellava al
secondo:
«Dio ci mandi il buon giorno!
«_Amen_, fratel mio», rispose Ludovico, e fissava Dante nel viso come
meravigliato; e Dante sorridendo favellò:
«Vi paio strano, Ludovico? E' mi son fatto radere il barbone[245], onde
riuscire meglio spedito, imperciocchè ho pensato essere cosa men trista
lasciare in questo duello la barba che la vita. Or andiamo via, chè
frate Benedetto ci attende.»
Entrarono in chiesa, dove frate Benedetto da Foiano, ministrando loro
il sacramento della Eucaristia, gli riconciliò con Dio; poi, confortati
dell'acqua benedetta sparsa sopra di loro con acconce orazioni, quinci
si tolsero per incamminarsi al convegno.
Comecchè immenso popolo di parenti, di amici, d'uomini di arme e di
cittadini tenesse lor dietro, la compagnia destinata a seguitarli
fuori delle porte si ristringeva al numero determinato nella licenza
del principe. L'ordine era il seguente, secondo che narra Benedetto
Varchi diligentissimo storico: andavano innanzi due paggi vestiti di
rosso e bianco sopra due cavalli bardati di corame bianco, e poi due
altri paggi parimenti abbigliati sopra corsieri grossi di lancia;
dietro ai paggi due araldi, uno del principe di Orange, l'altro del
Malatesta, i quali andavano sonando continuamente le trombe. Dopo
di loro venivano il capitano Giovanni da Vinci, giovane di forme
colossali, padrino di Dante, e Pagolo Spinelli, soldato vecchio di
moltissima esperienza, padrino di Ludovico, e messere Vitello Vitelli,
padrone di ambedue, se per sorte gli avversarii, mutato consiglio,
avessero eletto di combattere a cavallo. Seguivano Dante e Ludovico
sopra destrieri turchi di maravagliosa bellezza; vestivano su la
corazza una casacca di raso rosso con la manica squartata di teletta;
avevano calze di raso rosso filettate di teletta bianca e soppannate di
teletta di argento, e in capo un berrettino rosso con un cappelletto
di seta pur rosso, ornato di uno spennacchino bianco. Ai piedi di
ciascheduno dei combattenti camminavano sei staffieri vestiti nel
modo stesso degli altri a cavallo, cioè di raso rosso squartato il
lato ritto e la manica ritta di raso bianco, e le calze soppannate di
teletta bianca, e le berrette, ovvero tôcchi, di colore rosso: dietro
loro, ma non per uscire, parecchi tra i più prestanti capitani della
milizia fiorentina, e quindi carriaggi e muli carichi di tutte quelle
cose che loro potessero abbisognare così al vivere come all'armamento
tanto a piè quanto a cavallo; imperciocchè, abborrendo servirsi
delle offerte dei nemici, portassero seco pane, vino, biada, paglia,
legna, carne di ogni sorta, di ogni ragione uccellami, pesci di molte
qualità, confezioni di tutte le maniere, padiglioni co' fornimenti e
masserizie di qualsivoglia specie, infino l'acqua; — non mancarono il
prete, il medico, il chirurgo e in fondo due lettighe o piuttosto bare
portate a spalla da otto uomini vigorosi, onde potere in caso sinistro
traslocare i feriti. In questa guisa pervennero in piazza dei Signori,
dove si era adunata inestimabile moltitudine di gente per vederli
passare; la Signoria, anch'ella, comunque dimesso l'abito magistrale,
stava sopra i gradini del palazzo salutandoli e con ardentissimi voti
accompagnandoli: piegarono in Mercato Nuovo, poi volsero a mano diritta
percorrendo la strada di Borgo Santi Apostoli; svoltato il canto delle
Case Buondelmonti, riuscirono in piazza Santa Trinità, non anche infame
per la colonna su la quale Cosimo I poneva una figura armata di spada,
quasi angiolo sterminatore di qualunque pensiero che non fosse di
servitù!
Da questo punto, chè amore aguzza la facoltà visiva, a Ludovico
riuscì distinguere un volto tra i tanti affacciati ai balconi e sì
forte quella vista lo scosse che, a sè traendo con atto convulso le
redini, costrinse il buon cavallo tormentato nella bocca a dare di
uno sbalzo subitaneo indietro, per cui egli ebbe a rimanere tolto
di arcione. Molti lo tennero per sinistro augurio; egli, comprimendo
l'acerbità della passione, si aggiusta in sella e seguita la via. Quel
volto intanto appariva più prossimo e si mostrava pallido, addolorato
quanto quello della madre di Cristo a piè della croce. Giunto sotto il
balcone, Ludovico levò arditamente la faccia, vibrò uno sguardo feroce,
e al tempo stesso, stesa la mano, accennò una delle bare portate alla
coda del convoglio. Il volto diventò bianco — ed abbassandosi sparve.
Siccome Dante e gli altri della comitiva a destra e a sinistra
riverivano con le mani le gentildonne e i cittadini fattisi ai balconi,
così nessuno si accorse dell'atto di Ludovico, tranne Giannozzo, il
quale camminava alla staffa del suo signore. Ludovico nel declinare
del capo si avvide, incontrando gli occhi del vecchio servo, che aveva
ormai un testimonio al suo amore.
Quel volto era di Maria, che, mal potendo sopportare il cenno
disperato, svenne cadendo sul pavimento; riavutasi dopo lunga ora,
si prosternò agli altari, ma gli altari non le davano più pace: —
non sapeva per cui pregare; — chi dei due combattenti vincitore
desiderasse, esitava dire a sè stessa; — cominciava un'orazione
ardentissima perchè i santi e la Madonna impedissero il duello; ad un
tratto, presaga che non varrebbe, la smetteva; allora ne principiava
un'altra, affinchè il Bandino vincesse, e la concludeva supplicando
che il Martelli superasse: — cuore mortale non sostenne mai più fiera
contesa; — però dal fondo dell'affanno sentì nascere una quiete, —
forse foriera della tomba, — ma pure quiete: dall'incessante paragone
tra Ludovico e Giovanni conobbe a prova la gentilezza del primo,
l'animo scellerato del secondo: — quegli, sapendola amante di altro
uomo, la propria vita sagrificava alla patria ed a lei; questi,
dubitandola infedele, conservava la sua per vendicarsi, lei trucidando
e contro la patria proditoriamente combattendo; — l'uno, avendo grave
argomento a rampognarla, non usò parola che potesse avvilirla, o se
alcuna ne adoperava, quasi suo malgrado gli era traboccata dal cuore
colmo fino all'orlo; l'altro invece a piene mani le aveva gittato
sopra il volto la infamia: — assai più cose penetrò col pensiero,
e all'ultimo le parve la sua anima spogliarsi quasi di una nebbia
incresciosa e distinguere intera la bruttezza morale del Bandini;
a cagione del contrasto singolare della nostra natura, le dolse la
scoperta, — volle riporsi la benda che la tenne accecata; — invano: —
lo spirito, come uccello sfuggito dal carcere, abborriva riprendere
i lacci della passione: — fabbro umano — nè forse divino, — vale a
racconciare il giogo spirituale rotto una volta ch'ei sia; — natura ed
arte non conoscono balsamo che sappia riunire i margini delle ferite
dell'anima: — ella non amava il Martelli e già sentiva di abborrire il
Bandino.
La cavalcata continuando il suo cammino, scorsa la strada di Parione,
si avviò al Ponte alla Carraia; procedevano silenziosi in balìa
di pensieri diversi, quando all'improvviso il Martelli, fermando
il corsiero, si piegò sull'arcione per contemplare anche una volta
la diletta sua patria. Il sole non coloriva ancora de' suoi raggi
l'estremo emisfero, — la città, rischiarata dalla prima luce del
giorno, appariva quasi ninfa montanina scesa su l'alba dai colli di
Fiesole per bagnarsi le membra nei lavacri dell'Arno, e le infinite
ville biancheggianti di cui andavano popolate le prossime colline
avevano sembianza, di un gregge di capre sparse pei balzi della pastura
della menta e del timo: — all'improvviso spunta la luce, e spuntata
appena, ecco percuote le finestre lontane dei palagi e i merli delle
torri, — balena una immensa quantità di fiammelle, si suscita quasi
un incendio, e l'aspetto della città di umile diventa superbo. Allora
si mostrò Firenze nella pienezza della sua gloria, quasi regina cinta
la testa di corona di gemme scintillanti; — donna augusta, signora di
provincie seduta sopra il dorso del leone... Onde, preso da tenerezza
e da orgoglio, scese da cavallo, si prostrò a mezzo il ponte e, chinato
il volto, baciò la terra esclamando:
«Salute, o patria, salute!»
Quindi, tornato a cavallo, la salutò con la mano aggiungendo:
«O patria, addio!»
Giunti a porta San Friano, tolsero commiato dai parenti e dagli amici,
imperciocchè la Signoria avesse ordinato; diligente guardia, onde
nessuno uscisse oltre le persone descritte, tranne il Sordo delle
Calvane, che aveva il braccio al collo per una archibugiata tocca
scaramucciando, e Iacopo detto Iacopino Pucci, ai quali concesse
speciale licenza.
Usciti fuori della porta con le salmerie e cariaggi loro, andarono
lungo le mura fin presso Porta San Pietro Gatolino, dove attraversarono
in su la mano diritta e, scesi alla fonte del borgo della medesima
porta, presero la via della casa del Cappone, dov'era il termine delle
trincee dei nemici, e quindi si condussero a Baroncelli, correndo tutto
il campo a vederli, essendosi convenuto che, infino non fossero giunti
davanti al principe, non si dovessero trarre artiglierie nè grosse nè
minute da nissuna delle parti; e così fu osservato[246].
Pagolo Spinelli, con certo suo piglio soldatesco, presentatosi davanti
al principe di Orange, il quale, tostochè vide entrare nella sua tenda
cotesta nobile comitiva, si era alzato insieme co' suoi baroni per
complirla, proferì pacato le seguenti parole:
«Signor principe, sono qui il mio principale, messere Ludovico Martelli
e il principale del capitano Giovanni di Vinci mio collega, messere
Dante da Castiglione, i quali si apprestano al vostro cospetto con loro
cavalli ed armi, in abito da gentiluomini, per entrare in campo chiuso
e combattere messere Giovanni Bandino e messer Roberto Aldobrandi, che
qui vedo presenti, loro avversari, col nome di Dio, di Nostra Donna e
di San Giorgio il prode cavaliere, secondo il tempo e il luogo da voi
medesimo assegnati con vostra patente del dì primo marzo 1529. Eglino
stanno allestiti a fare il debito loro e vi ricercano che vogliate
dar loro parte del campo e sicuranza, dove confidano vincere con lo
aiuto di Dio e col favore dei santi. E poichè hanno i miei principali
concesso agli avversarii la scelta dell'arme, si protestano di questa
capitolazione, la quale, dopo che sarà da me letta, depositerò nelle
mani vostre per rimanervi come giudice ad ogni buon fine di ragione.»
Qui trattasi dal seno una carta, lesse:
«Capitolazione. Messer Ludovico Martelli e Dante da Castiglione
protestano, affinchè gli avversarii non portino in campo armi
inusitate, sibbene secondo la costumanza di gentiluomini...
«Oh Cristo!» interruppe il Bandino, «io torrei piuttosto una stoccata
nel petto che ascoltare qui siffatti fastidii; — tregua alle forme, e
cominciamo il duello.»
Lo Spinello volgendosi bieco parlò severamente queste parole:
«Perdonate; io mi credeva stare tra gentiluomini intendenti delle
regole di cavalleria...»
Il Bandino era sul punto di replicare, sicchè si correva rischio di
vedere suscitata una querela incidentale, dove il principe non fosse
intervenuto dicendo:
«Lasciate, messere Bandino, adempire il suo debito al cavaliere
Spinello.»
E lo Spinello riprese:
«E cavalieri onorati, senza fraude, inganno nè vantaggio e non
impediti; — _item_ protestano che chi tocca le corde dello steccato,
o si dia per vinto, o si tagli il membro col quale avrà tocco; item
protestano, quando eglino non possano vincere in questo giorno
i loro avversarii, che la battaglia continui la notte a lume di
torcie, o il giorno seguente, finchè sieno morti o vinti. Finalmente
protestano in generale e in particolare che le cose suddette valgano
come profittevoli e necessarie, facendo speciale protestazione
congiuntamente e separatamente in nome di tutti e di ciascheduno di
loro.»
Don Ferrante Gonzaga allora si trasse innanzi col conte Pier Maria
Rossi di San Secondo, ambedue patrini del Bandini e dell'Aldobrandi, e
favellando il primo tal dava risposta alle dichiarazioni del capitano
Pagolo Spinelli:
«Signor principe, qui stanno i nostri principali messer Giovanni
Bandini e messere Ruberto Aldobrandi, pronti a scendere in campo chiuso
e sostenere con lo aiuto di Dio, di Nostra Donna e di san Giorgio, a
tutta oltranza, finchè morte ne segua, la querela avuta dagli attori
falsa e mendace; — protestano accettare tutte e singole le cose
contenute nella capitolazione avversaria; protestano voler combattere
in camicia, con istocco, manopola scempia di ferro, cioè fino al polso,
senza difesa in testa. Più presto fia, e meglio loro aggrada.»
«Cavalieri e baroni», favellò il principe levandosi in piedi e
scoprendosi il capo, «dacchè onesto modo di composizione io non conosco
tra voi oggi, giorno dedicato a san Gregorio Magno, dodicesimo del mese
di marzo, mantengo e concedo il campo nei modi e termini contenuti
nella mia patente del 21 febbraio _ab incarnatione_ 1539. Assumo
giurisdizione di giudice, e come primo atto della mia autorità delibero
si differisca l'abbattimento per sei ore continue, affinchè i cavalieri
provocatori abbiano tempo a riprendere lena. Adesso, spogliando la
veste di giudice e con migliore animo riassumendo quella di cavaliere
privato, vi prego, o signori, che vogliate onorarmi di ristorarvi nella
mia tenda...»
E proseguiva; ma quell'austero vecchio dello Spinello gli troncò a
mezzo le parole dicendo:
«Noi ci portammo anche l'acqua.»
«Fate come meglio vi talenta», rispose il principe quanto per lui più
cortesemente si poteva, ma non tanto però che non comparisse in volto
alcun poco turbato; e s'inchinò per accommiatarli.
* * * * *
Già il sole declinando oltre il meriggio segnava l'ombra delle cose
da ponente a levante quando Pagolo Spinello, recatosi in compagnia di
Giovanni da Vinci alla tenda del principe, disse:
«È l'ora.»