«Quel desso, con l'altro suo compagno Nannone, e Michelangiolo

Buonarroti, quel cervel balzano che ora diserta la patria, ora torna

a cimentarsi ai più rischievoli incontri, in cima al campanile di

San Miniato conciarono in modo con le artiglierie il campo, che il

principe giurò volerlo abbattere ad ogni costo; a questo fine pertanto

egli piantò quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte e per tre

giorni continui attese a sfolgorarlo, scaricando otto volte per ora.

La muraglia è forte; pure, come tu medesimo potrai vedere, le palle

cominciano ad ammaccarla, i cornicioni rimasero scantonati, — una

palla s'incastrò nel bel mezzo quasi testimonianza dei doni che manda

il papa alla sua patria. I tre ch'io ti ho detto se ne stavano in cima

tra quella gragnuola di palle, come se fossero rondini di passo. Lupo,

per maggior dispregio, composta una specie di mitra di carta, la pose

sotto alla bandiera della Repubblica; Nannone uomo grosso, non potè

frenarsi dal fare al nemico un atto di vilipendio che per onestà si

tace; tu pensa se l'ira degl'imperiali crescesse! Ultimamente, essendo

questa contesa venuta in gara, i nemici così spessi adoppiarono i

tiri, che due dei loro cannoni si ruppero, — altri ne sostituivano,

e la furia inviperiva; allora, perchè ci era tanto baldanzosamente

venuto a prendere Fiorenza non pigliasse nè anco una delle sue torri,

Michelangiolo lo fasciò di balle di lana, le quali appese a certe corde

raccomandate in cima al cornicione sportavano un braccio circa fuori

della muraglia ed ammortivano il colpo; durò, come ti dissi, tre giorni

la batteria, con inesprimibile contentezza dei soldati e dei cittadini,

che si conducevano a vederla in folla, quasi fosse la fiera; i moteggi,

le giullerie erano infinite; messere Salvestro Aldobrandini, quantunque

grave personaggio egli sia, compose un sonetto per uccellare il papa,

che comincia: — _Povero campanile sventurato_, — il quale non senza il

riso delle brigate scorreva per la bocca di tutti. La impotente rabbia

del principe contro il campanile ci confortava, quasi presagio del fine

della impresa. A Dio piacque mutare la nostra gioia in pianto, ed ecco

il modo in che accadde la bisogna. Erano il signor Mario Orsino e il

signor Giorgio Santa Croce ieri dopo desinare nell'orto di San Miniato

e quivi col Baglione trattenevasi in varii ragionamenti e si godevano

la festa: appena il Baglione si era partito, i nemici di Giramonte

avendo veduto mucchio di gente, aggiustano una colubrina e la sparano,

la palla, come volle fortuna, percosse uno dei pilastri di mattoni

presso il quale i cavalieri si trattenevano; i frantumi con tanto

impeto schizzarono all'intorno che il signor Giorgio colpito nel capo

rimase sul tiro il signor Mario ferito in due lati poco più visse, ed

oltre molti altri malamente pesti ci cascarono spenti cinque soldati e

tre giovani di Fiorenza, fra i quali Averano Petrini, che sfracellato

si è morto stamattina. I corpi del Santa Croce e dell'Orsino sono

stati esposti tutto il giorno in Santa Maria del Fiore, e noi andiamo

a baciare loro anche una volta le mani prima che abbiano sepoltura; se

tu vuoi esserci compagno a questo ufficio, farai a un punto opera pia

e mostrerai riconoscenza a quei due valorosi, — dacchè morirono per la

nostra patria; — essi lasciano inestimabile desiderio di sè.»

Entrarono nella cattedrale: — lugubre sempre, adesso appariva più

trista per le rasce nere di cui andavano tappezzatele pareti; di tratto

in tratto ricorrevano scritte a grossi caratteri sentenze di morte;

intorno alle colonne stavano appesi trofei di guerra; — dappertutto

squallore; — in mezzo al coro, diverso in parte da quello che

oggigiorno vediamo, s'innalzava uno imbasamento sul quale conducevano

due scale laterali; ai quattro canti, vestiti di sopravveste sanguigna,

vegliavano quattro capitani dei colonnelli dei defunti, che ad ora ad

ora si mutavano; sopra lo imbasamento era la bara coperta di sciamito

rosso, e quivi armati delle più splendide loro armature giacevano

i corpi del signor Mario e del signor Giorgio; intorno alla bara

alternarono in drappelloni le tre armi del comune di Firenze, giglio,

croce e leone con le armi dei cavalieri. I cadaveri avevano intrecciati

tra loro le braccia, come si costuma in socievole compagnia nella vita,

volendo quasi dimostrare, colui che in cotesto atto li compose, che

nè anche in morte si erano potuti abbandonare. Gli amici e i compagni

d'armi cingevano di triplice corona il feretro, tutti vestiti di cotte

sanguigne, colore di lutto adoperato dai maggiorenti a quei tempi,

mentre i fanti, scudieri e l'altra famiglia costumava panni bruni e

neri. Quanti erano quivi assembrati tenevano acceso un torchietto di

cera[231].

Frate Benedetto _predicava i morti_, e, siccome bene avvisava uno dei

cittadini, appena giunsero in tempo per ascoltarne le ultime parole:

la voce maestosa del Foiano empiva le vaste navate e lo costringeva a

ripetere i suoi detti coi loro echi:

«Forse», egli sclamava, «li piangeremo morti perchè quelle mani invitte

diventarono inerti? Forse perchè quei cuori cessarono di battere?

Vivono le anime immortali e, vestite di armi che per colpi non si

falsano, combatteranno per noi; — armati di spade di fuoco si porranno

terribili cherubini a custodia di questo nostro paradiso terrestre;

nè già crediate, fratelli, che la mia mente immagini vaneggiando cose

vane; no[232]: — le sante leggende assicurano non avrebbero mai i

crocesignati conseguito il conquisto della Palestina, se per miracolo

un esercito composto delle anime di tutti i cavalier cristiani morti

nella Giudea, vestito di bianca armatura, con bianchi stendali, non

fosse venuto ad aitare i vivi nelle battaglie. — Non gli piangiamo

defunti, perchè in verità io vi affermo che vivono; — non può dirsi

morto chi lascia tanta parte di sè nel cuore e nella memoria nostra,

essi mutarono la patria terrena con la patria celeste, — esultiamo,

eglino volano in seno di Dio e la nostra città gli raccomandano; —

esultiamo! la libertà della Repubblica non patisce pericolo or che la

proteggono in cielo due cosifatti avvocati.»

Il sole declinando ecco ora versa da uno degli occhi, praticati

intorno al tamburo della cupola, una colonna di luce la quale cadendo

giù diagonalmente investe i cadaveri dei due cavalieri; — i raggi

ripercossi pei ricami d'oro della soprasberga e su per l'armatura

brunita circondarono i defunti d'inusitato splendore, — parvero avvolti

dal capo alle piante del nimbo luminoso col quale i pittori greci

solevano rappresentare i loro santi: — gli atomi splendidi brulicavano

di su e di giù per la striscia scintillante, quasi fossero sostanze

intellettuali vaghe di aggirarsi per quella via segnata tra il cielo

e la terra. Il frate entusiasta lasciò cadersi in ginocchio, ed

atteggiato all'estasi dei beati,

«Prosternatevi, prosternatevi», gridò, «o voi a cui è conceduto

assistere al trasporto di due anime dalla terra al paradiso; ecco la

scala apparsa a Giacob nei piani di Betuel si rinnova, gli angioli

mossero a raccogliere gli spiriti fratelli, e in cima della scala tende

loro le mani l'Eterno per abbracciarli. O lingua mia trista, a che ti

affatichi più oltre a predicare coloro per onoranza dei quali il cielo

manifesta le sue glorie? o miei labbri mortali, assai più che a lodare

quei bene avventurosi, vi acquisterete merito presso Dio baciandone le

destre venerate...»

E si precipita dal pergamo, salisce su lo imbasamento del feretro;

e quivi come delirante con pianto irrefrenato si pone a baciare le

mani dei cavalieri defunti. Ogni uomo si sentì a forza costretto di

seguitarne l'esempio; sarebbero accorsi in folla se i capitani di

guardia non avessero posto ordine e modo a cotesta subita voglia;

consentivano pertanto un certo numero di persone salisse, le quali,

renduto quell'estremo ufficio ai valorosi, scendevano dalla parte

opposta. Vico salì con gli altri; e quando fu per recarsi la mano

dell'Orsino alla bocca senti giù tra la folla un grido a stento

represso; guardò fisso e riconobbe Annalena; il pensiero di avere

incontrato colei che amava tanto adesso che stava per baciare quella

mano rigida, — morta, — gli lasciò un senso di freddo sul petto, come

se un rettile gli avesse sopra strisciato: — finse baciarla ma non la

toccò, e sentì irresistibile il bisogno di recarsi al fianco della sua

Annalena per obliare il sinistro presagio.

Le si fece vicino e non profferse parola; uscirono entrambi di chiesa,

e muti, con occhi dimessi, camminarono buon tratto di via. Vico aveva

un peso sul cuore che non poteva muovere; uno sgomento interno lo

sforzava al pianto, e nondimeno le lacrime gli rimanevano rapprese nel

cavo degli occhi; giunto che fu a mezzo del Ponte Vecchio, le gambe gli

negarono l'ufficio, e si accostò sfinito ad una colonna sclamando:

«Muoio!»

«O Vergine, non mi rapite l'amor mio, — ho pianto tanto, — e tanto ve

lo raccomandai che prometteste rendermelo sano... no... voi non me lo

avete ricondotto dinanzi agli occhi per vederlo morire.»

«Oh! io mi sento pieno di vita; — temeva tu avessi, o Lena, cessato di

amarmi; — insalutata io ti lasciava e sola,.. Tu dunque mi ami?..»

«Se tu non fossi stato capace di preferire all'amore della donna

l'amore della patria, Annalena non ti avrebbe mai amato... e da me ti

allontanavi costretto...»

«Generosa donzella!» riprese Vico e le strinse la mano con passione;

poi continuarono il cammino leggieri e contenti, alternando voci,

sguardi e sorrisi, e così intenti nello scambievole amore che stavano

per passare, senza pure badarlo, da canto al vecchio padre di Lena, il

quale si era mosso loro incontro, se questi non gli avesse richiamati

dicendo:

«Figli miei, ricordatevi che i miei anni mi rendono tardo, — io non

posso mica tenere dietro ai vostri passi...»

«O padre mio, siete voi? Io non me n'ero accorta...»

«Ah!» soggiunse il vecchio sospirando, «la femmina abbandonerà il padre

e la madre per seguitare il suo amante... tu già mi dimentichi, figlia

mia... allora ditemi requie, chè la mia giornata è finita.»

«Padre mio, non mi parlate così; — vedete, noi ci affrettavamo

alla volta di voi, — senza di voi non saremo lieti.» E la fanciulla

carezzevole gli si abbandonava sopra di un braccio. Vico lo sosteneva

dall'altro, e così andando tante care cose egli gli disse che la

fronte del vecchio ridivenne serena, una goccia di sangue giovanile

gl'imporporò le guance, mutò più celeri i passi, ed ora volgendosi

a Vico, ora all'Annalena, li guardava, rideva, motteggiava festoso;

ponendo il piede su la soglia di casa, si fregò le mani, contemplò il

cielo e in questo modo espresse la interna sua contentezza:

«Il cielo invita, tanto apparisce limpido e azzurro; — non pertanto

oggi non desidero morire... sento che adesso mi fa bene il vivere.»

CAPITOLO DECIMOTTAVO

AMORE

Ti xe bella, ti xe zovene,

Ti xe fresca come un fior.

Vien per tutti le so lagrime;

Ridi adesso e fa' l'amor.

_Barcaruola veneziana._

Belle luci di amore, siete sublimi quando l'aere si distende sereno,

e l'orizzonte è azzurro. Vi saluterò io, fiori immortali della eterna

primavera dei cieli? O piuttosto ninfe divine che venite a rinnovare

i vostri cori per le volte eteree del firmamento? — Perchè, se ai

nostri occhi è dato contemplare i vostri moti, non possiamo ancora

deliziarci nei vostri suoni? Ah! forse le nostre fibri destinate a

morire mal potrebbero sostenere le vibrazioni della lira celeste. Voi

non usciste di mano a Dio per guardare la terra; che cosa è ella mai

questa piccola massa di fango sanguinosa verso di voi tanto magnifiche,

tanto raggianti di proprio splendore? No, voi non guardate la terra,

altrimenti le vostre palpebre sarebbero adesso intenebrite nel pianto,

— e quel vostro limpido tremolio diventato vermiglio come il pianeta

di Marte. Poichè da voi emana luce, non lacrime, voi non guardate

la terra, nè vi cale guardarla; ella si avvolge dentro un manto di

nuvole: — ella sovente ai vostri castissimi raggi maledice. Caino

invocò perenni le ombre e l'abisso sopra il suo capo fulminato. — Voi

non morrete, figlie primogenite del pensiero di Dio: nel giorno della

distruzione egli vi radunerà con amore e se ne comporrà un diadema

per la sua fronte immortale — e quando il suo spirito, come nei secoli

precedenti alla creazione si trasporterà sopra le acque, se lo prenderà

fastidio della sua immensa esistenza, si guarderà nello specchio

dell'oceano mostruoso e dirà: Io mi son fatto un magnifico diadema! —

Dove egli spegnesse anche voi n'esulterebbe lo spirito degli abissi,

come esultò il giorno nel quale vide pullulare sopra la terra la pianta

avvelenata della tirannide.

Modeste come vergini, leggiadre come angioli, la mia anima vi séguita,

o stelle, nei vostri notturni pellegrinaggi con sacro raccoglimento:

voi avete potenza di sollevarla dalle miserie e dalle infamie della

vita; da voi in lei scende virtù che la consola: — voi blandite i suoi

mille dolori; — confortata da voi, ella si affretta a compire il suo

pellegrinaggio, quasi un esule alla patria diletta.

Ah! se veramente composto di spirito e di corpo potrà il mio spirito

sciolto avvolgersi volando tra voi, — immergersi nei tesori della luce

e dell'armonia, allora fingete la morte con le sembianze dell'Ebe di

Canova, coronatela di rose, le ponete nella manca un nappo gemmato,

nella destra un vaso pieno di un liquore composto di speranza e di

obblio, — ambrosia divina che addormenta la vita.

Ma se, invano pietose sogguardando il mio sepolcro, quanto ora di me

rimase coperto della terra, se il mio occhio non potrà vagheggiarvi, il

mio labbro benedirvi, allora io mi contristo su la vita che manca come

di un amico che mi abbandona, di un fiore che mi si appassisce tra le

mani, — dell'amore che mi si disperse in un sospiro per l'aria.

Egli dormiva, e la vergine gli vegliava a canto, e considerando quella

fronte pacata, la prese vaghezza di deporvi un bacio. Il bacio ebbe

virtù di svegliare Vico, che glielo rese tremante su i labbri. Gli

angioli poterono vedere cotesto atto senza velarsi con l'ale la faccia,

imperciocchè eglino si amino di pari amore nel cielo. — La musa rivelò

al poeta la natura angelica: due anime le quali di amore continuo si

sieno amate sopra la terra lassù nel paradiso formano un angiolo[233].

Ed intrecciando le braccia i due giovani si recarono nel giardino, dove

la vergine gentile si deliziava nel contemplare le stelle, e sovente

veniva così richiedendo il fidato suo amico:

«Come hanno nome cotesti astri tanto splendidi all'occhio?»

«Perchè fu donna che amò di forte amore, vide Berenice della sua chioma

ornato il firmamento e resa per quelle stelle immortale...»

«E quell'altra così tremolante, così gioiosa, come si chiama ella?»

«I nostri padri essendo pagani, immaginarono una dea della bellezza ed

a lei consecrarono la stella gioconda che tu vedi. Se come leggiadra

di forme, l'avessero finta casta nel cuore nessuno dio avrebbe vinto

in questa terra il culto di Venere. — Amore è anima del mondo — amore

è mente che governa il creato...[234]»

«Oh! amo le stelle anch'io, — e chi le creava, — e te.»

«Lena, deh! non oppormi Dio per rivale. Io non lo voglio: può ella la

creatura contendere col suo Creatore?. — Egli flagella i fianchi della

montagna con i suoi fulmini; egli col soffio delle narici sconvolge

l'oceano... come potrò io dunque venire in paragone con lui, — io atomo

di polvere nella mano di un gigante?.

«Sta pur sicuro, Vico: perchè se quando mi volgo al cielo o lo

contemplo nella sua pompa di luce a te prepongo il Creatore, allorchè

poi rimiro la terra e vi scuopro il delitto e la sventura, te... Dio

mi perdoni!... te sopra Dio riverisco. La tua vita è piccolo rio, e

non pertanto le sue acque scorsero sempre conforto agli uomini tuoi

fratelli...»

«Veramente io il dolore non avrei creato nè la morte, vedi, Annalena:

quanto sta la colomba a batter l'ala, tanto duriamo noi nella vita, e

nondimeno così può contristarcela l'affanno da farla parere eterna.»

«Oh! io conosco un asilo alla sventura, Vico, — il capo riposando sopra

il tuo seno... ma la morte... io l'odio.»

«Sì; orribile è la sua immagine; — la sua presenza non vince

l'aspettazione; — Le mani mi pongo sugli occhi per non vederla schifosa

su la faccia del giovine e del vecchio; — però l'occhio del pensiero

non si chiude, e quando mi figuro il verme là dove un giorno deposi

il bacio dell'amore, e la putredine là dove libai un alito che mi

rinfrescò l'anima... io non so accordare l'idea del sommo bene col

creatore della morte.»

«E non pertanto io conosco uno stato peggiore assai della morte.

«Oh! anch'io lo conosco, — e me lo insegnò la paura.»

«Quale?»

«La vita senza te.»

«Voglia la Vergine santissima salvarmi da questo misero stato!»

«Cristo mi tenga lontana tanta tribolazione!»

«Non la desidero a te, — ma vorrei non sopportarla io. — Gemi? — Perchè

gemi, Annalena? Forse ti offesi?»

«Oh! no; — mi piace gemere: tutto è mutato in me; — rideva prima, ma

dacchè ti conobbi, sospiro e sento quanta maggiore dolcezza comprendano

i gemiti che i sorrisi: — non gli muove timore, — non desiderio o

dolore, — pure io sento un fremito interno che mi sforza a piangere,

— ad amare gli uomini, gli animali, le cose inanimate, perchè tu mi

ami...; di' mi ami, Ludovico?»

«E non te lo dissi le mille volte? e non lo vedi? e nol sai?»

«Lo so, — ma poichè una esultanza ineffabile mi scende al cuore

nel sentire dalle tue labbra che mi ami, — così godo ascoltare

perpetuamente ripetuta questa vibrazione armoniosa; i' fo come il

fanciullo che mai non si stanca dal gridare un nome per intenderlo

ripetuto dall'eco della caverna.

«Ma il mio cuore non è mica una spelonca vuota, — il grido che ti

rimanda non è l'eco della tua voce, — egli possiede voce propria e

potente come la tua,»

«Sì, — nè io voglio cederti in amore — nè desidero che tu me.... i

nostri cuori sono...»

«Due creazioni gemelle di un medesimo pensiero...»

«Un suono mandato da due corde compagne. — Scambievolmente ci tengono

luogo di tutto, — di padre, — di madre, — dei parenti più cari; —

all'uopo ancora potrebbero tenerci luogo di paradiso — e di patria.»

«Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda

che spaventò i due amanti; e al tempo stesso videro sorgere dalla

terra uno spettro in atto minaccioso. Annalena si stringe ai fianchi di

Ludovico e glieli abbraccia trepidamente esclamando:

«Un'ombra! — un'ombra!»

«Non sono ombra, carne ed ossa bensì, come siete voi, — se non che voi

sentite la vita amando, ed io per le percosse che tutto giorno ricevo

dai miei fratelli....»

«O Pieruccio, siete voi? O che fate accovacciato qui dentro al

giardino?»

«Pieruccio è nome di una miserabile cosa, di una infelice cosa; non

vi par egli, fanciulli? Dov'è il padre del Pieruccio? — il figlio non

conosce il padre, il padre il figlio... e la madre? La madre, appena

nato lo depose sopra un letto di pietra, — non si voltò a guardarlo,

non gli porse la mammella; s'ella non lo spense, non la mosse amore

per lui, ma paura di pena per sè, imperciocchè lo aborrisse, come una

testimonianza vivente della sua vergogna. Il padre del Pieruccio abita

nei cieli, — nè la sua voce fioca giunge tanto alto, — e Dio non si

curva per ascoltarla. I gradini di Santa Croce furono i guanciali che

lo raccolsero infante, il cielo di gennaio gli fece una copertura di

neve, i cani ululando per la notte salutarono la sua nascita. Ahi,

povero Pieruccio! La natura mi benedisse sul capo col pugno chiuso,

onde la mia mente rimase ottenebrata, quasi un giorno d'inverno breve

e nebbioso. — E la sua vita? Oh la curiosa vita che mena Pieruccio! —

udite e ridete: — perchè egli non ha cervello, gli uomini assicurano

non appartenere alla specie umana, e percotendolo lo cacciano fuori

delle loro adunanze; — i cani per via gli si avventano e il mordono, nè

lo vogliono tra loro; perchè non ha quattro gambe... O Dio, concedimi

mente serena e mutami anco in verme, se vuoi; — io meno la vita di

Cristo flagellato alla colonna; — cotesta e' fu una dolente giornata

anco per lui — seimila seicento sessantasei battiture! Io non pertanto

vinco Cristo in percosse... Adoratemi, io sono il re del dolore...»

[Illustrazione: ... fu trovato seduto davanti la tavola, —

tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del

figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo;...

_Cap. XVI, pag. 401._]

E così continuava fino all'alba, se Ludovico non lo interrompeva

domandando:

«Ma come qui a quest'ora, Pieruccio?»

E Pieruccio, stringendosi con ambe le mani la testa, quasi per adunare

i pensieri vaganti, rispose:

«Se la mente senza mia colpa mi si è guasta, il mio cuore arde di

carità per la patria: — io non ho padre che mi abbia baciato, ma amo

l'Arno che dissetò la mia gola inaridita; — io non ho madre la quale mi

abbia allattato, ma sopratutto mi è caro il campanile di Giotto, che

mi riparò con la sua ombra nei giorni di estate. Fiorenza, tu sei la

madre mia: — potessi salvarti col mio sangue, non mi parrebbe essere

uscito in questo mondo invano! Un tuo figlio snaturato si muove ai tuoi

danni, e le genti lo venerano vicario di Dio su questa terra: — io ti

disseterei col mio sangue, e la gente mi chiama pazzo!... non importa;

— potessi almeno salvarti!»

E qui taciutosi alquanto, si volge improvviso ai due amanti favellando

con incredibile velocità:

«Non ve lo dissi un'altra volta? — amatevi, affrettatevi ad amare; —

che significhi essere amato non so, ma il mio cuore mi rivelò essere

l'amore di donna dolcezza di paradiso; — vuotate di un sorso la coppa,

— inebbriatevi — e morite, perchè in verità i giorni ci sovrastano

nei quali le donne diranno: Beate le sterili, beate le mammelle che

non hanno allattato; — e le genti imprecheranno ai monti: — Cadeteci

addosso; — e ai colli: Copriteci[235]. — Il tradimento c'inviluppa

nelle sue spire, come il serpente dell'Apocalisse.»

«Tradimento! in nome di Dio, di quali traditori favellate, Pieruccio?»

«Dei traditori ch'io conosco, e qui verranno quando la campana dei

Priori avrà battuto mezza notte: io gli ho ascoltati, essi favellano

del papa, del Malatesta e dei maggiori cittadini di Fiorenza; convenuti

ormai nel tradimento, e' pare che non si accordino sul prezzo e sul

modo. Giudei che contendono per la veste di Cristo prima di metterlo

a morte; veggo i sembianti, — intendo le parole, — e non so come

punirli: se mostro la mia faccia al popolo, m'inseguirà co' sassi:

se mi presento alla Signoria, ella, come pietosa, mi farà chiudere

nell'ospedale, ed io chiuso mi sento a morire, la poca luce del mio

intelletto si spegne quando manco di aria e di libertà; — solo non

valgo, ch'essi sono troppi e certamente troppo bene armati; — avrei

potuto tamburarli, — ed invero, quando la notte si fece nera, studiati

i passi, ogni lume schivando, io mi condussi spesse volte in Santa

Fiore con la cedola dell'accusa, — ma giunto alla colonna, mi venne

meno il cuore.... Io non so accusare di nascosto; — mi parrebbe di

restare confuso con quei tristi che uniscono all'accusa la mezza moneta

per guadagnare il quarto della multa. — Io mi pasco d'erba, e non

mi sembra amara; ma il pane comperato con quel prezzo mi saprebbe di

sangue. — Così vedo annegare la madre mia e non posso soccorrerla; se

alcuno mi avvisassi di chiamare in aiuto, mi darebbe di una mano sul

volto dicendo: — Pazzo, tu sogni. — Oh! venite e vedete se fu dolore

uguale al dolor mio.... La patria annega, — già sparisce, — è sparita,

sola una mano tende fuori delle acque, — il vortice la travolge, — e

tutto è finito.»

«Per amore di Dio, favellate, Pieruccio! Non mi celate nulla: — amo la

patria anch'io, — e per salvarla darei la vita.»

«Tu un giorno mi medicasti la testa; ora mi sani il cuore: — io voglio

abbracciarti; — non mi sprezzare, — non percotere, veh! il povero

Pieruccio, — bada a non mi avvilire, e la mia mente si farà serena e

t'insegnerà il modo di svegliare la patria su l'orlo dell'abisso. Or

dunque sappi avere Malatesta Baglioni imbandito una mensa e chiamato

a convito i maggiorenti della terra; sai tu di che sono composte

le vivande che pose loro davanti? Delle membra della nostra patria.

— Affrettati, va; colà troverai un amico del tuo defunto genitore,

Dante da Castiglione: — quivi incontrerai ancora Ludovico Martelli:

— di' loro che qui vengano teco, e qui verranno; se possono condurre

compagnia, sarà meglio, altrimenti vengano soli, ma non dimentichino

l'arme: — va, — vola.»

«Ma se venissero», soggiunse Ludovico esitando, «e non trovassero i

congiurati..., non penserebbero che io mi fossi fatto beffe di loro?»

Pieruccio la dubbiezza del giovane considerando e vedendo quanto poca

fiducia le sue parole inspirassero, sentì assalirsi da insopportabile

fastidio per la vita; onde volgendo i passi vicino ad un albero,

mormorò: «Io valgo meno di un cane morto»; e sollevati gli sguardi

aggiunse: «Albero, albero, prestami un ramo, io ti darò un frutto...

che tu non portasti fin ora... un tristo frutto in verità... un'anima

disperata dentro un corpo disfatto....»

«Consolatevi... io vado...»

L'assedio di Firenze · 第 41 / 81 段