maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata
da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile
prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna
epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle
ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro
l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo
tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica
governativa[187] . Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello
di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti:
ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato
alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla
frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale;
arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi;
calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende
i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che
quella dello stoico, non ha manichi; — tu non sai da qual parte
afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur
ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi
un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio
gabinetto; — entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi
posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice
stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamò
_ardue_ e domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito
dirà: — Dio l'aiuti (modo civile che significa — caschi morto di fame)!
Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il
padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso
come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto
dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla
mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà:
Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza
l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo
guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode
postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo
scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come
volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo
preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla;
se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come
un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella
casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne
aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra,
sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre
di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione
del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli
uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca
virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel
pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante
nei suoi ricordi mercantili; _abbi virtù quanto basta per non andare
a bastonare i pesci._ Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di
loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema
di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per
cento! — Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che
maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di
danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e
i sacerdoti celebrano la Messa _gratis_; tra quanti miracoli operò Gesù
Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: — la moltiplicazione dei pani
e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida
e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere
quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno
corti i consigli.
Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi
favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito
della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo
interrogava:
«Che ve ne pare? Non è egli vero?»
Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri
sopra la tavola, alzai il capo e risposi:
«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne
consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di
questa città.»
E lo farò: — intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole
del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.
Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con
molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta
Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e
mantelli loro. — Quegli che camminava innanzi degli altri, appena
entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il
secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase
incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura
delle chiome si fece conoscere per prete. — Malatesta gli accolse con
un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto,
come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:
«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo
Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer
Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti
del tirannico governo che di presente travaglia la comune patria, si
profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima
impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi
la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più
savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri
servizii.»
Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò
sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini,
gli domandò:
«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»
«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»
Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:
«Sta bene: — e voi altri?»
Il frate e il cannonico risposero:
«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a
voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»
«Sta bene. — Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo
disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»
«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla
giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio
Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella
balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo
avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della
cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha
molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano
Colonna e del capitano Ferruccio.»
«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete
in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il
ritrovo.»
«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa,
e ne gemono; le sue sostanze contemplano dilapidate, e ad ogni patto
poranno argine a queste empie rapine.»
«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo
letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi
proponete sovvenirci?»
«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che
sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli
odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada
tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento
vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, — che
recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello[188].»
«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. —
Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran
tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»
«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti;
il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo
nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per
presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in
favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse,
chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà
di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò
la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna
dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici
capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del
Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; — ora volete voi che elle
piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che
scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo
possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per
anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare
il paradiso...»
«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non
credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»
«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di
Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina,
non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può
segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»
«E null'altro vi avanza?»
«E parvi poco?»
«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci
offerite di buono?»
«Chiedete. — Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari,
da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico
Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità
dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci
assicurava il dominio; — e al danno aggiungendo lo scherno, egli
diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi
che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che
come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle
nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. — Vendiamo i beni
dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè
chiunque non vorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati,
ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto
quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in
cose pie spendere si dovesse[189].» E tu potesti, senza che la terra ti
si fendesse sotto i piedi...»
Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno,
dicendo:
«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo
menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»
«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»
«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»
«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico
fondatore...»
«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e
i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»
«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate;
introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da
frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare
nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, —
mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»
«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il
Baglioni.
«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto
stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro
mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»
Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in
un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto
si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:
«Ciononostante parlate.»
«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo
desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto
a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia
e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili
sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco
Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur
dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per
carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte
Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati
sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla
mercatanzia[192]. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non
sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie;
io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io
nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,
«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il
Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere
e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si
è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di
altro fregio[193].»
Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso,
stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze
contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:
«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»
«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»
«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino,
che disse:
«Non mi avranno vivo.»
E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il
Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si
estingue.
Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo
stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante
temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce
riflesso sopra la spada del carnefice.
Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada,
sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali
soprastettero alquanto a contemplare la burlevole scena.
Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico
sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti
di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il
fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si
nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo
di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col
tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato
come uomo che vuole e sa morire combattendo.
E Malatesta beffardo incominciò:
«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i
tuoi nemici; — fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la
città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla
quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la
terra. — Uscite dalla mia presenza, codardi! — Io ho voluto conoscere
la vostra mente e le vostre forze: — se non ordino che v'impicchino per
la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro.
Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso
l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate
Rigogolo[194]. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della
querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la
voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, — a voi non è lecito
uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate,
a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento;
— di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero
t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu
macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate
che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»
Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme
agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì
da cotesto luogo maledetto.
Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate
Vittorio fremendo favellò:
«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego
anche Cristo.»
«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli
mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; — non può aversene
a male, — ella è roba del suo paese[195].»
«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori
il danaro.»
«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo
pagaste un ducato; — mettetelo fuori voi.»
«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»
«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare
maggiore?
«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene
dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa
alla gente.»
«O le lampade!»
«Tutte di rame.»
«Allora udite, — scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»
«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»
«D'oro — per cambiarmela d'ottone.»
E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo
e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che
differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende
che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il
Malatesta.
Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi;
si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la
notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,
«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi
ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero
anche con loro pericolo al bene della patria.»
«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a
giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli
erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò
risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa
mia testa è nata per alti destini.»
Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino
alto.
* * * * *
Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da
ridere, così favella al Bandino:
«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»
«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»
«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si
allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi
diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico.
Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi
chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita,
privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse
rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel
mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una
all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio
scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si
addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini,
e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo,
voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: —
vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un
giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli
arditi.»
«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»
«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio
ne lusinga la passione.»
«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare,
disprezzati potranno ben nuocere.»
«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani, quando
abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei
fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera
morda, le torrò i denti.»
«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»
«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece
posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi,
concludiamo.»
«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in
palazzo.»
«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie.
Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due
cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»
«Francesco Carduccio!»
«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo
vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli
viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto
moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più
oltre di lui.»
«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»
«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma
tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i
tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»
«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con
l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»
«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer
Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e,
come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto
vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale
rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono:
ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il
governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato,
fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando
mantenere salva la libertà della patria...»
«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»
«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice
può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie
il fiocco del suo piviale.»
«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi
e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»
«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro
si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti
per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini
commetterebbero più errori in questo mondo?»
«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»
«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida
forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe
l'ingoffo...»
[Illustrazione: «Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la
barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.» _Cap. XIII, pag.
319._]
«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando
affannoso Cencio Guercio,
«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, — mettevi in
salvo.»
«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più
acconcio.»
«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che
l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»
«Lasciami in pace: va...»
* * * * *
«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera
da letto...»
«Un momento, messer Carduccio,» — urlava Malatesta adesso allibito e
tremante, udendo le riferite parole; — «un momento solo... la decenza
desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»
E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse
nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri
quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco,
gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo
tutto disfatto, incominciò:
«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale;
— ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi
sentireste male per avventura?»
«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco
onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata,
che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello
antico suo stato.»
«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i
reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio,
onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo
benissimo e so che volgono alla repubblica. — Però temo non abbiate
riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»
«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte
prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto
può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose
siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su,
qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano
generale?»
«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già
comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo
esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila
cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si
tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte
ne concedeva loro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere
e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono
alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei
cardinali...[196]»
«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»
«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto
importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare
la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San
Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte
della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano
a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse
diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e
ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se
gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai
nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra,
dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa
e casamento vi si trovasse dentro compreso.»
«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo
negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono
con voi.»
Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura,
di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il
suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce:
prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia
della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per
escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre
ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un
proverbio:
«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»
E Cencio pure con un proverbio:
«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto
alla panca.»
* * * * *
Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali
alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente,
munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo
il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini,
gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il
cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero
avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il
leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita
sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: — sei
mio. —