Egli continua nel sogno spaventevole; — uno degli armati con man

potente gli strappa l'usbergo e gli pone una mano sul cuore; per

tutte le membra gli scorre ribrezzo; batte i denti e non può proferire

parola. Intanto l'armato si trae la daga dal fianco; poi, come se lo

impacciasse la visiera, con la manca la solleva. La coscienza del volto

del cavaliere gli presenta la sembianza di Lionardo Frescobaldi da lui

ucciso, a tradimento, il quale, comechè morto, veniva a prendere la sua

vendetta.

I nostri già gli stanno vicini: — la sua morte precipita giù dalla

punta di un pugnale..

«Morte di Dio, fermatevi!» — urla prorompendo nella trabacca il

Morticino degli Antinori, che cercando in ogni lato il Sassatello, si

era a caso colà abbattuto in quel punto, e al chiarore della lampada

posta sopra la tavola lo aveva ravvisato, — «fermatevi! Se lo uccidete

dormendo, voi mi togliete più che mezza la vendetta. Svegliati su,

Sassatello, svegliati per contemplare la strage del tuo figliuolo. — e

morire.»

Si svegliò lo sciagurato, — stupidì, — stette per isvenire, — poi ad

un tratto gli rende potente la persona una sopraumana gagliardia; — è

sbalzato su in piedi, — ha stretto una mazza d'arme, — abbassa colpi

a destra e a sinistra, si versa intorno al letto come serpente col

suo corpo flessibile. Affannosa, — anelante, — pure ricupera la voce

e, «Eustachio,» grida, «svegliati, difenditi, figlio mio... noi siamo

morti.»

Il giovinetto sonnacchioso:

«Padre, che hai? — ma sentendo il fragore delle armi, spalanca gli

occhi, vede il pericolo e, ghermita dal capo del letto una spada, si

pone con un ginocchio piegato a difendere francamente la sua vita.

«Santi del paradiso, venite in soccorso di noi!» esclama il padre pur

tuttavia menando le mani.

«I santi si chiudono le orecchie alle preghiere dei traditori», gli

gridano dintorno.

E il padre desolato continuava:

«Sciarra, Smeraldo, — aiuto!... aiuto!»

«I tuoi gridi non gli faranno venire, — noi gli abbiamo ammazzati.»

Amor di padre lo costringe a volgere la faccia, e contempla il

Morticino, il quale, copertosi con la rotella la testa, drizzata

la punta della spada, spia il momento di cacciarla nel costato al

figliuolo; — egli distende la manca e, forte abbrancando l'Antinori pel

collo,

«Cane, indietro!» grida, — «non me lo ferire, — egli è innocente.»

Mentre così intende in altra parte, i nemici che gli stavano di fronte

trovano la via a impiagarlo sul capo e su la guancia; egli però non

se ne accorge o non se ne cura, badando pur sempre a tener fermo

l'Antinori. Questi, inasprito dal dolore e, più che dal dolore dalla

rabbia di non aver potuto condurre a fine il suo disegno, indietreggia

di alcun passo e forte appoggiato il taglio della spada sulla mano di

Sassatello, ne recide ferocemente i muscoli e le vene. — Il Sassatello

ritira spasimando la mano, e l'Antinori si avventando presto come

una pantera, contro il giovane Eustachio, che non se lo aspettava, lo

colpisce presso alla forcella del petto; il sangue scorre, — listando

il tenero corpo e il bianco lenzuolo di cui si avvolgeva. Egli era

pietosissimo e non per tanto bello spettacolo vedere quel giovane

di ben composte forme, co' capelli ventilati dietro le spalle per la

rapidità dei moti, il volto pieno della morte imminente e d'indomabile

coraggio, lottare contro l'ultimo fato a guisa dell'antico gladiatore

che tenta guadagnarsi il plauso romano con lo spirare maestoso

dell'anima. Giovanni da Sassatello, tempestando con la mazza d'arme

punte e fendenti, ha respinto gli assalitori: adesso torna a vedere il

figlio e l'osserva impiagato.

«Ahi! Eustachio mio, tu grondi sangue...» E dimentico del proprio

pericolo sta per voltare il fianco ai nemici, i quali prevalendosi

dell'atto gli si stringono addosso di nuovo. Eustachio conobbe esser

quella l'ultima ora del padre, se non si parava, e:

«Padre, badatevi.... badate a voi.... a voi solo, o che io mi lascio

ammazzare...»

«O Antinori, pel tuo Dio, non me lo uccidere!»

«Io non conosco Dio.»

«O Antinori, per quanto amore porti alla tua donna, non me lo uccidere!»

«Io non amo... nacqui per odiare.»

«O Antinori... Antinori, pensa lui essere il mio unico figlio!...»

«Tanto meglio... così sarà più presto distrutta la razza delle

vipere...»

«Sciarra..., Smeraldo..., aiuto!...»

«Già te lo dissi... noi gli abbiamo ammazzati.»

«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»

Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra

l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello

volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un

breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti

tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di

pianto domandò:

«Eustacchio, come ti difendi?»

«Bene...»

Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello

sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi

occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù

li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la

barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in

lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali

si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si

volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...

«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si

dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani

vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono

il passo.

Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori

come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro

arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato

la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello

che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra

speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza

sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe

lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il

corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la

spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel

colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo,

di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane,

non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare

dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori

gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno

gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel

caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia

che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare

per terra, — ed accorreva al soccorso... Ma i due caduti urtando

nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la

luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del

Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le

amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate

sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto,

— rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non

ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde

le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso

dentro un abisso di dolore, stette muto.

* * * * *

In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già

raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse

contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte

accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada

e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli

oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie

con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina;

destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte

appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del

campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli,

precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano,

entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere

quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine

della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata;

— le terzine dicono così:

Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno

E la nostra città, che or duolsi et have

Pallido il viso e lagrimoso indarno,

Sono un di quei che con fatica grave

Al marzïal lavoro armati tiene

Quel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.

Arse di nobile sdegno il Martelli e, recatasi nella mano la penna,

subito scrisse sotto continuando:

Ma non sarien l'empie sue voglie piene,

Se d'italico sangue alcuna stilla,

Snaturato, tu avessi entro le vene.

Poi gettata la penna, esclamò:

«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore

non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia

pena nell'altra vita.»

E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un

esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il

sangue, — giova qui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella

tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna;

gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità,

si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la

mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da

sconcezze che bruttano l'armonia del creato.

* * * * *

Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere

un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale?

Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del

campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile

capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance

appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza

sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola.

Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro

agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per

rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti

loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa

lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:

«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi

viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè,

quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi

apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori

di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture,

profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare

l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra

per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine

santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la

donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si

sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza

labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio,

lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida

intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete

gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un

poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno

come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli

di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate

tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere

sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate

che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già

grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].»

Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce

del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi,

— stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura:

— se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe

tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto

leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto

il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera,

ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che

la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio

legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di

quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, —

decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice;

— la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe

inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io

mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio

d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde

sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il

chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo'

risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi

e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo

di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque

potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in

camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto

e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la

quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...

E sollevò la faccia.

Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo

s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro

di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i

capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata

la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra

essere trattenuto da forza misteriosa.

«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una

pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»

«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello

percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva

non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la

pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»

«Chi sei? parla...»

«Io mi sono uno che vengo per dirti: Filiberto, i fati hanno contato

i tuoi giorni... guàrdati dall'aquila dei nostri Appennini; ella ha il

rostro gagliardo e gli artigli taglienti...»

«Torna all'inferno, donde uscisti, demonio!» E qui il principe con

quanto aveva di forza nel braccio scagliò la mazza d'arme contro il

fantasma.

Il fantasma disparve tra le ombre. Filiberto con qualche esitanza si

recò in quella parte dove lo aveva veduto cadere, fidando trovare un

uomo morto, ma non gli occorse persona; la sua mazza è lucida come se

non avesse diviso altro che l'aria.

Corse nella parte anteriore della tenda; — le guardie dormivano, — una

sola vigilante, interrogata, rispose non aver veduto od udito anima

viva. L'Orange, quasi bisognoso di più libero respiro, uscì all'aria

aperta. Il fantasma era Pieruccio; costui avanzandosi carponi tagliò

la tenda in parte inosservata e vi penetrò col disegno, che gli uscì

a vuoto, di uccidere il principe; quando questi gli lanciò contro

la mazza d'arme avendo già disposto andarsene, prevenne il colpo

distendendosi sul terreno per uscire siccome era entrato. Incolume

riparò tra i suoi.

Posto ch'ebbe il piede fuor della tenda, il principe vide passare con

presti passi un sacerdote accompagnato da un fante che gli rischiarava

il sentiero col lampione; mosso da vaghezza di sapere a che si

affrettasse, domandò:

«Dove andate, ser cappellano?»

«Ad amministrare l'olio santo al magnifico Girolamo da Morone che sta

per morire...»

«Come?... che dite?... Il Morone!... Voi fate errore; — poc'anzi noi

favellavamo insieme...»

«Figliuol mio, la morte non manda corrieri: il Morone si muore...»

Chi fosse Girolamo Morone ora non cade in acconcio di qui raccontare.

Di lui scrivono tutti gli storici del tempo; meglio degli altri

Francesco Guicciardini.

Filiberto adesso, ponendovi mente, ode rumore di guerra; — intende

col guardo nelle ombre e poco si addentra; — all'improvviso un baleno

illumina la città, il piano, quanto i colli circondano; e in quella

subita luce vede, o pargli vedere, una zuffa, una fuga, un viluppo

terribile di uomini e di cose.

Dico di cose, perchè discerne scorrere di qua e di là pel lampo certi

grossi volumi bianchi che dando di cozzo alle tende, vi s'impigliano

dentro e le fanno cadere: — poi la pèsta cresce; — diventano gli urli

e lo strepito delle armi percosse più distinti; — di repente le mura

di Firenze parvero circondate da una cintura vermiglia, e poco dopo

rimbombò una scarica di cannoni grossi pel cavo dei colli. Allora

si accòrse di quello che fosse; ma i capitani e i consiglieri non

apparivano; — intanto il pericolo si accosta. Stava per dar fiato al

suo corno, quando affannosi, mezzo armati, accorsero tutti in gruppo i

principali dell'esercito in cerca di comandi. Filiberto nella urgenza

del caso rinfranca l'animo smarrito; in presenza della morte il timore

di morire lo abbandona; manda Pirro Colonna e il conte di San Secondo

là dove più feroce conobbe essersi appiccata la mischia; spedisce

messaggi ai colonnelli più lontani affinchè si armino, si stringano

insieme e non si muovano se non ricevono avviso. — In questo ecco

Baccio Valori come smemorato affrettarsi alla volta del principe, il

quale, riconosciutolo appena al chiarore di un lampione, gli disse;

«Frate, tardi venisti... I Fiorentini non ci vonno lasciar dormire

stanotte...»

«Oimè! — È il finimondo... il Morone mi spirò tra le braccia...»

«Il diavolo chiude le reti. — Vi ha egli lasciato nulla?»

E senza attendere risposta si volta a don Ferrante Gonzaga e gli

comanda di calare verso il piano alla riscossa del colonnello di

Sciarra; quindi riprese, come interrogando coloro che gli stavano

attorno:

«Valenti uomini, guardate un po' costaggiù: — vedete quei corpi

bianchi, — che cosa vi pajono?»

E tutti allora guardavano, — e non sapevano.

Allorchè meno se lo aspettano, ecco presso del principe prorompere un

muggito; egli volta la testa e si contempla vicino un bove trafelato

dalla corsa.

«Intendo» disse il principe, «messer Bacio; poichè il Morone è

morto, il bove viene a profferirsi di compiere il numero dei miei

consiglieri.»

Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del

papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva

avuto paura.

Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle

case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta

della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite

a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la

paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare

che la metà del danno in quella notte venne da questi animali

furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini,

rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava

dinanzi[218].

[Illustrazione: «... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi

aveva forse promesso rendervelo vivo?» _Cap. XIV, pag. 351._]

Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a

vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere

necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue

genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno

usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni

da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che

avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare;

i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza;

cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe

d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si

stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra

i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene

fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di

piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da

tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie,

cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stesso

sdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta,

schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, —

gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime

dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a

salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto

incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si

restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi

negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al

cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia

gli parea più forte.

Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il

campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare

molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse

che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:

«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella

confusione qualcheduno de' nostri,»

«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati

perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i

soldati forestieri uscirono i primi...»

«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè

ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»

«Sentite, Michelangiolo: io tirerei; — guardate colà presso al

comignolo, — vedete quei lumi fermi? — cotesto è segno certo che colà

non combattono; ora levando una zeppa alziamo i cannoni, e le palle

non offenderanno il mucchio che mena le mani più al basso dentro quel

buio...»

«Dio ti abbia in aiuto! — fa parlare da' tuoi cannoni una parola di

ferro a quella mandra di scomunicati.»

Il campanile di San Miniato sfolgorava a gloria; ora s'incorona di un

cerchio di fuoco, ora scomparisce per le ombre; lo avresti creduto

un gigante che venisse a prender parte nella contesa in favore di

Firenze[219]; ad ogni scarica lanciava la morte dentro quelle spesse

colonne di uomini, i quali, trattenuti dal contegno dei capi, dalla

disciplina severa ed anche dall'amore della reputazione acquistata

nelle guerre trascorse, stavano a riparare con le membra loro cotesta

bufera di ferro e di fuoco non senza mormorare però ed accennare che

per poco non si sbarattavano dandosi alla fuga.

«Per Dio! per Dio! — Maledetto il buio! — Qui non possiamo nè anche

vedere come si muoia...»

«Che importa il come, purchè si muoia da valorosi?...» grida

sopraggiungendo Filiberto; «tenete fermo, se non volete essere sgozzati

come una mandra di agnelli.»

«Viva il principe di Orange! Viva!»

Alcuni soldati che portavano torcie fecero calca intorno al capitano:

uno tra gli altri gli si era posto davanti alla testa del cavallo; —

all'improvviso, ecco una palla coglie il soldato nel capo, glielo porta

via netto dal busto... e palla e testa percuotono dentro un masso del

monte; la palla schiacciata rimbalzò fischiando, — la testa si sbrizzò,

ed alcune scheggie degli ossi tagliarono il collo o il volto dei

circostanti; il masso rimase chiazzato di una ruota di sangue, come se

vi avessero buttato dentro una spugna intrisa di cinabro. Ne sentirono

i più animosi ribrezzo.

Filiberto, mentre alzata la mano vuole imporre silenzio per favellare

e inanimare i soldati, sente mancargli sotto il cavallo e con grande

impeto stramazza sottosopra a terra in un fascio con lui. Un'altra

palla dei cannoni di Lupo aveva infrante ambedue le gambe deretane del

male arrivato animale. I soldati levarono altissimo grido:

«Il principe è morto!...»

«Paltonieri! assalitori di conventi! chi vi ha detto che io sia morto?»

grida a sua posta il principe rilevandosi tutto fangoso; — «la palla

che deve uccidermi non è anche fusa; non vedeste mai cavalli morire in

battaglia?»

L'assedio di Firenze · 第 38 / 81 段