«Io mi trovai a Vinezia allorchè giunse, mandato da Lorenzo Carnesecchi

nostro commissario a Castrocaro, Pietro Borghini, il quale, accolti

quanti mercadanti fiorentini tengono ragione in cotesta città riferì

a costoro le imprese maravigliose di quel valentuomo di Lorenzo;

narrò come sovente fosse venuto alle mani con Leonello di Carpi

presidente ecclesiastico nella Romagna, e sempre con suo vantaggio,

— e di Marradi, ribellato prima e tosto da lui ridotto nell'antica

devozione, — dell'assedio di Castiglione sciolto, — dell'assalto di

cinquemila e più fanti ributtato da Castrocaro, — della taglia posta

da papa Clemente sopra il suo capo e della taglia da lui posta sul

capo del papa, tutte queste cose disse, ed altre ne aggiunse non

meno stupende e degne di memoria; ed infine egli aggiunse essere il

Commessario deliberato di fare un servizio rilevantissimo in pro della

patria, quando loro bastasse il cuore di fornirlo di denaro; e, per

assicurarli avrebbe loro obbligato i suoi beni e quelli di Giorgio

Ugolini tenerissimo della libertà. Capi dei mercadanti adunati erano

Matteo Strozzi, Luigi Gherardi, Ludovico Nobili, Filippo del Bene,

Giovanni Borgherini e Tomaso Giunta; ricchi tutti e, comechè avari, usi

a sprecare in vizii e in giuochi le migliaia di ducati: e non pertanto,

il sangue mi toglie il vedere nel rammentarlo, nessuno ebbe cuore di

sovvenire di un solo fiorino il Commessario Carnesecchi. Matteo Strozzi

allegò che la sicurezza offerta sui beni di Lorenzo e dell'Ugolini in

tanta distanza era come nulla, potendo cotesti beni andare gravati di

debiti sconosciuti, e così favellando parve sospettoso notaro, non fu

cittadino: il Borgherini si scusò perchè aveva fondaco a Roma e temeva

la vendetta del papa: più turpe degli altri, se in tanta turpitudine

possono darsi screzii, Tomaso Giunta, il quale disse non essergli

patria Fiorenza, ma Vinezia; imperciocchè a Vinezia avesse accumulato i

danari, ed i denari comporre il vero sangue e la vera anima dell'uomo;

poco importargli che la libertà della Repubblica fiorentina stesse

in piedi, purchè la sua libreria non cadesse. Io rimasi esitante se

dovessi rispondergli a parole o nel modo con che mi favellò, nella

mia fanciullezza, il Torrigiano[209] quando di un pugno mi sfasciò il

naso; pur mi rattenni e parlai: Stampatore Giunta, quando il papa e

l'imperatore ti avranno strozzato la patria, pensi tu che non potranno

farti smettere la stampa delle opere avverse all'impero ed a Roma,

e con la quale tu ti sei arricchito? — Ed egli a me: Allora stamperò

quelle che argomenteranno a loro vantaggio. — Ma, ripresi io, — ciò

non basterà loro; si sforzeranno affinchè gli uomini non imparino a

leggere. — Lo svergognato concluse: Di qui a quel tempo gran tratto

ci corre: prima che i fanciulli diventino uomini io sarò morto; e

morto io, morto il mondo; buona notte a chi resta. — Gli voltai le

spalle, chè uomini cosifatti paionmi, e certamente sono scorpioni

sbagliati: tornato a casa mi spogliai di tutte le veste e le gettai

sul fuoco, abborrendo di più oltre portarle, siccome appestate da

quei fiati velenosi. Apersi il mio Dante[210], e sopra i margini del

trentesimoquarto nell'_Inferno_ vi segnai la brutta sembianza di quei

mercadanti come traditori tormentati nella Giudecca: il Giunta posi in

una delle bocche di Lucifero, perocchè io non consenta punto col poeta

quando mette Giuda, Cassio e Bruto a maciullare tra i denti di lui;

Giuda lasciai, in luogo di Cassio vi posi il Giunta, la terza bocca

rimane tuttavia vuota, e aspetto a riempirla col Malatesta. Ho sentito

parecchie volte ricordare in famiglia, come uno dei nostri vecchi

esercitasse il commercio di panni franceschi; or ora, come torno in

casa, cercherò la sua immagine, e la velerò di un panno nero, come ho

veduto in Vinezia che praticarono col ritratto del doge Marino Faliero.

— di due cose, o Signore, principalmente io ti ringrazio; la prima

per essere nato italiano, la seconda per non avere sortito ingegno da

mercadante[211].

«Michelangiolo, ciò che tu parli il Carduccio magistrato non riferirà

al Carduccio mercadante; parla sommesso, però che ai soli mercanti

sia dato adesso sovvenire in tanto estremo la patria. Non tutti, come

quei di Vinezia, si mostrarono iniqui al luogo dov'ebbero la vita;

quei di Fiandra, d'Inghilterra e di Lione, mandarono grosse somme di

pecunia. Le consorterie di per sè non hanno vizii, sibbene tu li trovi

negli uomini, e questi sono più infelici che stolti, più stolti che

scellerati. Il danaro tutto può...»

«Il danaro nulla può: raccogliete quanto vi pare fiorini e ditemi un

poco s'essi vi scolpiranno un altro Davidde davanti il palazzo della

Signoria.»

«No, ma pagheranno l'artefice che lo scolpirà. Perchè tu non hai

condotto la sepoltura di Giulio II col disegno che prima intendevi?

forse non perchè gli avari nipoti di Della Rovere eredarono

le ricchezze del papa, non già il suo cuore di spendere nelle

magnificenze?»

«Quando i Fiorentini diventarono mercadanti, posero la prima pietra

della servitù.»

«I Fiorentini dovevano adunare danari e non deporre le armi: li danari

soli e la virtù sola poco tratto camminano; l'ingegno solo è l'anima

senza corpo, li danari soli mi paiono il corpo senz'anima. Se ti viene

fatto di trovarti vicino alla chiesa di San Brancazio, Michelangiolo

mio, entra nel chiostro, e vedrai sopra la sepoltura degli arcangeli

effigiato il simbolo della mia dottrina: troverai una cassa con due ale

tese sotto in alto di volare[212]. Virtù e pecunia, e convertirai il

mondo in paradiso.»

«Quant'è vero ch'io sono figliuolo di Ludovico Buonarroti cancellerò

cotesta immagine: e' mi sembra uno sfregio fatto dalla morte su la

faccia dei viventi; perdio! la cancellerò, dovessi sopportare la pena

di violato sepolcro; no, voi non giungerete a farmi intendere cotali

novelle, Carduccio...»

«Ed io supplico Dio che tu non le intenda mai; forse altrimenti non

saresti divino... — Adesso separiamoci: — tu viemmi con diligenza

a trovare in palazzo; — colà mi esporrai più distesamente la tua

commissione: per avventura ciò che a te parve repulsa, in sostanza può

dirsi che non si abbia ad intender cosa tale; gli uomini spesso, e i

capi degli Stati quasi sempre, e' son tali libri che bisogna intendere

alla rovescia. Addio.»

«Messer Carduccio, uditemi; la mia parola risponde al palpito del

mio cuore; — perchè esiterei davanti a voi? Voi mi parete meno assai

sconfortato di quando v'incontrai nel cimitero di Sant'Egidio. Le

condizioni della patria mutarono, o le vostre?»

Il Carduccio sorridendo mostrò di non si accorgere del fiele contenuto

in cotesta domanda; e pacato rispose:

«Quelle della patria: — il popolo oggi mi ha levato in isperanza; —

poco prima due uomini mi tolsero dalla disperazione.»

«E come si chiamano eglino questi due uomini? Io vo' conoscerli.»

«Uno ben lo conosci, perchè sei tu; l'altro si chiama Francesco

Ferruccio. Cristo non ci lasciò soltanto eredità di spine e di chiodi;

egli ha staccato dalla croce la lancia della sua passione, la pose

in mano al Ferruccio, e nel dargliela disse: Tu vincerai. — Conosci

il Ferruccio? In lui, giurerei, si agita puro il sangue romano senza

miscuglio di barbaro.»

«Ferruccio!» ripete pensando Michelangiolo, tenendo fisso lo sguardo

sul terreno: e il braccio destro distende col pugno chiuso ad eccezione

del pollice, il quale muove a quell'atto che gli scultori fanno

allorchè plasticano le figure in creta; e poi all'improvviso prorompe:

— Ferruccio! Sì lo rammento; egli deve esser grande, — egli è grande

davvero; lo riconosco al pensiero di audacia e di dolore che distingue

le anime divine rinchiuse dentro un corpo di terra, — il pensiero che

ho scolpito sopra la fronte del mio Moisè; — la forza che ci solleva

sopra la natura umana e non ci vale per conseguire la celeste; —

la intelligenza che percuote sempre alle porte dell'infinito; non

importa... cotesto pensiero fascia, come cerchio di ferro rovente, il

cranio che lo contiene..., ma luce sparge e salute agli uomini in mezzo

ai quali egli nacque... ravviso il segno...»

[Illustrazione: «Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo,

— egli è un fanciullo:...» _Cap. XIV, pag. 343._]

In questa, la terra, come scossa da terremoto, tremò; si volsero il

Buonarroti e il Carduccio dalla parte donde pareva loro il rumore

movesse; il campanile della badia di San Salvi era scomparso; un nuvolo

denso di polvere occupava gran tratto di paese, e dietro quel nuvolo

prorompevano strida, schiamazzi e manifestazioni di gioia frenetica.

All'improvviso il rumore cessa, nissuna traccia rimane del fatto,

tranne una striscia di polvere che ingombra l'emisfero, e il vento si

porta; e' sembra che il campanile, cadendo, abbia sprofondato la terra,

traendo seco nell'abisso i demolitori. Smisero dal favellare i nostri

personaggi, ed affrettando i passi piegarono a quella volta.

Nuovo spettacolo occorre adesso davanti agli occhi di loro; — cosa

incredibile io narro, ma vera. I cittadini, giunti che furono con la

rovina in luogo, dove si scoperse loro il refettorio nel quale di mano

di Andrea del Sarto era dipinto un cenacolo di Gesù Cristo, stettero

vinti da inusitato stupore nel contemplare quelle celesti sembianze,

dove aveva trasfuso l'artefice tanta parte di Dio, — cotesti atti così

pieni di vita presente; — essi pensarono vedere ad ora ad ora muovere

la mano al Cristo per benedirli; — e pure aspettando la benedizione,

qual si prostese, quale altro piegò la persona, — si composero tutti in

varii atteggiamenti di umiltà e di venerazione[213].

«Miracolo dell'arte!» esclamò appena arrivato il Buonarroti.

«Gentilezza di animo bennato!» riprese il Carduccio.

E le turbe, tostochè videro Michelangiolo, ad una voce parlarono:

«Maestro, noi non possiamo andare più avanti.»

«Voi ferireste nel cuore la gloria di Andrea del Sarto. Dove si trova

Andrea? — Venga, noi lo coroneremo re dell'arte; — sopra un carro di

trionfo o sopra le rovine sarà sempre bella la ghirlanda, poichè gliene

cingeranno le tempie libere mani...»

«Andrea del Sarto!» chiamò il popolo con tale una voce da rompere il

sonno ai sepolti nel chiostro della badìa, — «Andrea del Sarto!»

E Andrea non compariva. Allora si levò una figura livida, oltremodo

cresputa nel volto, parte a cagione degli anni, e parte per la continua

abitudine al riso, e,

«Popolo», disse, — «Andrea del Sarto si è ritirato a casa per timore

che la Lucrezia del Fede sua moglie non si accorga della sua venuta

quaggiù. Ella lo ha minacciato, che tornando i Medici, gli farà la

spia per aver dipinto in Condotta, nella facciata della mercatanzia,

i capitani Cecco e Jacopantonio Orsini e Giovanni da Sessa, e siccome

egli gl'impiccò in immagine pei piedi, ella s'ingegnerà perchè lui

impicchino davvero per la gola: il cuore dell'uomo, il quale ritrasse

questo volto che adorate, trema dinanzi alla più rea e sozza femmina

che mai nascesse in Fiorenza.»

Ciò detto, con un riso sparì; un senso di freddo scorse per le ossa

della moltitudine; rimase spento ogni entusiasmo; continuò l'opera, ma

la continuò taciturna e pensosa.

«Quando», favellò Michelangiolo al Carduccio, «Andrea s'invaghì di

cotesta mala femmina, il suo cuore diventò di pietra pei suoi vecchi

parenti: essi morirono soli e nella miseria, — ma prima di morire

imprecarono la maledizione[214] sul capo dello snaturato figliuolo.

La maledizione paterna ecco si adempie: — così è; lo Spirito Santo lo

ha profetizzato: — la donna valorosa è corona di gloria al suo marito:

quella poi che reca vituperio gli è come un tarlo nelle ossa; — tocche

dalle mani contaminate della moglie impudica s'inaridiscono le foglie

della corona di Andrea; egli se le vede cadere morte prima di lui: —

tutto terra, sarà reso alla terra. I posteri visitando la sua contrada

natale diranno: Insegnatemi il luogo dove dipinse Andrea del Sarto, —

nessuno dirà: Menatemi all'arca dove riposano le ceneri di Andrea del

Sarto.»

CAPITOLO DECIMOSESTO

LA VENDETTA

Non ha virtù che di corrucci e sangue:

Derisor dei mortali e dei celesti,

Nè di patria gli cal nè di fortuna

Nè di sè molto: forte nacque e pugna.

AJACE

Era compiuto un giorno, e il secondo declinava verso vespero, dacchè

il Morticino degli Antinori cibo non gustava nè bevanda: la lingua

arida gli sta attaccata al palato, gli cerchia la gola insopportabile

bruciore; talvolta un freddo sottile dai reni gli scorre su per le

vertebre della spina o gli stringe il cervello, tal'altra lo invade

dal capo alle piante una ondata di sangue, quasi lavacro di metallo

fuso; spesso gli sfugge di sotto la terra gli si piegano le ginocchia,

ed accenna cadere, — non pertanto rimane disperatamente fisso al suo

posto, immerso entro un abisso di dolore e di furore.

Accomodato il corpo del giovane Frescobaldi sopra una bara, con la sua

destra gli stringe la destra e lo viene, di tanto in tanto, guardando.

Ahi com'era da quello di prima diverso! Le belle chiome, sua giovanile

alterezza, ora di sangue sordidate e di fango, ne rendono orribile

l'aspetto, gli occhi ha pesti; pei labbri, donde così feroce prorompeva

il grido di guerra, su per le narici che aspiravano tanto largo sorso

di vita, — l'insetto sorvola, — si posa, — trascorre, quasi sopra

propria posessione; la morte lo abbracciò, e la putredine segna il

vestigio di quell'amplesso; — la morte gli soffiò sopra e spense una

vita di uomo e ne suscitò un'altra schifosa a vedersi, — la vita dei

vermi brulicanti nei cadaveri corrotti. — Alla croce di Dio, cotesto

spettacolo pareva incomportabile per anima viva.

Ma che forse mancano servi, amici o parenti al Morticino, i quali

valgano a strapparlo da tanto orrore? — Un vecchio fante gli si era

accostato sommesso e con molta pietà gli aveva susurrato all'orecchio

le parole di — provvidenza, — rassegnazione, — preghiera, — ed altre

consimili, le quali non rinverdirono la foglia caduta; — ed egli non vi

aveva posto ascolto, se non che, travagliato dallo importuno ronzío, si

scosse, si avvisò di quello che era; la parola — pazienza — gli suonò

piena di amarezza nell'anima: allora tanta ira lo vinse che stretta la

daga la menò con rabbiosissimo impeto contro il suo consolatore: ben

pel vecchio che fu a tempo a curvarsi per modo che il taglio della daga

gli recise le vesti, e così a flor di pelle gli graffiò l'epidermide

del ventre — altrimenti, rovesciate le viscere sul pavimento, quivi

l'infelice moriva. Dopo lui nessun altro ardì mettersi alla ventura.

All'improvviso si spalancano le porte, uno splendore di ceri, un

salmeggiare di frati empie la sala: si abbassa una croce e, trapassata

la soglia, torna a sollevarsi nella sua superba umiltà. I frati della

cura venivano pel morto.

Così tremenda urlò il Morticino una bestemmia, che lo splendore dei

lumi sparì, siccome era apparso, veloce: i frati sbigottiti, lasciatisi

andare i ceri di mano, si cacciarono a precipizio giù per le scale; —

il segno della salute vacillò e cadde, — quasi la bestemmia lo avesse

côlto a guisa di un colpo di balestra.

Quell'urlo intronò tutto il palazzo nei penetrali più intimi e valse

a scuotere la madre del Morticino dal suo consueto letargo. Aprì le

palpebre gravi e domandò:

«Ch'è questo?»

«La compagnia dei frati di san Domenico venne pel morto....» le

rispondevano.

«Avvisatela che si trattenga un'ora e porterà via anche me,» Ciò

detto, riabbassò le palpebre e s'immerse di nuovo nel letargo della

decrepitezza.

La fama dell'angoscia mortale del Morticino correva di bocca in bocca,

e molti ne sentivano pietà; più molti, sapendolo fastidievole e tristo,

pensavano gli avesse Dio mandata quella tribolazione per umiliarlo.

Quando giunse all'orecchio di Dante da Castiglione, questi, siccome

era magnanimo, deposto subitamente ogni rancore, deliberò di farsi a

confortarlo: invano voleva rammentarsi la ingiuria patita; lo avrebbe

odiato felice, ma lo amava misero; e parendogli ancora di potergli dire

cosa che lo avrebbe richiamato da morte a vita, statuì seco stesso

di non indugiare più oltre, perocchè in compagnia del Martelli, del

Busini, del Bichi, dell'Arsoli e di altri illustri soldati e cittadini

s'incamminò alla volta del palazzo degli Antinori.

Il Morticino non si accorse della loro venuta. Dante gli si accostò

e, ponendogli una mano sopra la spalla, gli disse una sola parola. Di

repente nel Morticino la virtù dello sguardo si rifece viva, lascia la

mano del morto, trasalisce, guarda fisso Dante nel volto e con immensa

passione esclama:

«Bada di non ingannarmi.»

«La mia bocca ignora la menzogna, ed apparécchiati.»

Allora il Morticino gli si abbandona nelle braccia, e alcune lacrime

rare gli solcarono il volto bianco, quasi goccie di rugiada sgorganti

dal cavo degli occhi di una statua, dove in troppa copia le depose

l'aurora. Nè per questa volta si pentì dell'amplesso; — lungo si

produsse e smanioso; — mosso dalla ferocia, non già dall'amore, il

Morticino avrebbe abbracciato un ferro rovente.

Egli è da sapersi, che il Castiglione, amico del Carduccio, conobbe

da lui apparecchiarsi in quella notte una incamiciata contro il campo

nemico, ed egli aveva promesso di conservare il segreto ad eccezione di

una sola persona, e questa persona fu il Morticino degli Antinori.

Il muto affanno del Morticino si converte in ebbra loquacità: cibo

prende e bevanda; corre di su e di giù, chiama, urla e tempesta,

allestisce le armi, tenta il taglio della spada e della daga, ora

prorompe in risa sfrenate, ora in minaccie o in bestemmie. I servi

non sapevano se meritasse maggiore compassione, adesso in quel folle

affaccendarsi, o dianzi nella sua cupa immobilità.

Poi disse volersi riposare, impose ai servi lo chiamassero all'ora

dell'Ave Maria, badassero di non obliarlo, o mal per loro: si pose in

fatti a giacere sperando quiete; invano però, chè lo starsi gl'increbbe

meglio del camminare: si volge sopra questo o quel lato, e forte geme

e respinge con grande sforzo di respiro l'aria che pareva soffocarlo;

pur chiuse gli occhi, e le vicende orribili della veglia gli rotearono

pel capo più orribili ancora, scomposte o fantastiche; dopo un lungo

flagellarsi su quell'aculeo di letto, all'improvviso sogna essere la

incamiciata finita, ritirarsi le compagnie, giungere troppo tardo...

fallita del tutto l'impresa: — si sveglia di soprassalto cacciando un

grido e si precipita giù dalle piume.

Il sole non era per anche scomparso dal nostro emisfero; ma, spogliato

di raggi, tinto di un funesto vermiglio, si accostava all'occaso; la

terra, verso la quale pareva declinare, lo avviluppa nei suoi vapori di

sangue. Questo astro benigno di amore e di vita oh come stringe l'anima

dei mortali, allorchè si mostra cruccioso! In quella sera sembrava

l'occhio di Satana che venga a vigilare se le angosce, le infermità

e la morte adempiano il fiero mandato che loro affidò il consiglio

misterioso, che a noi sembra crudele, di Dio.

Il Morticino, a cui increbbe di non lo vedere ancora scomparso, leva

minaccioso il pugno al cielo esclamando:

«Un giorno ti soffermasti nel firmamento per contemplare una

strage[215]; poichè la strage ti talenta, affrettati a dileguarti:

adesso a noi fa di mestieri la tenebra.»

Cala la notte: di orrore si empie e di silenzio la città; Firenze

sembra tramutata nel campo dei morti. — Squilla un tocco della campana:

— quel tocco solitario si diffonde per la terra deserta, e pare una

percossa data sul mondo dalla eternità per conoscere dal suono se sia

in procinto di dissolversi sfracellato tornando nel suo caos primiero.

Il fremito del bronzo taceva appena per l'aria che fu sentita una voce

lugubre che gridava:

«Adunatevi, uccelli del cielo: — la spada vi apparecchia il convito;

basterà la carne a voi e agli implumi che lasciaste nel nido. — Lupi

dell'Appennino, scendete, portate la vostra gran fame, — prima che

l'aurora si levi, il vostro ventre sarà sazio di carne, — dico di

carne umana. Uccelli, lacerate; — lupi, sbranate i corpi morti, senza

misericordia, perchè il Signore ha scritto che nessuno dei difensori

della patria morderà la polvere a cagione del ferro nemico.»

Era la voce del povero Pieruccio, — il profeta del popolo.

Stefano Colonna, conferito prima col Malatesta il disegno, armato di

zagaglia presso il bastione di San Francesco, innanzi di sboccare dalla

porta di San Nicolò, si volse alla gente che gli traeva dietro e le

disse queste poche parole che la storia ci ha conservate: «Valorosi

soldati, io vi meno a una certa e sicurissima vittoria; fate quello che

voi vedete fare a me.»

Erano cinquecento fanti: cento archibusieri e gli altri quattrocento in

corsaletto armati di partigianoni e di alabarde; ai quali si aggiunse

una banda della milizia del gonfalone dell'Unicorno capitanata da

Alamanno de' Pazzi; sopra il corsaletto portavano tutti un camicia

bianca per distinguersi dai nemici, — motivo per cui questa impresa

notturna si chiamava incamiciata.

Quanto più possono chetamente s'inoltrano; divisando Stefano Colonna

incominciare l'assalto dall'alloggiamento del colonnello di Sciarra

Colonna, contro il quale nudriva nimistà mortale, si apprestano a

salire su pel poggio per a Santa Margherita a Montici. Alcuni più

arrisicati e conoscenti del sentiero trascorrono; ecco sono giunti

presso al tabernacolo delle cinque vie, dove i nemici tengono due

sentinelle perdute.

«Chi viva?» gridano entrambe.

«Viva la morte!»

Si ode una procella di colpi; un suono di usberghi percossi sul

terreno; — le parole: Gesù, abbiate misericordia dell'anima mia! —

vengono tagliate a mezzo, così ordinando ragione di guerra; quindi un

gemito roco, — e poi più nulla.

S'inoltrano per la valle che giace tra Rusciano e Giramonte, — la

passano, — già toccano alla coda dell'esercito. — Apra l'inferno le

sue porte! Ecco improvvisamente danno dentro all'alloggiamento di

Sciarra; — molti, i più avventurosi, dal sonno si trovano balestrati

nell'eternità; altri si svegliano per vedere soltanto la spada che

penetra loro nelle viscere: sorge un cieco viluppo, un trambusto di

gente che fugge o che muore e un gridare: — Accorruomo! — accorruomo!

— arme! — aiuto! — e minaccie e preghiere, suoni compassionevoli o

ferici. Smeraldo da Parma, luogotenente di Sciarra, corre forsennato

per radunare le milizie, rincorarle e far testa; così al buio si

scontra nel signore Stefano e lo garrisce come neghittoso; questi,

accecato dalla brama di sangue, lo scambia con lo Sciarra suo consorto

e gli menando un colpo di zagaglia nel petto, — «Sciarra», gli grida, —

or ti parrà ch'io sia venuto troppo tosto!» — Segue una mischia atroce,

— i nemici, mentre tentano difendersi, l'un l'altro, confondendosi,

percuotono; dove adunarsi non sanno; non risplende lume, per ogni

parte li circonda la morte. — Oh Dio! qual desolazione è mai questa!

— potessimo almeno morire da soldati combattendo! — sia tradimento?

— tradimento! — tradimento! — E lo scompiglio e la strage crescono

terribili più, quanto meno veduti. — Dove l'affronto mena più tremendo

il rumore: la voce del Pieruccio, superando i gridi e le percosse,

invoca i lupi e gli avoltoi ad accorrere per satollarsi di carne

battezzata.

Dentro una trabacca distesi sopra il medesimo letto dormono due; —

giovane l'uno, giace nudo avvolto dentro la coltre con un braccio sotto

il capo, l'altro penzolone fuori della sponda; il secondo di maggiore

età, armato di tutto punto, eccetto dell'elmo; a giudicarne dal volto

paiono padre e figliuolo. Giovanni da Sassatello turbava in quel punto

un mal sogno; gli pareva che una moltitudine di armati circondasse il

letto e ve lo tenesse su fermo; egli si sforzava svincolarsi, e non

gli riusciva, dava scossoni, raddoppiava i conati, e sempre invano;

grondava sudore, agitava le labbra con sordo mormorio.

Il sogno era verità, almeno in parte; una mano dei nostri penetra nella

trabacca e va difilata alla sua volta per ispaciarlo di vita.

L'assedio di Firenze · 第 37 / 81 段