Ella era bella, ma infelice, — fuori di misura infelice.

E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne

alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per

paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo

di amore.

E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare

spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo

dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!

Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò

agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della

vergine che si reca a marito! — Allorchè tremò, — abbrividì, stette

per cadere in deliquio, la gente riprese: — Bene per piacere si manca!

Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, — una lagrima dal

ciglio, — Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e

n'è traboccata una goccia. —

E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo

alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste

diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un

sepolcro di pietra; — quivi ella se la sentiva inecittabile, — pesa; e

l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore

che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante

sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.

Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato:

Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei

labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli

avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere

quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio

perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di

luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe

ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta

al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando

abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la

promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto

la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso

caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e

trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica,

rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie

di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, —

pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel

modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e

di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena

che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi

per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima;

— allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima,

perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che

fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo

tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva

addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di

colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza

sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette,

su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco

pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di

Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel

portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè

per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto

celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in

preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti

sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori

di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria

del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima

lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina

e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli

d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente

argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta

genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le

sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami

sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello

sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo

cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'_amen_ dalle smorte labbra, chiuse il libro e

lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; — poi si

pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa

viva; gli occhi lucidi, — intenti — aridi come di vetro incassati

dentro testa di cera: — all'improvviso le balenarono, le si empirono

di lagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò:

«Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la

povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le

sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i

capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le

spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto

di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso,

le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano

usi alle lagrime; — muove un passo, — due, e tutta svela la persona

alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto

verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò

cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una

larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze

di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde

sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore

di fuoco, ornato con bianca piuma; — nella sinistra l'elsa della spada

alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio

brunito attorti con maestria a guardia della mano. — Soprastà alquanto

senza punto rimuovere lo sguardo della donna; — geme sommesso, — a

mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; — muove la bocca per

favellare, e non può — dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso

gli riesce; — alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza

dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, — ed anche ahi! pur troppo della maggior

parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; — a

voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella;

— vi amano tutti ed onorano; — più di una lacrima di orgoglio sparse la

vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate

adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè

questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti

dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non

curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo

allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio

di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia

fosse trasparente, — se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse

sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. —

Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a

sanarle. Lasciatemi piangere sola; — io nulla chiedo da voi, — non

vi turbo, — nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il

mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni

vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane

Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, — no; pur troppo io so che voi, come

siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita,

e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste

quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non

possono confortarsi, — o se pure si possono, sta il sollievo delle mani

di Dio — e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un

dolore che — come il mio — la pietà finta dei molti detesta, e la vera

dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il

quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli

uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè

l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova

altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada

dentro il sepolcro; — se io mai ardissi domandare aita al tormento che

mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi

dareste per sollievo una rampogna, — o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi

discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine

della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non

doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato;

— sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! — Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il

cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono

le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu

concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò

nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; — io giacqui

vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi

la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto

può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di

me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. — Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando

l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le

fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; — adesso non è più

tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: — io non vorrei cedere

un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide

gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore

dall'anima, io lo rinnegherei, — e percuotendo alle porte dell'abisso,

supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! — I vostri occhi un giorno incontreranno la vergine

che vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via

con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per

diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la

creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. — Molte donzelle sospirano per voi di segreto

desio; — uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà

della gemma d'Oriente. — Levate gli occhi verso la faccia di quelle,

— ed amate di amore felice; — anch'esse questo sole italiano coloriva;

anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? — Le guardo, sì, per vedere

se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli,

cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, — e quale più mi

dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della

tua bellezza riflesso sopra di lei; — io ti contemplo in tutto il

creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; — ma invero poi dov'è per

me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la

sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi

o ch'esulti per me; — i miei parenti dormono dentro gli avelli di

famiglia; — mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando

torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; — se acquisto un

prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo

cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. — Io non ho

un cuore che corrisponda col mio. — Ah! le mie mani non versarono il

sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino,

e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna,

la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva

scagliato il fulmine, — e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa

potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di

ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai

campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta

nel sacrifizio, — la umana grandezza nel soffrire; — ed io, — vedete,

— soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra

l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo;

— della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci

predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel

cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora

il costume, e di tutto vi fate difesa. — Voi mi parete il ricco epulone

dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del

suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventava a

vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime

le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; — ond'egli con

maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a

favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa

mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del

continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi

segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di

tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada

davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda

nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; — già non si muore due volte; quello ch'io amo

raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto;

dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte

l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno

infondesse pace, — anche con l'oblio di me, — anche con l'amore di

altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai

questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un

cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria...

amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; — una

memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. —

_Torni il sorriso al tuo pallido volto_; le rose della giovanezza

non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua

mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita,

— te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati

i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le

donne per la tua assenza baldanzose, — torna a mostrare al mondo come

Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina,

ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; —

l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto

ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere,

il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro

cammino, — ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa

dell'anima; — rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla

a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; — la voce

dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; — arde l'amore una

volta sola di propria sostanza; — se in séguito lo vedi riaccendersi,

egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo

alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra

donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non

potrei, — darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcani

del tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo,

benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più

degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. — La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima

ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente

stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io

non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti

chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno

i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito

abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua

favella sopra la lingua dell'uomo; — io ricuso diventarti angiolo e

demonio, — e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il

secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. — All'improvviso la

donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo

adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più

crudeli tormenti. — Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi

ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini;

— gemo, — e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse

la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento

dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti

orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; — con voci

interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... — Io ti darei mezza mia vita se potessi

stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza

comprimerla, — senza essere compressa... mute entrambe quanto le

mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia

pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; — gli dura nel cervello

la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di

punte acutissime; — gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti

circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce;

— gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; — a nulla pensa,

imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, — così

apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un

monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, — minuti che divorano

dieci anni di vita, — minuti i quali cambiano una esistenza per modo

che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare

pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come

smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene

sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio

speciale — la pazzia.

[Illustrazione: «La tua testa è troppo pesa di segreti e

d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;... _Cap.

XI, pag. 271._]

«Madonna!» — Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua

signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi

domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in

quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, — con gli sguardi

immobili, le braccia pendenti, — la spada dimenticando e il berretto,

si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella

stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla

rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio

e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! — Questa è voce che certamente conosce la via

del vostro cuore; — ella è voce della patria dolorosa che invoca il

soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo

di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; — divina poi quando vada

congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la

gloria follia sublime, — un sogno; — chè allora tutto sarebbe sogno tra

noi: — e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di

luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni

dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli

antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma

se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero,

ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia,

la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, — e

mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei

pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non

avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da

Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi cosi sconfortato, trasse

un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala

che adesso traversa non li badando Ludovico; — tengono il cappuccio

abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del

petto; forse in cuore saranno — ma certo nel volto non sembravano buoni

servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto

la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; — gli occhi di lui

balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera

dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca

sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che

modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella

cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio

cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a

declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non

lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la

passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad

amare il cenobita; — di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo,

egli non deve conoscere rimorsi, — e poi non fa parte di religione egli

stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che

stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava — Maria

dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»

L'assedio di Firenze · 第 29 / 81 段