fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia
a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene
l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi
sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso
incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia
tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto
del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del
coniglio.
Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si
sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel
consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a
ricevere la morte.
Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello,
un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a
lui lo cuopre di fango: — ma i suoi giorni sono contati; egli procede
sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.
Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le
fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di
spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere
stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di
armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da
questo mondo. — E se il destriero non era più sagace del suo signore,
senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte,
schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello.
Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle
spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte
tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del
cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di
ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò
da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino
e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse
fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella
spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna
traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe
per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa;
al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo;
fuga d'inferno era quella.
Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce:
«Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»
Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori,
per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore,
accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:
«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo:
non gli far male, in nome del tuo Cristo; — bada.... rammentati che tu
pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io
vi verrò prigione invece di lui...»
«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò
a gridare; — da cui il combattere? — Per avventura, Antinori, da te?»
«Sì, via, — ma rendilo.»
«Io non lo tengo, per soldato, — e ne voglio per riscatto mille fiorini
d'oro.»
E disparve galoppando.
* * * * *
Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte,
ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso
di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè
superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano
sceme di molti fratelli.
L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da
Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura
superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti,
desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di
San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con
un sospiro:
«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi....
manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»
Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia
intorno al collo:
«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel
Castiglione?»
L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi
gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò
nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e,
svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.
Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto
tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; — possa almeno
il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»
* * * * *
«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino
degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la
collana...»
«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo....
con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»
«L'anello!»
«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello
per amor mio; — ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato
via l'anello...»
«L'anello, o ti taglio la mano...»
«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»
«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro,
di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella
tua cassa?»
«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer
Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su
l'anima mia...»
«Dov'è mia madre?»
«Badate, Giovanfrancesco, — pensate ai comandamenti della legge di Dio;
io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate
di rispetto...»
Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre
trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un
sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con
gran voce comincia:
«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi
presto senza escludere nulla, — nè anche i pendenti che portate agli
orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.
La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene,
piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito
con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da
sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in
sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie;
gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da
Michelangiolo.
«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu
renderti parricida? — Va... io...»
«Per Dio, arrestatevi, madre... — Io! — Qual demonio vi caccia questo
pensiero nella mente? — Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel
nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete...
or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso
di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri
la mia anima geme per immensa amarezza. — Oh! casa Antinora decaduta,
quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini
d'oro!...
La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse
in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:
«Sangue superbo — e figliuol mio! tu sei la mia consolazione...
Aspetta...»
Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato
inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto
quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la
loro orazione, — e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento
e solleva il piano dello scalino; — quivi prendendo uno scrignetto,
lo porta a gran pena verso il figlio, — glielo ripone nelle mani
aggiungendo:
«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo
bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò
più bisogno di nulla: — quando pure la vita mi restasse a percorrere
intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; — l'onore
della stirpe!... Spero che basteranno; — or volgono forse cinquanta
anni che non gli ho annoverati, — quanti essi sieno ignoro... ma
spero che basteranno. Va... lasciami in pace... — e non farmi più così
paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro
a morire.»
* * * * *
Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare;
aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò
uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli
parve di sì... riprese a contare — seicento; riguarda e si conferma
nella speranza; — settecento; — ottocento; — se pochi ne mancano,
saprà ben egli dove trovarli; — novecento... e quell'orgoglioso
Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe
dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, — e si
sarebbe poi ucciso... — adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento
novantanove... mille!
Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla
porta principale della sala gridò:
«Messere Dante da Castiglione.»
«Ben venga il Castiglione — ben venga.»
Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno
e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a
favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:
«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: —
io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, —
e non è vile il mio; — l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che
non tormenta egli è tormentato. — Tali angosce seminano su la nostra
vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non
fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la
destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del
riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio
come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire
anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»
«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre
come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in
piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena
onde trarre di prigione l'amico[184]. La casa Antinora non ha mestieri
raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo
Frescobaldi[185]. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia
arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»
«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi
siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»
«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da
secoli non tocca libri di ragione commerciale.»
[Illustrazione: «Del Benintendi è figlia!» con urlo
spaventevole replica il Bandino,... _Cap. XII, pag. 308._]
«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante
in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo
genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della
mercatanzia nè si crede tralignata per questo.»
«Voi, sì... ma voi...»
«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di
Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida,
l'avolo dell'Alighieri, trovava _già nel calare illustri cittadini_:
— la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto
ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili
quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre
parole?»
«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, — noi gente di alto affare
e baroni...»
«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra
repubblica non vi assomiglino! — Noi, Morticino, c'intendiamo assai
meglio sul campo.»
«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?»
«Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludovico
Martelli...»
«Ah! Ludovico, — il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; — che fa egli
del continuo tra le arche dei defunti?»
«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi[186].»
L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene,
condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi
i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano
tesa gli disse:
«Voi lo ringrazierete in nome mio, — ed a voi pure gran mercè, — e al
tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato
sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»
«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona
volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a
stringere vento. — Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su
la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però
persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa
della vostra quando la ricusaste.»
«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», — e in atto
di ossequio lo accompagnava fino alla porta. — Dante all'improvviso
tornando indietro:
«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate,
prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè
l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»
«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta
nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per
tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»
E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto,
proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.
«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu
intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto,
se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata
una vivanda amara, — io te la ritorno confettata di aloe... mangiala
intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe
capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la
vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i
quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro
io corrisponda con un buon colpo di pugnale! — O madre mia, tu oggi
mi hai generato un'altra volta! — Ora tu puoi morire a bell'agio. —
Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre
ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi
il cuore, — splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi
danari.»
* * * * *
Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca
il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo
imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di
ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino,
udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio
s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non
occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di
stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua
origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata
al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue
ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via
della gloria o le porte del bagno; — povero intelletto relegato dentro
un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni
che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi
sublimi destini. — Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi
perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza,
e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della
critica. Ritorno al soggetto.
Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide
ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde
fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:
«Messaggero! — Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni
da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è
pronto.»
Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era
mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi
si vedeva.
Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello
domandò:
«Chi è che mi vuole?»
«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, — rendetemi il
prigioniero.»
Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle
era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva
stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del
capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo sorreggeva.
«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe
ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave
presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»
«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi
manderò su per una corda il danaro.»
«Prima il danaro.»
«Prima il prigione.»
«Dio vi mandi la buona notte. — Andiamcene, Eustacchio...»
«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi
dopo restituito il prigione.»
«Questi mi paiono compromessi da trecconi: — di più nobil sangue e di
più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»
«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»
«La corda a un punto io calerò e la scala.»
Così fu fatto: — ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando
Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. — Ah! tracolla
giù di un colpo ai piedi del bastione.
«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer
Lionardo è morto!»
«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.
«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il
Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi
darò anche la giunta. — Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo
fiorentino.»
Balenò un archibuso; — l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma
senza dolore: — volle parlare, e non potendo, si morse le mani: —
una striscia di fuoco gli solcò la guancia, — cotesto fuoco era una
lacrima: — la ribevve; — non una stilla deve sgorgargli della immensa
sua rabbia. — Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni,
inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi,
sarebbe certamente rimasto ucciso; — mentre vuol muovere un passo la
terra gli manca sotto, e stramazza.
Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane
Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.
Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del
giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro
mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che
sconsolato recitava le preghiere dei defunti.
CAPITOLO DECIMOQUINTO
ANDREA DEL SARTO
Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,
Quale han patria, qual legge e quale Dio,
Tranne il guadagno?...
EDOARDO FABBRI, _Sofonisba_.
Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato
dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla
i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione
uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire
una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò
appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la
vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale
seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava
con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho
potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe
faccia, non riesce mai a conseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio
esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa
lettera stampata nel giornale _L'amico d'Italia_ (Iddio ci liberi da
amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che
in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso: _Or
superbi, ara vili, infami sempre._ — L'Alighieri sentiva della nobiltà
da profondo intelletto quando cantò:
O poca nostra nobiltà di sangue,
Se glorïar di te la gente fai
Qua giù, dove l'affetto nostro langue,
Mirabil cosa non mi sarà mai:
Che là dove appetito non si torce,
Dico nel cielo, i' me ne gloriai.
Ben se' tu manto che tosto raccorce;
Sicchè se non si appon di die in die,
Lo tempo va dintorno con le force.