«Va dunque, — ma prima ascolta queste mie brevi parole. Sai tu bene che

voglia dir pazzo e che dir savio? Se pazzo è quegli che sul pericolo,

addormentandosi, confida a mano ignota la spada che può ferirlo, le

chiavi della città allo straniero..., già non sono io il pazzo. —

Tu ti pensavi savio dubitando delle mie parole e ricusando l'andare;

eppure fa il tuo conto: andando, forse getterai i passi e avviserai

la gente di un pericolo vano: e per altra parte forse tu scoprirai un

tradimento, la patria pericolante sosterrai, a mille cittadini la roba

salverai e la vita. Or, se tu fossi savio, ti par egli che tra queste

due vicende si possa tentennare, tra la permanenza e l'andata? Prima di

credere pazzo il tuo fratello, pensaci due volte, e sappi che sovente

i consigli di coloro che il mondo reputa savi appaiono miserabili

all'alienato di mente: — adesso vola.»

E Ludovico senz'altre parole aggiungere si poneva tra le gambe la

via. Intanto il cielo aveva mutato aspetto, — l'aria si era fatta

uliginosa, e d'ora in ora l'agitava un vento soffocante come l'alito

del deserto; via trasvolando pel cammino abbandonato, Ludovico udiva

sibili spaventevoli, gemiti arcani d'ignoti addolorati. All'improvviso

quel vento con subita vicenda percuote le orecchie a Ludovico di

suoni e di canti; e quella vicenda, oltre all'essere súbita, riusciva

ancora incresciosa, imperciocchè quel vento non sembrasse destinato

a trasportare profumi e melodie, sibbene guaio di gente diserta.

In fondo del sentiero ecco si mostra un palazzo di cui i contorni

confondendosi col buio della notte, sembrava infinito; — dalle aperte

finestre scaturiva un chiarore vermiglio, — come di sangue, — uguale a

quello della mano posta dinnanzi alla fiammella del cero; — traverso a

quel chiarore passavano e ripassavano rapidissimi corpi neri, di forma

fantastica, sicchè la mente superstiziosa lo avrebbe creduto una dimora

infernale, un pandemonio, un luogo di ritrovo dove le incantatrici si

fossero adunate a celebrare il sabbato nefando.

Ludovico entra nel palazzo, e mescolatosi con la turba dei servi, gli

riesce penetrare inatteso nella sala del convito.

L'animale che in prato pascola o in bosco non ti percuote mai di

ribrezzo, come la mandra degli uomini seduta intorno alla mensa, dove,

spento il naturale desiderio di cibo e di bevanda, attende a divorare

per istupidirsi, a bevere per inebbriarsi. La più parte dei commensali

di Malatesta erano ridotti in questo miserabile stato, — con gli occhi

rilucenti e smarriti; dipinti in volto di un colore che sembra composto

d'ira, di feccia di vino e di sangue; — i muscoli tumidi e avviluppati

per entro un vapore denso uscito dai cibi, dall'alitare, dal trasudare

dei corpi e dalla polvere, — l'aureola del baccanale; — e secondo

quello che bene osserva uno scrittore, alla fisionomia degli inebbriati

col perdere della ragione venendo meno la somiglianza umana, ti sarebbe

parso vedere un convito di fiere. Chi moveva al vicino una domanda e,

senza attendere risposta, tre o quattro ne replicava; chi senza essere

interrogato rispondeva; — alcuno, immaginando favellare alla brigata

che lo ascoltasse, narrava i suoi viaggi, gli amori e le avventure

a cui niuno poneva mente; — l'altro, mugghiando con un bicchiere nel

pugno, Messeri, gridava, messeri! — e subito dopo barcollando cadeva,

e il vino rovesciandosegli per la faccia e pel seno, singhiozzando

aggiungeva: Ahi sono morto! mi hanno assassinato! — e tutti dintorno

esclamavano tra scomposti sghignazzamenti: Lo hanno assassinato!

Fu veduto uno dei Corsini, reso per troppo bere come di pietra, di

repente prorompere, percuotere col pugno un vaso di cristallo, mandarlo

in minutissime scheggie, ferirsi in più parti la mano, e con quanta

lena gli poteva la gola si pose a gridare: «Viva Fiorenza! — viva la

Repubblica, o morte!» Poi la destra accostandosi alla fronte, parve che

in cotesto sforzo avesse sudato sangue.

Nel tumulto mosso da quel grido uno degli Orlandini, scoprendo l'animo

suo con tanto studio fino a quel punto celato, rispondeva:

«Non importa alternare la scelta tra repubblica e morte; avremo

ambedue: almeno co' Medici non ci mancava pane.»

«E i traffici andavamo meglio. — Nè i balzelli erano tanti. — E poichè

abbiamo creato un re, potremmo ancora accomodarci di un duca...»

«Chi re?»

«Cristo abbiamo eletto re.»

«Con venti fave contro. A patto che i Medici vadano subito in paradiso,

io darò la fava bianca per farle principi.»

Il Corsini, — quel desso del pugno percosso sul cristallo, — levandosi

in piedi col volto insanguinato, — le membra gigantesche componendo in

atto di lanciare una pietra nell'alto:

«Io non vo' principi; ho dato contro Cristo la fava nera nel 29, e non

vo' principi. Sapete voi Cristo che è? — Cristo è un proverbio.»

Comunque da tempi remotissimi tra gli acuti cervelli fiorentini non

mancassero speculatori arditi di contemplare il mondo vedovo di Dio,

siccome ci racconta il Boccaccio, descrivendoci Guido Cavalcanti poeta

sorpreso da Betto Brunelleschi tra gli avelli di Santa Croce a meditare

che Dio non fusse, pur tante profonde radici aveva poste nel comune

degli uomini la fede che valse cotesto grido a vincere la potenza dei

liquori, sospendere il trambusto e far sì che il vicino, si appigliando

pauroso al braccio del vicino, susurrasse devotamente: Domine, aiutaci!

Indi a poco però le menti insanirono in ischiamazzi a mille doppi

maggiori, e tra quel vortice di gridi e di risa più spesse ricorrevano

le voci: «Domine, aiutaci! — Fave nere, — fave bianche, — Cristo, —

proverbio. — Vino, vino, coppiero.»

In questo punto Ludovico si affacciò sul limitare della porta; e dato

uno sguardo di compassione a cotesto spettacolo, fissò gli occhi in

Malatesta Baglioni seduto a capo della tavola: impassibile, — bianco,

rassomigliava alla statua del commendatore Loiola convitato da Don

Giovanni al suo ultimo festino; — la sua fronte pallida ed ampia

rivelava un gran pensiero, — e poteva concepirlo grande di gloria, —

ma invece lo scelse grande d'infamia; — pure era grande; — le pupille

moveva del continuo inquiete da questo lato e da quello, parte per

sospetto, parte come cupido di prevedere ogni cosa: malgrado la barba

la quale foltissima gli scendeva dal mento, due rughe profonde agli

angoli dei labbri lo denotavano uomo inclinato al dileggio e allo

scherno del proprio simile, ed invero ora esultava contemplando cotesta

scena di vituperevole avvilimento, la quale, giustificandolo quasi

dinanzi alla propria coscienza, nella risoluzione di venderli a guisa

di mandra lo confermava; — la voce interna dell'anima, mercè la prova

espressa che libertà non potesse durare tra quei corrotti, placava;

nè il concetto disprezzo potendo o volendo nascondere, intendeva a

manifestamente straziarli, facendo imbandire vivande apparecchiate con

carni di asino[236].

Ma tra tanti commensali non senza rammarico notava ai lati estremi

della tavola due giovani seduti l'uno dirimpetto all'altro con le tazze

mezzo vuote davanti, tristi e pensosi; il volto tenevano dimesso,

accesi dalla vergogna, non dal vino, e quando uno di loro alzava

gli occhi, quelli dell'altro, come se sentissero la chiamata, gli

rispondevano con uno sguardo, poi insieme uniti li posavano su gli

occhi del Malatesta, che sempre incontravano vigilanti sopra di loro.

In questo mentre, lo stravizzo, spossato dei suoi furori, tornava

ad acquetarsi; una scolta fu intesa accennare l'ora imminente col

grido: All'erta sto! — a cui, digradanti lontano, pel buio altre voci

rispondono: All'erta sto!

Pareva un'ora caduta dalla mano del tempo, come pietra staccata,

di vetta al monte, di roccia trabalzando in roccia, rotolasse nella

voragine della eternità..

E cessati i gridi, la campana dei Signori suonò mezza notte.

«È l'ora dell'amante che avvolto nel mantello striscia lungo i muri a

visitare la bella che lo aspetta palpitante alla finestra.»

«È l'ora delle ombre degli uccisi a ghiado che scoperchiano gli avelli

per tormentare i loro assassini.»,

«È l'ora dei tradimenti!» esclamò uno dei giovani seduti ai lati

estremi della mensa, ch'era Dante da Castiglione, e ricambiato uno

sguardo con Ludovico Martelli, entrambi di conserva lo avventarono

contro Malatesta, come saette scoccate.

E Malatesta, mal potendo sostenere quelle tremende guardature, per

celare il suo sgomento, afferrò un'ampia tazza che gli stava davanti e,

propinando alla libertà di Firenze, finse di bere e si celò la faccia.

Vico, côlto il destro, percuote la spalla di Dante e gli mormora

all'orecchio:

«Levatevi tosto, che il tradimento si avvicina!»

Dante fece un segno a Ludovico Martelli, e in meno che non si dice

_amen_ furono fuori della sala.

Quando Malatesta si levò la tazza del volto, erano spariti; — si fregò

gli occhi, quasi temesse d'illusione, ma non più li rivide, e la sua

anima amaramente incupiva, non sapendo spiegare cotesta miracolosa

disparizione.

* * * * *

«Dove sono eglino questi figli di malvage madri? Fo voto a Dio...»,

entrando nel giardino e la mano ponendo sull'elsa della spada, gridava

Dante da Castiglione.

«Silenzio!» forte afferrandolo pel braccio gl'impone con voce sinistra

Pieruccio; «la volpe non giunse al covo; — silenzio! chè lo schiamazzo

disperde i colombi. Savio, apprendi prudenza dal folle e taci. Ora

imitatemi tutti», egli proseguiva mettendosi a camminare carponi, «giù

a terra, con le mani camminate o co' piedi; — passate su le foglie e

non le piegate; strisciate su i fiori — e badate a non li muovere...,

le vostre narici non sentano l'alito della vostra bocca..., cauti

procedete come la vipera e veloci.»

I cavalieri, disdegnando cotesta umile positura, esitavano.

«Ah! ah!» ridendo prorompe Pieruccio, «imitare col corpo una sola volta

le bestie aborrite, — e per bene, — voi che così sovente le imitate

coll'animo per male. Tanto spaventa di alcun poco imbrattare le mani

voi che tanto strascinate nel fango il vostro spirito immortale?»

«Che cosa abbiamo noi fatto!» esclamarono i cavalieri battendosi la

fronte, e si disponevano a partire.

Pieruccio col suo corpo giacente attraversando loro il cammino,

«No, voi non partirete», diceva, «se prima non calpestate queste

misere membra. Ah! messeri, per amore di Cristo e dei suoi santi,

non ve ne andate: — se vi ho offeso, ve ne domando perdono; — oh! per

carità perdonatemi; — io talvolta non so bene quello che mi dica, —

ma abbiatemi fede, perchè so molto bene quello ch'io mi faccia; voi

lo vedete, tutti i giorni per me si rinnuova l'aceto e il fiele; —

l'anima mia rigurgita di amarezza, e mio malgrado ne sgorga una parola

acerba... una parola...; o Dio mio, che cosa ella è mai una parola?

Io senza lagnarmi sopporto strazii e percosse. Quando mostro la mia

squallida faccia, e i fanciulli mi prendono a sassi gridando: «Da'

al pazzo, — da' addosso al Pieruccio!» molto agevolmente io potrei a

qualcheduno di loro staccare il capo dal collo, e nondimeno mi placo,

perchè forse in quel fanciullo pose natura il germe delle imprese

onorate e la gloria della patria. La patria! lei vuolsi ad ogni cosa

preporre, anche alla salute dell'anima, come lasciò nei suoi ricordi

Neri Capponi, — un gran cittadino in verità...»

Il Martelli volgeva le spalle per cercare altro cammino, il Castiglione

esitava, e Pieruccio afferrando il lembo della veste del primo,

«Non ve ne andate», aggiungeva, «per quanto amore portate a vostra

madre che non vi lasciò su i gradini di Santa Croce in una notte di

gennaio. Messer Dante, ditegli che non se ne vada. Messer Ludovico, io

vi conosco caritatevole e benigno; — ora ponete pur ch'io sia pazzo,

— pensate pure essere questa mia voglia follia, — ma la follia è

infermità, e se per mitigare un dolore pochi passi vi bastano, — che

cosa potete far di meno per un vostro fratello? — Ricuserete rendermi

contento? — Finalmente anch'io fui battezzato in San Giovanni, —

anch'io ho una vita che spendo in pro della patria, anch'io...»

«Basta, basta», interrompe Ludovico Martelli intenerito, «va' innanzi,

povero Pieruccio, io ti tengo dietro.»

«Ah! Dio vi benedica...»

* * * * *

Pur troppo Pieruccio aveva scoperto il vero: tre uomini stavano in

agguato, e sovente con empie imprecazioni dimostravano la impazienza

loro, come quelli che avevano lungamente aspettato invano.

Alla fine comparve un punto nero dalla lontana, il quale andava

ingrandendosi a mano a mano che si accostava.

Pervenuto a convenevole distanza, uno di coloro che aspettavano gli

messe contro la voce dicendo:

«_Come ti chiami?»_

«_Mi chiamo_ Odio; — _e tu_?»

«Vendetta.»

«_Vieni dunque, — sposiamoci; ci sono amiche le tenebre, e gli spettri

assisteranno ai nostri sponsali._»

«_Quale è il dono delle nozze che mi dai?_»

«_Io ti darò un pugnale._»

«_Il tuo pugnale è corto._»

«_Basta per giungere al cuore dei nostri nemici._»

Allora si accostarono, si strinsero le mani e stavano per cominciare il

colloquio, quando, non si potendo più frenare, il Castiglione proruppe:

«Ahi! traditori, siete tutti morti.» E, balzato di un salto fuori della

siepe, prese a minacciare i traditori col ferro.

Vico, Pieruccio e il Martelli lo seguono cacciando urli spaventevoli.

CAPITOLO DECIMONONO

LA SFIDA

Mi dorria, se di morte altra perisse

Che di ferro — e del mio. —

_Ricciarda_, tragedia.

I congiurati, dalla sùbita apparizione soprafatti, dai forti gridi

atterriti, mal potendo distinguere quanta gente e quale venisse loro

addosso, si volsero a fuga precipitosa.

Il Martelli coll'ardore del veltro si pose alla ventura dietro le

tracce di uno fra loro; — passarono il borgo di Santo Iacopo; con

uguale prestezza la piazza di Santo Spirito traversarono, il canto alla

Cuculia e le vie contigue della Fogna, del Leone e dell'Orto; — non

profferirono parola, imperciocchè la rapidità del corso loro impedisse

la voce; erano entrambi gagliardi, entrambi di piè velocissimo,

sicchè l'uno poneva l'orma dove l'altro la lasciava, e spesso il

fuggitivo sentì rimanersi svelti i capelli tra le dita dell'inseguente

e dall'alito infiammato di lui avvamparsi le guance; — continuano la

fuga e la cacciata per Camaldoli, per Borgo San Frediano, lungo le

mura, e riescono al Ponte alla Carraia. — Qui lo inseguito avendo il

buon tratto precorso il suo persecutore, si fermò e, quasi vergognando

essersi lasciato vincere dalla paura, gitta via la veste di frate che

lo impaccia, e, tratta la daga, si pone a capo del ponte in atto di

difesa.

Quantunque il Martelli non avesse gridato accorruomo, pure, correndo

vicino alla Porta San Friano, le milizie quivi stanziate udirono il

rumore, ed alcuno di loro, mosso da vaghezza o da comando, si pose per

buon rispetto a seguitarlo. Egli però travolto da quell'impeto non se

n'era accorto, e comecchè al paragone dell'inseguito gli fosse mancata

la lena, nondimeno precorreva di assai coloro che gli si erano fatti

compagni.

Il fuggitivo, se lo vedendo accostare, stette in forse di ucciderlo

e poi riprendere il corso; ma considerando come l'inseguente si

avvicinasse egli pure con la spada nuda, nè dalle sembianze apparisse

uomo da spacciarsi così ad un tratto, temè perder tempo a chiudersi

ogni strada allo scampo, onde è che, di nuovo voltate le spalle,

passasse il Ponte della Carraia.

Il Martelli, confortato dal pensiero di vederselo più vicino,

immaginando costui avesse fatto sosta a riprender lena e baldanzoso

per riputarsi sul punto di arrestarlo, raddoppia lo sforzo, sicchè

in quella fuga rovinosa, percorrendo nel buio della notte uno spazio

sospeso tra le acque e il cielo, non muovendo altro rumore che quello

dei passi velocissimi, si assomigliavano alla visione della donna

scapigliata inseguita dallo spirito del cavaliere Giuffredi intorno

alla fossa dei carboni ardenti, esposta dal dottore Elinando di santa

memoria, a conforto dei buoni e per terrore dei tristi[237].

Così trasvolando pervennero in via di Parione; — colà sul canto

che mena alla Vigna Nuova stette una casa onorata di cui adesso non

rimangono vestigi.

Sebbene alta fosse la notte, una finestra di cotesta casa appariva

illuminata da luce solitaria, — quale si addice alla veglia di un

filosofo o alla insonnia di un penitente. A quel punto si dirige il

fuggitivo; e giuntogli dappresso, manda un fischio acutissimo. Allora

fu veduta balenare la luce, come fiamma che si accenda nelle notti di

estate, _e sembra stella che tramuti luogo._ Il fuggitivo scomparve

voltando il canto, e Ludovico, di cui all'anelito sofferto per la

fatica si aggiunse un palpito più veemente del primo, giunto a capo

della via, si volse bramoso e non vide nè udì più nulla: — il fuggitivo

era scomparso. Allora Ludovico pensando alla veste di frate, al luogo,

ad una certa rimembranza confusa delle forme del fuggitivo, al lume

mosso, — un lampo sinistro d'intelligenza gli strisciò sull'anima,

sentì riardergli un'ira feroce le viscere. Intanto sopraggiungono i

soldati, e Ludovico, narrando come gli fosse sfuggito un traditore

tramezzo cotesto laberinto di vie, li sperde dietro le tracce di quello

e torna prestamente sopra i suoi passi.

«A questa ora tu qui?»

«Salvami; — i miei nemici m'inseguono; — nascondimi, Maria», proferì a

stento Giovanni Bandini saltando dietro la porticciuola segreta che gli

aveva aperta Maria Benintendi tutta tremante; e richiusala con molto

diligenza salirono la scala, la quale conduceva all'oratorio privato

descritto nel corso della nostra storia. Tosto che vi furono giunti, il

Bandino, volgendo intorno a sè gli occhi esterrefatti, domandò:

«Dove mi salvo?»

«Nelle mie braccia.»

«Le tue braccia!» rispose Giovanni impazientito. «Ma sai tu chi

m'insegue? Le tue braccia cadrebbero tagliate come arbusti sotto il

pennato del potatore; — nascondimi nei luoghi più riposti della casa,

se non vuoi che il vento mattutino agiti domani il mio corpo sospeso

per la gola alle finestre del bargello.»

E trattanto s'intende rumore di chi va e di chi viene, uno schiamazzo

confuso di voci sempre crescenti; onde Maria, bianca di paura, senza

potere articolare parola, lo tolse per mano e lo condusse dietro

l'altare. Il Bandino, lasciandosi condurre, mormorava:

«Grave delitto deve essere tradire la patria, dacchè mi sconvolge

l'anima tanta insolita paura!...» Il rumore a mano a mano si allontana;

s'illanguidiscono le voci; già non si ode più nulla. — Allora Maria, di

cui la vita fino a quel punto era rimasta sospesa o piuttosto trasfusa

nella facoltà dell'udito, tornò alla volta del Bandini e disse:

«Esci, — è passato il pericolo; — però tu non hai capello senza

una stilla di angoscia; — le tue labbra sono inaridite, — le fauci

secche; — vieni, — bevi, — rinfrescati il sangue. — Ora riposati, —

calma l'anelito tremendo: — il cuore ti palpita, come se stesse per

iscoppiare; — posa il tuo capo qui su questo origliere; — dormi, se

puoi, — io veglierò per te....»

E Giovanni Bandini, rifinito dalla fatica e dalle veementi sensazioni,

si abbandonò sopra un lettuccio, come voglioso di dormire.

Maria, sedutagli al fianco con le mani incrociate su le ginocchia,

lo contemplava. Oh! quel volto compariva veramente terribile. Il

sopracciglio sempre teso, le labbra fisse in un sorriso amaro, e quella

fronte pareva un cielo tempestoso dove si avvolgono le nuvole pregne

dell'ira di Dio. La fiamma tremolante della lampada ora illumina, ora

lascia nel buio quella testa dolorosa, sicchè i muscoli sembravano

agitarsi convulsi nelle contorsioni dell'uomo martoriato dalla tortura;

— e poi suo malgrado un'ansia cavernosa gli prorompeva dalle viscere,

come se il cuore non bastasse a contenere la piena dell'affanno.

Maria lo contemplava e mormorava tra sè:

«I suoi nemici! — E chi sono eglino i suoi nemici? Se i miei

parenti..., già da gran tempo i loro teschi gli han fatto cammino alle

piante. — Se i tuoi cittadini ti odiano, tu avrai offeso la patria.

E come l'hai tu offesa? — Due volte mi favellò di patibolo — e di

carnefice, — e perchè? — il patibolo è fatto pei traditori.»

«Che stai susurrando costà? — Taci», la interrompe Giovanni con voce di

sdegno.

«O mio signore! — io favellava di te... pensava a cotesti tuoi

nemici....»

«Com'entri tu co' miei nemici? — Taci e lasciami riposare.»

«Ma qui dentro per certo vi ha da essere errore: da tanto tempo

straniero alla tua terra, — sconosciuto da tutti, venuto sotto spoglie

mentite — per avventura — ti sospetterebbero — traditore?»

«Traditore! — Chi mi ha detto traditore? Ei se ne mente.»

«Plácati, — nessuno t'incolpa, nè tu sei traditore. Un figlio non può

calpestare la madre, — la mano che lo benedisse recidere — il petto

che lo allattava lacerare. Io lessi un giorno di un re pagano il quale

non decretò pena al parricidio, lo riputando impossibile, — e così

credo ancor io. No, — tu non sei traditore. Però io fin qui non ti

domandava donde venisti e dove vai. Perchè giungi sempre di notte e

temi la luce del giorno? Perchè mi comparisci davanti talvolta vestito

da francescano, tal altra da domenicano, ora vestito da cavaliere, ora

da contadino? — Dimmi...»

«Sono io venuto forse a novellare teco stanotte? Che t'importa chi io

sia, donde venga o dove vada? Io ti amo, — che cosa desideri di più?

— Questo potrebbe bastarti. — Dove io ti apparissi davanti capitano di

eserciti, ricco di ogni bene della fortuna, tu la mia gloria ameresti

e la mia fortuna, non me Giovanni Bandini: se invece ti portassi una

testa posta a prezzo... non era donna Dalila che tradì il forte di

Giuda? — Ecco io ti porto davanti Giovanni Bandini solo; — amalo o

aborrilo, se meglio ti piace, ma per cosa che sia in lui, non fuori di

lui.»

«Se la gloria non è la testa, è l'aureola che la circonda; — se la

infamia non è la testa, è la scure che la percuote: — io ti amai perchè

ti seppi magnanimo; — dove adesso ti conoscessi colpevole, il mio

cuore non cesserebbe di amarti, — ma vedi, si spezzerebbe contristato

all'insopportabile affanno.»

«Donna!» esclamò fieramente turbato il Bandino, «e chi sei tu che

ardisci dalla polvere, ove ti ponesti a giacere, sollevarti a giudicare

il tuo giudice? — Amami e taci; — e rendi grazie al tuo Dio, ch'io

Bandini, mi degni abbassare uno sguardo sopra di te, pugno di cenere

contaminata...

Un colpo percosso alla porticella dell'oratorio impose fine alle sconce

parole; e il Bandino, comecchè di animo vigorosissimo si fosse, non

potendo vincere lo strano terrore che gli si era cacciato addosso, si

lasciò cadere giù dal lettuccio componendo la persona in atto di fuga.

«Ah! il mio giudice fugge», prorompe irridendo Maria; e in quel punto

un ghiaccio di rettile le strisciò sul seno. «Giovanni, io non ho

tremato di paura, — qualche volta di compassione, — e per te. Va', —

va', — nasconditi, ma pensa che dove occhio umano non giunge molto bene

vi penetra l'occhio di Dio!»

Intanto nuovi colpi e di mano in mano più forti tempestavano alla

porticella; sicchè la Maria, timorosa non destassero il vicinato,

fattosi cuore, si reca in mano la lampada e scende:

«Ch'è questo, messeri?»

«Aprite in nome della Signoria.»

«Messeri, io sono gentildonna e sola in casa; questa magione appartiene

a Niccolò Benintendi, che stanotte è dei Buonuomini al palazzo; — però

avete tolto sbaglio, è lasciatemi in pace.»

«Se sola vi trovate o accompagnata, poco c'importa. Noi non iscambiamo

dimora; — aprite di queto od atterriamo la porta.»

Maria per lo men reo consiglio, paventando peggio, aperse l'uscio.

Ludovico Martelli non aveva ad arte alterato la voce; in breve spazio

anima e corpo gli aveva così stravolto la sua fiera fortuna ch'egli

stesso, non che altri, non sarebbe giunto a riconoscersi per quello che

fu; — gli occhi a mezzo chiusi e invetriati, come quelli dell'etico;

— i muscoli del volto rigidamente immobili, — la bocca aperta, — i

labbri cadenti, e d'ora in ora un anelito impetuoso gli prorompeva

dalle narici dilatate; spaventevole a vedersi come la testa mozza che

il carnefice afferra pei capelli e mostra in testimonio di ferocia ai

popoli stupiditi.

E di vero Maria ne rimase spaventata: — col capo inclinato verso la

spalla, pallida, — quasi vinta dal fascino, si pose a salire la scala.

Il Martelli poneva il piede dove ella moveva il suo.

Pervenuti a mezzo della domestica cappella, si fermarono, — l'uno di

faccia all'altra, — nè si guardavano nè movevano labbro....

L'assedio di Firenze · 第 42 / 81 段