Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città
cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le
fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si
restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.
«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e
aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi,
incominciò l'adiposo Bartolini.
«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»
«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno:
ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.
«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»
«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere
su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di
questo popolo. — _poveri e liberi_[197].»
«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera
alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»
«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine
fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e
al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal
consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San
Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne
rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco
se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i
primi colpi[198].»
E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo
nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando
alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo
nostro impari!
«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.
«Indovinava papa Clemente quando non rifiniva di empire il mondo di
quel suo volgare concetto: — avrebbero i Fiorentini renduto la città
per paura di guastare gli orticini loro?»
Il Malatesta, prevenendo col desiderio il tempo futuro, pensò che
gli sarebbe diminuito il premio del tradimento dove non consegnasse
la città al papa così intera come egli gli aveva promesso; inoltre
Clemente estimando ormai lo stato di Firenze come propria sostanza, gli
aveva raccomandato badasse a far sì che lo guastassero meno che per
lui si potesse. Il pregio, che in buon cittadino sarebbesi dipartito
da carità, in lui nasceva da avarizia. A Dio non piacque mettere la
sciagura tra le labbra e la tazza perocchè Malatesta raccogliendosi
soggiunse:
«Lasciamo i vivi in disparte; ma l'ossa di tanti morti turbate nelle
antiche sepolture andranno disperse pei campi?»
«Meglio disperse pei campi di un popolo libero che chiuse negli avelli
sopra la terra funestata dalla tirannide», rispose Carduccio.
E Malatesta di nuovo:
«E i santi e Dio, cacciati dalle sacratissime loro dimore, esuleranno a
guisa di fuorusciti, lontani dal paese che tanto fin qui predilessero?»
«Dio abita nei cieli; un cuore libero e infiammato nell'amore santo di
patria è il miglior tempio cui egli si compiaccia abitare. Malatesta,
voi sostenete tutte le parti, tranne la vostra: — voi vi mostrate
mercante, e questa cura ci spetta; — voi vi mostrate tenero della
nostra religione, e questa cura a noi soltanto appartiene; — siate
una volta capitano di esercito, — e se come cristiano le mie parole
vi turbano, sappiate che, quando i sacerdoti vollero, Cristo difese
i tempii, — quando i sacerdoti vollero, Cristo vietò le immagini.
— Iddio, che ha creato il mondo e le cose che in esso sono, essendo
signore del cielo e della terra, non abita in tempii fatti di opera di
mani[199].»
«Orsù dunque», esclamò il Baglione guardandosi prima dintorno per
assicurarsi se al bisogno i suoi fidati gli stavano appresso, «or
dunque, via, vi parlerò da capitano di eserciti, poichè il mio
consiglio coperto non voleste comprendere. Devo io manifestare un
consiglio che compiaccia alle voglie di una fazione, o piuttosto aprire
l'animo mio intero, siccome me ne fanno debito il giuramento prestato
e l'ufficio di buon capitano? Qui, ben lo vedo, si vorrebbe che col
mio parere confermassi il partito peggiore ormai determinato da pochi
uomini torbidi; a noi, alla patria ed a sè stessi stoltamente avversi;
comunque la libera favella non sia ormai senza pericolo quaggiù, io
sostengo iniquo il disegno di abbattere tanti edifizii e disperdere
tante facultà cittadine. Noi molti di leggieri possiamo circondare
di un argine il fabbricato, e quinci difenderlo con prosperità di
evento: tempo e travaglio maggiore richiede la rovina dei borghi che
non l'argine di cui vi favellava poc'anzi: le mure di Fiorenza poco
più valgono di un argine, voi le vedrete sfasciarsi alla batteria
di quattro mezzi cannoni la riparazione dell'argine riesce meglio
agevole dei muri, che per essere di pietra male sapremmo dove trovarla
tagliata ed acconcia a turare la breccia. Se in Fiorenza non si
contiene numero di soldati bastante a far sortite, soncene però quanti
bastano a difendere qualunque più larga cinta di mura. Ciò a chiara
prova si conosce; qui non fa mestieri consulta; ogni uomo che del
tutto cieco della mente non sia di per sè lo comprende: — ma qui si
vuole precipitare il popolo, costringerlo a risoluzioni disperate per
rompergli poi ogni via agli accordi, i quali, la libertà assicurandogli
e il vivere largo, gli togliessero dalle spalle questa incomportabile
gravezza della guerra...»
Mentre così con veemenza arringava, un uomo inviluppato nel mantello,
coperto di un feltro che gl'Italiani avevano cominciato ad usare in
viaggio[200] o quando pioveva, mostrando insomma dall'apparenza di
essere scavalcato pur dianzi, a furia di urti e colpi di gomito, nulla
badando alle male parole che gli dicevano attorno, era giunto a porsi
nella prima fila di faccia al Malatesta, e quivi stava ad ascoltarlo
con atti d'ira, d'impazienza e di rabbia non altramente da quello che
si facciano i cavalli quando si segnano col fuoco.
Le parole del Malatesta non partorivano troppo buon frutto per lui; il
popolo conosceva l'erba pel suo seme e mormorava a guisa di vento per
le forre dei monti. Allora il Baglione, cacciando fuori maggior voce,
aggiungeva:
«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi
sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera!
— vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende
rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse
disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe
al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»
«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi
appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti,
«io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore,
ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione,
ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io
tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di
questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: —
quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con
mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria;
e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e
dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda
incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie
d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo
intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene
molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il
bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non
meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e
della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la
città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci
calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la
vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà
rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia,
uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici
palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno
rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri
ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumare un tempo in
parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo
i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto
provvedimento.»
I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case
e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto
istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli
agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti
cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi
rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero
mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra
gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si
avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da
Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte
di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne
e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più
gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come
nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per
soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il
diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono,
in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel
pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti
dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue
dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure
potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua
lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne
innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito,
la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria,
e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi,
ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale
ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel
riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo
incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio
che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro
nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di
religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima
legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni
altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi
lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla
più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli
ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei
cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una
corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate
adoperare in cotesta impresa, esclamò:
«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra
il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi:
mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico
che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che
certamente salverà Fiorenza...»
«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi
smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate
presso di lui.
«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe
ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso
naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio,
mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza.
I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito,
col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse
alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re
Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse.
— Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che
contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li
perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà,
e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore.
— E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»
«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!»
soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle
tracotanti parole?»
«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio
lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra
città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti
e in prigioni e in istrani paesi[203].»
«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma
battendo a palma plaudivano le donne.
«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel
lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si
difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura
c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il
nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio
di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta
fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si
sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti
spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle
fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono
di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del
popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla
mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò
averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu
forza lasciare con sua vergogna la impresa.»
«E la canzone come diceva ella?» richiesero le donne.
«Della canzone i tempi serbarono una strofa sola.»
«Ditela su, noi la vogliamo sapere.»
«Ella dice così:
«Deh! com'è gran dolore
Le donne di Messina
Vederle scapigliate
Portar pietre e calcina[204]!»
«Oh! continuate, andate innanzi...»
«L'altro s'ignora...»
«Ce lo ponete di vostro, per poco che siate poeta.»
«Ma io non sono poeta.»
«Continuate... continuate... per quanto amore portate alla vostra
donna.»
E Ludovico sospirando riprese a cantare: —
«Deh! quanto è gran dolore
Ruinar di nostre mani
L'arche dei padri nostri
Li tempii dei cristiani!»
Le donne per istinto di armonia ripetevano in coro:
«Deh! quanto è gran dolore»
E Ludovico di nuovo:
«Deh! quanto è gran dolore
Pensar che a tal destino
Mena la madre patria
Un papa e un cittadino.
Ma di tener Fiorenza
Non avrai, papa, il vanto,
O tu l'avrai morente
Per darle l'olio santo.»
E così continuarono finchè n'ebbero vaghezza.
* * * * *
Il Baglione, quando prima vide la moltitudine precipitare alla rovina
dei borghi e lasciarlo spregiato, lo vinse l'ira per modo che, dato
degli sproni nei fianchi al suo muletto e quindi tirate forte le
briglie, lo tormentava in istrana maniera, sicchè quel misero animale
scalpitava, si agitava e grondava sudore. Volendo poi tornarsene alla
sua stanza, nel volgersi che fece, gli occorse Zanobi Bartolini, il
quale, piegato il capo sul seno, non si era mosso; onde in passandogli
da canto esclamò:
«Chi sa dove mai trarranno la patria cotesti Arrabbiati!»
«Ahi, povera Fiorenza! l'ora anche per te è venuta di essere ridotta in
un mucchio di rovine.»
«Onta a voi che ne siete la colpa: — in fè di Dio, ora che corre
stagione di mostrarvi più che uomo, voi mi diventate men che fanciullo.
Dove lasciaste voi l'antico vigore, quando, commissario a Pistoia,
col carnefice da un lato e la giustizia dall'altro, accomodaste quella
scomposta città[205]?»
«Colpa è del papa, che non volle udire parola di libertà; e tra i due
estremi del vederla o rovinata o serva noi lasciamo andare in rovina la
patria.»
«E chi vi ha detto il papa non volere udire parola di libertà?»
«A me?... lo hanno riferito gli oratori nostri. Forse voi pensereste al
contrario?»
«Lo penso... e forse... posso ancora saperlo...»
«Davvero? E a voi chi lo assicurato?»
«Uditemi bene, messere Zanobi...»
E così andando alternarono un colloquio nel quale i futuri destini di
Firenze furono irrevocabilmente fissati.
«Michelangelo, che nuove?» tutto anelante domanda il Carduccio traendo
in disparte il Buonarroti.
«Cristo morendo ci lasciò in eredità i chiodi e le spine: io nulla ho
ottenuto... nulla... e, oh dolore! la salute della patria pendeva dalla
riuscita dell'opera mia. — Io rientro nella mia patria, come lo spettro
torna alla sua tomba su lo apparire dell'aurora...»
E poichè il Carduccio, le mani incrociate sul petto, il capo a terra
chino, pareva come sopraffatto dall'angoscia, Michelangiolo lo scosse
con impeto e gli domandò:
«Dunque è ben morta ogni speranza, o Francesco?»
«Il Carduccio crollò la testa quasi per iscuoterne i molesti pensieri,
poi vestì la faccia di un sorriso languido e rispose:
«La speranza rinasce dalle sue ceneri, perchè questo popolo è grande.»
— E così favellando gli accenna la moltitudine brulicante nella
distruzione. — «Ma in breve narrami i casi tuoi.»
«Io me ne andai a Ferrara...»
«Parla sommesso; — qualcheduno, parmi, ci si avvolge d'intorno per
origliare le nostre parole.»
«Egli è Andrea del Sarto; forse desidera darmi il ben tornato: —
dilunghiamoci qua oltre e fingiamo non ravvisarlo; Dio non lo ha creato
tristo, ma fievole di animo così ch'io volentieri gli terrei lo ingegno
dell'arte. — Ora dunque me ne andai a Ferrara, riducendomi, quanto
più secretamente potei, ad abitare all'osteria: il duca però, il quale
per suoi nuovi sospetti si fa mandare ogni sera la lista degli osti,
avendo saputo subito la mia venuta, mi mandò a levare di su l'osteria
e mi usò ogni maniera di amorevolezze; di buon principio era questo;
intanto presi a spandere fiorini fra i suoi cortigiani; — oh! la gran
devozione che portano al nostro Battista cotesta gente tutta quanta!
In ogni sguardo io vedeva un uncino, in ogni mano il ronciglio, sicchè
presto mi ridussi al verde; bisognò concludere presto, altrimenti
mi divoravano carne e ossa. Aveva con ogni modo studiato rendermi
benevolo Alfonso; e perchè ei nulla potesse rifiutare a me, io nulla
seppi ricusare a lui, fino a promettergli dipinto di mia mano un quadro
rappresentante Leda col cigno: — adesso mi pento averlo promesso; ma,
non essendo nato principe, fede di gentiluomo mi stringeva mantenere la
parola[206]. Alfine un giorno gli scopersi pienamente l'animo mio con
tutte quelle ragioni che voi sapeste dimostrarmi; al quale ragionamento
egli rispose: Prima che tu parlassi, ti aveva letto nel cuore: — e poi
si alzò, aperse uno stipo, ne trasse fuori una lettera e soggiunse:
Leggi. — Egli era un comandamento dell'imperatore di non soccorrere
apertamente nè celatamente i Fiorentini, per quanto amore portava alle
cose sue; in questo modo operando, si obbligava solennemente a perorare
in suo favore nelle controversie con la Chiesa: in caso diverso avrebbe
dichiarato Ferrara devoluta alla Sedia Apostolica. — Quando ebbi letto,
alzai la faccia ad Alfonso, che, ripiegata la lettera e messala di
nuovo nello stipo, tornò alla mia volta proferendo queste poche parole:
_mors tua, vita mea._ Non perciò pretermisi industria a persuaderlo:
gli rappresentai essere agevole sovvenirci con tanta segretezza che
neppure il diavolo potesse darsene per inteso. — Il demonio forse,
rispose il duca, non mica i preti: per ora io dormo: ma quando mi
sveglierò, partirà dai miei sguardi una favilla che incendierà il
Vaticano. — Così disse: poi, come pentito di essersi lasciato troppo
scoprire, si rinchiuse nelle sue ambagi, e da quel sasso non iscaturì
più vena di acqua; riuscirebbe prima all'uomo di tagliare il porfido
con le unghie che rimuovere quel cupo principe dal proponimento già
preso.»
«E come incendierà egli il Vaticano? Questi sottili artifizii
rovineranno sempre i principi italiani; la forza aperta è più generosa
ed anche più efficace.»
«Per quanto mi occorse intendere da uomini prudenti, le dottrine
degli eretici di Alemagna trovano favorevole accoglienza alla corte
di Ferrara; le principesse, dicono, avere appreso i nuovi dogmi da un
eresiarca tedesco venuto espressamente a convertirle.»
«Alfonso di Ferrara poteva vincere la Chiesa con le sue artiglierie:
non lo avendo voluto, nelle argomentazioni egli perderà di certo...
Inoltre cotesto tuo è concetto che non mi attaglia; imperciocchè, se
le principesse sentono dell'eretico, il duca poi faccia professione di
beghino. E a Vinezia?»
«Vinezia invecchia: — ama il riposo, rinunzia alla magnanimità, alla
gratitudine, alle virtù senza le quali le repubbliche muoiono; ella
pesa tutte le vicende dei pericoli alla bilancia dove i suoi mercanti
riscontrano il peso delle monete d'oro: in lei è spento ogni alito di
grandezza, altro non le rimane che diventare decrepita e morire. Il
Gritti, col dorso voltato dagli anni verso la terra, vede la fossa e
dubita; i suoi pensieri tendono ad abbellire la bara dove un giorno
sarà composta la patria: io lo pregava di avere a cuore la libertà
italiana, ed egli mi pregava a volergli fare un disegno pel ponte di
Rialto[207]. Nissuna parola da voi suggerita dimenticai; non tacqui
un esempio: e poichè guardando sopra la tavola mi occorse un libro
manoscritto[208] che di fuori diceva: _Historie de Nicolò Machiavelli_,
— cercai al libro quinto, dove racconta che i Viniziani stavano sul
punto di abbandonarsi se i Fiorentini con presentissimo pericolo
mandando loro il conte Sforza non gli sovvenivano; e gli notai col
dito le parole dello storico con le quali dimostra quale e quanto
effetto partorisse l'orazione di Neri Capponi al senato viniziano:
— promettevano che mai per alcun tempo non che dai cuori loro, ma da
quelli dei discendenti non si cancellerebbe così insigne beneficio,
e che quella patria aveva ad essere comune a Fiorentini ed a loro. —
Messere Andrea mi toccò su la spalla e mi favellò le seguenti parole.
La ragione degli Stati procede diversa assai da quella degli individui;
— i posteri biasimeranno in me doge della Repubblica viniziana ciò
che tu loderesti in me Andrea Gritti. — Ed io, che a stento mi poteva
frenare, gli risposi: Messere Andrea, io di queste sottigliezze non
intendo, ma più di piacere ai posteri m'importerebbe piacere a Dio;
e inoltre se un tal fatto reca vergogna a un uomo, non so vedere
come e perchè non tornerebbe pure in onta ad un popolo, il quale si
compone di una moltitudine di uomini. No: nè voi nè altri sapranno
convincermi mai, che o popoli o privati non debbano pagare la colpa
di riconoscenza, di lealtà, di grandezza tradite; e male argomenta
colui che la durata della patria circoscrive al brevissimo spazio
della sua vita. — E me ne andai fremendo. Vinezia! Vinezia! le genti
ti contemplano colorita dal sole, rigogliosa di vita, ma il verme
inosservato ti penetrò nelle viscere. Quando decrepita e moribonda
chiamerai le tue sorelle d'Italia a consolarti nella sventura, vedrai
intorno di te i principi, ai quali ti affidasti, irridere alla tua
agonia ed imprecarti la morte, come eredi impazienti di raccogliere il
tuo retaggio. E nondimeno, nè Alfonso di Ferrara, nè Andrea di Vinezia
furono quelli che più mi fecero vergognare di appartenere alla stirpe
umana; l'ira e il ribrezzo di essere nato uomo mi venne dai nostri
concittadini, Carduccio, dai mercanti di Fiorenza dimoranti a Vinezia.»
«E come ti avvenne questo?»