balza a sedere sul letto e tende l'orecchio, timoroso di non essersi
ingannato. — Un altro colpo, — Ch'è questo? — Qual nuovo caso ci
minaccia adesso? — Comincia la campana dei Signori, rispondono le
campane di santa Reparata, — tutti i campanili della città suonano a
stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri. — Misericordia! questa è
l'ultima notte della mia vita! — E il cittadino poc'anzi lieto delle
tepide piume si gitta giù scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo
si espone al gelato mordere dell'aria; ode un frastuono confuso di
gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che
valga a toglierlo dall'ansietà. Si veste in fretta, cinge la spada e,
nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla
pubblica via. — Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo
colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie,
sperando e pregando ch'ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e
desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo
al marito l'uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo
abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: «Oh!
non uscire, perderai la vita.» — «Figliuoli miei» parla blando il buon
cittadino, «mia dolce consorte, s'io pur rimango, il nemico espugnerà
la terra, e me ucciderà con voi, — meritamente, — invendicato, perchè
mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo
i barbari... o in ogni caso non morirò senza vendetta... nè i vostri
occhi saranno funestati dalla mia strage... Sgombratemi il passo,
— tacete — e datemi l'arme.» — Tacquero — lo armarono, e quando fu
partito ripresero il pianto con l'impeto del fiume che rotto l'argine
straripa. Altrove la madre destò il figlio e lo spinse fuori delle
domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite
le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o
mariti loro. E Benedetto Varchi racconta come, occorrendo anch'egli
a fare il debito suo, incontrasse presso Santa Maria delle Grazie un
popolano il quale traeva a gran furia seco un figliolino, ed avendogli
domandato perchè così il menasse, n'ebbe in risposta: _Voglio ch'egli
o scampi o muoi meco per la libertà della patria_[181], atto e parole
degne piuttosto di paragonarsi alle antiche romane che anteporsi
alle miserabili nostre moderne. Le ombre della notte furono vinte da
quantità inestimabile di torce e lanternoni: accesero i cittadini chi
due, chi quattro lumi, sicchè vi si vedeva come se fosse stato di bel
giorno. Tutte le vie che menano alle porte et là d'Arno e i quattro
ponti si empirono di genti volte a difendere quel lungo tratto di
mura che da porta San Nicolò si prolunga fino a Porta San Friano. La
milizia fiorentina comparve subito, in punto di ogni arme, quasi per
incanto. Non che mostrassero sbigottimento, era in tutti un ardore,
una esultanza non altrimenti che se andassero convitati al festino.
Il signor Stefano Colonna, l'Arsoli, il Bichi, con altri capitani
di conto e soldati vecchi, non capivano in sè dalla meraviglia;
allora cominciarono a tenere non pure possibile, ma certo quello che
spacciato credevano dianzi, voglio dire la salute della terra; tanta
prontezza, così grande perizia avrebbe stupito in uomini per lunga
disciplina esercitati nelle fatiche militari. Tanto può nei petti
umani il vero amore della libertà! E quinci imparino a non disperare
i presenti, imperciocchè se a Dio era concesso dire: Sia luce, e luce
fu: alla libertà parimente fa data potenza per ordinare, allo schiavo:
Diventa eroe; — ed in quel fango prenderà ad agitarsi un'anima sorella
a quella del Ferruccio, o di qual altro capitano glorioso delle
passate età o delle presenti. La pioggia e il freddo non si curavano.
L'artiglieria fu posta al coperto e sfolgoreggiò di fronte e dai
fianchi con incredibile celerità il nemico. Con urli che andarono al
cielo, l'archibuso di Malatesta dal bastione di San Giorgio spararono
due volte. Non avrebbero gl'imperiali trovato così gagliardo intoppo,
se fossero stati attesi. Dall'altra parte i nemici si mostrarono
degni della loro fama; appoggiate le scale ai bastioni, vi salivano
silenziosi e guardinghi, sperando cogliere le guardie alla sprovvista,
allorchè videro una molto strana figura, angelo o demonio che si fosse,
volare sopra una di quelle, e giunto in cima ai bastioni urlare con
gran voce:
«All'arme! all'arme! — il nemico appoggia le scale alle mura...
Pieruccio le ha salite per darvene l'avviso.»
Un orlo di fuoco manifestò il contorno delle bastite di Firenze,
le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia;
gl'imperiali, disperati potersi più oltre nascondere, fatto buon viso
alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco!
palle! città presa!»
«Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo
campanile, città presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il
piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io
vi mando la treggea.» — E qui, toccati i sagri con la corda accesa,
lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli
assalitori.
Comechè il danno che usciva da coteste scariche fosse notabile, pure
a Lupo non pareva di fare frutto conforme ai suoi desiderii: in quei
tempi, non conoscendosi il modo di caricare i cannoni a _metraglia_
secondo i nostri moderni argomenti, vi ponevano dentro certi sacchetti
pieni di vetri rotti, di pietra, di ferro e simili altre sostanze;
onde avveniva che cotesti volumi poco tratto passassero e, di leggeri
sciogliendosi, quasi morta spandessero la contenuta materia.
«Per San Giovanni Battista! stanotte abbiamo a crepare insieme»,
brontola Lupo percotendo forte della mano sui sagri, e prende doppia
carica di polvere, poi mette la palla di pietra, dopo la palla il
sacchetto delle schegge: certo, egli corre presentissimo pericolo che
i sagri dirompendosi in pezzi non lacerino lui e due uomini attenti
ad aiutarlo; ma veruno di loro vi bada, e caricano e scaricano, le
artiglierie con tanto mirabile prestezza che Lupo alla fine, palpandole
con la mano quasi in atto carezzevole, ebbe a dire:
«Hanno predicato assai; adesso bisogna rinfrescarle. — E fattasi
portare una bigoncia di acqua, procurava freddarle; poi si rimise
all'opera più affaccendato di prima.
Gli Orangiani, quantunque per continue perdite si vedessero scemi,
non rimettevano punto dell'ostinatezza di volere espugnare la città:
pareva loro, ed era troppo grande vergogna, che, vincitori in mille
scontri di milizie vecchie, dovessero ora voltare le spalle dinnanzi
ad una mano di uomini pur testè intenti ai fondachi e alle arti della
seta e della lana; ormai non isperavano più di vincere, ma prima di
ritirarsi desideravano o vendicare la morte di qualche compagno, o di
alcuno bel fatto onorarsi. Per questa volta la fortuna era disposta a
camminare del tutto loro contraria. Un alfiere d'incredibile ardire e
di singolare prestanza si vantò tra i suoi voler porre in cotesta notte
la bandiera su le mura di Firenze o morire; per esser più spedito, non
tolse altra armatura che la barbuta e la rotella, già, perigliando
su l'aereo cammino, perviene al margine estremo del bastione, lo
tocca, e spiccato un salto, lo preme: alza il braccio per piantare
la bandiera, apparecchia nei capaci visceri il grido annunziatore del
vanto adempito agli amici, quando ecco giungere tempestando a quella
volta Dante da Castiglione; egli, secondo l'usanza sua antica, con ambe
le mani stringe la spada, e allorchè il barbaro meno se lo aspetta,
acconsentendo della persona, con tale smisurata forza gli abbriva un
manrovescio che gli spicca la testa dal busto e taglia parte della
bandiera; la testa e la bandiera cascarono rotolando in città, il
busto mutilato, con le mani prosciolte, sgorgando delle vene recise
un torrente di sangue, rovinò lungo le mal salite scale; in quel
punto alcuni archibusieri fanno fuoco, e la luce che n'esce rischiara
l'orrendo spettacolo. L'una parte e l'altra prorompono in gridi di
spavento; — un istante si posano, — quindi ritornano ad affrontarsi
molto più feroci di prima.
Un altro bel colpo fece il capitano Ferruccio; questi scorrendo di
su e di giù con in mano un'accètta per tenere sgombro quel tratto di
muro che egli guardava, vide sporgere il capo di un cavaliere, poi
le spalle, poi ambedue le braccia, e stenderle e forte abbrancare la
muraglia: «Frate, troppo pronte avesti le mani», disse il Ferruccio,
e giù calando l'accètta, gliele recide fino alla giuntura; traendo
costui doloroso guaio, il corpo abbandonato precipita sopra il capo
degli amici sorvegnenti. — Ancora uno dei nostri si strinse in lotta
su l'orlo del muro con certo soldato spagnuolo: il Fiorentino s'ingegnò
traboccare l'avversario fuori delle mura; per lo contrario lo Spagnuolo
tenta spingere il marzocchesco giù nella città; adopra ognuno l'estremo
di sua possa; non pretermisero sforzo che l'uno all'altro potesse
rendere superiore; si urtarono con la fronte, si offesero co' morsi; il
Fiorentino colto il destro, pone al nemico la gamba traverso, e questi,
squilibrato, rovescia: però cadendo, sì forte si appiglia alla vita del
nostro che entrambi in un fascio scompaiono dai muri. Il caso ordinò
che lo Spagnuolo, percotendo con le spalle sul terreno, rimanesse
morto; il Fiorentino, dallo sbalordimento in fuori, non rilevò altro
male, sicchè mentre tuttora i compagni si addoloravano sopra la sorte
di lui, lo videro ricomparire in mezzo a loro, molto raccomandandosi
che, scambiatolo per nemico, non lo uccidessero. Troppo sarebbe lungo
e per me e per chi legge sazievole raccontare partitamente le strane
venture di guerra che in quella notte successero. Stefano Colonna con
buono intendimento si pose in disparte con quattro fra le migliori
compagnie della milizia, e dovunque il bisogno vedeva maggiore di
aiuto, mandava una o due compagnie, le quali giungendo fresche,
ributtavano ferocemente il nemico. Filiberto, sconfortato da tante
morti ordinò si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco
i cadaveri dei compagni, affinchè i nemici, contemplata la mattina la
strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e così, come ordinava
fu fatto, tornandosi tristi là donde poc'anzi con tanta audacia
d'orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso
signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare
morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad
esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno
a sè, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:
«Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer
Bandino?»
«Parmi moltissimo.»
«E come?»
«Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno
di ogni altro), perchè se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta
stanotte dai legami terreni, se ne andò diritta diritta alle dimore
celesti.»
«Tregua ai motteggi... noi camminiamo sul sangue.»
«Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire;
in secondo luogo, più del paradiso per le allegate cagioni guadagnava
l'inferno; — sopra tutti avete guadagnato voi, principe.»
«Io? tu mi deridi?»
«Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto
a morte, vi ha istituito erede d'ogni sua facoltà?»
«Corrado è morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terrò il cuore
afflitto fino...»
«A domani.»
«Dimmi, Italiano, in nome del tuo Dio, già non lo avresti tu ucciso
nella notte... alle spalle... Italiano?»
«Gli assassini ci vengono di Spagna, messere lo principe. Corrado Essio
lasciò le braccia recise sopra i bastoni di Fiorenza, — l'anima a cui
di ragione, — li denari a voi.... onde potete dormire tranquillo la
rimanente notte.»
«Oh! Chi sa domani con quanto biasimo riprenderanno la mia fama...?»
«Domani i soldati pagati vi leveranno a cielo.»
«Ma i morti..., Bandino..., i morti?...»
«Se fanno rumore, chiamatemi, — io saprò costringerli al silenzio. Su
via state di buon animo; — voi mi parete fanciullo. Ch'è che dice il
Vangelo? Due passeri non si vendono eglino un quattrino? Pur nondimeno
l'uno di essi non può cadere in terra senza il volere di Dio[182]. Però
concludo che i morti avevano a morire.»
«Sta bene: — anche sventura a qualche cosa è buona. Dio vi tenga in
guardia, Bandino.»
Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte
ove giace Firenze ed esclamò:
«Quanto mi tarda la vendetta! — Pur quando dovessi rimanermi solo ad
oste contro di te, Fiorenza, o per forza o per tradimento vedrai il tuo
giorno finale.»
CAPITOLO DECIMOQUARTO
IL MORTICINO DEGLI ANTINORI
Ma già distendon l'ombre orrido velo
Che di rossi vapor si sparge e tigne;
La terra, invece del notturno gelo,
Bagnan rugiade tepide e sanguigne.
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Per sì profondo orror verso le tende
Degl'inimici il fier soldan cammina.
TORQUATO TASSO.
Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno,
si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della
Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrappite le
membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e
pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al
sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; —
senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.
Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano
ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera
imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli
un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su
per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di
persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco
compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando
Malatesta, passano oltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e
di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta;
gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le
forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono
di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una
crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.
Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele,
uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi
l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli
disse:
«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà
del soldato...»
«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi
volgere l'anima a tristizia.»
E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle
donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo
malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.
Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:
«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano
ragguaglio! — Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte
ordine alcuno! — Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non
si avverte Malatesta Baglioni! — Magnifici Signori, sono il vostro
capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a
voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più
onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama
di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale
poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste,
o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»
«Messere Malatesta», riprese il Castiglione, «e' par che voi ignoriate
come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare
l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a
quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»
«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le
nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»
«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo
a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a
Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. — Guardate
mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno
degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»
«Chi ve l'ha data, messere?»
«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»
«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la
testa....»
E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori
lo lascia cadere in mezzo della sala.
«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi
a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via
quella testa... toglietela via. — Cencio, chiudile gli occhi! —
fa che non mi guardi; — non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di
Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre
di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! — Magnifici Signori», riprese
quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia;
mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui
massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si
traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra
ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a
vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza
vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»
Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:
«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente
lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»
«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico
spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che
l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a
contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»
Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era
stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva
l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di
palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria:
però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto
osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e
ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un
mazziere, ordinò:
«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte
dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il
pavimento.»
L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e
ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque
volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta
per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:
«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: — io
v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»
«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua
di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; — perchè molto più che
confessore valente giova non aver peccati a confessare.»
L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante,
volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione
del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi
non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo
nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:
«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori,
affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare
a sua posta il campo imperiale.»
«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno
quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi
con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo
affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo
per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo
pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella
mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di
questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè
generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»
«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro,
chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere
le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»
«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; — ma gli altri non vi
assomiglieranno.»
«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! — sappiate, signore,
essere eglino molto migliori di me.»
«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai
bastioni.»
«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna,
ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si
aspetta l'offesa.»
«Presumereste voi forse sforzare il campo?»
«Non presumo, — spero.»
«E se vi respingono?»
«Saremo pari.»
«Lasciateli stare, — a nemico che fugge ponte d'oro.»
«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò
ragione; ora non fuggono, — rifanno le forze,»
Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e
loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo
incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col
cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:
«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia
della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio
l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»
«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla;
— io non approvo la sortita; — non la posso approvare.»
«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; — voi non correte in
siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»
«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi
con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa
terra...»
«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une
dei Dieci.
«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per
avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.
«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; —
«messere Baglione non sa quello sappiamo noi, — e lo muove studio di
bene: — credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due
parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.»
«Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il
gonfaloniere e alcuni dei Signori.
Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta
parlando:
«Signor capitano, favorite seguirmi.»
Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la
prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva
mostrare viltà: tenne una via di mezzo, — fece cenno a Cencio lo
seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè
temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto.
Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si
fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu poi della
dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così
lo interrogò:
«Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano
Baldaccio dell'Anguillara?»
«Cencio! — Cencio! — dove sei?»
«Tacete; — qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: — se il
vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel
vostro servitore.»
«E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi
al suo braccio: — mi sento stanco...»
«Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di
Baldaccio Conte dell'Anguillara?»
«Io? — Mai.»
«Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto
di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in
palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra
precipitato.»
Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far
bocca da ridere, soggiunse:
«Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi
forse della mia fede?»
«Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non
dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza
comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio.
Ora torniamo nella sala della consulta.»
[Illustrazione: Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo
sguardo della donna,.... _Cap. XII, pag. 294._]
E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola,
disse con ammirabile pacatezza:
«Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno
persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe
per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?»
«Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare,
quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi;
adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la
risposta della Signoria.»
«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate
per la vostra commessione.»
Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come
quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.
* * * * *
Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più
fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel
volto verso le tempie, si tentennava la testa.
«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»
«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato
al collo.»
«Tu dici vero! — la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in
séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo
ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi
trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»
«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la
testa la si perde una volta sola.»
* * * * *
«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che
così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli
pronto rispose:
«Chi mi vuole?»
«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini
importantissimi a parteciparvi.»
«Parlate: — vi ascolto.»