«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate

qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al

chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; — andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e

tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere;

questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente

tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza

quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in

Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui

dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli

si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu

attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla

nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza

a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra;

ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed

eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei

termini che sul fatto ti pareranno migliori. _Ex palatio florentino

Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor._»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che

non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco,

speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone;

in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato,

le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto

nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un

giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore

oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra

della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere

da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano

forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra

dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto

immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia

dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno

stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i

lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in

testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno

la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si

consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»

«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del

Ferruccio.

Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada;

rimasero tutti sepolti nella oscurità.

«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma

scomparisce come fiamma spenta per forza.»

Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo,

rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco

pensoso, poi all'improvviso proruppe:

«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più

felice alla umanità. — Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e

scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo;

sia la tua scelta, o, com'egli dice, il _deletto_[183], di volontarii

spediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra

mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»

«Mezza ora!»

«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»

«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per

questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare

il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»

«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio,

che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad

ira, esclamò:

«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio,

possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della

sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate,

Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San

Friano.»

Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un

sospiro dette alla sua Annalena, — un solo sospiro; poi si chiuse ben

dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino

di libera città minacciata dalla tirannide.

Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di

San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata

e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per

farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non

versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come

se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere

delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si

dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il

signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon

tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso

lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò

nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che

comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale

camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il

braccio.

«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la

cupola di Santa Maria del Fiore?»

«La vedo.»

«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento

l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»

«E i traditori?»

«Io veglio, — gli saprai più tardi.»

«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte

armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo

in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le

vie di Fiorenza?»

«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i

miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè io

giungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro

pel campo in traccia della morte, — io la cerco come la dama dei miei

pensieri, — ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del

Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, — povero Pieruccio! — Ma quando

avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un

manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi

ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; — ben

venga dunque la morte! — il tradimento partorisce il suo frutto; il

nemico vi aspetta.»

E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe

di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate,

la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli

Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad

aspettare l'assalto.

I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di

guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani,

pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe

immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non

fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque

fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve

si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla

lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa

mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto

dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal

terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi,

urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori;

era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare,

il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte

mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti?

Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi,

e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa

insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? — lacrimati

scomparvero dalla terra? — l'anima loro fu tempio della Divinità?

Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le

sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli

abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del

deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo

inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a

centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si

levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli

uomini, e l'alito del tempo la divorò, — lo strido dei flagellati ruppe

il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra

dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci

uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.

Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di

vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce

il Ferruccio con le sue compagnie; procedono serrate, disposte a

difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino:

procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure;

qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare

il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al

cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne

concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata

di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi

ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano

di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè

lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo

quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva

cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava

contro Firenze; — congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio,

e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto

splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli

pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto;

in lui non può capire idea di resa, — e d'altronde sarebbe folle il

combattere.

«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»

I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.

«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; — adesso

celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa

dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la

campagna; — vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi

precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più

rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; —

la voce del raccoglimento, — Patria e Libertà, Affrettatevi; — vive nel

cielo un Dio pe' forti: — a me i cavalli....»

E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla

dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così

bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che

quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare

gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente

ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra

loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti

appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi;

bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte

tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti

li dissuase mettersi alla ventura.

Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio

il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni

impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a

lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a

salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione

della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia dei cavalli vi

si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa.

Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini

sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti

di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero

senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non

iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure

non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli

quantunque non lo vedesse, — e Vico gli stava al fianco, — «figliuolo

mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o

l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè

ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati

un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra

i tuoi passi: io ti aspetto.»

Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente,

corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna:

all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed

incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per

le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra

parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando

reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono,

quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde

prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di

giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: — adesso è mestieri

tornarcene a Firenze.

Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse

ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire

la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico

altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che,

quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il

segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo

il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche

abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in

ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.

Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli

sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno

l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o

prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.

Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per

l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato

l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò

tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de'

nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone

imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui

si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora

lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati

del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo

seguitarono colle archibusate; — ma egli animoso e leggiero, con la

consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò

tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi.

Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo

e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne,

non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. — Ma le

azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non

fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e

più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale

ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri

infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: — qualcheduno,

— il poeta, — aggiunge _sublime_: — questo è tempo di servaggio e

di cuori inariditi; — quando i genitori, meglio che di sostanze,

desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice,

— allora volgetevi all'oriente, — ed esultate, — però che si avvicini

l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: —

quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada

potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà

sopra le ossa dei padri: — allora le ossa si leveranno fragorose

come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno

dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci

pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale

straniero: gloria al Signore!

Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala

dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando

altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì

in capo a due giorni si morì. — Gloria ai valorosi!

Spunta il giorno, — ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la

terra; — la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non

ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione?

Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o

sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli,

appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; — ora dove regnava

la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata

agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che

vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia,

la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo,

contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono

coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; — perchè

dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la

lampada; — i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro

opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice?

Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da

terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione — l'uccello delle

remote contrade: — il cuore dello straniero palpita di magnanimo

sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui,

— pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè

vi talenta: — voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggio

con più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il

mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete,

e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse.

— Rimanti tristo, o cielo, — versa sempre torrenti di pioggia; noi

crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: — tuona, o

cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti

l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io

odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo,

cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; — bello

come l'Apollo del Vaticano, — forma portentosa di nume, — effigiato nel

marmo.

Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista

della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del

comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce

ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli

partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi

con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e

cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme

dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti

meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la

ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e

sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale,

non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore

Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto

di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante

che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe

rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo

pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere

ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del

nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte

girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel

centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano

a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano

in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli

aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici

potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul

dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere

con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di

terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di

offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare

la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di

guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene

si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue

ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non

ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.

Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero

buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi,

perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri,

costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che

prorompeva fuori delle mura; — quasi a morte certa correva chiunque si

fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per

beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una

preda ormai tenuta sicura.

Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a

circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello,

soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama;

costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual

cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La

Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici,

attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con

ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori

Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli

furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa.

Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non

si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il

suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con

le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo

Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo

ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa

seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo

chiamò con gran voce:

«O ladro, fàtti oltre! — O ladro, non hai le gambe, come le mani

pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi

fiorini!»

Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da

un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui

quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa,

bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio

del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta;

imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la

tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa,

eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso

tardi.

L'assedio di Firenze · 第 33 / 81 段