«Prima, perchè non me le avete domandate; — poi, perchè, o _buona_ o
_mala_, voi siete _la testa_ che pensa, ed io il braccio ch'eseguisce;
— finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»
«Qui bisogna rimediare.»
«Certo, bisogna.»
«Nel caso mio che faresti, Cencio?»
«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; — avrei un poco di discrezione
e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare
quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria
Vostra ch'io mi addormenti: — buona notte.»
E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un
lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a
russare.
Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava
riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui;
cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo
lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la
semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà
mietuto la infamia e il rimorso?
Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al
lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.
«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa
di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;....
portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me
poco importa. — Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a
bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno
nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un
demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi
schernisci.... bisogna che tu muoi...»
E il dormiente tra il sonno mormora:
«_Nel buon vino ho fede, — E credo che sia salvo chi ci crede._..[167]»
«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo
agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito...
se lo potessi tuffare in Lete!»
«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere
sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di
essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel
pugnale in mano?»
«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile,
«intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba
il sonno.»
«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non
avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi
moriremo lo stesso giorno.»
«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»
«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il
pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a
dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza
il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello
di capo.... e buona notte di nuovo.»
Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, — lo
chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; — Cencio
dormiva come se nulla fosse avvenuto.
«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo
addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.
* * * * *
Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le
imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse
alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma
se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso
della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza
séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.
«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»
«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della
Signoria....»
«Che ora fa, Malatesta?»
«Un mazziere della Signoria.»
«Buona nuova.»
«Ed io la temo avversa.»
«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per
mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno
poi il processo; — animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»
«Dio voglia che sia così. — Avanti il mazziere.»
Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con la
insegna del comune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose
con solennità il suo messaggio.
«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la
condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci,
ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio
di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore
vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso
e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa
mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del
Fiore.»
«Stamane! — appunto stamane! — ebbene, andate e riferite ch'io, con le
ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso
maggiori...»
Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di
Malatesta e la spiegò sopra la tavola. —
Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:
«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di
questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze
e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo
il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi
piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi
ducati...»
«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si
allontana.
«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne
dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene
sequestrati i miei beni a Perugia.»
«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»
«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»
«Messere, la legge lo vieta.»
«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto
giorno si fanno!...»
«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa
qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto
provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono
deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare
la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la
osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei
padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la
legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni
suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno
di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii
della Reppublica di Fiorenza.»
E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva.
A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di
Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a
Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la
sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con
la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra
stupido e beffardo.
«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come
sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci
sarebbe nel mondo?»
«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta
cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza
essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»
«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»
«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per
modo che si possa dire: — Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone
di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; — no, non
si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle
sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con
amore continuo difeso; — all'età nostra può caderci in mente la paura
dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da
misfare; — tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia
coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e'
sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il
diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male
se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del
papa...»
«Dov'è la lettera?»
«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»
«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: — porgimela; d'ora in poi non
mi uscirà di dosso.»
E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe
brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia
altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio
lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi
forzieri.
«Cencio, questa cappa mi pesa.»
«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»
«Marrano! — taci una volta, — tu godi a spaventarmi.»
«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando
ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla
morte.»
«Allentami il collare... mi stringe troppo.»
«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»
«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»
«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a
morire il medesimo giorno.»
Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno
vi avesse fatto ricamare in oro la parola _libertas._
«_Libertas_!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice
come la parola di _onore_ in bocca al ladro, come la parola _onestà_ su
i labbri del dottore di legge, come la parola _giustizia_ in bocca al
giudice.»
«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»
«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, — vi dirò come il cappello da
prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco
all'Apollo del Vaticano...»
Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di
pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse
per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto,
con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali
nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e
accompagnarlo alla cattedrale.
Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per
questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come
avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si
adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga,
— ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè
quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; —
mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno
non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai,
o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti
occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo
ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della
sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte
acerba di suo padre Giampagolo, concluse:
«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione
ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi
da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il
magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di
gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli,
arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo
e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico,
della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e
fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è
riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia
tua sempiterna[168].»
Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello
stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo
addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.
Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi
all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di
lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di
Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come
il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre
ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva
riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera
fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo
istante di vita: — fu sua ventura somma che non vi avessero apposto il
suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse
la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse
la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò
sommesso:
«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»
«Qual roba?»
«Una carta e una borsa.»
«Una carta! Ah! la lettera!» — E tinto del pallore della morte, —
«Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un
foglio capitatovi per questa via nelle mani.»
Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi
legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe
impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro.
Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo
lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del
Castiglione per susurrargli con arcano:
«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal
mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»
«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la
mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo
gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano
generale...»
Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad
un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura,
sibilò in certo modo le parole che seguono:
«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a
giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»
«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»
«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, — e le
parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si
sentì come fulminato: — forse gli mancava l'animo dove per ricoprire
la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli
e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò
dal naufragio; — ma Dio non paga il sabato.
Chi va in Terra-Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali,
comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole
grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa
percuoterli[169]. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando
vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel
giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un
grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto
il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; — piegò il capo
atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore
di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E
non pertanto Malatesta fu un giorno valoroso capitano e versò copia
di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva
versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando
il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la
libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era
legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il
plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della
battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la
mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:
«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»
Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si
consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo
del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli
sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a
Malatesta parve il _De profundis_ della sua virtù defunta; — veramente
il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi
avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.
La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi
in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la
piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile
apparecchio di guerra.
Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la
sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim;
uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani,
per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde
tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una
femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e
con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri
avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da
subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il
figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in
cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro
spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim
poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta
creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza,
si sentirà respinto nel deserto della morte. — Gli astanti torcono
altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; — sola la
madre alza un grido, — quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato
dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo
figliuolo Orlanduccio. — I volti dei borghesi ritornano nella prima
loro attitudine — le zampe del cavallo si sono abbassate, — ma pure
hanno calpestato le selce; — il capitano Ferruccio di pallido ch'egli
era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. — Una
vergine confusa tra il popolo non fuggì, — non urlò, — non volse
altrove gli sguardi; — appena contemplato il caso, si mosse, splendida
e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le
zampe del cavallo e il fanciullo. — Il buon destriere, meglio che per
il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere
a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un
modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre,
finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo,
quindi si slanciò brioso, — scalpitò spedito tre o quattro volte il
terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no?
hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini;
— noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; — se
le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si
direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.
La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle
braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere,
così le parla:
«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non
superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo;
un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»
Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa
di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di
Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico
Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi
ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; — egli teneva
fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, —
non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe
posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane
uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte
stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:
«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in
paradiso.»
E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per
favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo
amorevolmente soggiunge:
«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di
affetti ci conserva.»
Continua l'ordinanza il suo cammino, — trapassa il Ponte alle Grazie,
— sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta
sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: —
dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce
colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede
palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da
nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a
terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo
le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli
si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare:
estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile;
se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo[170],
avrete idea più completa di questa creatura e a me risparmierete
la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome
Pieruccio.
Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal
cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una
pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto
l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno
da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità
non l'offendevano; — forse le tribolazioni alle quali va sottoposta
la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario
di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa
di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti
che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere
della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola
potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto
della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città
del suo strido sinistro e spariva; — in qual parte si nascondesse era
mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima,
e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei
giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato
dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per
la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! — e ai gridi aggiungevano
sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in
suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? — Ma i fanciulli, tratti
da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con
santo Agostino[171], non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano,
sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno,
la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza,
lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura
lo avriano adorato, — poi forse crocifisso come profeta; — a Firenze
alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse
ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto
del quale lo consideravano; — certamente amava la patria. Quando gran
parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza
in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio
umano al popolo ed esclama: