Finalmente Ludovico, continuando nella sua immobilità, con voce che gli

usciva dai precordii incominciò a favellare.

Così da un idolo di pietra gli antichi sacerdoti merce loro arti

traevano oracoli vocali:

«Donna, io ti amai, e la memoria del passato affetto tanto può in me

ch'io voglio salvarti dal vituperio. A Dio non piaccia che per Ludovico

Martelli si debba vedere sozza di fango quella fronte dov'egli avrebbe

deposto con un un bacio — la vita. — Donna! tu hai scherzato coll'anima

mia; — per diletto delle tue ore di fastidio tu prendesti il mio cuore

e me lo hai infranto... infranto per sempre... io ti perdono. Se il

pentimento ti giovasse, — io mi aprirei il seno, e tale ti offrirei

spettacolo di disperazione che ti farebbe piangere come san Pietro;

e quando, come a san Pietro, le lacrime ti avessero scavato il solco

sopra le guance, tu non crederesti di aver pianto abbastanza. Ma io qui

non venni per me..., qualunque sentiero che non conduca al sepolcro

non è più mio; — io vengo per la mia... per la tua patria, Maria.

Oh! se quando, nudrita che hai del tuo latte la cara figliuoletta, ti

assopisci al capezzale di lei e rimembri nei sogni il gentile sorriso

— e la carezza — e il bacio, all'improvviso desta tu la vedessi

lacerarti il seno e inebbriarsi del tuo sangue... tu inorridiresti,

non è vero, Maria? Ebbene, questa figlia snaturata sei tu; la tua casa

è fatta asilo dei traditori, — il viver casto velo al parricidio. —

la religione pretesto all'empietà... Io non dico più nulla. — Svelami

traditore che hai riparato qua dentro....»

«Traditore?» esclama Maria dimostrando col gesto altissimo sdegno,

«dov'è il traditore?»

«Non te l'ho detto? — Qui.»

«Io non conosco traditori....»

«Donna, — che, piena dentro di putredine, tu ti mostrassi di fuori

parete scialbata, bene sta: — ella è questa la vostra parte, femmine!

— ma che in breve spazio tu abbi perduto il rimorso e il pudore, ciò,

per Dio, mi spaventa. Qual è il verme velenoso che così subito guastò

il bell'albero della tua vita? A me non basta il cuore per contemplare

l'abisso della tua anima; — donna, mi fai paura. — Or dove ti nascondi

codardo dal fiato velenoso? Esci fuori... indarno speri fuggirmi... io

ti seguirò fin dentro l'inferno....»

Nessuno risponde. — Dopo lungo silenzio Ludovico continua:

«O patria mia! uomini che non ardiscono mostrare la fronte t'insidiano

nell'ombra; quando la notte è più buia essi aguzzano il pugnale e ti

aspettano al varco, come il ladrone sulla pubblica via!»

E di nuovo si tacque, poi con gran voce riprese:

«Esci, codardo, — esci.»

Così favellando si aggirava per la stanza, quando all'improvviso

levando la faccia vide un cavaliere di truce sembianza appoggiato su

l'elsa della spada in atto di quiete minacciosa: egli allora, gli si

avventando addosso, interrogò:

«Tu sei un traditore!...»

«Io sono Giovanni Bandini, — e sgombrami il passo.»

«Tu di qui non uscirai, se non che morto.»

«Figlio di madre infelice tu sei, se più oltre ti ostini a impedirmi il

cammino; — ritirati, — tu ne hai tempo ancora; — io non voglio vederti;

— sappi che di rado ho replicati i miei colpi; — vattene... e vivi.»

«Anzi io rimango, — e muori; — domani il carnefice ti scriverà

l'epitafio su la cima della forca.»

«Tu l'hai voluto... il tuo sangue ricada sopra la tua testa.»

Ed incrociano le spade.

[Illustrazione: «Cittadini, con pubblico bando ordinaste le

femmine di rea vita fossero cacciate dalla città....» _Cap.

XVII, pag. 414._]

Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore, la troppa angosciosa Maria

precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto

ella ha lunghe le braccia, discosti,

«Se d'ora in poi», ella grida, «volete fare insanabili le ferite,

tingete i vostri ferri nel mio sangue, — egli è sangue esecrato, sangue

di abbominazione e di orrore. — Te, Giovanni, adorai quanto Dio, —

e forse, ahi misera! sopra Dio; — la vita io ti dava e la fama, e tu

adesso calpesti il mio cuore come un rettile velenoso: — te, Ludovico,

amai di castissimo amore, — per amico ti venerai e per fratello,

— ed ecco quanto l'avvilimento comprende di più atroce raccogli e

infocato d'ira me lo scagli sopra la fronte. Ah! voi siete due furie

rabbiosamente convenute a disperarmi. — Ohimè misera! Ogni piede che

passa mi calpesta, — ogni bocca mi dice villania.... In che cosa ha mai

misfatto la infelice Maria? Maledetta l'ora, maledetto sia il giorno in

che nacqui; — possa cadere dai secoli, — dimenticare il sole di averlo

illuminato; — io soccombo, ma, dall'abisso dove giaccio, innalzo una

voce di accusa contro il mio Creatore e gli dico: Tu non sei giusto!

— Fermatevi, v'impongo... io sono innocente; — nessuna colpa è in me,

tranne avere amato troppo ambidue voi, quantunque di amore diverso.

La fortuna volle travagliarmi con tutti i dolori, e dopo avermi fatto

piangere per morto costui, ora lo ha tolto dal sepolcro per convertirlo

in flagello alla mia anima desolata; — fatemi pagare senza misura amaro

questo affetto per voi, — schiudete i balconi, via, — chiamate la gente

a contemplare la mia vergogna, e poichè a cagione di voi trassi giorni

pieni di lutto, non mi lasciate tranquilla nè anche l'ultima ora della

mia vita. La figlia mia fatta adulta, quando cercherà dell'avello di

sua madre, le risponderanno: Non lo sappiamo; — e quando ella stessa

diventata madre udrà favellare di me, declinerà lo sguardo, — si farà

in volto vermiglia — e maledirà una madre la quale non seppe altro

retaggio lasciarle tranne quello del rossore: — io mi aspetto questo da

voi; — continuate, iniqui.»

E togliendo forze dal tremendo suo stato, si rilevò maestosa, con ambe

le mani si asciugò le lacrime, si compose i capelli rabbuffati e stette

con occhi aridi fitti nel pavimento a modo di Niobe.

«Che importa a me la tua figlia? — Nata dallo spergiuro, io la condanno

dopo una vita di delitto ad una morte d'infamia. — E tu a che pensi,

giovane? — Se pensi al tuo fine immaturo, alla fatalità che ti spinge

sotto il mio ferro, — ritirati: — il leone non inferocisce contro il

cerbiatto: levamiti davanti, io sento pietà di tua madre....»

«Mia madre! Ella mi aspetta nell'avello, e a me tarda raggiungerla.

Io penso che, infelice o colpevole, a me non si addica aggravarmi su

questa donna; penso che se tu sei gentiluomo, abborrirai contristare

la tua donna; — se invece uomo misleale e villano, a me cavaliere

corre l'obbligo d'impedirti; — penso che non so bene distinguere,

se lei più misera, o te scellerato; — finalmente io penso la giusta

punizione della tua colpa doverti giugnere a giorno chiaro, in campo

aperto, alla presenza degli uomini, onde apprendano giustizia le genti

e conoscano che al traditore sovrasta immutabile una morte di ferro o

di laccio. — Esci dunque e vieni meco; — il mio odio ti salverà meglio

della tenerezza di una madre, — però che alla mia vita null'altro fine

rimanga, tranne quello di spegnere la tua.»

Il Bandino senza contrarre un muscolo del volto, cacciò curiosamente

il suo dentro lo sguardo del Martelli, e dopo lungo alternare tra il

sì e il no, con, profondo esame ponderate le diverse vicende alle quali

stava per esporsi, concluse dicendo:

«Andiamo.»

E nulla curando la donna, che stupida per la violenza delle sensazioni

si giace abbandonata sopra il lettuccio, si precipita giù per la scala.

Ludovico Martelli, scorgendosi solo, si accosta alla Maria, le rimuove

i capelli dalla fronte, uno istante si ferma a contemplarla; — una

lacrima, suo malgrado, gli scende sopra la guancia, e forte gemendo

egli esclama:

«Povera Maria!»

Poi si pentì della sua compassione, — la condannò; — si sarebbe, se lo

avesse potuto, morso il cuore; — tempestando raggiunge il Bandino.

Per diversi sentieri avvolgendosi, i luoghi frequentati schivando,

arrivano al ponte delle Grazie, — lo passano, — e mentre avacciandosi

si accostano al palazzo Serristori, dimora di Malatesta Baglioni,

intendono lo strepito di persona che gli segue con passi accelerati;

— non vi badano e sempre più rinforzano il camminare; ma lo inseguente

lo rinforza anch'esso a sua posta: onde Ludovico per miglior partito si

ferma e si volge a vedere chi fosse.

«Tu mi tradisci!» mormorò fra i denti il Bandino stringendo il braccio

a Ludovico, — e questi:

«Mi chiamo forse Bandini?»

E poi scorgendo la persona che teneva lor dietro essere un donzello

della Signoria, maravigliando incontrarlo in cotesto luogo a quell'ora,

deliberò farglisi accosto. Per buona ventura lo riconobbe, come quello

che, vivendo suo padre Giovanfrancesco e la madre sua Maria Forinieri,

era stato molto famigliare di casa; per lo che prese a domesticamente

interrogarlo:

«Che c'è egli, Landuccio?»

«O messer Vico! siete voi?»

«Si, sono, e vado al Monte per pregare il signore Stefano ad essere

contento che questo mio cugino, venuto ieri di Romagna, si arruoli alla

milizia cittadina.»

«Dio vi benedica, messere Vico, — voi siete un di quei pochi in cui

rivive la semenza santa del beato frate Ieronimo; — ma ohimè! la più

parte dei nostri, come predicava quella bocca di paradiso, è fradicia

di lussuria e d'avarizia. — In questa notte si è veduto quanta

abbominazione contenga in sè la Gomorra dell'Arno, come diceva il

frate.»

«Di' su, che cosa mai avvenne, Landuccio?

«O che mi fate da Albanese, messere? — E non sapete che per poco il

magnifico gonfaloniere non fece suonare a stormo? E non sapete voi

essersi scoperta una congiura per la quale domani notte la terra doveva

esser messa a fuoco e a sangue? Assicurano il principe Orange entrato

in città; aggiungono la parte del Cappone aver fatto alleanza co'

Palleschi e tutti d'accordo intendersela con lui...[238].»

«Io fremo....»

«Ed io pur fremo, perchè, Vico, vedete, io non ebbi mai nè capo nè

tempo a leggere su i libri che studiate voi altri messeri, ma di per

me stesso ho trovato, la più brutta ribalderia di quante mai possa

l'uomo commettere sta nel tradire la patria; perchè, ho pensato tra

me, più o meno tutti ti fanno male nel mondo, o con intenzione, o

involontariamente, ma la patria non ti fa altro che bene; non è egli

vero? La patria ti dà in prima la vita e l'aria che respiri e la

luce che vedi e l'amore del padre e della madre; — quando sei uomo,

l'amore della tua donna e l'amore dei figli; quando il tuo dorso si

curva, l'amore dei nepoti; — nè morto ti abbandona, e nel suo seno ti

apparecchia requie.... Dunque la patria non ti fa mai male, e nessun

cristiano presuma salvarsi rendendo male per bene....»

«Di che vi sanno queste parole, Bandini?»

«Di castrone.»

E Landuccio continuava:

«Se un cittadino ha fatto torto, come ci entra la città? Tu lo sfidi

al duello, ed egli si prende la tua anima, o tu la sua. Se il tuo

avversario troppo potente non accettasse la sfida, — ogni strada ha

il suo canto; — spesso la notte buia buia si cala sopra Fiorenza, —

e mezzo palmo di ferro al suo corpo, una brava messa alla sua anima,

— la partita è saldata. Buona notte, messer Vico, o piuttosto buon

giorno, chè a mano a mano deve spuntar l'alba, — io vado per la mia

commessione.»

«Senti, Landuccio, e qual commessione è la tua?»

«Ella è cosa da nulla; e' mi fa mestieri portare questi due polizzotti

dei signori Dieci ai capitani delle porte di San Miniato e San Nicolò,

— che in sostanza comandano non si lasci uscire fino a nuovo ordine

anima viva dalla città sotto pena di dieci tratti di corda ed anche

maggiore secondo il caso.»

«Dacchè la bisogna stringe, Duccio, dà qua il polizzotto pel capitano

di San Miniato, — tu corri a portar l'altro; — tanto per me la è tutta

strada.»

«Tenete... su voi si può contare.... Addio, messer Vico.»

«A rivederci, Landuccio;» e, preso il foglio, parla sommesso al

Bandino: «Or via affrettati, se vuoi salvarti la vita....»

Alla porta a San Miniato Ludovico, tratto in disparte il capitano,

ch'era dei suoi amici, gli dette la parola, e di leggieri ottenne

che, levata la saracinesca, lasciasse passare il Bandini, il quale gli

fece intendere essere un suo fante che si recava segretamente a certe

sue possessioni per cavare danaro colà sotterrato, per impiegarlo in

benefizio della città. Ludovico accompagnò dieci passi forse il Bandino

fuori della porta; — quivi fermatosi parlò:

«Noi non possiamo fare altro cammino insieme. Rasentate le mura a

sinistra, — studiate il passo e sarete salvo. — Domani manderò la

sfida e chiederò il campo a messere lo principe... badate di non

ricusarla....»

«Tale e così insopportabile obbligo ho teco per avere salvata la

mia vita, che in nessun altra maniera potrei sdebitamene, se non che

togliendoti la tua. Il mio odio diventò, pel tuo benefizio, immortale.

Apparecchiati a morire.... Addio.»

CAPITOLO VENTESIMO

IL GUANTO

Il cavaliere era armato fuori che

la mano e la testa, e viene avanti

al re con la sua spada cinta. Egli

saluta il re, anzi gli dice: — Me a

te mi manda il più valente uomo che

oggi viva, — e monsignore ti sfida.»

_Tavola tonda_, c. 54.

«Un araldo da Fiorenza domanda favellare al magnifico capitano

generale:» così parlò un maggiordomo entrando con grande ossequio

nella tenda dove il principe Orange stava ridotto a parlamento co' più

notabili del campo.

Filiberto senza punto scomporsi rispose:

«Si presenti.»

Indi a breve, standosi i circostanti attentissimi, comparve un

personaggio col quale abbiamo conoscenza antica, Bindo di Marco, detto

il Gorzerino, in sembianza di araldo; vestiva la cotta dell'arme col

giglio rosso sul petto, portava in mano un pennoncello bianco sul

quale era dipinto Marzocco, o vogliamo dire lione incoronato; entrò

con gentile baldanza, salutando con bellissimo garbo a destra e a

sinistra i baroni adunati sotto la tenda del principe, non già per

paura di oltraggio che gli venisse fatto, siccome talvolta avveniva

ai messaggeri che felloni e misleali cavalieri giunsero perfino a

seppellire vivi, ma perchè egli fu quanto animoso, altrettanto cortese;

e in questo modo fattosi appresso al principe, gli consegnò una carta

piegata stretta da due nastri verdi in croce con tre suggelli: — in

mezzo il suggello della Signoria col nome di Cristo re della Repubblica

Fiorentina; da un lato quello del Castiglione, tre cani bianchi in

campo rosso; — dall'altro quelli del Martelli, grifo rampante in

campo rosso. Il principe, tolto il piego, accennato col capo quasi

per impetrare licenza, e poi non l'aspettando, secondo il costume dei

grandi signori, ruppe i suggelli e lesse:

[Illustrazione: Stemmi araldici]

«Al magnifico e strenuissimo signore Filiberto di Chalons, principe di

Orange, dell'esercito di S. M. Carlo V imperatore dei Romani capitano

generale, ecc. — Avvegnachè per debito di onore e per altre cause più

latamente spiegate nel nostro cartello di sfida ci corra l'obbligo

di provocare a duello Giovanni di Pierantonio Bandini, gentiluomo

fiorentino che di presente milita nel vostro esercito sotto le mura di

Fiorenza, facciamo istanzia alla Magnificenzia Vostra onde ci conceda

campo franco, libero e sicuro a tutto transito, dove possiamo ognuno di

noi con nostra comitiva, cavalli, armi ed arnesi, venire, stare e con

le armi definire a piena oltranza la nostra querela per lo tempo che

parerà alla Magnificenzia Vostra dal dì che sarà accettato dalla parte

provocata, e partire liberamente; che della grazia, ecc. — Anno Domini

1529, oggi 1 del mese di marzo. — Ludovico di Giovanfrancesco Martelli,

— Dante di Guido Catellini, Diotisalvi, Filettieri da Castiglione,

gentiluomini fiorentini.»

Terminata la lettura, il principe soggiunse:

«Io per me sono troppo amico del giuoco, onde impedirlo altrui con

giustizia; perchè finalmente, vedete, cavalieri, il duello è proprio

giuoco dove invece di ducati mettiamo per posta la vita. Araldo, voi

potete esibire il cartello.»

L'araldo inchinatosi umilmente domandava:

«Mi concederà la Magnificenzia Vostra ch'io faccia chiamare il

provocato pel campo a suono di tromba secondo le forme prescritte dal

codice della cavalleria?»

«Non importa; chiamatelo a voce sommessa, imperciocchè io pensi non

debba essere molto lontano, ed egli risponderà certo alla vostra

citazione.»

Allora l'araldo si recò sul limitare della tenda e ad alta voce chiamò:

«Giovanni di messere Pierantonio Bandini...»

Appena proferite queste parole, rompendo con grande impeto il cerchio

delle persone affollate intorno l'araldo, a guisa di belva inferocita

si mostrò il Bandino e fremente per ogni membro rispose:

«Chi mi vuole?»

L'araldo, guardatolo prima un cotal poco nel volto, si cavò dal seno

un'altra carta suggellata, e spiegatala con grande solennità, lesse in

suono fermo:

«Giovanni di Pierantonio Bandini, et in sua assenza a ogni et qualunque

altro gentiluomo fiorentino nobile che costì si facesse o si fussi

fatto bravo in parole in presenza dell'illustrissimo principe d'Orange,

o d'altri suoi soldati, con haver detto, come c'è tornato all'orecchie,

questa nostra Ordinanza fiorentina esser una prospettiva et non da

combattere, e quella disprezzata vilmente; et si della nostra cara

libertà altre parole inhoneste, che speriamo farvele ridire con arme

in mano. Del che per dimostrare a ogni et qualunque persona quanto

la justizia di Dio sopra tutto stimiamo, et esso et la nostra cara

libertà et l'honor nostro, vi si fa intendere a tutti voi altri giovani

fiorentini et nobili come di sopra, che ciò avessimo detto o pensassero

di dirlo, tante volte quante hanno detto e diranno, tante si mentono

per la gola; et sono prima veri nemici de Dio, per haverlo noi eletto

per nostro re et principe; et di poi traditori, per venir contro alla

loro cara patria che gli ha nutriti; et si nostri nemici. Del che

per dimostrarvi, non solo con le parole ma cogli effetti vogliamo ciò

provarvi; vi si fa intendere che Ludovico di Giovanfrancesco Martelli

et Dante di Guido da Castiglione, et si Dante et io che siamo due

gentiluomini vogliamo con tre di voi Fiorentini et nobili come di

sopra, in tutto ciò provarvi con l'arme in mano, et combattere noi

dua con tre di voi a corpo a corpo in campo franco et sicuro, con

questo, che la elettione dell'arme et del campo sia nostra; con patti

nientedimeno, se fra un'hora di oriuolo corrente, a pura mente da

stimarsi costì da detti Signori et valenti uomini di detto campo, non

ci acquisterete con l'arme in mano, o non ci caverete di campo fra

detto tempo, all'hora s'intenda la giustizia di Dio essere dimostrata,

et che tre di voi non habbino potuto superare noi dua, et che voi tre

siate nostro prigione, con farvi intendere colle nostre acute armi

vedere del sangue vostro la terra tinta speriamo. Vi si dice imperò

l'arme da difendersi sarauno queste, il più duoi guanti di maglia per

ciascuno, una roella o vero targa, o vero brocchiere o mezza cappa

a nostra elettione, intendendosi sempre che a dette armi et cose da

difendersi sopradette possiamo lasciarle et pigliarle et aggiungervi

in esse quel tanto che a noi parrà. Et l'arme da offendere le vogliamo

tacere, per essere tre contro a duoi. Con di più farvi intendere ch'il

campo vogliamo sia 90 braccia per lunghezza; et si per larghezza: con

poter far una fossa o più che si vegghino, et non cieca, che in modo

che ogni picciol ronzino combattendo a cavallo la possa saltare. Et sia

una leccia o più a uso di giostratore, o vero tela chiamata, d'altezza,

che qualunque di noi dua combattenti potrà, volendo, da per sè salire

da terra, et più piantarvi legni o simili cose, che si vedranno senza

fraude. E perchè non possiate havere scusa nessuna di non combattere

con non vi voler fidare in dette nostre mura, sia vostra la elettion

del campo, con farci haver salvocondotto per 40 compagni, dua giorni

innanzi al dì deputato del nostro combattere, il qual s'intenda essere

dopo la ricevuta lettera 12 giorni; intendendosi sempre facciate

fare detto campo a larghezza et lunghezza di sopra datavi, et che noi

possiamo fare le dette fosse a leccie o tele come di sopra è detto.

Con patti ancora, che detto campo sia in lato, che i nostri honorandi

padri e cari fratelli, volendo, possino vedere dall'alte nostre mura

quanto sia, primma la giustizia di Dio, di poi la virtù delle nostre

arme; et per contrario vostre poltronerie et braverie fatte in parole,

non riuscibili con l'effetti. Et perchè non possiate trovare scusa

alcuna di non combattere, con voler dire le soprannominate cose da

farsi in detto campo et l'hora dataci d'acquistarci, non intendessi

o non volessi intendere: vi si replica che noi dua con duoi di voi,

non volendo combattere il primo partito, et volendo combattere detta

querela, liberamente vi doniamo la elettione dell'armi et si del campo

a uso di leale et valente soldato a tutto transito, purchè il nostro

combattere sia fra 12 giorni dopo la presente lettera, et che il campo

sia in lato che i nostri padri e fratelli possino dall'alte mura vedere

che essendo voi venuti contro la nostra et vostra patria, siate nemici

prima di Dio, per haverlo eletto per nostro re, et di poi nostri,

et che non siate sufficienti a disprezzare la nostra cara libertà et

Ordinanza fiorentina, nè per alcunn modo acquistarci con l'armi in mano

co' dati vantaggi. Intendendosi per ultimo, che se fra due giorni dopo

la ricevuta lettera non harem da voi risposta risoluta, non intendiamo

essere obbligati a nessuno de' duoi partiti dativi a sostentarvi con

l'arme in mano alcuna querela in alcun modo[239].»

E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del

Bandini, il quale rilevandolo da terra con la punta della spada,

sorridendo soggiunse:

«Araldo, in cortesia tu significherai a cotesto tuo Martelli che,

se fosse previdente quanto audace, avrebbe dovuto mandarmi anche il

compagno; imperciocchè io intenda usarli per buon tempo ambidue, ed

egli così mi avrebbe risparmiato la spesa di comperarli nuovi.»

Don Diego Sermiento, battendo sopra la spalla a monsignore Ascalino,

gli mormorò nell'orecchio:

«Per santo Yago di Compostella, questa è risposta sottile, fiorentina

davvero!»

Intanto il Bandino continua:

«Costituito nella presenza vostra, onorandissimo principe e con

buona licenza di voi, io Giovanni Bandini, gentiluomo fiorentino,

dichiaro a te Ludovico Martelli che di quanto hai detto o fatto dire,

scritto o fatto scrivere direttamente, indirettamente, espressamente

o tacitamente sotto qualsivoglia forma di parole generale o speciale,

per qualunque modo o via e sotto qualsivoglia pretesto o colore, tu

hai mentito per la gola come ribaldo e marrano; — accetto la sfida a

condizione che due siamo ad affrontarci per banda, e le nostre spade

si aggiungano in campo chiuso, finchè di alcuno fra noi morte ne segua

senza intermissione di battaglia, dovendo continuare anche di notte a

lume di torce. E le armi, comecchè per le leggi del duello ne spetti al

provocato la scelta, intendo che sieno uno stocco, una manopola scempia

di ferro da coprire la mano fino al corpo soltanto, — in camicia e col

capo scoperto...»

«Insolito acconciamento di guerra ci sembra cotesto», osservò don Diego

Sermiento, «e più che a cavalieri convenevole a scherani.»

«A scherani!» rispose con impeto Bettino Aldobrandi; «io vo' che

sappiate, messere lo Spagnuolo, avere questo modo di recente adoperato

il conte Guido Rangone con Ugo Pepoli, entrambi fiore della italiana

cavalleria[240].»

«Rispetto poi», soggiunse il Bandino, «all'accompagnatura d'un

cavaliere che voglia farmi da secondo nel paragone delle armi, io mi

raccomanderò alla benignità vostra, cortesissimo principe, onde mi

compiacciate scermelo tra la bella corona di cavalieri che vi stanno

qui intorno.»

«Di gran cuore, Bandino. — Conte Londrone, piacerebbevi siffatte

incontro? Vorreste alle tante vostre aggiungere anche questa bella

gloria?»

L'assedio di Firenze · 第 43 / 81 段