tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero
alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli
spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con
questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri
cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel
valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al
Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze,
presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci
tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario,
provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e
picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli
Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani
medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra
la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di
penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi.
— Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non
pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia.
Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotella al braccio, la
spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli
sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!»
E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi,
ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel
pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati
come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di
nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo
commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore
si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a
sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti
grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo
preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione
a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il
Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura
l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei
cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei
quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda.
Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a
fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome
volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità
lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui
Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà
dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.
Certa sera due uomini vennero a cercarlo in Empoli; il primo gli recò
una carta dei Dieci, ch'ei lesse attentamente e poi nascose in seno;
col secondo, il quale aveva sembianza di esploratore, si ridusse in
disparte a favellare sommesso, e dopo lungo colloquio ordinò al Bichi,
all'Arsoli, a Niccolò di Morea detto Musacchino, e a Vico stessero
pronti a mettersi in cammino due ore prima del giorno; andassero a
riposarsi per mostrarsi alla dimane gagliardi; egli provvide a far
mettere su le carra copia di grani, vini, e buona quantità di salnitro;
vigilò al carico, esaminò se fossero le stanghe e le ruote salde, ebbe
riguardo a tutto; finalmente, eseguita la consueta sua ronda, piegò il
suo mantello e, postoselo sotto il capo a guisa di guanciale, si stese
a giacere sul nudo terreno.
All'erta, soldati, il capitano è pronto! — Si abbassa il ponte
levatoio, le compagnie passano e i carriaggi; — silenziosi cominciarono
il divisato cammino. Il Ferruccio cavalca al fianco di Vico, e poichè
ebbero proceduto buon tratto di via insieme,
«Vico», gli disse consegnandogli un volume di carte, — «presenterete
queste lettere alla Signoria e accompagnerete la vettovaglia a
Fiorenza.»
«Commissario», rispose Vico, — «ma perchè non mandaste qualche capo di
bestie? In Fiorenza devono patire difetto di carne...»
«Sta di buon animo, Dio provvederà.»
«E a che quei tanti sacchi di nitro?»
«Figliuol mio, i nostri sono stremi di polveri, ed a me sembra
religione mandarli, onde si rimangono dal sacrilegio...»
«Sacrilegio?»
«Sì, ma di cui il giudice eterno un giorno chiederà conto al pontefice,
non a noi. I nostri lo vanno cercando per gli avelli dei padri...[225]»
Così è; in questo memorabile assedio le ossa dei defunti alimentarono
la guerra, ed al Ferruccio pareva sacrilegio. Che avrebbe egli detto,
se si fosse trovato nei tempi presenti a vedere sconvolgere la terra e
trarne l'ossa per imbianchire lo zucchero? Gran parte di un filosofo
adesso trangugiamo a colezione! Veramente, tra l'essere adoperate
le nostre reliquie in offesa a nemici della patria o giovare alle
delicature dei sardanapali, chi non torrebbe di trovare sepoltura
dentro un cannone? — Ma dacchè ciò non sarà conteso, professiamoci
contenti di chiarire lo zucchero; troppo mi sentiva umiliato nel
pensiero che io, uomo, immagine di Dio (per quanto la Genesi mi
assicura), albergo d'intelligenza immortale, morto una volta, non fossi
più buono a nulla. A ciò provvedano chimici e filosofi; — intendano
diligentemente a far sì che, se l'uomo non giunge a superare il bove
marino, di cui i Camsciadali adattano ogni spoglia ai proprii bisogni,
possa un giorno stare a pari col bove terrestre. Giova almeno sperarlo;
i progressi quotidiani delle scienze ce ne porgono quasi la sicurezza:
— in questa fiducia riprendo la storia.
Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte;
scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il
Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il
ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione,
si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani,
usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere
ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si
curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica;
— non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono
sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti
degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che
se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:
«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero
differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno
più accetta che quella dei nostri nemici?»
E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul
seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per
udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendeva lo
sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di
suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli
come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie
umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno;
tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più
prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi
di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra
vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la
impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco
incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico —
eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la
farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di
scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il
cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico
continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or
no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si
odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale
cominciano ad apparire.
[Illustrazione: E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh!
quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei
padri nostri, — Li tempi dei cristiani!» _Cap. XV, pag. 372._]
«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano
addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello
di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco
Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa
torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato
quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava
nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco
dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre
furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo
con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e
cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro
Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo
giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero
i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve
lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei
campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita
dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini
infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa
perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse
i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere
Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo:
— siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del
colonnello del signor Pirro per poco non gli rapivano il frutto della
giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si
rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi
tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce
inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e
compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni
colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile
avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio
gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il
vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il
Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico
gli disse:
«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro
ancora.»
Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta
volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto
da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo
vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di
rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva?
— quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì,
certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il
tuo Vico vive e ti ama...
Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua
anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col
quale si riprende un ragionamento interrotto parlò:
«Di piccolo aiuto potrà esserle il padre vecchio; — in città piena
di confusione e di pericolo chi torrà cura di lei? — Sovente la fame
stringe Fiorenza, e forse adesso le manca pane per sostentare la vita.
Dacchè in città o in contado conviene sopportare disagi, meglio è che
ella gli soffra al tuo fianco... fa dunque di condurre teco la tua Lena
quando tornerai.»
A Vico parve la mente preoccupata lo ingannasse; — il Ferruccio non gli
aveva mai fatto motto della sua donna, — il nome di Lena giammai era
stato profferito dai labbri di lui; volge il volto per ragionare del
suo amore col Ferruccio, — ma questi galoppando si era per buon tratto
di via allontanato.
* * * * *
«....Onde io, previe le debite cautele, concludo doversi appiccare
qualche pratica d'accordo.» — Così terminava la sua orazione nella
consulta segreta messer Zanobi Bartolini.
Ma Bernardo da Castiglione, siccome aveva in costume di rispondere
ogniqualvolta udiva favellare di pace, tutto stizzoso proruppe:
«No: — prima Fiorenza dentro il mio capello[228].»
«Se, come i Piagnoni, credete debbano scendere gli angioli a tôrre la
difesa di Fiorenza», — replica il Bartolino, — «allora non ho altro
da aggiungere, e potete intendervela con l'anima di fra' Girolamo;
se invece poi vogliamo governare secondo gli argomenti della prudenza
umana, in che poniamo la fiducia nostra? Francia ci abbandona, e peggio
ancora, perchè con le sue ambagi persuase noi improvvidissimi a far
capitale sopra un aiuto che non ci ha mai dato e non ci voleva mai
dare. Il Cristianissimo con la sua fede di gentiluomo tradisce a un
punto la lealtà di cavaliere e la fede di onesto cittadino; — ingegno
vario e mutabile; — ingolfato nelle lussurie — a cui forse darà fama
la facile natura e lo sprecare la pecunia pubblica tra artefici e
poeti, siccome vedemmo per le medesime cagioni acquistarla Augusto
presso gli antichi. Dio guardi nella sua misericordia la patria nostra
dall'amicizia di Francia....»
Qui tacque, — e, fatto silenzio, il rumore delle artigliere nemiche
sparate del continuo contro i bastioni della città aggiungevano
spavento alle sinistre parole. L'oratore trasse partito del caso,
e quando gli parve tempo, butta là un'altra proposizione non meno
acconcia a invilire la fermezza dei padri di quello che si fossero le
palle a sfasciare le mura della sua patria.
«La fame ogni di più ci stringe nelle sue orribili braccia; — vorremo
aspettare che ci sforzi a divorare l'un altro?»
E il rimbombo dei cannoni veniva quasi a commentare quei detti
terribili.
«I migliori capitani caddero spenti, — gli altri vivono scorati, —
del contado parte occupano i nemici, parte ci si ribella, — Castel
Fiorentino si è sottratto dalla devozione della Repubblica....»
Sospende di nuovo il discorso e dopo pausa non breve continua: «Le
campagne messe a ruba da Pino Colonna..., Volterra ribellata....
Accordiamo....»
«No, prima Fiorenza dentro il mio cappello», ripete Bernardo da
Castiglione più caparbio che mai.
All'improvviso uno schiamazzo di plebe, un suono confuso di contumelie
e di scede turba la consulta: nessuno dei padri si muove di seggio,
così volendo la gravità dell'ufficio; — trascorso alcuno spazio di
tempo, ecco percuotono alle porte della sala, sommesso sul principio
e raro, — poi a colpi impetuosamente replicati, sicchè fu mestieri
aprire.
Una quantità di femmine genuflesse, atteggiate in sembianze diverse di
preghiera, ingombrano le stanze antecedenti; tra mezzo a loro s'inoltra
il Pieruccio, il quale, menandone una per la mano, arditamente entra
nella sala della consulta.
Attoniti pel nuovo spettacolo i padri non battono palpebra. Pieruccio
imperturbato, quando giunse davanti al banco intorno al quale si
stavano seduti, con voce ferma favellò:
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero
cacciate dalla città[229]. Cittadini, iniquamente ordinaste; forse
non bagna la pioggia, e non irrigidisce il freddo le membra delle
donne di trista vita? Se le punge il ferro, non iscorre dalle loro
vene il sangue? Se peccarono contro Dio, quale hanno peccato contro la
città? Dio le bandisce dalla patria celeste, voi dalla patria terrena;
ma voi non potrete riaprire loro le porte, se col cuore contrito si
presenteranno di nuovo, mentre Dio nel suo più fiero sdegno non chiude
le porte della speranza mai. Queste donne, comunque abbiettissime
elle sieno, hanno affetti, — amano il luogo che le raccolse infanti,
— amano i luoghi dove peccarono, amano la chiesa dove credono avere
un santo mercè del quale un giorno possano acquistare il perdono del
Signore, — amano il cimitero che le ossa racchiude del padre e della
madre loro; quando si curvarono, prima di abbandonarla, ad abbracciare
la terra diletta, udirono uscire dalle fosse dove hanno sepolti i
parenti una parola che non giungeva loro alle orecchie, ma che pure
le pungeva nel cuore; quando tenevano la testa alta nel sentiero della
perdizione, — una parola di amore che le mutò ad una vita nuova. Quando
Gesù Cristo si accorse della femmina che gli toccava la veste per
ottenere il miracolo, Donna, le disse, la tua fede ti ha salvato, — ed
operò il miracolo. Queste femmine abbracciarono la terra natale con
ineffabile angoscia e sentono non potersene dipartire; — perchè non
le salverà l'amore? Vedetele come stanno dolenti, timorose perfino di
sciogliere una preghiera... ciò avviene perchè l'amore le ha rigenerate
nel battesimo di virtù e di pudore. Non le cacciate via; — esse non
vi saranno di carico, le membra sozze dal peccato purgheranno nelle
opere, alle quali il somiero non basta; — esse non assottiglieranno
il vostro pane, — andranno a procacciarsi l'alimento cogliendo erbe
pei bastioni traverso lo sfolgorare delle artiglierie nemiche; —
quello che ordinerete che facciano, faranno, — ma lasciatele morire
nella terra dei loro padri. Perdonate alle misere pei meriti di colei
che generò il nostro Salvatore, — pensate che una donna, — quando
gli uomini statuivano la morte di Cristo, gli unse i piedi di olio
odorifero e glieli terse con le chiome; — una donna, quando Cristo
cadeva sotto il peso della croce, e Giuda lo tradiva, e Pietro lo
rinnegava, e lo fuggivano i discepoli, asciugò il volto divino col
suo sudario; — quando Cristo abbassò gli occhi dal patibolo sopra la
terra, i suoi sguardi incontrarono una donna ai piedi della croce, poi
li volse al cielo inebbriato di amore e spirò. — Non isbandite queste
povere femmine; — così come paiono obbrobriose, rammentatevi che pure
appartengono alla specie donde uscirono le vostre madri: La preghiera
esaudita vola al trono dell'Eterno e tramutata in angiolo lo dispone ad
amare il cortese che l'esaudiva; — preghiera respinta toglie la penna
all'angiolo dell'accusa e segna una colpa che peserà nella bilancia
di Cristo nel giorno del giudizio finale a danno dello scortese che la
respinse dal cuore.»
I labbri del Pieruccio si chiusero, e per la sala si sparse un
compianto sommesso, un fioco singhiozzare, quasi non ardissero le
misere schiudere il varco alla piena dell'affanno che le travagliava.
Il gonfaloniere, uomo di tenera indole, col dorso delle mani si asciuga
una lacrima pronta a sgorgargli su le guance e mormora:
«Questo Pieruccio è un sant'uomo!»
Il Carduccio levò le mani al cielo ed esclamò:
«Io non so più che cosa possa chiamarsi grandezza, se le parole di
costui muovono da follia!»
Ma il Bartolino, mente impassibile, guardando con la coda degli occhi
lo strano spettacolo, mosse la bocca a certo suo ghigno di disprezzo e
con lenta favella:
«L'entusiasmo offende i corpi politici, come la infiammazione i corpi
umani; e poichè la scorgo scesa in tanto basso luogo, — temo forte
della cangrena.»
Ma coteste parole di dubbio e di scherno non ebbero efficacia su
l'animo dei padri: alla proposta segreta del gonfaloniere assentivano
volenterosi; i più lontani anche prima di udirla, indovinando dai
gesti, la confermavano. Il Bartolini anch'egli sorridendo l'approva.
Allora il gonfaloniere si alzò e, levata la destra, con suono solenne
proferisce il decreto:
«Femmine, la vostra preghiera è stata esaudita; andate in pace e
pentitevi.»
Il popolo, conosciuta la causa che menava Pieruccio in palazzo in mezzo
a coteste femmine, cambiato animo, apparecchia i gridi per plaudirlo
e le braccia per levarlo in trionfo; ma il profeta si trafuga per una
postierla che riusciva in Via della Ninna; il popolo, deluso in questa
sua aspettativa, accolse festoso le donne, le quali si recarono alla
cappella di Orsanmichele a ringraziare Dio. Il cielo, che prima si
mostrava procelloso, finite le orazioni diventò limpido e sereno, quasi
si rallegrasse di aver fatto pace con quelle traviate creature[230].
Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue
risoluzioni e quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo
commesso a sostenerle. Ciò molto bene sapeva il Bartolino, conoscitore
solenne della umana natura; però, trascorsa quella prima caldezza,
rinnovò sue arti, tante ragioni espose e con tanta evidenza, così
sagaci argomenti dedusse, che in poca ora ebbe vinto i meno ostinati,
gittato il dubbio nel cuore dei più fermi; onde, scorgendo adesso pei
volti sbaldanziti, pei labbri muti, la riportata vittoria, muta stile
ed attende a confermarla con impetuosa eloquenza. Un mazziere solleva
la tenda — e,
«Magnifici signori», egli dice, «un corriere arrivato d'Empoli domanda
a grande istanza di favellarvi...»
«Aspetti», interruppe il Bartolino, a cui doleva quel nuovo
impedimento, — «aspetti tanto che i padri abbiano deliberato...»
«Anzi», insiste il mazziere, — «il corriere vi prega che non consumiate
più tempo a deliberare, imperciocchè egli abbia parole a dirvi per le
quali cancellereste il partito...»
«Ascoltiamolo», ordinò il gonfaloniere Girolami.
Ed ecco Vico avanzarsi anelante, la persona di fango sordidata e di
sangue, consegnare le lettere del Ferruccio e non potere profferire
altre parole che queste:
«Leggete..., messeri..., trattanto io mi riposerò...»
Il Girolami ruppe il suggello e, trascorrendo le carte, con voci
interrotte favella:
«La ribellione di Castel Fiorentino repressa: — il contado sgombro: —
San Miniato ripreso: — Empoli munito: — copia di vettovaglia raccolta:
— gli armati accresciuti; — qualunque impresa non minore all'animo che
gli viene fatto grandissimo dalla certezza di salvare la patria.»
«Signore!» qui esclama messere Rafaello cadendo prostrato ed ambe le
mani levando al cielo, «gran mercè; — tu senti pietà dei mali nostri e
ci mandi Sansone a percuotere i nuovi Filistei.»
«Aggiungete», disse Vico che aveva ripreso lena, «che qua morendo
abbiamo disfatto il colonnello del conte Pirro Colonna, ritolta la
preda, condotto in città carni, farine, di ogni maniera vettovaglie e
munizioni da guerra; — di prigionieri è ingombro il cortile.»
Bernardo da Castiglione, oltremodo acceso, ammonisce il Bartolino
dicendo:
«Poc'anzi udimmo dal Pieruccio una stupenda sentenza; la donna ebbe
fede nel miracolo, ed il miracolo le fa concesso.»
«Benedetta la vostra bocca, messer Bernardo», replicò il Carduccio:
«noi siamo come san Pietro; la poca fede lo faceva annegare, la
speranza gli indurò sotto le acque quasi selci della Gonfolina.»
E qui si affollano intorno a Vico, la gravità consueta dimenticano,
chi una cosa gli domanda, chi l'altra; alle quali, come meglio poteva,
dava Vico risposta: — quindi lacrime e gridi di esultanza e lodi e
conferma di volere piuttosto morire che arrendersi a patti; — in somma
un giubilo da non potersi descrivere.
Il Bartolino si accorse quello esser tempo da raccogliere le vele per
timore che il vento non se le portasse; e poi anch'egli volle veder
meglio, dacchè, se il suo consiglio era per tornare esiziale alla
patria, a ciò s'induceva non mica per animo pravo, sibbene per fallacia
di calcolo e per presunzione di affidarsi soverchiamente ai proprii
concetti: certo mal comportava quel governo troppo popolare, ma,
innanzi di vedere Alessandro o Ippolito dei Medici a capo di Firenze,
avrebbe tolto di porvi un altro Michele Lando, o qualunque altro anco
ciompo dei tristi; se parteggiava per gli accordi, ciò faceva perchè,
rimanendo tuttavia in piedi Firenze, Clemente gli avrebbe dettati con
la penna, non con la spada; — e perchè accettando spontanei i Medici,
avrebbero governato civilmente e da principi: all'opposto poi, se
i Medici avessero dovuto affatto la signoria alle armi straniere,
sarebbero riusciti certi tiranni: questo fu errore di messere Zanobi
Bartolini.
La pratica adunata per la resa terminò coll'occuparsi a disegnare
modi e provvedimenti di resistenza; — il Carduccio licenziava Vico con
ordine di riposarsi e tornare all'ufficio dei Dieci di libertà e pace
alle due ore di notte.
Vico, sceso dal palazzo dei Signori, raggiunse il fante che gli teneva
il cavallo su la piazza dalla parte della dogana, e stava per mettere
il piede nella staffa, quando lì presso vennero a passare due cittadini
vestiti a lutto, uno dei quali diceva in suono di angoscia:
«Non me ne darò mai pace....»
E l'altro consolando:
«Confortatevi, — noi siamo quasi tronchi di legni gettati nell'Arno;
— passa il tronco con le acque che lo menano; — la vita e il tempo si
sciolgono nella eternità....»
«Sì, — ma il frutto, prima di essere maturo, non dovrebbe cadere.»
«Certo eglino erano il fiore della cavalleria... pur che volete? Ora
non possiamo far altro che lodare le virtù loro ed imitarle....»
«Affrettiamo il passo, perchè temo forte che non giungeremo a tempo per
udire la predica del Foiano.»
Vico, spinto da curiosità, tolse il piede dalla staffa, e ordinato al
famiglio si recasse a casa, governasse i cavalli, e gli alimenti che si
era portato allestisse, si mise dietro ai due cittadini, — li raggiunse
a mezza piazza, e cortesemente salutatili, domandò in grazia il nome
dei cavalieri che per quello ne aveva udito pareva fossero rimasti
uccisi; — della sua ignoranza lo tenesse appo loro scusato l'essere
giunto poc'anzi da Empoli, dove in pro della Repubblica si affaticava.
«O figliuolo mio», rispose quegli che sembrava in vista più dolente,
«hai da sapere come nella notte che il signore Stefano fece la famosa
incamiciata contra agli imperiali, il bombardiere Giovanni Antonio, —
lo conosci di persona?»
«Sibbene il conosco e l'amo, il nostro Lupo...»