almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere,
nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione
di Dio vi ha percosso; — avete gli occhi e non vedete, avete gli
orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere
intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni
della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui,
come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora
avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando
solo nella rôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un
pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie
il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, — Or
via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno;
ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre
ch'io dormo. — Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si
sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale
recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: — Chi
andate cercando? — Il barone, — rispose il suo nemico, perchè abbiamo
sete del sangue di lui. — Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se
io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? — Furono convenuti
i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino,
l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore
dei suoi morti per Cristo, pei santi, — n'ebbe scherni, percosse; e fu
tradito....»
Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che
di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel
vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi
indirizzandosi baldanzoso al Baglione,
«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme
nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del
tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la
figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione
che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! — Se Giuda è
tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...
«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» — grida Malatesta con labbri
tremanti... «cacciatelo via... — trucidatelo...»
«Addosso! — Al matto! — Ammazzatelo! — Ammazziamolo! — È un profeta. —
Se la intende col diavolo. — Tacete, impostore, avrebbe dato la posta
al diavolo a piè della croce? — È un santo, vi dico. — Un ladro, —
ammazziamolo.» — Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che
superò il mugghio delle turbe proruppe:
«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»
«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio
ad un suo compagno, — ed agitando in mano una grossa pietra con tanta
aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio;
— questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano
abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce
bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse
sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: — poi rovinò e
scomparve dietro la base di pietra.
«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra
dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o
la libertà si muore....»
«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!»
gridarono altri. — Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse
nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da
braccio straniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le
vesti, — cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle.
Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un
cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri
destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece
partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi
avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze
antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi
arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria
conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero,
tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la
più magnanima o la più turpe delle cose create.
Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; — egli non
prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso
gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli
sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva
dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui:
ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato
dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe
fatto del proprio corpo riparo; — ed ora vederselo così scomparire
sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo...
era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il
Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, — un moto convulso
dei labbri soltanto lo accennava vivo; — l'anima a guardarlo ruggiva
dentro a Vico di rabbiosa pietà; — declina un ginocchio a terra,
si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con
le spalle appoggiate alla base della croce; — qui mentre povero di
consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se
davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; — bianca
nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della
destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della
umanità.
«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per
un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»
Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del
prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci.
Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende;
— genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei
capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise;
quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro
o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga
e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio.
Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la
faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:
«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi?
Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su
i dolori della stirpe alla quale appartengo — alla quale avrei voluto
non appartenere; — stirpe che aborro ed amo, — che desidero e dispero
contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»
«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere,
come fai, il freno alla lingua! — sii cauto una volta. — Se la città
può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se
deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che
conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una
maledizione e nasconditi nella eternità....»
«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o
riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati;
forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il
Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito
di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse...
Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e
l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; — immagino penetrare col
guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani
della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e
la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta
mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque
dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»
«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole
tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»
«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non
conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io
sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato
a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei
partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero
che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di
contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti...
si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il
sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci
credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga
ucciso dall'effluvio mortale.»
In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro
bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a
cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con
le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non
gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a
volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo
all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo
in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli
avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice
fratello.
I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da
terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:
«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè
della croce ricusare carità verso il prossimo?»
[Illustrazione: Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia
percoteva con ambe le mani il marmo.... _Cap. X, pag. 263._]
Annalena levò le braccia in atto d'invocare esclamando:
«Conceda il padre degli uomini la benedizione di Giacobbe a voi, ai
vostri figli, ai nipoti, fino alle più remote generazioni.»
Il Pieruccio in andando teneva fitta la faccia alla croce e favellava:
«O Cristo! molti furono i dolori che travagliarono l'anima tua, ma tu
avevi intelletto divino, e tuo padre ti aspettava nei cieli... Se un
Simone cireneo mi avesse sovvenuto a portare la croce, se un'amorevole
Veronica mi avesse asterso la fronte del suo sudario, io avrei
implorato questo supplizio per misericordia... a me i chiodi, la lancia
nel costato... a me il fiele e l'aceto, purchè a piè del patibolo io
vegga piangere l'amico... venir meno la madre... — un atomo di amore, —
un pensiero di amore e poi una eternità di tormenti... O voi giovanetti
gentili, nobili fiori di questa terra esecrata... e voi morrete su
l'alba della vita... nella età delle promesse e delle speranze...
voi siete dei traditi... amatevi... affrettatevi ad amare... bevete
di un tratto la tazza della vostra gioia... perchè la morte sta per
irrigidirvi la mano con la quale l'accostate alle labbra.»
E più altre parole egli aggiunse dai due amanti non intese o non
curate; pieni entrambi di desio, ebbri del piacere di vedersi e di
udirsi, godendo il presente, più molto sperando nel futuro, potevano
darsi pensiero delle parole del povero insensato?
Appena il volo della rondine nel cielo vincerebbe il corso dei due
amanti sopra la terra; giungono in vetta al poggio di San Miniato
prima che mettessero fuoco alle artiglierie. Il campo nemico appariva
deserto: tranne le scolte, non si mostravano fuori delle tende soldati
o capitani; ogni cosa taciturna dintorno. Malatesta, levato in alto il
bastone del comando, intimò si procedesse alla sfida degl'imperiali,
volendo osservare l'antico costume pratico nella milizia. Di subito
quanti accoglieva suonatori la città agli stipendii della Signoria o
volontarii cominciarono a muovere incredibile frastuono di trombe,
tamburi ed istrumenti altri siffatti; poichè furono rinnuovati tre
volte quei fragori marziali, sempre il Baglione ordinando, appiccarono
il fuoco a tutte quante le artiglierie così grosse come minute, le
quali erano numero inestimabile. All'insolito rovinìo rimbombarono le
acque e i colli vicini, la terra si scosse, tremarono le fabbriche;
sopra tutte le bombarde tuonò spaventevole la enorme colubrina gittata
da Vincenzo Biringucci da Siena, la quale pesava meglio di diciotto
migliaia di libbre; l'avevano posta in cima al cavaliere innalzato tra
San Giorgio e San Pietro Gattolino, e la chiamavano così per vaghezza
l'archibugio di Malatesta[172]. Un fumo densissimo ingombrava cielo e
terra; e quando prima cominciò a diradarsi, si vide in mezzo scaturire
dai fiocchi di nebbia la terribile persona di Lupo che in cima al
campanile di San Miniato caricava, scaricava, maneggiava in somma quei
pesanti istrumenti di guerra come se fossero altrettante sue braccia di
bronzo; per poco che lo spirito di chi lo vedeva si fosse nudrito nella
lettura delle antiche leggende, lo avrebbe creduto Briareo, ossivero
un demonio posto dalla gran forza delle incantagioni a custodia di un
castello fatato.
Oltre la vana ostentazione descritta, Malatesta mandò fuori delle
porte, al principe d'Orango un trombetto col pegno della battaglia, e
il principe, presentatolo magnificamente, gl'impose riferisse: — essere
suo costume combattere quando gli tornava comodo, non quando piaceva al
nemico; stessero pronti in città, perchè quanto prima le avrebbe dato
l'assalto. — Così ebbe fine cotesta bravata. I Fiorentini calcolarono
meglio di mille libbre di polvere persa senza costrutto. Si partirono
dal monte alla spicciolata; la milizia, rotti gli ordini, si partiva
anch'essa in confuso; pochi uomini rimasero colla Signoria e col
Malatesta.
Allora il gonfaloniere mostrò desiderio di ricondursi al palazzo.
Malatesta ossequioso volle a ogni costo accompagnarvelo, e così
ripresero il già percorso sentiero.
Ornai si avvicinano alla croce; Malatesta lasciandovi sopra uno sguardo
obliquo, ne vede sgombra la base, cosicchè gli parve respirare più
libero ma gli riesce la speranza invano: ecco di repente sorgere dalla
pietra la figura di Pieruccio col capo avvolto di bende sanguinose e
minacciarlo col pugno e rampognarlo feroce:
«Sarai tormentato settanta volte sette!»
Il Baglione, preso da cieca ira, si stracciò a morsi le maniche delle
vesti... di nuovo stette per movergli addosso... di nuovo Cencio si
apparecchiava a ferirlo per modo da non tornarci la terza volta. I
cittadini svelsero a forza dalla base il Pieruccio e lo celarono in
mezzo di loro. Egli era andato buon tratto di via con gli uomini ai
quali lo aveva commesso Vico Machiavelli; giunto alla piazzetta dei
Castellani sfuggiva loro di mano e tornava al posto periglioso per
maledire di nuovo il Malatesta.
La Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al
palazzo, Malatesta facendosi più dappresso al Carduccio, gli favellò:
«Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore
il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maestà della
Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa.»
«Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potestà di
far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati...
— Ma tornerà poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? —
Pensateci!...»
«Se lo tenete per matto, allora chiudetelo.»
«Prima dei pazzi vorrebbonsi sostenere uomini bene altramenti
pericolosi alla città, Malatesta...»
«E quali, messere?»
«I traditori.»
Qui il Carduccio, chinata la persona in atto di reverenza, pose il
piede sul primo gradino del palazzo della Signoria e si allontanò.
Malatesta rimase per alcuni momenti stupefatto; poi si volta pensoso
camminando in silenzio; ad un tratto egli chiama:
«Cencio!»
«Malatesta!»
«Bisogna raddoppiare le guardie al mio quartiere...»
«Bene: — sarebbe meglio però andare ad abitare presso alla porta di
San Pier Gattolino. Costà avete prossimi i Côrsi e i Perugi vostri;
l'uscita al campo ad ogni evento prontissima.»
«Purchè si possa fare senza destare sospetti!»
CAPITOLO DUODECIMO
MARIA DEI RICCI
Amore alma è del mondo, amore è mente.
Che volge in ciel per corso obliquo il sole.
TASSO, _Rime._
O giovanetti, sul lago del cuore
Vada trescando per poco l'amore.
_L'abbandono_, Melodie liriche.
Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta
lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora
credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò
le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo
la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la
primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole,
poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò
sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale,
or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra
la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà
promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti
a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi
e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra
gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi,
fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella
gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tua immagine dava moto
al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le
secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori
nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio
del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro
elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la
mia anima... io vissi la tua.»
«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della
creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri
sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno,
— quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel
contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non
levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi
parve più bello del cielo.
«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della
tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il
suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con
gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare
pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le
arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi
tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la
breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima.
Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve
lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona
dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e
come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità
verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il
nostro affetto più immortale di Dio!....
«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per
vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni,
i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento
del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito
orientale?
«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue
là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore
abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza
dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la
ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale;
— eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui
è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di
amore.
«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole
che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel
fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il
filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il
nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.
«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice
dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri,
imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola
di conforto? — Tu ti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo
piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta
qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che
invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare
il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo.
Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla
cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è
morto... morto per sempre!
«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama
amianto, — ma non sente e non piange; — avvolge i cadaveri, onde la
cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu
sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le
tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella
sinistra Napoleone, — sono poca cosa i defunti! La terra pareva non
dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe
il cavo della mano.. — inutile insegnamento, la terra andrà sempre
ingombra di tiranni e di oppressi... — e l'anima? Oh! l'anima,
domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei
venti.
«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del
roveto ardente comparso a Moisè? — Vieni, sacrifichiamo all'oblio...
«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti
la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito
vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita.
Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna
rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta
città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi
grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero!
— Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio
amore?»
In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato
che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a
nulla, come ogni giorno succede; — esclamai io leggendo le riferite
diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un
Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare
la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in
verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio
ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove
aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per
salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in
Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'_imperiale_ memoria.
Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi
versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare
la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un
qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me:
consolatevi, — quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono
a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia
scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore,
similitudini, l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre
De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi
tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste
perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere
Lodovico Ariosto: «_Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi_»; — ma
poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per
confessione, che non lo so neppure io: — forse perchè il presente
capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io
esposi potrebbe essere una buona ragione.
Parlo di amore. —