Si ascolta uno strepito di armatura di ferro, si vede muovere un passo

ad una specie di colosso tedesco; — avea la faccia bianca come cera,

i capelli in parte canuti, in parte di un biondo acceso; la pelle gli

si informava dalle ossa, — senza rughe, — tranne due sole agli angoli

dei labbri ampi e scolorati; — su quella fronte liscia pareva non vi

si potesse reggere un pensiero e appena nato vi sdrucciolasse via;

— i suoi muscoli avevano partecipato del ferro di cui ei li portava

continuamente vestiti; — il cuore gli stava nel seno come dentro

un'arca di marmo; — se alcuno affetto vi sorgeva per caso, tosto vi si

posava sepolto a guisa di uomo morto dentro la bara: — e nonpertanto,

a dire il vero, il conte Lodrone era valente e leal cavaliere.

«Principe», con volto impassibile rispose costui, «i miei cento avi

fino a Venefrido il Sassone dormono onorati nei loro sepolcri di

pietra: forse la ruggine dei secoli avrà corroso i loro scudi di

guerra, ma nè in vita nè in morte mai la fama obbrobriosa ne offuscava

lo splendidissimo brunito. Io reputo infamia partecipare alla querela

di un traditore; per gran premio o per gran pena, io non vorrei

combattere con lui...»

«Conte Lodrone», interrompe il principe diventando vermiglio, «quali

parole sono elleno le vostre? In questo modo, a sentir voi, quanti

si trovano qui in campo Fiorentini dovrebbero reputarsi traditori?

Voi v'ingannate, conte; essi combattono per i Medici, i quali sono,

principi nati, per la grazia di Dio, di Fiorenza. E voi stesso, conte,

non combattete per ritornarli nell'antico dominio?»

«Io combatto per Sua Maestà Carlo V mio signore», soggiunse il conte

sollevando la mano verso la fronte in atto di ossequio; «pel papa e

per la sua famiglia, non che dare la vita, rifiuterei abbassarmi a

raccattarli cascati in terra. Nissuno fin qui ebbe i Medici in conto

di principi. Quando mai ottennero il diploma imperiale d'investitura?

Invece ebbe la città privilegio di franchigia per concessione di Otto

imperatore. Se però Sua Maestà l'imperatore Carlo, per fellonia o per

misfatto altro qualunque, intende oggi revocare l'antico privilegio,

ben lo può fare; non già i Medici, stati sempre semplici cittadini e

vassalli dell'impero...»

«Basta, conte», interrompeva l'Orange cotesto importuno, «basta; —

scerremo qualche altro più voglioso.»

«Se basta a voi, non basta a me; e mi conviene spiegare intera

la mia ragione, onde non si creda che per codardia mi trattenga

dall'abbracciare una impresa onorata.»

«Di ciò non fa mestieri, conte: — tutti questi cavalieri conoscono le

alte vostre prodezze...»

«No, — e' mi è forza parlare...»

«Ed io vi comando tacere...»

«Mi duole, principe, non vi potere obbedire per debito di cavalleria: —

rispetto all'utile, non è permesso a privato barone imprender battaglia

contro alla patria o a principi suoi, pretestando il vantaggio

della patria o del principe, imperocchè, messo in balia pella sua

discrezione il giudizio di siffatto vantaggio, non si potrebbe mai

riprendere di fellonia. Ed in vero Goetz di Berlichingen dalla Mano

di Ferro si acquistò fama di misleale, comecchè contro lo imperatore

Massimiliano si armasse in pro dei diritti dell'impero; — quindi è che

deva reputarsi traditore chiunque porta le armi contro la sua patria o

contro il suo principe...»

«Conte!... per Dio!...»

«Lasciatemi finire, principe; più poche parole mi avanzano; — ora un

simile fatto costituendo il delitto di lesa maestà, il quale, sì pei

placiti dell'impero, come per le leggi dei Longobardi, le ordinanze

del 1306 di Filippo il Bello, re di Francia e di ogni altro reame della

cristianità, forma materia di querela combattevole in primo capo, così

i Fiorentini...»

«Di grazia, conte, cessate.»

«Così i Fiorentini militanti nel nostro campo ben sono, a senso mio,

provocati a tenzone, ed a me sembra infamia per qualunque cavaliere

onorato prender parte a simile impresa.»

E l'onesto Tedesco aveva ragione.

Pronunziata dal valente cavaliere la sua sentenza, rimase immobile

quasi macchina armonica che abbia conclusa la suonata.

Il principe di Orange, turbato in vista, si volse a Pierluigi Farnese e,

«A voi», gli disse, «Pierluigi, che non andate pel sottile, piacerà di

abbracciare la bella impresa.»

«Troppo mi è superiore il conte di Lodrone nell'intendimento di quanto

a perfetto cavaliere si convenga, ond'io presuma avere nella presente

controversia giudizio diverso dal suo.»

«Per la morte di Dio! se alcuno mi avesse sostenuto che i miei baroni

non vorrebbero accettare questa impresa, lo avrei smentito per la

gola; — mi sono ingannato; — il fiore della cavalleria è spento qui

nel mio campo. Ora mi rivolgo a voi, cavalieri spagnuoli, onore e lume

della moderna milizia, affinchè occupiate la lizza che altri vi lascia

libera. Diego di Sermiento, vorreste voi esser compagno di questo

gentiluomo fiorentino?»

Don Diego, scotendo il capo superbamente come il cavallo andaluso al

suono della tromba, proferisce queste orgogliose parole:

«Nel 1525 Carlo contestabile di Borbone, con grande accompagnatura

di uomini d'arme, si recò nella buona città di Toledo, dove allora

stanziava la corte, a visitare la Sacra Maestà dell'imperatore e re

Carlo V, nostro signore e padrone. Ora avvenne che, trovandosi, per la

frequenza straordinaria di principi e ambasciatori, ingombrati tutti

i luoghi appartenenti alla corona, Sua Maestà si degnasse pregare

l'onorato idalgo il marchese di Villena a ricettare il contestabile nel

suo palazzo. Al quale invito il Villena rispose: Volentieri, purchè

fin d'ora la Sacra Maestà Vostra mi conceda privilegio di rompere

una legge. — Qual legge? domandò Sua Maestà, turbato la sua preghiera

si ponesse a patto. — La legge, disse il marchese, — che ereditammo

dai Romani, di non deturpare di rovine la città. E Sua Maestà, non

intendendo la ragione di cotesta istanza e d'altronde conoscendo il

cavaliero uomo savio e discreto, se ne stava tutto maravigliato; alla

fine riprese: Sieti concesso, purchè ti piaccia manifestarcene la

causa. — Perchè, con molto terribile voce grida il cavaliere, — perchè

appena ne sia uscito il Borbone, io lo darò alle fiamme come palazzo

contaminato d'infamia, indegno di essere abitato più oltre da uomini

d'onore[241].»

Udita la pungente risposta, il principe si rimase con ambe le mani

appoggiate su le teste di grifo le quali terminavano i bracciuoli della

sua sedia, — col corpo sporto in avanti — a bocca aperta, — intento

nella faccia del marchese di Villafranca, come persona che cerca e non

trova nella sua mente un'idea che valga per contrapporsi a quel duro

racconto.

E il Bandino di baldanzoso adesso si stava spossato sotto un peso

d'insopportabile infamia; era diventato colore di cenere; gli

occhi teneva fitti alla terra ansioso di vedere se si fendesse per

nascondervisi dentro; — pareva l'adultera del Vangelo piena di vergogna

e di paura di esser colta dalla prima pietra che incominci la sua

lapidazione. Nè sacerdote mai nè tiranno seppero; con la feroce loro

immaginazione inventare tormenti, non che uguali, secondi a quelli che

adesso soffre il Bandini; e ben gli stanno, — imperciocchè gli occhi

degli uomini non si alzerebbero più al cielo, dove non fosse abitato

da un Dio che rugge terribile intorno all'anima dei traditori, della

patria.

Militava in campo certo giovanotto di egregie forme del corpo, chiamato

Bellino Aldobrandi, di cui riferimmo poc'anzi una audace risposta;

comunque appena gli spuntasse la barba, egli era di membra validissimo

ed esercitato a tutto ciò che conviene a compito cavaliere. Cecchino

del Piffero, fratello di Benvenuto Cellini, così chiamato per essere il

suo genitore pifferaio della Signoria, caporale d'inestimabile valore

nelle Bande Nere, che poi fu ammazzato in Banchi dalla famiglia del

Bargello mentre con troppo furore e poca prudenza voleva combattere con

tutti[242], avendo posto un grande amore addosso all'Aldobrandi, gli

aveva insegnato a non conoscere paura ed a trattare maravigliosamente

ogni maniera d'arme. Il volto di lui presentava la perfezione dei

contorni delle statue greche; i suoi sguardi aquilini rivelavano

un'anima capace di profonde passioni e di alti concepimenti, — orgoglio

e speranza della patria, dov'egli avesse conosciuta una patria; — ma

egli non la conosceva: — condotto da fanciullo a Roma, colà lo educava

uno zio paterno accomodato in corte di papa Clemente; però tutti i

suoi palpiti erano pei Medici; nè per anche aveva potuto il tempo

ammaestrarlo nella scuola della esperienza; — spensierato e animoso

correva alle battaglie come ad un convito; — di aria ebbro e di luce,

godeva trasvolare pei campi aperti, mandare baleni dalla brunita

armatura; il giovane seno gli esultava di orgoglio quando scorrendo

sopra il suo corsiero turco si udiva susurrare d'intorno: Per nostra

donna del Pilastro, egli è bello come san Giorgio! — Nella mischia

si avventava impetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso

da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto

da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve

destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo

dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso

il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù

da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio,

contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: — sopra un

cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di

Firenze; — la luce che manca si trattiene a brillare un momento su

la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di

cessare, — poi si estingue; — allora la squilla diffonde per l'aria un

suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il

cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno

agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita,

rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio

di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la

immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di

pace per l'anima della defunta sua genitrice; — e certo altro nel quale

un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato

privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; — il misero

logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, — colpa più

dei tempi che sua; — ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli

le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via. — Una

voce segreta lo ammoniva: patria non poter essere un uomo, sibbene un

paese, una terra, una comunità di uomini, nè dovere in qualunque caso

un cittadino muovere le armi contro la patria che lo ha cacciato fuori

dal suo seno. — Imperciocchè o egli ne fu bandito a ragione, ed allora

ha da sopportare con animo pacato il suo danno e meritarsi di venire un

giorno perdonato; — o l'offesero a torto, e allora soffra, sia grande

e sappia, perduta la patria, la cosa a desiderarsi maggiore essere la

coscienza pura; meglio vale sventura con innocenza che fortuna con

delitto. Avrà il cielo per l'uomo a torto infelice conforti divini;

dappertutto vedrà, come se fosse centro del firmamento, curvarglisi

intorno l'emisfero, scintillare le stelle, — dappertutto la madre terra

appresterà alle sue ossa travagliate pace. Quindi pensava, un cittadino

rientrato a forza in patria, non potervi più vivere se non che da

tiranno, — il suo cammino procedere sul capo dei suoi fratelli. I

Medici, ora sì umili, vedeva inferocire all'improvviso a modo di serpe

esposto al sole, — gli odiava in quei momenti, — non sapeva risolversi

a raggiungere il campo; gli occhi bramosi lanciava intorno di sè

aspettando un santo eremita che venisse a consigliarlo; — intanto si

trovava prossimo al campo, — l'esempio dei molti fuorusciti mescolati

nell'esercito imperiale tra i quali si distinguevano Caroccio Strozzi,

Bettino Cavalcanti, Sandro Catanzi, Giammoro da Dicomano, il Rosa da

Vicchio, il Morna e il Pignatta amicissimi suoi, — e la costumanza

antica tornava a vincerlo, — una forza fatale lo avviluppava di nuovo

nella sua vertigine; la patria migliore del mondo tornava a sembrargli

la groppa di un destriero che corre.

Bettino, alla miseria di Giovanni compassionando, non pensò se l'avesse

meritata, non istette a pensare s'ella fosse un principio, comecchè

terribile, della pena serbata dalla giustizia divina ai traditori; —

vide un uomo oppresso di obbrobrio e senti bisogno di porgergli la mano

soccorrevole.

E non pertanto esitando, come colui che modestissimo era, si accostò su

i piè leggiero al Bandino e gli susurrò nell'orecchio:

«Accetterestemi voi per compagno alla impresa?»

Avete mai letto nella Genesi la storia pietosa di Agar, quando nel

deserto di Bersabea, vinta dalla sete, gitta il figliuolo suo sotto

un arbuscello, recandosi un tratto di arco lontana per non vederlo

morire? — All'improvviso le apparisce l'angelo consolatore e le

addita la fontana. — Tale apparve il Bandino all'offerta generosa

dell'Aldobrandi; — lo guardò in faccia, — rimase alquanto sospeso, —

poi gli gettò impetuoso le mani al collo e tanto forte lo strinse che

per lungo tempo rimasero nella pelle delicata di Bettino le impronte

violette delle dita; — e la sua fronte appoggiando alla fronte di lui

versò una lacrima, — la più piena di sfinimento e di angoscia che mai

sia stata pianta da occhi mortali

«Oh s'io ti accetto!» esclamò, «se ti accetto! anche un minuto che tu

avessi tardato, io mi sarei trafitto come il mio più fiero nemico;

— ormai la mia vita è diventata un deserto, e tu sei il solo che ti

esibisci accompagnarmi in questa solitudine d'infamia; — tu ti sei

attaccato al mio destino: — ora non hai più tempo di vedere quanto egli

sia orribilmente truce; io non ti posso lasciare, io ti tengo come il

demonio la sua preda, — io ti avviluppo nelle mie mani come con le sue

spire il serpente.»

E Bettino, sorridendo di un suo angelico sorriso, rispose:

«Perchè tenti turbarmi? Non sai che chi non ha rimorso non conosce

terrori?» E voltosi quindi al principe di Orange continuava: «Io con

la grazia vostra, magnifico signore, soggiunse, sovverrò nella prova

dell'arme questo cavaliere; piacciavi pertanto spedire la licenza del

campo.»

[Illustrazione: «Di paradiso forse... di patria no...», disse

una voce forte e profonda che spaventò i due amanti;... _Cap.

XVIII, pag. 426._]

Filiberto, fatto cenno a un segretario, dettava:

_Philibertus De Cialon, Orangiae Princeps, Caesareae Maiestatis

Capitaneus generalis in Italia, ac in Regno Neapolis Vicerex, et

Locumtenens generalis, etc._

«Havendone fatto intendere li Magnifici Joanni Bandini et Bettino

Aldobrandi, nobili fiorentini, havere da finire con le arme in

mano alcune querele con li Magnifici Ludovico Martelli et Dante

da Castiglione, pure nobili fiorentini, et ricercatone che li

volessemo dare campo franco, mediante il quale il prefato Ludovico

et Dante possano uscir da Fiorenza, et venire securamente co' loro

compagni, arme et cavalli in questo felicissimo esercito Cesareo

a finire le ditte loro querele; et parendone tal domanda honesta;

semo stati contenti concedere loro detto campo franco. Et per tenore

delle presenti nostre damo et concedemo ditto campo franco ad essi

sopranominato libero et securo a tutto transito; et assecurato, _sub

verbo et fide nostra_, li sopranominati Lodovico et Dante che possono

uscire da dentro Fiorenza, et ritornare con XX compagni et un patrino

per ciascuno con loro arme et cavalli, et venire in questo felicissimo

esercito Cesareo, in quel loco che per noi sarà ordinato, et definito

le loro querele con li prefati Joan Bandini et Bettino Aldobrandi; et

che poi se ne possono ritornare a loro beneplacido, senza impedimento

alcuno, con ditte loro armi et cavalli. Et il giorno deputato al detto

abbattimento serà alli XII del prossimo futuro mese di marzo; et lo

campo franco si intenda dalla levata alla calata del sole del detto dì.

Et perchè, secondo ne hanno fatto intendere detti Joanni et Bettino,

per li loro Cartelli, declarano volere combattere a uno per uno, et

non dua per dui; però declaramo per queste nostre, che nel detto dì

ci seranno dua campi, in li quali ognuno potrà combattere con il suo

inimico divisamente. Et in fede, ne havemo fatte fare le presente

firmate di nostra propria mano, et sigillate del nostro solito sigillo.

_Datum in castris felicissimis Caes. contra Florentiam, die xxi mensis

februarij M. D. XXX._»

E poichè l'ebbe il segretario munita del suggello, la presentò al

principe, che la sottoscrisse del suo nome; ciò fatto, chiamò l'araldo

e, graziosamente consegnandogliela, favellò:

«Molto, messere araldo, mi raccomanderete ai signori cavalieri i

quali vi hanno mandato a noi, e direte loro che ci sarà mai sempre

oltremodo gradita l'occasione in cui potremo compiacere ad alcuna loro

richiesta, salvo sempre l'onore e la lealtà che dobbiamo a Sua Maestà

l'imperatore.»

«In quanto a ciò state sicuro, messer lo principe, perchè noi non

sappiamo tentare l'altrui lealtà», rispose l'araldo, ed inchinatosi

toglieva commiato.

Filiberto, volgendo in mente la cortesia dei cavalieri antichi, i

quali non soffrivano partissero da loro gli araldi senza presentarli

di doviziosi guiderdoni, nè d'altronde avanzandogli pure un ducato, se

ne stava tutto malinconoso: — declinando gli sguardi siccome avviene

allorchè l'anima è contristata, si vide sul petto pendere una ricca

medaglia, dono di re; — gli parve troppo; esitò; — e l'avarizia gli

disse: tienti la medaglia; — ma l'orgoglio all'improvviso proruppe:

meglio vale rimanere sprovveduto di medaglia che di fama la fortuna

si vanti di farti povero, non iscortese cavaliere; — sicchè egli,

richiamato con gran voce l'araldo, tutto acceso nel volto gli gettò al

collo la collana e il medaglione, aggiungendo:

«Portateli per amor mio e perdonate se, distratto da altri pensieri, ho

tardato un momento a compire il dovere di cavaliere.»

Ciò detto, senz'altra risposta aspettare, si allontanò.

L'araldo quasi stupefatto contemplava quel dono che costava un tesoro.

Per la sala corse un grido che celebrò il principe di Orange pel più

largo tra quanti cavalieri in quel tempo portassero arme nei reami

della cristianità.

CAPITOLO VENTESIMOPRIMO

LA SEPARAZIONE

Ci separi l'odio. — Sia sciolto ogni

vincolo tra noi; io getto via questo

amore, come un arco rotto privo di

corda.

_Mrithakaii_, dramma indiano.

Correva la notte antecedente al giorno tredici di marzo, tempo da

Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione fissato per condursi al

campo a definire la querela trasmessa al Bandini. I soldati di maggior

nome che militavano sotto le insegne della Repubblica, i cittadini più

notabili di Firenze si erano portati a casa Martelli per l'ufficio di

amicizia verso Ludovico, non già per confortarlo ad avere buon animo,

dacchè troppo bene sapevano non fargli mestieri incitamenti.

Ludovico gli aveva accolti nella immensa sala nel suo palazzo, e in

quell'ora si stavano sparsi in gruppi separati, siccome avviene quando

la compagnia si fa oltremodo copiosa, favellando di antiche e recenti

novelle, o secondo la vaghezza loro attenendo a cure diverse.

Da un lato Amico Arsoli, soldato di buona riputazione non solo nelle

armi, ma bene anche nelle lettere umane, circondato da varii nobili

cittadini, raccontava la famosa disfida di Barletta tra Italiani e

Francesi, e con quella franchezza che non conosce invidia levava a

cielo Fieramosca e lo laudava degnissimo di poema e di storia; e poi,

infervorandosi nel parlare dei grandi condottieri italiani, favellava

delle azioni del Giacomino Tebalducci ed esponeva la rotta da lui

data all'Aviano e la presa di Pisa. — Senza punto badare che fosse

esecrabile il nome dei Medici, diventava acceso nel volto discorrendo

del signor Giovanni dalle Bande Nere, del terrore che ispirava ai

Tedeschi, che lo chiamavano il gran diavolo, della sua ferita a

Borgoforte per causa dei falconetti del duca di Ferrara, della sua

morte a Mantova, dove, Abramo giudeo tagliandogli la gamba, non volle

essere tenuto da nessuno, minacciando chiunque gli si accostasse,

perocchè egli sapeva molto bene tenere sè stesso: — e il prode uomo,

inebbriandosi nella memoria delle imprese italiane, parlò delle guerre

lombarde e di quelle del regno, dove gli Italiani combatterono con

tanto onore, con tanto sangue e con punto vantaggio di loro, — e quel

suo lungo favellare, non che infastidisse gli ascoltanti, così grande

era la efficacia delle parole, la veemenza dei gesti, che parendo

loro vedere l'urto dei cavalli, udire lo strepito della battaglia, ne

sentivano maraviglioso diletto. — Poch'oltre il Carducci, il Varchi,

il Busini, con altri più assai nelle storie degli uomini versatissimi,

ragionavano dei giudizii di Dio; sostenevano alcuni averli ignorati

gli antichi, altri invece conoscerli; nella qual disputa ricercato il

parere del Varchi, come quegli che era più che non conveniva modesto,

rispose esitando, in quanto a lui reputarli di origine antica, ed in

conferma della sua opinione citò un passo dell'Antigone di Sofocle,

dove certo uomo accusato di corruzione offre di maneggiare il ferro

rovente in prova della sua innocenza; aggiunse, Eustazio descrivere

certe fonti in Artochimide e in Dafnopoli nelle quali esperimentavano

la pudicizia delle vergini, e Tazio rammentare nei suoi scritti

la spelonca del dio Pane, dove entravano le donne accusate di atto

disonesto per purgarsi dalla nota d'infamia; parlò eziandio della

prova dell'acqua amara ordinata dal levitico, onde la donna incolpata

di adulterio potesse difendersi dall'accusa; e finalmente tante altre

belle cose seppe esporre, con tanti esempi bellissimi confermarle, che

lasciò ognuno convinto. Dipoi mossero disputa, se i giudizii di Dio

dovessero o no reputarsi argomento valevole a scoprire la verità: e

qui non mancarono esempi pro e contra, prove di manifesta provvidenza

e d'ingiustizia evidente; ricordarono quell'Ansel ladro degli arredi

alla Chiesa di Laon, il quale poichè gli ebbe venduti ad un povero

mercadante, lo accusò di furto e sfidatolo a duello lo uccise: citarono

l'altro fatto del ciambellano del re di Borgogna, accusato di aver

morto un bufalo della foresta del re, e dal popolo, comecchè innocente,

messo a morte; non passarono sotto silenzio il caso del cavalier

Grigio incolpato a torto dalla moglie del gentiluomo Carrouge e, per

confessione di altro cavaliere venuto a morte, scoperto senza misfatto

dopo aver perduto la fama e la vita; sicchè dopo molti ragionari

il Carduccio concluse che, sebbene Iddio avesse talvolta con segni

sensibili dimostrato il suo intervento per isvelare la verità, prudenza

insegnava lasciarlo stare quando se ne potesse fare a meno.

Dante da Castiglione non diceva parole, ma operava. Tra le tante

armi, di cui appariva ornata la sala, presi due guanti di ferro e

due stocchi insieme col capitano Amicoda Venafro (il quale poco tempo

dopo, con biasimo universale, il signoro Stefano Colonna fece, comunque

solo, disarmato e ferito, presso la chiesa di San Francesco assalire

e con ventisette ferite dategli dalle sue lance spezzate spegnere a

ghiado) si esercitava; e questi, come apertissimo nella scherma, gli

mostrava il colpo di gettarsi all'improvviso per terra, e la spada

nemica lasciatasi passare sul capo, ferire l'avversario nel ventre;

gli confidò ancora l'altro stratagemma da adoperarsi a caso perduto,

che consisteva ad uscire di parata, e trattosi di repente in disparte,

muovere veloce un passo avanti, la spada avversaria afferrare, e

spingere la stoccata nella gola del nemico; insomma gli accorgimenti

tutti della scuola italiana, la quale, per essersi ai tempi nostri

conservata soltanto nel regno di Napoli, ha nome di napolitana.

Di repente Amico da Venafro, declinando la punta dello stocco sul

pavimento e con la manca asciugandosi il sudore, favellò:

«A proposito, messere Dante, foste voi che arrestaste quello sciagurato

del Soderini?»

«Io no; mi cacciai dietro ad uno di quei tristi, ma ben mi accorsi dir

vero il proverbio, chi corre corre, ma chi fugge vola, per quanto mi

affaticassi non mi riuscì raggiungerlo: più fortunato o piuttosto più

veloce degli altri fu Vico, il figliuolo di messere Nicolò Machiavelli;

egli arrestò il Soderini.».

«E lo conobbe arrestandolo?»

L'assedio di Firenze · 第 44 / 81 段