«Maino; quando vidi tornare vana la mia corsa, me ne andai difilato in

palazzo per avvisare la Signoria e i Dieci; — entrato nella prima sala,

mi occorse Vico, il quale teneva stretto così pel collo il Soderini

che per poco non lo strangolava; lo confortai a lasciarlo sotto buona

guardia in sala e a venir meco da messere Carduccio. — Vi rammentate

voi, messere Francesco, qual volto faceste e quali parole lanciaste

contro quel povero garzone?»

«Me ne rammento», rispose Carduccio, «nè poteva fare a meno, ignorando

la causa della sua tardanza: il suo debito era rendersi al ritrovo alla

prima ora di notte, ed io vegliando lo aspettai fin presso al giorno;

molto importava spedire la commissione al nostro Ferruccio; forse, e

senza forse, dipende da questa la salute della patria.»

«E la patria non perirà, se riposa sopra il Ferruccio; allora io esposi

l'accaduto, perocchè il dabben giovane dall'acerbità delle parole

vostre fosse rimasto come basito; voi lo abbracciaste, gli domandaste

perdonanza: poi, saltando nella sala, toglieste il cappuccio dal

volto del prigione e riconoscemmo lui essere Lorenzo Sederini. Lascio

immaginare a voi se restassimo maravigliati.»

«Oh!» insisteva il Venafro, «come può essere avvenuto questo? Qual mai

causa ha spinto lo sciagurato a tanto misfatto?»

«Vanità di spirito meschino», riprese il Carduccio, «rabbia nel vedersi

trascurato dal nuovo reggimento, presunzione, superbia e tutte le

altre infelici passioni le quali si ammogliano alla nullità che si

crede sapiente. Io penso che non ci abbia mai perdonata l'andata del

Ferruccio a Prato per correggere gli errori della sua commessaria...»

«Amici o nemici, questi Soderini furono sempre funesti alla nostra

patria. Il gonfaloniere Pietro con la sua ostinata lega con Francia

perse lo stato», osservò il Castiglione.

E il Carduccio tosto rispondendo,

«O Dante mio», disse, «il fallo di Pietro è ben anche il nostro; —

ormai vuole il destino che le sventure passino sopra di noi senza

esperienza; — il tempo andato si dilegua e non ci lascia neppure

il tristo retaggio degli esempi luttuosi; — l'errore di oggi mena

all'errore domani: Francia gravi colpe ha da scontare col mondo e con

noi; ella in antico tolse di mano ai pontefici il vincastro di pastore

e dette loro un flagello di ferro; ella cancellò l'ultimo seme dei

Romani e nel sangue affogò gli estremi aneliti della libertà palpitante

su le rovine del mondo[243]. La lega con Francia ci fece nel 94 perdere

parte, nel 12 tutto lo Stato; rilevati dal nostro buon genio, appena

ci è conceduto adoperare la nostra libera volontà, ecco ci gettiamo

di nuovo nelle braccia del genio malvagio; poniamo la testa in grembo

alla Francia, come Sansone in quello di Dalila, — e Francia ci tradisce

pur sempre e forse con danno per questa volta irrimediabile; i fati

ci menano: pressochè tutti gli animali sortirono dalla natura lo

istinto della propria conservazione; noi soli, simili alla farfalla, ci

ostiniamo ad aggirarci intorno ad una fiamma che ci consuma...»

«Tema la Francia il giudizio di Dio: — egli non paga il sabato,

e quando visita i popoli nel suo furore, li punisce a misura di

carbone...»

«Finchè Francia conterà un milione di parrocchie, ed ogni parrocchia

contribuirà con un uomo di arme all'esercito del re, ella non penserà

all'ira di Dio...[244]»

«Dunque cammineranno per la terra impuniti i tradimenti, la fellonia,

la slealtà?»

«Il Soderini andrà sul patibolo a cagione del delitto medesimo

che fa prosperare la Francia; perchè le leggi, secondo il detto di

quell'antico filosofo, sono tele di ragnatelo, buone a prendere le

mosche e sfondate dai bovi: — ben si può imprigionare, confinare,

mozzare la testa al Soderino, non già confinare o decapitare la

Francia; però ella se ne va fastosa, a testa alta, con un diadema

di tradimenti, come la meretrice clamorosa e sviata folle delle sue

turpitudini...»

«Quanto era meglio credere alle parole di messer Luigi Alamanni e

collegarci con l'imperatore!»

«Collegarci con nessuno: chi si appoggia all'altrui spalla, segno

è certo che ha le piante inferme; diffidate della libertà che vi

presentano i re come dono; il veleno quasi sempre si amministra in

nappi dorati; se le vostre mani non sono gagliarde da sostenere la

spada non l'affidate all'altrui braccia; le catene si fanno di quel

ferro che vinse per voi le vostre battaglie; la libertà è tale albero

che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti

davvero; se le vostre mani invece sono fiacche, prendete rosarii e

pregate. Udite, Dante, queste mie estreme parole: Qualunque popolo vive

in servitù, così vive non per forza altrui, sibbene per viltà propria,

ed è indegno di libertà.»

E che fa egli Ludovico Martelli? Solingo in disparte passeggia per

la vasta sala e per le stanze contigue; a vederlo trapassare dallo

spazio illuminato dalla luce più viva là dove a mano a mano digradava

e finalmente scomparire tra le ombre, si sarebbe pensato avesse voluto

penetrare nei regni della morte; e quando uscito all'improvviso dalle

tenebre tornava a mostrare la sua pallida faccia, lo avresti detto

uno spettro evocato dalla tomba per lo scongiuro dell'incantatore.

La sua anima era ingombra di sinistri pensieri. Gli occhi volgendo

alle pareti, contemplava le immagini de' suoi maggiori defunti e

li vedeva animarsi, e dalle loro labbra udiva suoni che non ben

comprendeva, ma che pur gli parevano inviti o preghiere di ripararsi

nella pace dell'eternità; — aveva il sepolcro chiuso ogni affetto di

lui; colà egli padre e madre ritroverebbe e parenti; — sotto terra

lo aspettava un tesoro, — tesoro di amore perduto nel mondo. A che

dunque più vivere? Qualunque alito comecchè benigno, poteva adesso

agitare la cenere, non suscitarla ad ardere; — l'incendio era finito,

la sostanza consumata. — Ahimè! La speranza sirena ingannatrice od

angiolo consolatore, la quale precorre gli uomini nel sentiero della

vita e chiude loro su la testa il sepolcro; la speranza che dopo questo

ufficio estremo non gli abbandona ancora, ma postasi a sedere sopra la

lapide, come sopra un altare, vi canta un cantico nuovo di risurrezione

e di premio; — la speranza gli aveva a mezza via stretta la mano e

datogli un bacio di addio, quasi ad amico che, pronto a pelegrinare in

lontane regioni, in cuore dubita di mai più rivedere. L'arco prima di

tendersi si ruppe; — il fiore appassì sopra la pianta; — lo assaliva

invincibile il fastidio della vita; nella stessa guisa di Giob sovente

diceva al sepolcro: Tu sei il padre mio; — ed alla Morte: Tu sei mia

madre, — e tutto questo perchè non aveva potuto acquistare l'amor di

Maria.

E nondimeno, dove sopra tanta tenebra di pianto si fosse potuto

diffondere un raggio solo di speranza, le lagrime sarieno diventate

liete dei colori dell'iride, come le stille della rugiada in faccia

del sole, — convertito l'inferno nel paradiso, — nè egli forse la sua

condizione avrebbe scambiato col paradiso.

Vedesti mai, quando l'aura vespertina turba la placida superficie

di un lago, riflettervisi dentro così confusamente, in mille maniere

vorticose, fantastiche e non pertanto vaghe, le piante, gli edifizii

di cui vanno popolate le sponde e i colli lontani? — nel modo stesso

nella mente di Ludovico si avvolgevano idee indefinite di felicità,

di affetti di sposo, d'amor di padre, egli allora avrebbe aborrito la

morte — delle generazioni uscite dal suo fianco composta una splendida

catena, l'avrebbe lanciata traverso il futuro per aggiungere la soglia

della eternità.

Soave è il vento che spira dai patrii monti, ma a mille doppii più

caro l'alito della donna amata. — Bene invogliamo a piangere di amore

le voci che muovono a celebrare sul mattino le glorie del Creatore,

ma nessuna voce giunge più desiderata all'anima del padre di quella

del diletto suo figlio. — Bellezze della terra e del cielo, quanto mi

sembrate pallide in paragone della faccia del figliuol mio! Chi dice

ch'io sia morto? Ei mentisce: ecco il mio figlio col mio senno e con

la mia spada. Chi sostiene che il mio figlio mi abbia raggiunto nella

fossa? — Menzogna! Ecco il mio nipote che parla consigli di sapienza

e combatte le battaglie della sua patria. — E tutto questo perdeva,

perchè non aveva potuto acquistare l'amore di Maria.

Ma quel vaneggiare del pensiero era una perfida lusinga uguale alla

calantura, specie di mania che presso alla linea equinoziale presenta

al montanaro nelle onde turbate le valli e i monti dell'alpestre sua

patria, i camosci, le nevi e i lavacri scorrenti giù pel dorso delle

rupi, sicchè, vinto da feroce desio, si lancia fuori della prora e

trova la morte nel mare. Offeso Ludovico da siffatta allucinazione

morale, si sommerge anch'egli dentro un abisso di affanno.

Oh! tra coteste gioie e lui non palpita per avventura una vita? —

Certamente due pensieri gli sorsero nell'anima gemelli, come due

fulmini scoppiati nella medesima nuvola, — l'adulterio e l'omicidio;

ma il suo cuore sentì che il bel frutto d'amore non può esser côlto

da mani insanguinate. — A chiunque poi il talamo altrui insidiando

s'insinua nelle case degli uomini, come serpe tra l'erbe, e,

avvelenata la sorgente, confida estinguere la sua sete in acque dolci —

maledizione! — A chiunque crede femmina degradata serbi eterno l'amore

stretto dalla colpa, quando ella non seppe mantenere l'altro persuaso

dalla religione del giuramento, — che educata alla menzogna si astenga

dal mentire, — che instruita nella frode non voglia far sopportare

all'infame maestro la pena de' suoi turpi insegnamenti — maledizione!

— E maledizione e sventura a chi, giacendo in letto solitario, e forte

vi desiderando la donna altrui, potè immaginarsela in quell'ora baciare

baciata... e non balzò furibondo dalle piume e non empì le tenebre

di tale un urlo che mettesse in chiunque lo udiva spavento. — A colui

che non aborre accostarsi alla femmina come il mendico alla porta del

convento per ottenere in elemosina la scodella piena quando la volta

gli tocca, io non ho nome d'obbrobrio, nel modo stesso che Dragone non

ebbe pena pei parricidi; — almeno i pomi del lago Asfaltide apparivano

splendidi al di fuori; — qui invece cenere all'esterno e dentro, —

abiezione umana di cui Satana medesimo sentirebbe pietà. — Sfortunato

quel padre che non può chiamare liberamente un fanciullo col nome di

figlio senza che vergogna ne nasca alla madre! — Infelicissima la madre

alla quale riesce di rimorso il suo portato!

Quando più il tradimento s'inebria nella sua voluttà, la penitenza,

comecchè stanca di correre sempre la terra, si pone in via; — il

tradimento, giovane in prima ed esaltato dal vino della colpa, precede

vigoroso, — poi si consuma — e invecchia presto; — la penitenza

per mutare di tempo non cambia sembiante: — il tradimento dorme, le

palpebre della penitenza non s'incontrarono mai;. — alfine un giorno

lo raggiunge, e allora gli pone, come dentro a nido apparecchiato, un

aspide nel cuore, — gli spalanca il sepolcro e glielo mostra tremendo

di spaventi, peggio dell'arca di Regolo irta di ferri acuminati.

Siffatti pensieri si avvolgevano per la mente commossa di Ludovico

Martelli.

All'improvviso lo percuote una voce:

«Io vi dico e vi giuro esser morto ieri notte pochi minuti dopo ch'io

vi lasciai sul canto di Diamante.»

«E' mi pare impossibile. Se lo aveva veduto la mattina a terza su la

piazza della Signoria!»

«Il bargello e la morte vengono a casa senza avvisi.»

«Dicono sia morto di colica per troppo mangiare.»

«Ben gli sta; — con quel suo ventre affamava Fiorenza; — le cose del

papa avvantaggiava assai meglio che una compagnia di lanzichenecchi o

di bisogni...»

«Per me gli porrei in epitafio: — La migliore azione operata in vita da

Nicolò Benintendi fu quella di morire.»

«Chi morto? — Chi avete detto che morì ieri notte?» con immenso anelito

domandò Ludovico.

«Oh! non l'avete voi inteso? — Messer Nicolò Benintendi.»

Morto! — Si è mai goduto tanta esultanza per la morte di un uomo? —

Un desiderio ardente pose mai sul teschio della morte fiori sì lieti

della speranza? — Torna a fluttuare per le vene di Ludovico il sangue

vitale; — gli si colorano le guance, — i suoi passi si accelerano, —

i suoi pensieri prorompono, si urtano e non hanno tempo di definirsi;

— l'orlo del calice comparisce appannato pel contatto dei labbri di un

altro uomo, pure egli contiene abbastanza liquore da invitarlo a bere;

— la bocca fu baciata, — non importa, — ella potrà pur sempre proferire

la parola che lo renderà il più avventuroso o il più misero degli

uomini; — sopra tappeti di Siria ei non avrebbe mai mutato così soave

il passo com'ora sopra la terra di recente smossa di un sepolcro. — Ah!

misero! Non impunemente tu esulti della morte di un uomo; — come chi va

per alpe, superato un giogo, ne incontra un secondo e un altro ancora,

— il Benintendi spento, ecco, tra la donna del defunto e te sorge la

testa del Bandino... oh! ma cotesti occhi possano chiudersi, quel capo

abborrito nascondersi sotto terra per sempre;. — e poi usare la spada

contro lui non è delitto, ma pietà; — in quel modo fie disperso il

fascino che la sua donna tiene avvinta al maladetto, — lo cancellerà a

un punto dal libro della vita e dall'anima di Maria col ferro. — Fisso

in questo proponimento, come immemore del luogo e del tempo, gridava:

«La spada! — Su, qua la spada!»

I fanti, pensando volesse provare qualche nuovo colpo, pronti gli

porgevano manopola e stocco acconcio alla scherma. Ludovico l'una e

l'altro afferrando si avventa contro Dante da Castiglione; invano

forza egli oppone e destrezza; — lo stocco nelle mani di Ludovico

sembrava folgore; — non valeva riparo, — a destra scende improvviso e

a sinistra: fendenti, punte manrovesci, finte, tutti gli accorgimenti

in somma del giuoco periglioso posti in opera e con tanto turbinosa

velocità che Dante ne rimase sopraffatto, e in un momento, — in un

solo momento che riprendendo lena accorse meno presto alla difesa, si

sentì percosso nel capo, nel petto e nella gola; onde dando di un passo

indietro esclamò:

«Per Dio! mi avete voi tolto in iscambio del Bandino, davvero?»

«Ah! tu non sei il Bandino, è vero», esclama Ludovico, e buttato là lo

stocco per terra, torna a passeggiare con le mani conserte sul petto.

Un vecchio famiglio che lo aveva veduto nascere entra nella sala e,

incamminandosi alla sua volta domesticamente, lo chiama:

«Vico!»

Egli passa e non bada, ed il famiglio alza gli occhi al cielo e

sospira. Non si attentando seguitarlo, lo aspetta. Ludovico, pervenuto

alla parte estrema della parete, rifacendo i passi torna davanti.

«Vico!» ripetè in suono lamentoso.

E Ludovico con benigno volto fissandolo lo richiede:

«A che mi vuoi, Giannozzo?»

«Giù», e il servo discreto si accosta più da presso al suo orecchio,

«giù nelle stanze terrene una gentildonna vi aspetta.»

«Gentildonna! — E come si chiama ella? E quali sono le forme di lei?»

«Chi ella sia non so dirvi? — la faccia ha coperta di taffetà nero...;

però mi sembra senza misura dolente.»

L'uomo innamorato è divino: il suo cuore acquista tal senso che gli

altri non possiedono a gran pezza. — Perchè domanda egli chi si fosse

la donna? — Non glielo aveva detto l'impetuoso fluttuare del sangue? —

Scende, giunge nelle stanze terrene, e correndo a braccia aperte verso

la donna velata, esclama:

«Ah! siete voi, Maria?»

Ma quando stava per gittarle le braccia al collo, soprastette

improvviso e, mutati atti e sembiante, con voce pacata riprese:

«Madonna! la morte ha visitata la vostra casa.... posso io esservi

utile in nulla nella presente vostra strettezza?»

«O Ludovico! i tuoi labbri non contengono la piena del disprezzo di cui

è colmo il tuo cuore, — non importa: — affanno, più affanno meno, ormai

nulla può aggiungere al peso sotto del quale la mia anima cadde. Vorrò

forse dirti essere io incontaminata quanto la tua diletta genitrice,

a cui tu davi pietosa sepoltura nei chiostri di Santa Croce? — Ti

giurerò che piansi morto il Bandino, il quale mi si offerse la prima

volta davanti quando io ricusava partecipare il tuo amore? che mi era

stato promesso sposo, — che lo amai come sa amare vergine sconsolata e

sola? — No, — tu non lo crederesti, ed io abborro scendere a discolpe;

— la mia alterezza di donna si è risentita; — tra la mia coscienza

e gli uomini ormai desidero solo giudice Dio; — comprendo la dignità

del silenzio; — per altro io venni, — venni per dirti come, essendo

piaciuto a Dio rompere l'unico vincolo che mi teneva stretta alla

terra, ho fermo in tutto di abbandonarla e rendermi monaca. La mia vita

turbarono venti procellosi, sicchè la mente affaticata sospira riposo

e non lo spera che nella solitudine di un chiostro; — mi seppellisco

viva... è questa l'ultima volta che c'incontriamo sopra la terra;

— io mi considero moribonda. Se presso a ripararmi sotto il manto

della misericordia al nostro Creatore ti domandassi una grazia...

grazia che l'ora della morte mi farebbe la più lieta della mia vita, —

poichè in te sta rendermi meno amaro un momento da cui tutti rifuggono

inorriditi, — s'è vero che tu mi amasti tanto... Maria... quella povera

donna che ti onorò come suo unico sollievo, — ti scelse per amico, — ti

salutò fratello... quella dessa, Maria, a mani giunte ti supplica che,

come fu infelicissima, tu non consenta a renderla del pari scellerata.»

E qui si tacque; entrambi stettero muti, con gli occhi chini al

pavimento, imperciocchè non ardissero contemplarsi in faccia. La donna

alfine con parole interrotte rispose:

«Qualcheduno di voi sarà Caino...; il sangue di uno tra voi attesterà

contro di me nel giorno del giudizio...; non avrò pace mai nè in questa

vita nè nell'altra. O Ludovico, per amore, — per amore di tua madre,

non fare che questo duello succeda.»

«Madonna, ciò non può essere; — la sfida corse e fu accettata; — la

legge dell'onore lo vieta; — avete voi mai, madonna, sentito favellare

di onore?»

E queste parole proferendo, leva gli occhi e le avventa uno sguardo a

guisa di raggio improvviso di luce.

Maria senza punto sgomentarsi sostenne quella domanda e quel guardo —

quindi prestamente rispose:

«Io conosco una legge la quale domanda non ammazzare, — un tribunale

che condanna quando gli uomini assolvono, — ed assolve quando gli

uomini condannano: — conosco un giudice che distingue se la mano

impugna la spada per la patria davvero, o se piuttosto se ne fa

pretesto pel gran desiderio che ha del sangue di una creatura, —

pretesto all'orgoglio che gli divora le viscere, alla vendetta che gli

riarde il cuore...»

«Madonna!...»

«Iniquo desiderio, — abbominevole vendetta e vana: nessuno di voi mi

avrà; — piuttosto di porgere la mia destra alla vostra insanguinata,

io me la vorrei tagliare; — ed io non ti appartengo, nè su me avesti

diritto mai: — capo mortale non poserà più sul mio letto; — unico

compagno d'ora innanzi il Crocifisso; — domani mi chiuderò nel

chiostro, e prima di venire in potestà di uno di voi mi getterò dal

campanile della chiesa...»

«Madonna, ben posso darvi la vita, non l'onore: — mille volte ho

promesso che avrei volentieri, o Maria, sagrificato la vita per te...

ed ecco venuto adesso il tempo di mostrartelo a prova; e tu lo ami

sempre immensamente, Maria, e invano t'ingegni celarmelo; — nella tua

anima vive la fiamma pel traditore: — non ti muove la religione, non

il terrore che sangue si versi, sibbene paura che il sangue versato...

non sia il mio... pel tuo Bandino tremi... — Va, — vivi ed esulta;

io mi terrò avventuroso, se con la mia morte potrò farti contenta...

esulta... va... ti prometto con giuramento di lasciarmi uccidere.»

E così, appena favellato ch'egli ebbe, quinci disparve a guisa di

spettro.

Maria tentò raggiungerlo correndo, più volte lo chiamò con voce di

dolore, ma i suoi passi e i suoi lamenti si perderono inani per le

tenebre della notte.

CAPITOLO VENTESIMOSECONDO

IL DUELLO

Italo sangue

L'un campo e l'altro: gioventù superba

Magnanima, feroce e di una madre.

_Francesca da Rimini_,

trag. di EDUARDO FABRI.

«Che ora fa egli?» domanda per la quarta volta Ludovico balzando a

sedere sul letto.

E Giannozzo, il vecchio famiglio, che adagiato su di un immenso

seggiolone lo vegliava, si recò alla finestra e, speculato il cielo,

rispose: «Tra un'ora sarà giorno.»

«Dammi la veste, chè voglio alzarmi.»

«Deh! Vico, rifate le forze col riposo, chè oggi ne avrete bisogno

davvero; dormite: non vi date un pensiero al mondo, ch'io vi sveglierò

in buon tempo.»

«Va tu piuttosto a dormire, Giannozzo... tu sei vecchio e non devi

vegliare.»

«Io dormirò a bell'agio entro la fossa, o figliuol mio! perchè in

questa terra il sonno di rado scende sopra le mie palpebre; — il pianto

non cede la signoria degli occhi... ed io piango e veglio tutte le

notti, o Vico!...»

«E perchè vegli? — E di che temi?»

«Figliuol mio — chiuso nel vostro dolore non vi accorgete del mio;

— spesso tornate a casa pallido come un'anima, parlate tra voi, non

rispondete; spesso vi gettate sul letto e discorrete di uccidere e

di uccidervi, di una donna, di un tradimento e di altre cose che mi

trafiggono il cuore. E quando tanto vi travaglia l'affanno, può egli

dormire Giannozzo vostro che vi ha veduto nascere, che da voi in fuori

non conosce altra gioia su questa terra?...»

Ludovico, sporgendo il fianco dal letto, gittò le braccia intorno al

collo del servo amoroso, e il capo gli posando sul petto, singhiozzava

forte senza favella e senza lacrime. Il vecchio invece piangeva e gli

baciava i capelli; — pure alla fine Ludovico con un gran gemito disse:

«Ah! io sono misero assai... Porgimi la veste.»

«Ma perchè non riposate?»

«Giannozzo, se tu potessi immaginare i carboni sopra i quali distesero

san Lorenzo essere un letto di rose in paragone di questo su cui mi

giaccio, non mi consiglieresti a rimanervi di certo... non è egli

vero?... Dammi la veste, imperciocchè prima di partire mi convenga

soddisfare a parecchi santissimi uffici.»

Indossata la veste, si pose davanti allo scrittoio e cominciò a

scrivere: la penna volava, i fogli diventavano neri con meravigliosa

prestezza; con la voce sovvenendo alla memoria, ad ora ad ora proferiva

quello che andava scrivendo; — rammentò i parenti, — i servi, — sua

ultima volontà, perdono, — misericordia di Dio.

Il vecchio portava senza posa lo sguardo dalla penna alla faccia di

Ludovico, e nel contemplarlo tranquillo, si rimaneva stupito.

«Giannozzo!» chiamò Ludovico, piegato che ebbe e suggellato il foglio;

— e Giannozzo, levatosi da sedere, gli si pose dinanzi; ma Ludovico,

volgendo di subito la mente a nuovi pensieri, si rimaneva immemore con

la mano tesa; — poi, all'improvviso risensando, «Giannozzo,» continuo,

«io ti consegno il mio testamento olografo scritto in procinto senza

formalità, ma che voglio non pertanto religiosamente eseguito: —

credo d'aver pensato a tutto e a tutti; — dove di alcuno mi fossi

dimenticato, tu supplirai... tu avrai cura che sia la mia memoria

benedetta..., non è vero Giannozzo?»

«O Gesù misericordioso!» il servo fedele rispondeva singhiozzando,

«io vi ho veduto nascere e non devo vedervi morire... voi non dovete

morire..., voi non annoverate ancora trentatre anni...»

«Io ho vissuto secoli, — centinaia di secoli; — i miei minuti

compresero anni di angoscia, i miei anni neppure un minuto di

refrigerio... Io muoio contento.»

«Su, Vico mio... messer Vico, fatevi animo; — voi vincerete; l'angiolo

custode mi predice che stasera tornerete glorioso a casa vostra.»

«E chi si rallegrerà della mia vittoria? qual creatura amante ed amata

mi getterà le braccia al collo?» interrogò Ludovico volgendo gli occhi

d'intorno.

[Illustrazione: ... Maria precipita genuflessa fra mezzo quei

due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia,

discosti,... _Cap. XIX, pag. 442._]

E Giannozzo volge anch'egli lo sguardo per vedere se discerne

qualcheduno; nè lo vedendo, susurrò a fior di labbra: «Eppure io vi amo

come figliuolo.»

«Sì... ma....» nè aggiunse parola Ludovico; non pertanto il cuore del

vecchio concepì intera l'amarezza di coteste parole, e gemendo esclamò:

«Pur troppo la vostra anima abbisogna di più forte affetto... e più

gentile....»

Successe lungo silenzio. Ludovico, crollata prima alquanto la testa,

riprende:

L'assedio di Firenze · 第 45 / 81 段