Firenze. Io non so com'egli abbia potuto mettere in rima scelleraggini
nefande dalle quali a pure pensare l'anima rifugge; e meco stesso
dubitai se dovessi o no riferirle, parendomi che troppo grave offesa
recassero alla natura umana ed alla dignità del libro: nondimeno mi
sono deliberato raccontarne qualcheduna, affinchè i presenti vedano
quanto si prolunghi la giornata di dolore che questa misera nostra
patria travaglia e ne sentano pietà. Gli stupri, le violenze, le
rapine, i santuarii rovesciati, le case arse; i campi, cura e diletto
di pacifiche generazioni, devastati; le stragi medesime, come orrori
consueti alla guerra, o non vorrebbonsi descrivere, o brevemente
riferire per non mancare all'ufficio, ma gli strazi osceni erano tali
da disgradarne quelli inventati dalla cupa immaginazione di Dante in
pena dei commettitori di scandali nel suo terribile _Inferno._ Come
i miseri contadini appiccassero agli alberi e quivi alle angoscie di
una tormentosa agonia gli abbandonassero, nei precedenti capitoli
fu scritto: però qui non restava la ferocia; spesso ti occorrevano
corpi di appiccati aperti nel ventre e nel dorso da sconce ferite,
e da quelle aperture rovesciarsi le viscere sanguinose; a quelli che
trovavano portare vettovaglie a Firenze, sia che amore di guadagno o,
come più spesso avveniva, di congiunti li conducesse, mozzata loro
una gamba od ambedue, e le mani, gli lasciavano in mezzo della via;
talvolta spiccata la testa dal busto, gliela legavano co' capelli della
destra a guisa di lanterna, e il cadavere, così mutilato appoggiavano
in piedi al tronco di un albero. Il Bentivoglio narra anche più osceno
ed immane martirio, il quale, per non affaticare in tante miserie la
mente, mi sia concesso riportare con le sue stesse parole:
Da otto (e che Spagnuoli eran mi avvidi
Dal parlare e dal volto) un villanello
Legato fu non senza amari gridi;
Che, partito dal suo povero ostello,
A vender biada e fieno iva a Fiorenza,
Di ch'era carco un piccolo asinello.
Quivi il misero fecer restar senza
Membro viril, che gli tagliàr di botto
Sordi a mille miei preghi in mia presenza.
Nè sazi fur di quel martir quegli otto
Ladri, del sangue italico sì ingordi,
Che l'arser ancor tutto col _pillotto._[174]
Queste cose si commettevano in nome dell'imperatore apostolico e del
vicario di Cristo padre dei fedeli! Così, tra per la paura di siffatti
supplizii, tra per la perdita che ogni giorno s'ingrandiva del contado,
la penuria cominciava a farsi sentire in Firenze. Penuria sofferta
senza mormorare dal popolo soltanto; perchè ai soldati provvedeva il
comune, e i ricchi, come suole, trovavano pei loro denari, nonchè il
bisognevole le delicature della vita. L'erario pubblico era stremo;
i mezzi ordinarii e straordinarii non bastavano a riempirlo. Allora,
non restando altro disegno per adunare pecunia, furono per partito
della Signoria deputati Lionardo Bartolini e Simone Gondi, due del
numero dei collegi, a cavare dalla sagrestia di Santa Reparata la
mitra pontificale ricca di molte gioie, donata da papa Lione nel 1515
al collegio dei canonici. Però l'effetto non corrispose al desiderio,
avvegnacchè non se ne potesse ritrarre più di scudi ottomila, e il
simile avvenne della croce d'argento ch'era in San Giovanni[175].
Il Giovio e l'Ammirato si sbracciano a maladire questo atto come
scelleratissimo ed empio: il Giovio fu vescovo di Nocera, l'Ammirato
canonico, entrambi _preti_; se tali non erano, avrebbero certamente
saputo che dove i cittadini mettono la vita, possono anche mettere
le splendidezze non chieste e nè anche desiderate dal Dio che vietò
di fare orazione nelle sinagoghe in mezzo alla moltitudine degli
uomini[176]. Non fu cotesto savio intendimento di governo, dacchè,
come dissi, l'effetto non corrispose, e il modo increbbe. E sì che
avrebbero potuto imitare l'esempio recente di Maria Padilla, la quale,
per sovvenire ai bisogni della _lega santa_ per le libertà spagnuole,
s'impadronì, nel 1522, dei tesori della cattedrale di Toledo; questa
savia donna, volendo togliere l'apparenza di empietà a simile azione,
con molta accompagnatura di uomini vestiti a lutto, lacrime ostentando
e dolore, si recò alla chiesa, dove, implorato prima perdono, spogliò
i santi dei magnifici loro ornamenti[177]. Cominciavano ancora i
partiti a diventare più vivi, e il governo non ardiva tentare adesso
quello che tempo addietro avrebbe dovuto o potuto eseguire. La fazione
dei Medici, scorgendo che dalla prigione in fuori non correva altro
pericolo, rialzava la testa moderata e lusingatrice; la gioventù
nobile, cagione principalissima di quel mutamento, non le parendo si
facesse nel nuovo stato quel conto di lei che le sembrava meritare,
il governo riprendeva e attraversava. Francesco Carduccio sbagliò
cammino e pagò caro l'errore; se per acquistare i beni della libertà
avesse voluto adoperare la forza della tirannide, forse nè egli nè la
patria perivano; preferì all'azione le pratiche; si confidò troppo
nell'ingegno, che aveva prontissimo, nella facilità di persuadere e
nella purità delle sue intenzioni: in somma, in tempo di passione,
ebbe fede ai ragionamenti; i partiti gli si infuriarono tra le mani,
derisero imperversati i suoi consigli, e quando volle costringerli
col rigore, trovò il suo partito debole e l'istrumento capace adesso
a generare la guerra civile, non già a percuotere qualche colpo
vigoroso per cui lo stato continuasse a procedere spedito nelle sue
vie. — San Giovanni ci ha dato il simbolo dello spirito rigeneratore
nei rivolgimenti degli stati: ponetevelo bene nella mente; egli porta
nella destra sette stelle di luce, e dalla bocca gli esce una spada
acuta a due tagli[178]. Il Carduccio, soprafatto, ebbe a scendere dal
grado supremo; i suoi medesimi amici lo videro cadere indifferenti,
qualcheduno anche con compiacenza, essendo proprio a questa nostra
umana natura che non tutte le gioie dell'amico ci rallegrino nè tutte
le sue sventure ci turbino. E qui pure io riprendo il Carduccio,
avvegnadio l'uomo, finchè si mantiene privato, faccia cosa piena
di dignità a confidare nella fede soltanto e nell'amore altrui, —
diventato poi rappresentante del destino del popolo, deve provvedere
quanto gli fu largito per amore gli sia continuato per dovere. —
Gli sostituirono Rafaello Girolami, tenerissimo della libertà; degli
spedienti che conducono a conseguirla in tempi procellosi imperito
o aborrente; barcheggiatore per pochezza di animo, che dai codardi
e dagl'inetti viene chiamata prudenza: ragione principale della
incapacità sua a cotesto ufficio fu l'essere reputato da tutti capace;
i partigiani dei Medici approvarono in lui l'antico famigliare
di papa Clemente; i nobili come nobilissimo gli dettero favore;
i moderati sperarono, aiutandolo, avrebbe procurato convenevoli
accordi; anco i superlativi lo accolsero bene, perchè solo tornò dei
quattro ambasciatori spediti a Cesare quando egli era a Genova, e
nella relazione che fece si mostrò animoso nell'avvilire lo esercito
imperiale, — finalmente perchè lo splendore del suo lignaggio induceva
il popolo, quasi suo malgrado, ad avergli rispetto. Vinsero al tempo
stesso per amore del Carduccio una legge per la quale il gonfaloniere
cessato doveva intervenire alle pratiche ed avere voce; cosa che,
somministrandogli comodo di vedere il male, non partecipava del pari
potenza ad emendarlo.
Nè in campo si viveva meglio che in città; quivi peste era e fame
e penuria di tutte; le paghe nulle; i soldati ridotti a campare di
rapina.
Nella tenda di Filiberto principe di Orange giocavano chi a dadi, chi
a scacchi, giuochi, se la tradizione ci racconta il vero, trovati
da Palamede all'assedio di Troia; i più a carte come le inventò il
Grignoart, per trastullo all'imbecilità di Carlo VI re di Francia,
o modificate a tarocchi, scoperta non invidiabile degl'ingegni
fiorentini, i quali vollero significare nei re, nel diavolo, nel papa
e nelle rimanenti figure scherno o ira contro le fazioni prevalse
nel governo della Repubblica: carte e figure le quali adesso non
rappresentano più nulla, tranne un consumo di tempo che, attesa
l'erpete morale della presente società, non può riputarsi male
impiegato per la ragione che diversamente si correrebbe rischio
d'impiegarlo anche peggio.
Oh! no; una parola mi è sfuggita dai labbri che l'intelletto riprova.
Invano cercheresti nel mondo cosa che più del giuoco tornasse funesta
agli uomini. Egli conduce seco per mano la ignoranza, la miseria, la
disperazione, — più tardi il delitto. Vi rammentate il dipinto del
Pussino il quale rappresenta il Tempo che suona la danza alle Ore? Così
il giuoco canta in disparte un canto satanico, per cui quelle quattro
furie imperversano baccanti, calpestando il cuore dell'uomo. Il giuoco
compone un gioiello prezioso della corona dei principi e della tiara
del papa[179].
Giocavano: e quivi, come nei tempi andati e successivi, avresti potuto
contemplare il riso ostentato di chi perdeva la sua ultima moneta,
— riso che muove a compassione e spavento; — la tristezza finta di
chi vince, — tristezza ch'eccita rabbia; — poi le mani trepidanti di
tutti; del perditore per passione di sapersi spogliato, del vincitore
per cupidigia di rapire l'ultimo soldo; — e gli occhi riarsi di cupa
fiamma nel disperato, scintillanti di vivido splendore nel favorito
dalla fortuna, e gli ammicchi, e le parole brevi susurrate dentro gli
orecchi, e il furtivo stringersi delle mani. — L'osservatore sarebbesi
soffermato a considerare sopra ogni altro il gruppo dei personaggi
seduti intorno alla tavola del principe. Ella era molto miserabile cosa
vedere le facoltà del corpo ed intellettuali di questo nobile guerriero
assorte intieramente in certo giuoco da fanciulli, un giuoco di dadi
che consisteva nell'indovinare il tratto, se pari o dispari; eppure
simile passione infuriava nell'anima di lui coll'impeto dell'uragano:
— stirpe germana, di cui gli antichi maggiori secondo quello che Tacito
riferisce, comunque della libertà zelantissimi, non aborrivano giocarsi
armi, consorte, caval di battaglia e la stessa libertà; la memoria
paterna religiosamente egli amava, e non pertanto dove gli fosse
comparsa al tavoliere, avrebbe giocato anche l'anima del padre.
[Illustrazione: «Pèntiti! — Se Giuda è tormentato settanta
volte, tu lo sarai settanta volte sette...» _Cap. XI, pag.
380._]
La fortuna camminava contraria al principe, ed egli, come caduto in
furore e matto, gittava pugni di monete d'oro sopra la tavola, le quali
appena percotevano il tappeto sparivano. I vincitori, seguendo l'usato
costume, davano a beccare alla putta, che in favella di giuocatori
significava sottrarre con bel garbo il danaro che la vittoria
accumulava davanti a loro, e ripostolo in tasca, davano a intendere
che poco o nulla avessero guadagnato, sicchè avveniva che perdessero
tutti, e, a crederli, si sarebbe pensato il demonio, nascosto sotto il
tappeto, si dilettasse operare cotesta sparizione.
«Andiamo via!» esclamò il principe con voce cavernosa uscitagli dalla
gola e non modulata dai labbri; «questi sono gli ultimi scudi ch'io
abbia sulla persona.»
Don Ferrante Gonzaga gli rispondeva:
«Principe, così vi veggo costantemente sfortunato al giuoco che, se il
proverbio italiano non falla, vorrei consigliare ogni gentiluomo a non
vi lasciare corteggiare la sua dama.»
«Pel corpo dei re Magi di Colonia! io perdo al giuoco e non vinco in
amore: qui non occorrono altre donne che villane, le quali saliscono
alla mia tenda passando per tutti i gradi della milizia, dal fante fino
al colonnello.... Inoltre, don Ferrante, come non ho voglia d'imitare
nell'arme il degno nostro avversario signore Malatesta Baglioni,
così intendo non imitarlo in amore, perchè.... Sta a me, porgetemi i
dadi. — Pari! tentiamo se una volta indovino.... tre e tre sei.... ho
indovinato!»
«Dispari!» replicò Baracone della Nava prendendo i dadi e li traendo a
sua posta; «sei e cinque, — pace.»
«Al diavolo questi dadi! — Datemene altri... Pari!» e scaraventa il
principe con ira i nuovi dadi sopra la tavola, i quali, poichè alquanto
ebbero ruzzolato, si fermarono e mostrarono un cinque e un quattro.
Allora torse lo sguardo al cielo, come se avesse voluto in cotesto
sguardo comprendere tutte le bestemmie che la umana razza proferse da
Adamo in poi contro il suo Creatore.
Baracone della Nava indovinò la vicenda dei dadi e vinse gli ultimi
scudi del principe. Tolto fuori di sè, come per forza del soverchio
vino, Filiberto, con voce che parve piuttosto muggito che suono umano,
gridò:
«Franz!»
E il valetto, per lunga dimestichezza educato a conoscere che
cosa quella voce significasse, non era anche morta su i labbri che
silenzioso in atto di ossequio accorse al fianco del principe.
«Franz! va nella mia stanza da letto e recami lo stipo di acciaio che
vedrai sulla tavola.»
Un uomo calvo e barbuto, vestito alla foggia dei Fiorentini, fu visto a
siffatto comando trasalire, farsi bianco nel volto, — e questo uomo si
chiamava Baccio Valori, commessario pel papa nel campo. — Accostandosi
su i piè leggiero all'orecchio del principe, gli susurrò le seguenti
parole:
«Quale intendimento sarebb'egli il vostro, principe?»
«Giocarmeli, commessario.»
«Lo pensereste voi? — Io vi consegnai ieri sera quei quattromila
ducati, a stento raccolti per le paghe arretrate dell'esercito...»
«Ebbene, non vado io pure creditore di arretrati! Primo mihi; voi,
che siete dottore, ditemi: non significano elleno queste parole latine
_prima tocca a me_? bisogna dunque che paghi me, — e poi verranno gli
altri.»
«Oh! se fosse qui il sommo pontefice?»
«Lo avrei caro, specialmente se si presentasse vestito dei suoi abiti
ponteficali, imperciocchè allora potrei giocarmi anche le sue gioie,
e quasi senza rimorso, dacchè il diamante comperato da quel fero
vecchio di Giulio II, che il Cellino accomodò al bottone del piviale di
Clemente fu già del mio cugino Carlo il Temerario, duca di Borgogna; —
un ribaldo di Svizzero glielo tolse nella giornata di Grandson, dove
rimase morto della morte dei valorosi. — Messer commessario, comechè
il mondo vi reputi, e veramente siate uomo savio, udite un consiglio di
cui farete vostro senno: — non vi avvisate mai toccare cane che rode nè
giuocatore che perde.... A me, Franz! — Vuoi tu affrettarti, Franz? che
Dio ti confonda!»
Baccio Valori trasse un grandissimo sospiro e susurrò sommesso: O papa
Clemente, tu hai pensato un diavolo cacciasse l'altro, ma per questa
volta temo forte non ti abbiano a cascare addosso tutti due.
Fu portato lo stipo, e caso fosse od industria di giocatore, la mano
del principe tante volte vi attinse danaro che alla perfino si trovò
vuoto; egli però come colui che nella febbre del giuoco aveva perduto
il lume degli occhi, non si accorse della perdita enorme, se non
quando, cacciandovi dentro la mano, le dita strisciarono sul fondo
e non poterono raccogliere che alcune rare monete; allora con grido
convulso esclamò:
«Per Dio, me gli avete finiti tutti!»
E lanciò su i circostanti uno sguardo tagliente quanto il filo della
mannaia: poi dopo dette in altissimo scoppio di riso, che pareva
gli si dovessero rompere le vene del cuore, e con voce più impetuosa
soggiunse:
«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado,
giuoco lo stipo. — Io lo valuto dieci ducati d'oro del sole. — Come,
non costa egli dieci ducati? Io intendo e voglio che costi dieci
ducati. — Vorresti, morte di Dio! tribolarmi per un ducato, quando me
ne hai vinto le migliaia?»
«Ma che ho io a farmi del vostro stipo, Filiberto?» rispose un giovine
pallido, di capelli rossi, di sguardo falso, appellato Corrado Essio.
«Che cosa hai a fartene? Se fosse grande dieci braccia, potresti
riporvi i tuoi peccati: — essendo breve, ci metterai il tuo cervello.»
«E' mi pare che possa avanzarne da metterci anche il vostro.»
«In fè di Dio hai ragione!»
«Ora via, facciamo come vi piace; — ecco i dieci ducati.»
Gittarono i dadi: il tratto tornò contrario all'Orange, il quale si
morse le labbra fino a cavarne sangue, e nel tempo stesso alcune gocce
di sangue furono vedute scendere di sotto la veste a bruttargli le
calze, imperciocchè egli si fosse con la mano sinistra abbrancata forte
la carne del petto e, sopra sè stesso sfogando la immensa sua rabbia,
tacito tacito l'avesse in molto sconcia maniera lacerata.
«Io ho giocato lo stipo», riprese il capitano Essio, per cortesia e
per farvi buon gioco; però non intendo privarvene, Filiberto, — anzi vi
prego di tenerlo per amore mio.»
«Ahi! figlio di malvagia femmina! — lo stipo mi lasci? — Ho io forse
bisogno de' tuoi stipi? Non so chi mi tenga dal rompertelo sopra la
testa.»
E lo faceva, ma Giovanni Bandino lo tenne.
Giovanni Bandino se ne stette tutta la sera seduto a canto del
principe; dal capo chino sul petto, dagli occhi chiusi si sarebbe
creduto che dormisse, senonchè un braccio teso sopra la tavola e il
pugno strettamente serrato dava a supporre l'occupasse qualche profonda
meditazione. — Allo schiamazzo delle prime imprecazioni del principe
alzò la testa e si pose a osservare, — segue con diligente sguardo le
vicende del giuoco, e quanto più le vede tornare contrarie all'Orange,
tanto più esulta: simile affetto dell'anima le sue labbra dimostrano
con sorrisi brevi, sfuggiti dagli angoli estremi, — come faville
suscitate dalla pietra percossa; la sua gioia lo tradiva giusto in
quel punto in cui, gittate le braccia intorno alla persona dell'Orange,
gl'impedì dare dello stipo in testa a Corrado Essio.
Questi, côlto il destro, fuggiva l'ira bestiale; e gli altri
circostanti, prevalendosi della lotta tra il principe e il Bandino,
il primo per isvincolarsi dalle braccia del secondo, il secondo
per trattenerlo, si allontanarono. Quando il principe risensò, si
rinvennero soli, allora Filiberto, profondamente avvilito, si lasciò
cadere sopra una sedia, e la faccia nascondendo in ambe le mani,
singhiozzò forte senza pianto e poi cominciò dolente:
«Cristo! ieri la mia fama era anche bella... gloriosa, — era splendida,
— adesso poi chi vorrebbe la mia fama? — Fosse un mantello, lo
rifiuterebbe il miserello ignudo in una notte di dicembre! — Sono
diventato infame! — Domani verranno i soldati a domandarmi le paghe,
ed io qual cosa risponderò loro? — Le ho giocate. — Noi abbandonammo le
case lontane, parmi udirli dire, il sangue nostro vendemmo per mandare
il soldo alla vecchia madre, onde avesse pane. — Ebbene, io ho giocato
il sangue vostro... il pane della vostra madre... Tacete... o v'impongo
silenzio facendovi stringere col capestro la gola.... Villani!
ringraziate il cielo dell'onore che vi concedo di potere versare
l'ignobile vostro sangue in vantaggio di Sua Maestà l'imperatore....
Ah! invano mi adopro a soffocare la coscienza cacciandole in gola il
mio mantello di barone... la coscienza mi morde... m'infastidisce la
vita.»
«La vostra tela non è anche ordita, o principe... fatevi animo....»
«Voi siete rimasto qui per godere della mia umiliazione... voi esultate
della mia caduta... Italiano d'inferno, sgombra dalla mia presenza...
va presto... va... altrimenti mi faccio micidiale del tuo sangue...»
«Io non ricusai i vostri conforti, ora abbiatevi i miei, e sappiate,
principe, che io conosco una via per la quale non solo non perderete,
ma accrescerete la reputazione da voi acquistata meritamente e
mantenuta fin qui.»
«Davvero, Bandino? Oh! io ti saluterò angiolo mio custode, — non tanto
per me, vedi, quanto per la nobile madre mia; ella morirebbe di dolore,
se sospettasse un simile fatto..., ella scenderebbe nel sepolcro
contristata. — Copritemi il volto del lenzuolo funerario, ond'io non
veda il disdoro della mia famiglia, ella direbbe. — Or dunque parla,
Bandino, ridammi la vita e più che la vita...»
«Bisogna dar l'assalto a Fiorenza.»
«E quando?»
«Tra due ore.»
«Tra due ore, Bandino?»
«Nulla manca. I Sanesi provvidero quattrocento scale per salire, i
ferri e gli uomini per trucidarsi sono pronti.[180]»
«E a che mena l'assalto?»
«O voi espugnate la città, e allora avrete danaro più che non basta a
soddisfare le paghe...»
«E se, come temo, non l'occupo?»
«Vi moriranno tutti o parte i creditori; e in ogni caso saranno tanto
importuni di meno.»
«Giovanni Bandino, voi mi oltraggiate.»
«Dio me ne guardi! — le azioni meglio magnifiche che il mondo ammira
trassero spesso principio da più ignobili cause: — ormai ho passato il
mezzo della vita, nè già mi sono giocato gli anni, come voi i fiorini
di papa Clemente; — conobbi i grandi dell'età nostra; — piuttosto che
eroi davvero, mi parvero giocolieri di fama — e così penso che fosse la
maggior parte degli antichi...»
«Ma la notte è troppo scura, e Dio manda giù acqua a bigonce... in qual
modo si distingueranno le insegne? Come si ripareranno dal fango? I
capitani biasimeranno questo mio ordine come pessimo accorgimento di
guerra...»
«I capitani prima di tutto obbediranno, — e qui sta il meglio; —
poi risponderemo loro essere capitani di vecchio stile: quanto più
disagiato il tempo, tanto più verosimile si trovi sprovveduto il
nemico; il certame a luogo e a giorno fissi occorrere nella tavola
rotonda soltanto, e dal re Arturo in poi aver progredito l'arte
militare: ancora, se, giusta il costume di Fiorenza, hanno le milizie
nemiche festeggiato il presente giorno, come vigilia di San Martino,
a quest'ora dormono sepolti nel vino: la pioggia stessa e la oscurità
vi danno favore; a cagione della prima, la polvere bagnata non
concederà si sparino le artiglierie; a cagione di questa, quando pure
le potessero sparare, non saprebbero in che punto colpire... Sapienza
militare; accorgimento astuto, amore di gloria — e sopratutto necessità
di rifare i denari consigliano ad assalire Fiorenza tra due ore.
«Siete pure i cervelli sottili voi altri Fiorentini! — Fra due ore
l'assalto: — è detto!»
* * * * *
Nell'intervallo dei vari impeti della bufera, tra un rovescio e l'altro
della pioggia turbinosa, per le vie di Firenze si ode una voce orribile
e dolente, come quella che a pari ora della notte suole gittare nelle
ombre l'infelice travagliato dal male della licantropia.
E la voce gridava:
«La città dove il savio dorme e il pazzo veglia è derelitta da Dio. —
Sciagurati! Avete chiusi gli occhi sotto cortine di seta, — domani vi
sveglierete sotto una corda di canapa. — Alle mura! — alle mura! — i
nemici prorompono.»
Dal paragone che fanno spontanee le fibre dell'uomo a grande agio
disteso nel letto tra il suo stato presente e quello del misero
raggrizzito dal freddo, — battuto dalla tempesta, nasce un godimento il
quale si potrebbe molto acconciamente da qualche misantropo attribuire
alla malignità insita nella nostra natura. Però chiunque udiva la voce
si avviluppava più stretto nelle coltri, esclamando con compiacenza:
«Io sto meglio del Pieruccio!»